david zebuloni

Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 Marzo 2019
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HaTikwà (D. Zebuloni) – Recentemente mi è capitato di incontrare una persona a me molto cara. “Ho dovuto trascorre un lungo periodo in ospedale”, mi ha raccontato. Sono stanchissima, ma molto rafforzata”. Per ovvi motivi non riporterò qui il suo nome, ma vorrei tanto che lei riuscisse a riconoscersi in queste righe e che ci trovi al loro interno tutto l’affetto e la stima che nutro per lei. “Ho visto tanta sofferenza, ma anche tanta luce; tante persone che fanno del bene. Perché non si parla mai di questo nei giornali?”. Non ho saputo darle una risposta. In effetti, perché non se ne parla mai nei giornali? Si cede sempre spazio al conflitto e alla polemica. Come mai non si parla mai delle persone che fanno del bene, spesso in silenzio e senza scomodare nessuno? Perché? Non lo so, ribadisco, ma nel dubbio: parliamone. Nell’ospedale Hadassa Ein Karem, a Gerusalemme, c’è una coppia di ebrei ortodossi; i coniugi Peretz. “Non troverai un solo paziente dell’Hadassa che non conosce la famiglia Peretz”, continua a raccontarmi la persona a me molto cara. “Ogni Shabbat organizzano un pasto alle famiglie dei pazienti degno del migliore ristorante stellato”. I coniugi Peretz dedicano infatti il loro unico giorno di riposo della settimana a chi necessita di un sorriso. Preparano tavole imbandite per decine e decine, talvolta centinaia di persone. Scopro tuttavia sul web che gli angeli sono spesso quelli che soffrono maggiormente. Senza mai compiangersi, ovviamente.

Un articolo pubblicato sul sito Kikar HaShabbat riporta che nel 2016 i coniugi Peretz sono riusciti ad avere la loro prima ed unica figlia dopo trent’anni di matrimonio, nonché dopo trent’anni di tentativi vani. Dove si trova la forza per fare del bene quando la vita pare così ostile, mi domando. “La bontà non ha limiti! Quando ho provato a offrire una donazione in segno di riconoscimento per i pasti consumati, mi è stato detto che non ce n’è alcun bisogno in quanto esiste già un donatore anonimo che finanzia questa straordinaria iniziativa”. I Peretz infatti non sono gli unici a portare luce tra le mura dell’ospedale. “Arrivano decine di soldati, di studenti, di volontari di ogni età e di ogni etnia a far visita ai pazienti, spesso con un vassoio di dolci, con una chitarra acustica o un violino. Suonano, cantano, ballano. Regalano un po’ di speranza a chi l’ha persa”. Ascolto e ripeto dentro di me: regalano un po’ di speranza a chi l’ha persa. Speranza, in ebraico HaTikwa. Proprio così, la stessa speranza che dà il nome a questa testata. Temo che ad aver perso la speranza non siano solamente i pazienti dell’Hadassa, ma tutti noi. Specialmente noi giovani e giovanissimi. La speranza in un futuro migliore, un futuro privo di conflitti (interni o esterni che siano), un futuro meno buio del presente in cui viviamo. La speranza che crea senza mai distruggere, il movente ad andare avanti senza mai retrocedere ai tempi ostili che hanno caratterizzato capitoli infiniti dei libri di storia.

