Mondo ebraico

Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 Giugno 2019
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HaTikwa (M. Moscato) – Con la Parashà di questa settimana inizia il quarto libro della Torah: Sefer Bamidbar. Se traducessimo letteralmente questa parola, scopriremmo che essa significa “Nel deserto”. Il nome stesso dunque ci indica che tutte le vicende narrate in questo libro sono accadute quando il popolo ebraico si trovava nel deserto.

Altri popoli traducono questo libro in modo differente, ovvero con “I numeri”. Il motivo di questa traduzione consiste nel fatto che dall’inizio di questa Parashà fino alla fine del libro, si parla ampiamente e approfonditamente di numeri, ossia dei censimenti che Hakadosh Baruch Hu ha comandato a Moshe e Aron di realizzare.

In un verso della Parashà è scritto: “Queste sono le generazioni di Aron e Moshe” e poi, nei versi successivi, si parla solo delle generazioni di Aron. Rashi pertanto si domanda il motivo per il quale in questo verso si parli anche di Moshe se nei versi successivi si parla solo delle generazioni di Aron. Rashi risponde dicendo che Hakadosh Baruch Hu ha voluto dare un merito ad Aron in quanto è scritto nella Ghemarà che chi insegna Torah ai figli di un suo amico o di un suo parente è come se l’avesse fatto con i propri figli. Ovvero, in questo caso i figli di Moshe vengono intesi come figli di Aron per gli insegnamenti da lui trasmessi.

Shabbat Shalom


Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 Giugno 2019
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HaTikwa (N. Greppi) – È sempre bello tornare in uno dei luoghi più felici della propria infanzia, soprattutto se non vi entravi da più di 10 anni; ed è come mi sono sentito quando sono tornato a Shorashim, un centro per bambini a Milano che aiuta i figli di ebrei non praticanti e di coppie miste a riscoprire le proprie radici ebraiche (non a caso “shorashim” in ebraico vuol dire “radici”), e che quest’anno giunge al 30° anniversario della propria fondazione.

In questo luogo, da molti anni situato all’interno della Società Umanitaria a pochi metri dalla Grande Sinagoga di via Guastalla, all’incirca due volte al mese durante il periodo scolastico i bambini dai 4 ai 10 anni svolgono varie attività, divisi in gruppi per età e guidati da animatori che li aiutano a imparare le basi della storia e della cultura ebraica: si raccontano le Haggadot e i principali personaggi della Bibbia, si celebrano insieme le varie festività, si gioca e si fa merenda tutti insieme. Ma si affrontano anche storie più impegnative, ad esempio parlando della Shoah e invitando i sopravvissuti che raccontano ai bambini più grandi e ai genitori la loro esperienza. A fine anno vengono organizzate gite in diversi luoghi di interesse ebraico in Italia: da Vercelli a Mantova, da Modena a Verona. L’ultimo giorno i bambini presentano ai loro genitori uno spettacolino riassuntivo dell’attività dell’anno. Quest’anno hanno cantato, accompagnati dalle chitarre di Manuel Buda e di un animatore, le canzoni di Chanukka, Purim, Pesach e di tutte le altre festività. I due musicisti hanno presentato anche qualche brano di musica Klezmer e sefardita, con grande successo. E non è mancato, alla fine, il buffet con dolci e tramezzini, ai quali si aggiungono i bissli, famosi snack israeliani.

Questo luogo ha un’enorme importanza per me, poiché se non vi fossi andato da piccolo oggi sarei molto meno consapevole delle mie origini ebraiche: qui è dove ho imparato le storie della Bibbia, la storia del popolo ebraico, le canzoni che si cantano alle feste, e ciò che gli ebrei hanno subito durante la Shoah.
Per chi come me proviene da una famiglia mista l’esistenza di questo luogo è quasi una benedizione, perché l’accettazione che la mia identità ha trovato qui quando ero bambino non l’ho trovata da nessun’altra parte, né tra gli ebrei né tra i goyim. Nel mio caso personale questo posto mi è caro anche per un altro motivo: è in assoluto l’unico centro dove da piccolo non ho mai trovato bulli o bimbi dispettosi.

