Mondo ebraico

Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 Aprile 2019
1200px-Martin_John_-_The_Seventh_Plague_-_1823.jpg

3min82

HaTikwa (S. Hazan) – Nelle opere di halachà (Tur e Shulchan ‘Aruch Orach Chaim 470) è scritto che i primogeniti usano digiunare la vigilia di Pesach. L’uso comune è di partecipare ad un evento di mitzvà, come la conclusione di un trattato del Talmud. Tale partecipazione è considerata sufficientemente importante da poter rompere il digiuno, dando quindi la priorità al pasto della mitzvà (sarebbe ugualmente valido se si partecipasse ad una milà, per esempio). Ci si permette questa “leggerezza” in quanto il digiuno non ha il livello di rigore degli altri digiuni e, tra l’altro, non vi è un riferimento a riguardo nel Talmud Babilonese.

Perché si digiuna? Nel Tur è scritto che i primogeniti digiunano perché sono stati salvati dalla piaga che colpì i primogeniti egizi. Molti dei commentatori si chiedono come mai si digiuni per una salvezza; forse sarebbe stato più idoneo gioire per la propria salvezza. Diversi maestri offrono spiegazioni alternative. C’è chi scrive che i primogeniti ebrei in Egitto digiunarono durante quel giorno, per pregare Hashem di essere meritevoli della salvezza e non essere colpiti come quelli egizi. Il digiuno sarebbe quindi in ricordo del digiuno, non della salvezza.

Uno dei posqìm (decisori di halachà) più importanti della scorsa generazione, rav Shlomo Zalman Auerbach z.l. (1910-1995), offrì la seguente interessante spiegazione. Come ci insegnano molte fonti, in origine il compito di occuparsi del culto nel Bet HaMikdàsh sarebbe stato dei primogeniti ma quando peccarono con il vitello d’oro, fu rimosso questo privilegio da loro e dato ai Cohanìm. Il digiuno dei primogeniti rappresenterebbe, secondo rav Auerbach, una sorta di lutto per l’aver perso quel merito. Perché segnarlo proprio in questa data? Visto che questo giorno, il 14 di Nissàn, è il giorno in cui c’è il maggior flusso di persone al Bet HaMikdash, dato che tutti dovevano offrire il Korbàn Pesach. Proprio in quel momento l’esclusione dei primogeniti da quel ruolo importante è più sentita.

Hag Kasher Ve-Sameach!


Consiglio UGEIConsiglio UGEI12 Aprile 2019
1396569312-0.jpg

3min101

HaTikwa – La Parashà di Metzorà che leggeremo questa settimana tratta delle varie regole riguardanti la “Metzorà”, ovvero colui che era afflitto dalla Tzarat (tradotta imprecisamente come lebbra) e delle varie norme riguardanti l’impurità maschile e femminile.Nella prima parte, la Torah indica quali siano i sacrifici da portare in seguito alla guarigione da questa malattia e dall’impurità: due uccelli vivi, un ramo di cedro (etz aeretz), un filo di lana colorato di scarlatto (shne tolaat ) e dell’issopo (ezov).

Come spiegato da Rashi, ogni componente del sacrificio ha un significato molto profondo. Come già abbiamo imparato la scorsa settimana, una delle colpe per cui la tzarat colpiva l’uomo era la lashon arà, la maldicenza, che consisteva nel parlare di qualcuno senza che questo sia presente. Ciò è collegato agli uccelli, i quali cinguettano continuamente.
Nonostante quasi ognuno di noi la compia ogni giorno, la lashon arà è uno dei peccati più gravi della Torah. Essa simboleggia infatti il male verso il prossimo, il contrario di uno dei precetti più importanti della Torah, “ama il prossimo come te stesso”.
Quando una persona compie del male verso il suo compagno, allora si comporta da persona superba, arrogante ed egoista. Il ramo di cedro non a caso rappresenta la superbia. Inoltre chi fa male verso il suo prossimo viene considerato dal Signore come un verme, che viene tradotto in ebraico con la parola “Tolat”, il penultimo componente del sacrificio di espiazione. L’ultimo componente dell sacrificio è l’issopo, il quale viene descritto dalla Torah come la pianta più umile che esista.

Ed è proprio l’umiltà che ci permette di non compiere del male verso un terzo. Questa dote è strettamente collegata alla modestia, che ci permette di non pensare sempre a noi stessi , ma di buttare un occhio su ciò che provano le altre persone, evitando così di danneggiarle in qualsiasi modo e di mettere in atto quel verso della Torah che è alla base di tutte le mizvot: Veaavta Lereka kamoka, Ama il prossimo come te stesso.

Shabat shalom.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 Aprile 2019
300px-Korban.jpg

2min106

HaTikwa (M. Moscato) – La Parashà che leggeremo questo Shabbat è la Parashà di Tazrià. Essa si occupa principalmente delle diverse forme di impurità, tra esse vi è la Tzarat che consiste in una forma di lebbra, che si attacca alla pelle rendendola malata. La persona soggetta a questa malattia doveva andare dal Coen, il sacerdote, per far controllare la propria pelle. Se il Coen dichiarava che si trattava della Tzarat, allora la persona doveva essere allontanata dall’accampamento per una settimana. Passata una settimana il Coen ricontrollava questa malattia: se era sempre la stessa, la persona doveva essere allontanata dall’accampamento per un’altra settimana mentre, se la malattia era migliorata rispetto alla settimana precedente, significava che stava guarendo e che era puro.

