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Consiglio UGEIUGEI15 Giugno 2020
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HaTikwa, di David Zebuloni

 

La storia di Magdi Allam è la storia di una civiltà che muta nel tempo. Nato al Cairo negli anni ’50, Magdi diventa testimone di un Egitto sempre più radicale e sempre meno liberale. Trova dunque in Italia una seconda patria, un luogo in cui riscattare le proprie sorti, un terreno fertile sul quale ricostruire la propria vita. Con la conversione al Cattolicesimo, Magdi Allam diventa Magdi Cristiano Allam e la sua battaglia all’Islam più radicale diventa una missione di vita. Giornalista, scrittore e politico, Magdi ha spesso fatto parlare di sé, diventando per molti un simbolo di speranza e per altri un simbolo di intolleranza. Controverso e discusso, osannato e acclamato, Magdi Cristiano Allam racchiude in sé due mondi che sembrano essere incompatibili. Ricorda la sua Egitto perduta con nostalgia, ma si definisce italiano al cento per cento. A proposito di Israele afferma che essa rappresenta per lui la sacralità della vita, il valore fondante della nostra umanità. Poi aggiunge che lui è e sarà sempre un combattente per il diritto di Israele ad esistere. Quando gli domando invece a chi vorrebbe passare il testimone, Magdi risponde: “Io ho 68 anni e mi considero un giovanotto, voglio continuare la mia missione”.


Consiglio UGEIUGEI31 Maggio 2020
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Nei secoli si è spesso alluso al fatto che gli ebrei comandino il mondo. I più maliziosi contano ancora oggi i premi Nobel uno ad uno, scoprendo una sproporzione tra i vincitori ebrei e tutti gli altri. Anche la consegna dei premi Oscar, che da sempre vengono identificati con la lobby ebraica hollywoodiana, più di una volta ha fatto storcere il naso a chi crede nella razza e non nel talento. L’influenza ebraica ed israeliana nel campo dell’Hi-Tech e della medicina è ormai nota a tutti, a tal punto da rappresentare per molti una minaccia. E non un’opportunità.

Sfatiamo dunque un mito: gli ebrei non comandano il mondo. Mai l’hanno fatto. Non rientra proprio nella loro to do list quotidiana. Gli ebrei tuttavia hanno saputo nel tempo aggiungere colore e sapore al mondo e all’umanità, regalando ad essa alcuni personaggi che hanno segnato irreversibilmente il corso della storia. Personaggi brillanti e coraggiosi che con la loro creatività hanno saputo rendere questo mondo un posto migliore in cui vivere.

Di loro parleremo nel nostro nuovo podcast edito HaTikwa, inaugurato il primo di Giugno e pubblicato settimanalmente. Ogni puntata illustrerà un personaggio diverso sotto una luce singolare, intima e personale rispetto a chi racconta. Tra le figure da noi scelte vi saranno Liliana Segre, Albert Einstein, Sigmund Freud, Theodor Herzl, Steven Spielberg, Rita Levi Montalcini, Barbra Streisand, Woody Allen, Mark Zuckerberg, Elie Wiesel e molti altri ancora.

L’obiettivo è quello di dare alla nuova generazione ebraica italiana dei modelli positivi a cui ispirarsi. Raccontar loro di quegli eroi che senza mantello e senza armi, hanno saputo vincere tutte le loro battaglie. Eroi semplici, privi di poteri sovrumani, ma dotati di un’umanità straordinaria.

David Zebuloni, direttore di HaTikwa


Consiglio UGEIUGEI5 Aprile 2020
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HaTikwa, di David Zebuloni

 

Una delle punte di diamante di Netflix ai tempi del corona e della quarantena forzata è senza dubbio Unorthodox, un’ambiziosa miniserie basata sull’omonimo libro autobiografico della scrittrice Deborah Feldman.

Unorthodox racconta la storia di Esty, una ragazza appartenente alla Comunità ultraortodossa di Williamsburg, che all’età di diciannove anni si ritrova vittima di un infelice matrimonio combinato e altrettanto vittima di un sistema che la condanna ad una vita priva di ambizioni.