Ma come è nato tutto questo? Me lo faccio raccontare da Susanna Ravenna, responsabile di Shorashim: “È nata nel 1989 perché una nonna, Rosita Luzzati, i cui figli avevano sposato dei non ebrei, si era accorta che c’era un vuoto nella comunità per i figli di matrimoni misti, e con moltissima tenacia ha messo insieme un gruppo di mamme con cui ha creato tutto questo. Rosita Luzzati ha lottato duramente per far sì che Shorashim venisse riconosciuta tra le attività della Comunità Ebraica di Milano, tanto da comparire di recente sul Lunario (pubblicato ogni anno in allegato alla rivista Bet Magazine, ndr). L’attività del progetto Shorashim si regge grazie alle quote dei genitori e al contributo dell’UCEI, più raramente anche della comunità locale.”
Sebbene tornare dopo tanti anni sia molto piacevole, entrando noto due elementi che non c’erano quando venivo da piccolo: un ragazzo che fa la guardia all’ingresso e una porta blindata sul retro. Susanna mi spiega che “su richiesta di qualche genitore, a seguito del clima di incertezza di questi ultimi anni, abbiamo assunto a nostro carico un ragazzo della sicurezza che controlla le entrate e le uscite durante la mattinata di attività.” Un altro cambiamento negativo rispetto a 15 anni fa sta nel fatto che il numero dei bambini è visibilmente diminuito. Susanna mi racconta che “per molti anni ne abbiamo avuti dai 40 ai 60, poi sono calati fino ad arrivare ai circa 30 di oggi.

Sul perché abbiamo fatto delle ipotesi: oggi molti bambini di madre non ebrea possono andare alla Scuola Ebraica, un tempo non era così. Un’altra ipotesi è perché oggi l’Hashomer Hatzair li prende quando sono più piccoli rispetto a una volta, soprattutto se hanno un fratello o una sorella che già frequentano l’H.H. Un altro motivo può essere che tutte le mamme oggi lavorano, e pertanto il fine settimana vogliono stare con i bambini. Oppure semplicemente il passaparola con il quale ci facciamo pubblicità non basta più. Gli iscritti alla Comunità ormai ci conoscono, vogliamo raggiungere anche le famiglie lontane, che non sono mai state vicine o che si sono allontanate. L’obbiettivo di Shorashim è proprio quello di includere, di avvicinare chi sente l’esigenza di tramandare le radici e il patrimonio tradizionale e culturale ai figli.”
Personalmente mi auguro che Shorashim continui a esistere in futuro, perché è una realtà unica nell’ebraismo italiano, che cerca faticosamente di ricordare agli ebrei di domani chi sono e soprattutto quali sono le loro radici.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI10 Maggio 2019
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HaTikwa – Da poco siamo entrati nel mese di Yiar, il mese centrale della stagione primaverile, dove siamo circondati dai colori e dalla natura.
Il nome di questo mese אִייָר deriva dalla parola “or” che significa luce. Inoltre, secondo alcuni, la parola Yiar è l’acronimo delle parole “אני יי רופאך”, ovvero “Io sono il Signore che ti guarisce.”
Durante questo mese , leggiamo la Parashà di Kedoshim, una delle parti della Torah più ricche di leggi, quelle regolanti il rapporto verso il prossimo e verso Hashem. Proviamo ad analizzare due delle tante mitzvot di questa Parashà.  La prima: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. Rabbi Akiva ci dice che questo è il precetto alla base della Torah. Il principio di tutto. Ci insegnano i maestri, infatti che il resto della Torah è solo un commento a questo precetto. Secondo la Torah, infatti, non può esistere una società, un popolo, in cui vengano rispettate tutte le leggi di un re, ma non ci sia rispetto tra gli individui. Questo precetto rappresenta quindi ciò che ci consente di versare luce su tutti gli altri precetti. Non si tratta dunque di una coincidenza. Non a caso questa mitzva si trova nella Parashà che leggiamo in questo mese, Chodesh “or”, il mese della luce.

Un altro precetto che la Torah ci comanda è quello di non avvicinarci all’idolatria, poiché questa rappresenta uno dei peccati più gravi che esistano, infatti simboleggia il tradimento verso Hashem.
Questi due comandamenti vanno di pari passo poiché non può esistere una società in cui venga rispettato un Re senza che i singoli individui non si rispettano tra loro e analogamente non può esistere una società in cui gli individui si rispettano a vicenda ma non viene rispettato il Re. O che, addirittura, quest’ultimo venga tradito.
In un’altra Parashà Hashem dice al popolo ebraico che lo avrebbe liberato e guarito da ogni piaga che ha colpito l’Egitto, a condizione che essi rispettassero le sue leggi e i suoi statuti.
Ecco dunque il motivo dell’acronimo di “Io sono il Signore che vi guarisce” e il mese di Yiar in cui si legge la Parashà di Kedoshim.
La Torah ci insegna che per essere Kedoshim, santi, abbiamo il dovere di portare luce nel mondo rispettandoci l’un l’altro e rispettando il Re dei Re, così che egli allontani da noi ogni evento negativo.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 Aprile 2019
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HaTikwa (S. Hazan) – Nelle opere di halachà (Tur e Shulchan ‘Aruch Orach Chaim 470) è scritto che i primogeniti usano digiunare la vigilia di Pesach. L’uso comune è di partecipare ad un evento di mitzvà, come la conclusione di un trattato del Talmud. Tale partecipazione è considerata sufficientemente importante da poter rompere il digiuno, dando quindi la priorità al pasto della mitzvà (sarebbe ugualmente valido se si partecipasse ad una milà, per esempio). Ci si permette questa “leggerezza” in quanto il digiuno non ha il livello di rigore degli altri digiuni e, tra l’altro, non vi è un riferimento a riguardo nel Talmud Babilonese.