Sarà pure un cliché, ma dico ciò che segue: affinché non si spenga, la speranza va alimentata come una fiamma, nutrita come un neonato. La speranza va cercata negli angoli delle città, nel sorriso di un amico, negli spazi che danno luce tra le foglie di un albero. La speranza va cercata dentro di noi, perché è lì, da qualche parte, che aspetta solamente di essere trovata. Uno studio psicologico dimostra che sorridendo ci si sente più felici. Il sorriso dunque, seppur disegnato, influisce sullo stato d’animo di chi lo dona. Applichiamo questo principio alle nostre vite. Sorridiamo, sorridiamo come i coniugi Peretz sorridono anche quando tutto sembra andare per il verso storto. Sorridiamo a chi ne ha più bisogno di noi. Sorridiamo come sorride la persona a me molto cara a cui dedico queste righe, capace di riconoscere il bello lì anche dove di bello non sembra esserci proprio nulla. Facciamo del bene, basterebbe una sola buona azione al giorno, un piccolo gesto. Un sorriso, appunto, per ricordare a noi stessi che non serve aspettare che arrivi un angelo a dare una svolta alla nostra vita. Bastiamo noi. Basta non perdere la speranza. Come diceva Rabbi Nachman: “Perdere la speranza è come perdere la libertà, è come perdere il tuo sé.”


Consiglio UGEIConsiglio UGEI1 Gennaio 2019
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La parola roccia (אבן) in ebraico è composta da tre sole lettere. La Alef, la Bet e la Nun. La Alef è l’iniziale di Av, ovvero padre. La Bet è l’iniziale della parola Ben, figlio. Infine la lettera Nun indica l’iniziale della parola Neched, nonché nipote. L’assemblaggio di tre generazioni crea qualcosa di solido ed eterno, come la pietra. L’assenza di uno di questi crea una parola senza significato, frammentaria, oltre a rendere il processo incompleto: di padre in figlio, di figlio in nipote. Neched, ovvero noi, siamo gli apprendisti che un giorno saranno insegnanti.

La voce dei giovani è fondamentale nel tam-tam comunitario. Vogliamo rendere HaTikwà uno strumento in grado di edificare ponti con passato, presente e futuro, e abbattere i pregiudizi, che troppo spesso inquinano la nostra immagine vista dall’esterno. Cercheremo un contatto con le realtà, ebraiche e non, attraverso articoli di attualità, interviste, iniziative e molto altro, senza, però, cedere di un millimetro sulla Memoria. Su questa, da sempre e per sempre, si basa e si baserà la nostra vita: לזכור, ricordare.

Guarderemo verso Israele, la nostra Israele, con due occhi: uno da vicino, quello di chi la vive dall’interno, di chi conosce e prova sulla propria pelle i cambiamenti, le vicissitudini e i momenti di gioia, ed uno da lontano, di chi è in diaspora, con il corpo, ma sempre vicino con il cuore. Orbiteranno attorno ai due grandi poli tante, tantissime, rubriche di ogni genere: arte, cucina, politica estera ed interna, analisi di ogni tipo e chi più ne ha più ne metta. Tutti sono i benvenuti.

L’idea è quella di allentare la presa sul feticismo delle polemiche sterili e stucchevoli per dare più attenzione alle persone che siedono accanto a noi il venerdì sera o il sabato mattina, quelle in carne ed ossa, che sempre di più si stanno allontanando in cerca di un sostegno alternativo. Insomma, divenire il portale di riferimento per la gioventù ebraica. L’UGEI, così come HaTikwà, dovrebbe essere uno strumento di aggregazione, un mezzo per ritrovare quello che stiamo perdendo: אחדות, l’unione.

Il progetto è ambizioso, forse troppo, ne siamo consapevoli. Noi ebrei, però, siamo duri a capire: אבנים, rocce.

David Moresco, direttore HaTikwà
Ruben Spizzichino, vicedirettore HaTikwà
David Zebuloni, vicedirettore HaTikwà


Consiglio UGEIConsiglio UGEI18 Aprile 2018
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Settant’anni sono passati dal giorno in cui David Ben Gurion proclamò, con quella sua voce un po’ gracchiante e i capelli candidi come zucchero filato, la fondazione dello Stato di Israele. Settanta lunghi anni dal giorno in cui lo Stato di Israele mosse i suoi primi passi nel medio oriente e nel mondo con il coraggio e l’incoscienza tipica di un bambino ancora ignaro di quelli che sono i grandi pericoli della vita. Settant’anni di invenzioni straordinarie, certo, ma anche di guerre drammatiche e, come tutte le guerre, brutali e sanguinarie. Settant’anni assolutamente lontani da ogni definizione di ordinario, emozionanti in ogni loro singolo aspetto, che hanno sconvolto la cartina geopolitica e riscritto i libri di storia. Israele è cambiata, è maturata. Da mucchio di sabbia è diventata una macchia di verde.