Il ruolo di Esty all’interno della Comunità è semplice: annullarsi di fronte alle volontà del marito, procreare e occuparsi delle faccende di casa. E il pianoforte che tanto ama suonare? Il pianoforte le viene sottratto in quanto donna, in quanto moglie. Esty fugge e cerca la libertà in Germania. La trama si complica e culmina con un inseguimento da parte del marito, che atterrato a Berlino pare un alieno sbarcato da Marte. Lo scopo è quello di convincere Esty a tornare a casa e fingere che nulla sia accaduto, per non scombussolare troppo gli equilibri interni della Comunità e non creare un precedente che possa portare alla rivolta di altre donne, altre mogli.

Questa è a grandi linee la storia di Esty. Quattro episodi, una stagione. Nulla di più. Terminato l’inseguimento, è tempo di tirare le somme.

Unorthodox è un gioiello, un piccolo capolavoro cinematografico, su questo non c’è dubbio. L’interpretazione di Shira Haas nel ruolo di Esty è a dir poco superba, straordinaria. Diamole un Oscar, un Nobel, qualcosa. Così giovane, ma così intensa. Shira non si risparmia mai e conferma di nuovo il suo titolo di attrice più promettente del cinema israeliano. La prossima Gal Gadot alcuni dicono, e io me lo auguro di cuore.

Altre chicche di Unorthodox sono le ambientazioni, i costumi. Assolutamente credibili. Tutto rievoca l’ortodossia ebraica più estrema, senza renderla parodia. Gli abiti tipici, i grossi cappelli, le lunghe basette arrotolare su loro stesse, le parrucche, i gioielli ormai obsoleti. Gli attori recitano in un Yiddish perfetto. Non che io ne capisca qualcosa, ma così almeno pare allo spettatore medio. Proprio a questo proposito è importante ricordare che Unorthodox è la prima serie di Netflix in lingua prevalentemente Yiddish. Un vero traguardo direi.

Per farla breve, tutto sembra perfetto, ma qualcosa turba lo spettatore. Quello che scrive perlomeno. Unorthodox pecca di superficialità. Parola che pare terribile, ma che in realtà non è poi così drammatica. L’accusa non è di distorsione della realtà, assolutamente. I fatti riportati potrebbero essere reali, fedeli a quelli che caratterizzano la vita di chi fa parte di una minoranza tanto complessa. L’accusa punta invece il dito sulla mancata ricerca di ciò che va oltre la fuga, oltre l’amore per la musica.

In Unorthodox i personaggi si dividono in due categorie: i buoni e i cattivi. Quelli che scappano e quelli che inseguono. Mi domando e vi domando, da quando la vita si riduce al bianco e al nero? Da quando lo spettatore si accontenta di un’immagine così parziale?

Per fare un paragone azzardato, prendiamo come modello Fauda, altro colosso di Netflix e della cinematografia israeliana. Ecco, il conflitto che caratterizza Fauda è il conflitto di due gruppi che si battono per un ideale. Chi difende la propria terra e chi attacca per riappropriarsi di ciò che pensa esserli stato sottratto. Non ci sono buoni e cattivi. Ognuno può vedere se stesso nel conflitto e nei suoi personaggi. Per questo motivo Fauda ha avuto lo stesso successo sia in Israele che in diversi Paesi Arabi. L’obiettivo era quello di non raccontare una semplice guerra, ma di scavare a fondo dell’odio fino ad arrivare alle sue radici.

Lasciamo da parte il conflitto israelo palestinese e torniamo dai nostri ultraortodossi. Se prendessimo la serie televisiva Shtisel come esempio, altro piccolo grande capolavoro made in Israel, scopriremmo che la figura dell’ultraortodosso in realtà è ben più complessa di quanto si possa intuire osservandola da fuori. Una figura che vive in costante conflitto. Un conflitto che, a differenza di quello sanguinolento di Fauda, in questo caso è interno e non esterno al personaggio. In Shtisel è evidente il tentativo di mostrare la realtà dell’ebraismo più estremo, da una prospettiva più intima, più umana.