Perché si digiuna? Nel Tur è scritto che i primogeniti digiunano perché sono stati salvati dalla piaga che colpì i primogeniti egizi. Molti dei commentatori si chiedono come mai si digiuni per una salvezza; forse sarebbe stato più idoneo gioire per la propria salvezza. Diversi maestri offrono spiegazioni alternative. C’è chi scrive che i primogeniti ebrei in Egitto digiunarono durante quel giorno, per pregare Hashem di essere meritevoli della salvezza e non essere colpiti come quelli egizi. Il digiuno sarebbe quindi in ricordo del digiuno, non della salvezza.

Uno dei posqìm (decisori di halachà) più importanti della scorsa generazione, rav Shlomo Zalman Auerbach z.l. (1910-1995), offrì la seguente interessante spiegazione. Come ci insegnano molte fonti, in origine il compito di occuparsi del culto nel Bet HaMikdàsh sarebbe stato dei primogeniti ma quando peccarono con il vitello d’oro, fu rimosso questo privilegio da loro e dato ai Cohanìm. Il digiuno dei primogeniti rappresenterebbe, secondo rav Auerbach, una sorta di lutto per l’aver perso quel merito. Perché segnarlo proprio in questa data? Visto che questo giorno, il 14 di Nissàn, è il giorno in cui c’è il maggior flusso di persone al Bet HaMikdash, dato che tutti dovevano offrire il Korbàn Pesach. Proprio in quel momento l’esclusione dei primogeniti da quel ruolo importante è più sentita.

Hag Kasher Ve-Sameach!


Consiglio UGEIConsiglio UGEI12 Aprile 2019
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HaTikwa – La Parashà di Metzorà che leggeremo questa settimana tratta delle varie regole riguardanti la “Metzorà”, ovvero colui che era afflitto dalla Tzarat (tradotta imprecisamente come lebbra) e delle varie norme riguardanti l’impurità maschile e femminile.Nella prima parte, la Torah indica quali siano i sacrifici da portare in seguito alla guarigione da questa malattia e dall’impurità: due uccelli vivi, un ramo di cedro (etz aeretz), un filo di lana colorato di scarlatto (shne tolaat ) e dell’issopo (ezov).

Come spiegato da Rashi, ogni componente del sacrificio ha un significato molto profondo. Come già abbiamo imparato la scorsa settimana, una delle colpe per cui la tzarat colpiva l’uomo era la lashon arà, la maldicenza, che consisteva nel parlare di qualcuno senza che questo sia presente. Ciò è collegato agli uccelli, i quali cinguettano continuamente.
Nonostante quasi ognuno di noi la compia ogni giorno, la lashon arà è uno dei peccati più gravi della Torah. Essa simboleggia infatti il male verso il prossimo, il contrario di uno dei precetti più importanti della Torah, “ama il prossimo come te stesso”.
Quando una persona compie del male verso il suo compagno, allora si comporta da persona superba, arrogante ed egoista. Il ramo di cedro non a caso rappresenta la superbia. Inoltre chi fa male verso il suo prossimo viene considerato dal Signore come un verme, che viene tradotto in ebraico con la parola “Tolat”, il penultimo componente del sacrificio di espiazione. L’ultimo componente dell sacrificio è l’issopo, il quale viene descritto dalla Torah come la pianta più umile che esista.

Ed è proprio l’umiltà che ci permette di non compiere del male verso un terzo. Questa dote è strettamente collegata alla modestia, che ci permette di non pensare sempre a noi stessi , ma di buttare un occhio su ciò che provano le altre persone, evitando così di danneggiarle in qualsiasi modo e di mettere in atto quel verso della Torah che è alla base di tutte le mizvot: Veaavta Lereka kamoka, Ama il prossimo come te stesso.

Shabat shalom.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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