Proprio così, una macchia di verde nel deserto. Un miraggio, forse, un’oasi per i più romantici. Dalle rovine perfettamente conservate a Gerusalemme, ai grattacieli simili a quelli americani che caratterizzano il panorama di Tel Aviv, Israele è diventata negli anni un esempio di libertà e democrazia, un simbolo di tecnologia e sviluppo sicché abitarci è diventato un prestigio, un privilegio, una garanzia di benessere e prosperità. Ed ecco la falla. Una falla travestita da domanda lecita che sorge quasi spontanea sulla lingua dei benpensanti: esiste ancora il sionismo nel 2018? Si può considerare sionismo il moto a luogo verso un luogo tanto idilliaco? Certo, migrare in Terra Santa ai tempi della fondazione prevedeva sfide che oggi ci paiono inimmaginabili, ma possiamo ancora parlare di pionierismo?

Beh, procediamo con ordine. Il sionismo è cambiato, per certi aspetti è maturato proprio come è maturato lo stesso Stato di Israele, per altri invece è retrocesso al punto di sembrare un ricordo lontano, di quelli in bianco e nero. Se un tempo in Israele ci si arrivava sulle navi, ora ci si arriva con un volo low cost. Se un tempo le case erano fatte di legno e di latta, ora sono fatte di ferro e di cemento. Se un tempo le guerre si facevano con le armi più elementari e primitive, ora a difendere i cittadini vi è l’Iron Dome e gli F-35. In sostanza, se un tempo abitare nello Stato di Israele era un rischio ed un sacrificio, oggi abitarci è un lusso pari ad abitare a Manhattan, Berlino o Hong Kong.

La logica e il buonsenso dunque ci spingono a credere che essere sionisti nel 2018 sia ben più semplice di quanto lo sia stato nel 1948, eppure non è così. Il sionismo è un ideale, una visione, un valore e come tale va alimentato, fomentato, stimolato. Se nel 1948 essere sionista provocava una certa dose di adrenalina ed un inebriante senso di trasgressione, nel 2018 l’adrenalina è diventata burocrazia e la trasgressione pura convenienza. Essere sionisti oggi richiede impegno e dedizione, prevede la capacità di pensare fuori dalla scatola, di seguire il cuore e non la testa. Essere sionisti oggi è una sfida, è la capacità di vedere l’oasi nell’oasi e non più nel deserto, di vedere la macchia di verde nel mucchio di sabbia per quel che è: un miracolo, un sogno realizzato, un ritorno a casa. Essere sionisti oggi significa amare Israele di un amore incondizionato, con lo stesso trasporto di chi il paese l’ha costruito con le proprie mani. Significa non condannare le sue politiche e non scappare di fronte ai prezzi vertiginosamente alti del latte e delle case. Essere sionisti nel 2018 è un’ardua prova, la più importante a cui il popolo ebraico è sottoposto nell’era del 2.0, nell’epoca dell’odio educato e dell’antisemitismo innocente. Per  esserlo, ma esserlo per davvero, bisogna nuotare controcorrente con tutte le proprie forze. Nuotare contro i vicini di casa allusivi e i social network schierati, contro le notizie false e le critiche distruttive travestite da costruttive. Bisogna nuotare senza tregua, affrontare con cocciutaggine e un pizzico di coraggio le intemperie del fiume in piena. Perché d’altronde si sa, solo i pesci morti seguono la corrente. E Israele vive, oggi più che mai.

David Zebuloni

Articolo tratto da “1948-2018: Sionismo ieri e oggi”, a cura di Ugei, Delet, Giovane Kehillà



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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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