In Unorthodox questo tentativo non esiste. Nessuno scava a fondo della Comunità di Williamsburg per cercare di capire il motivo per il quale essa decida di non fare i conti con la realtà circostante. Nessuno scava nemmeno a fondo del personaggio di Esty per capire come mai questa diciannovenne in pena è diversa dalle sue coetanee e desidera soltanto evadere, se non la stessa Shira Haas che con uno sguardo riesce a dire più di mille parole.

La regia sembra aver pensato a tutto nei minimi dettagli. Gli attori sembrano conoscere i personaggi alla perfezione. Il cosmo sembra essersi allineato con loro per garantirne la riuscita. C’è tutto in Unorthodox, davvero, eppure manca qualcosa. E quel qualcosa si riduce ad una parola paradossalmente molto semplice: manca la complessità. In Unorthodox il nero e il bianco ci sono, non mancano all’appello. Adesso bisogna fare uno sforzo per trovare il grigio che si nasconde dentro di loro.

 

 


Consiglio UGEIUGEI10 Marzo 2020
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HaTikwa, di David Zebuloni

Quando cominciamo a leggere la Meghillat Ester, tutto sembra andare per il verso storto. Mordechai è in conflitto con il perfido Aman, un conflitto che porta ad un decreto terribile che vede come protagonista tutto il popolo ebraico. Il popolo ebraico prega, digiuna, supplica Dio di non essere sterminato e, come nelle migliori favole Disney, troviamo un lieto fine. Il popolo ebraico viene salvato e Aman viene punito.

Purim rappresenta nell’ebraismo quella festività in cui tutto cambia. Nulla rimane statico, nulla è irreversibile, nulla è perduto. Ma non solo, c’è dell’altro. Purim ci insegna anche a riconoscere i punti di luce nell’apparente buio più assoluto. Per esempio, quando il Re Achashverosh sceglie Ester come sua moglie, il lettore crede che nulla potrebbe andare peggio. Pensiamoci: Ester, nipote di Mordechai, nelle mani del tiranno Achashverosh? Ci sembra terribile. Chi avrebbe mai pensato che proprio lei, la stessa Ester, avrebbe salvato il popolo ebraico dal decreto di morte?

Nella Meghilla come nelle nostre vite, tutto ha una ragione, tutto è volto al nostro benessere individuale e collettivo, anche se talvolta ciò non ci risulta comprensibile. Se riuscissimo a prendere un passo indietro o leggere a posteriori il libro della nostra vita, come leggiamo la Meghila di Ester a Purim, riusciremmo a riconoscere molti punti di luce che altrimenti ci risulterebbero invisibili o inesistenti.

L’Halacha, la legge ebraica, ci impone di leggere la Meghillat Ester per intero. “Chi legge solo un brano della Meghilla non esce d’obbligo”. E perché? Proprio per questo motivo. Se leggessimo solo un brano non riusciremmo a capire il piano divino che ha salvato gli ebrei dal decreto di morte. Se leggessimo solo un brano rischieremmo di concentrarci solo sul conflitto di Mordechai o sul triste matrimonio di Ester. Per comprendere bisogna conoscere, ovvero leggere il testo per intero, dall’inizio alla fine. In poche parole, la Meghillat Ester ci insegna che tutto ha un lieto fine. Basta solo aspettare e non perdere la fede.

Inevitabile è il collegamento con ciò che ci affligge in questi giorni. Il coronavirus ci sta sottoponendo ad un periodo di grande difficoltà, come individui e come comunità. Il panico è generale e così anche il dolore. Con la speranza che un giorno tutto ciò possa risultarci più chiaro, con l’auspicio che un giorno non troppo lontano ci venga concessa la possibilità di riconoscere il volere e la bontà divina, auguro ai nostri lettori Purim Sameach, un felice Purim, di tutto cuore.