Secondo i nostri Maestri z”l, questa malattia colpiva le persone che, facendo maldicenza verso le altre persone, avevano causato la solitudine del prossimo. Spesso, quando parliamo male delle persone, gli procuriamo dei dolori e tra questi la solitudine. Secondo la Torah, le persone che facevano maldicenza venivano allontanate e lasciate sole. Quindi la Torah ci dice che Hakadosh Baruch Hu colpiva la persona che avevano fatto maldicenza procurando solitudine altrui, con una malattia che causava automaticamente solitudine alla persona che aveva fatto maldicenza in modo che per una settimana questa persona capisse quanto fosse spiacevole sentirsi soli.
Cerchiamo dunque di evitare di fare maldicenza tra di noi per non causare dolore e solitudine altrui.

Shabbat Shalom


Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 Aprile 2019
download.jpg

4min188

HaTikwa (L. Spizzichino) – Tra le serie tv sbarcate questo mese sui cataloghi di Netflix, una su tutte può destare curiosità più di altre, stiamo parlando di The Order. Arrivata il 7 marzo 2019 nella piattaforma streaming americana, viene raccontata la storia di Jack Morton, una matricola alla Belgrave University, un campus famoso per ospitare una misteriosa società segreta chiamata L’Ordine ermetico della rosa blu. Jack, vuole entrare a tutti i costi nell’Ordine per vendicare la defunta madre, scomparsa per mano del suo leader supremo, Edward Coventry. Una volta diventato un membro della strana società segreta Jack scoprirà presto che i suoi accoliti praticano la magia nera e che sono da sempre in lotta con una confraternita di licantropi votati a distruggere ogni creatura sovrannaturale. In questo teen drama però diversi sono i rimandi al mondo ebraico, dall’Arca dell’Alleanza fino al Golem, quest’ultimo infatti durante le dieci puntate di questa prima stagione (e probabilmente anche unica), viene usato da questi maghi come arma o come mero strumenti per raggiungere i propri scopi. Un utilizzo di certo meno nobile, rispetto a quello del famosissimo Golem di Praga.

Secondo la notissima leggenda praghese, nel XVI secolo, il grande Rabbi Yehuda Loew ben Bezalel, meglio noto come il Marhal di Praga, decise di creare un gigante completamente fatto d’argilla, il quale prendeva vita scrivendo sulla sua fronte la parola “verità” in ebraico, il cui compito principale era difendere il ghetto di Praga dagli attacchi antisemiti e dai pogrom. Ogni venerdì, prima dell’entrata di Shabbat, il rabbino lo immobilizzava cancellando la prima lettera sulla fronte, formando la parola “morto”. Secondo la leggenda il Golem si trova tuttora nella soffitta della Sinagoga Vecchia-Nuova, e secondo alcuni racconti della Seconda Guerra Mondiale, durante l’occupazione un soldato nazista salì nella soffitta con l’intento di trovare e distruggere il Golem, ma poco dopo questo soldato morì in circostanze sospette.

Riguardo il Golem, esistono moltissime altre leggende creando su di esso un alone di mistero che ha fatto breccia nella cultura popolare, infatti compare in svariati libri e film, ma si può trovare il Golem anche nel mondo dei fumetti e nei cartoni animati. Nel 1974, la mitica creatura di fango compare in diversi albi della serie Strange Tales della Marvel, nel 1991 invece il Golem di Praga compare come antieroe nella DC Comics, in una veste completamente differente da quella di difensore dei più deboli. Anche in tempi recenti è comparsa la figura del Golem anche in uno speciale di Halloween dei Simpson, nel quale viene riportato in vita da Bart per servirlo.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 Marzo 2019
-ענוה.jpg

3min130

HaTikwa (M. Moscato) – Come la Parashà precedente, anche la Parashà di questa settimana ci fornisce una descrizione dettagliata delle procedure attraverso le quali venivano fatti i sacrifici nel Mishkan (altare), che in un’epoca successiva sarebbe diventato il Beth Amikdash costruito da Re Salomone. La Parashà di questa settimana si apre con il brano: “Hashem parlò a Moshé dicendogli- parla ad Aron e ai suoi figli e comunica loro questi ordini. Ecco le regole per il sacrificio dell’olocausto (sacrificio completo): questo sacrificio deve bruciare per tutta la notte sull’altare in cui si terrà acceso il fuoco”. Scopriamo dunque che il fuoco ha un ruolo importantissimo in questi versi e in tutta la Parashà. Il fuoco secondo il pensiero Hassidico rappresenta il collegamento con Hashem. Non a caso il giorno dello Shabbat è caratterizzato dal fuoco: per esempio, viene accolto lo Shabbat accendendo due lumi e all’uscita dello stesso giorno, concludiamo lo Shabbat sempre con il fuoco, facendo l’Avdalà. Hashem è apparso per la prima volta a Moshé attraverso un roveto che, come è scritto nella Parashà di Shemot, ardeva ma non si consumava. Quando è stata data la Torah sotto il Monte Sinai, il monte fumava di un fuoco divino. Nel deserto il popolo è guidato di giorno da una nube e di notte da una colonna di fuoco. Il fuoco rappresenta infatti il legame tra due mondi, nonché il simbolo di una forza attiva che agisce sulla realtà dinamica. Il verbo “dare” in ebraico (Natan) può essere letta in ambedue i lati. Si tratta infatti di un dare e un ricevere allo stesso momento. Io accendo una luce e la luce illumina una stanza. Infatti noi accogliamo lo Shabbat accendendo due lumi e così durante lo Shabbat ci dedichiamo ad Hashem, per esempio studiando Torah o cantando delle lodi. Il fuoco dello Shabbat alla fine si spegne, ma il fuoco dell’altare non si spegne mai perché l’altare è il luogo dell’identità che non si annulla e va sempre tenuta viva.

Shabbat Shalom



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


Contattaci