 


Consiglio UGEIUGEI2 Marzo 2020
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HaTikwa, di David Zebuloni

Del coronavirus sappiamo già tutto. I supermercati si sono svuotati, le scuole sono state chiuse. Il popolo italiano si è spaccato in due: da un lato i pessimisti, dall’altro gli scettici. C’è chi ha speculato, chi ha enfatizzato, chi ha condannato. Un ragazzo solo è riuscito a sorridere di fronte all’ondata di panico: Ruben Golran. Ed ecco che la storia di chi sorride e di chi scrive si intrecciano.

Ruben è mio cugino, un ragazzo straordinario che questa settimana doveva celebrare il suo Bar Mitzvah. Cinquecento invitati, tra i quali parenti ed amici provenienti da ogni angolo del mondo, dovevano venire a Milano per festeggiare insieme a Ruben uno dei giorni più felici e significativi della sua vita. Eppure, come dice il celebre proverbio yiddish, l’uomo programma e Dio ride. E così è stato.

Il Coronavirus ha seminato paura e angoscia, Milano si è fatta trovare impreparata all’epidemia e, nel caos generale, il Bar Mitzvah di Ruben è stato rimandato a data indefinita.

“All’inizio ero triste e abbattuto, non capivo perché tutto ciò stesse accadendo proprio a me”, mi racconta Ruben al telefono. “Poi ho capito. Ho capito che faceva tutto parte di un piano, che forse dall’alto stavano mettendo alla prova la mia fede e che io dovevo continuare a prepararmi per il Bar Mitzvah come se nulla fosse”. Quando gli ho domandato dove abbia trovato la forza di rimanere ottimista nonostante tutto, Ruben mi ha risposto con una semplicità impressionante considerata la sua giovane età. “Non è proprio come me lo sono immaginato, ovviamente speravo che andasse diversamente, ma a cosa serve piangere e disperarsi? Non ho bisogno di tutti questi invitati per leggere la Torah o per rendere orgogliosi i miei genitori, il Bar Mitzvah è un momento particolare che mi lega a Dio. E questo mi basta”.

Quanta verità. Quanta disarmante verità. Forse si riferiva a questo Janusz Korczak quando diceva che talvolta gli adulti sono più sciocchi dei bambini. Forse si riferiva proprio alla capacità straordinaria che i più giovani hanno di guardare oltre, di non limitarsi alla superficie delle cose.

“Io ci vedo un collegamento con la festa di Purim“, mi dice Nethaly, la mamma di Ruben. “Il destino era segnato, ma poi è stato tutto capovolto. Potevamo vivere e ricordare questo periodo con dispiacere, ma anche quando tutto sembra buio, esiste sempre un risvolto positivo. C’è sempre un po’ di luce.”

Proprio così, questa storia poteva concludersi senza lieto fine, eppure un post su Facebook diventato virale ne ha cambiato le sorti. La storia di Ruben ha fatto il giro del mondo. Tra le varie testate che ne hanno parlato vi sono Times of Israel, Ynet, Haaretz, Humans of Judaism, Noticias de Israel e Hadrei Haredim. E i messaggi di affetto non sono mancati. A centinaia, provenienti da ogni angolo del mondo, in tutte le lingue.

“Leggere quei messaggi, ricevere degli auguri così toccanti, mi ha trasmesso una sensazione particolare, molto bella”, mi confessa Ruben. “Significa che molte persone hanno preso a cuore il mio Bar Mitzvah, che mi hanno pensato. Tutta la tristezza è stata in qualche modo… Come dire? Ricompensata, ecco. Mai avrei pensato di ricevere tanto affetto tutto insieme. Mi ha fatto capire quanto il nostro popolo sia davvero unito. Come se facessimo tutti parte di una grande comunità.”

Cosa potrei aggiungere? Grazie per la lezione di ottimismo caro Ruben, per il sorriso e per la fede. Ma soprattutto, tanti auguri per il tuo Bar Mitzvah!



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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