Mondo ebraico

Consiglio UGEIConsiglio UGEI27 Marzo 2020
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HaTikwa, di Redazione

La Parasha che si legge questa settimana è Parashat Vaykrà, la prima Parashà del terzo libro del pentateuco.

All’inizio della Parashà vediamo che Dio dà le istruzioni a Mosè per tutto ciò che riguarda i sacrifici da fare nel santuario. C’è scritto che Dio  fa delle pause tra un’idicazione e l’altra, ci sono degli attimi di silenzio tra una frase e l’altra.

Rashi spiega che le pause servivano a Mosè per capire ciò che Dio stesse dicendo, ciò che gli stava spiegando. Impariamo che il silenzio è parte integrante dello studio. Per capire bisogna ascoltare, non solo le parole, ma anche i silenzi che ci sono tra una parola e l’altra. Ovvero, quando spieghiamo qualcosa a qualcuno, non possiamo “bombardarlo” di informazioni. Dobbiamo anche dargli il tempo per assimilare ciò che gli stiamo dicendo. Il silenzio nello studio, così come nella vita, è fondamentale.

Anche questa settimana scopriamo quanto la Parashà sia attuale e assolutamente rilevante anche ai giorni nostri. Nell’epoca in cui vince chi grida più forte, in cui si risponde prima ancora di aver sentito la domanda per intero, Dio ci insegno quanto sia importante fare una pausa. Fermarci un attimo per ascoltare o per permettere a chi ci sta di fronte di capire ciò che gli stiamo dicendo o spiegando.

Con la speranza che ognuno di noi possa trovare grande significato e forza nel silenzio, nella voce del silenzio, auguriamo ai nostri lettori shabbat shalom!


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 Marzo 2020
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HaTikwa, di Manuel Moscato

Questo Shabbat leggiamo tre Parashot: nel Primo Sefer le Parashot di Vayakel e Pekudè, e nel secondo la Parashà di Shabbat Hahodesh.

All’inizio della parashà di Vayakel è scritto: “Moshé convocò tutta la congrega dei figli di Israele e disse loro: ‘Ecco le cose che Hashem ha comandato di fare’.” La parola “convocò”, in ebraico proprio vayakel, è legata alla parola keylà, ossia comunità.

È interessante come Moshè raduni tutta la congrega dei figli d’Israele, perché questa congrega la troviamo anche nella parashà di Bò, in cui ci si riferisce proprio ad un gruppo di persone che si radunano per uno scopo ben preciso. Secondo la Torah, questo scopo è quello di mettere in pratica le Mitzvot; in particolare, il raduno rappresenta l’unità del popolo.

Cos’è la comunità per il popolo ebraico? L’essere tutti uniti per rispettare le Mitzvot, ed è legata a momenti precisi come lo Shabbat e le feste che Hashem ci ha comandato di rispettare.

Possa essere questo Shabbat di riflessione per tutti noi, e non dobbiamo mai pensare di sentirci soli, perché dietro alle nostre spalle c’è sempre la comunità che si raduna per non farci sentire mai soli.

Am ehad ve lev ehad, un unico popolo e un unico cuore.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI13 Marzo 2020
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HaTikwa, di Redazione

La Parasha di questa settimana, Parashat Ki Tissà, continua a raccontare della costruzione del Santuario, ma con una novità. Dio comanda agli ebrei di fermarsi il settimo giorno, di lasciar stare il lavoro quotidiano per dedicarsi a quello spirituale dello Shabbat.

Cosa impariamo dunque? Principalmente impariamo che nell’ebraismo il giorno dello Shabbat è talmente sacro ed importante da leggittimare persino l’interruzione dei lavori del Santuario. Il giorno dello Shabbat è il giorno che rappresenta il legame tra il Popolo di Israele e Dio. Un legame che culmina appunto nel settimo giorno della settimana, giorno in cui ci si dedica alla preghiera e alla lettura della Torah.

Impariamo tuttavia un’altra cosa in questa Parasha, che non ha nulla a che vedere con lo Shabbat. Impariamo che talvolta, anche quando crediamo di essere all’apice, dobbiamo fermarci. Proprio così. La frenesia della vita ci sottopone ad una corsa infinita nella quale spesso perdiamo noi stessi. La Torah ci insegna che molto spesso la cosa più giusta da fare è quella di fermarci e dedicarci ai noi stessi e ai nostri cari.

I Chachamim ci spiegano che l’istituzione del settimo giorno, quello dello Shabbat, arriva come risposta al peccato del vitello d’oro. Ovvero, la Torah ci insegna che il vitello d’oro rappresenta il peccatto della materialità. Le persone avevano rinunciato al proprio oro e ai propri gioielli per poter costruire un idolo da venerare. La materialità aveva avuto la meglio sulla spiritualità. Lo Shabbat è l’esatto opposto, in quanto rappresenta quel giorno della settimana in cui il lavoro viene lasciato a favore della preghiera.

Per sei giorni alla settimana l’uomo sovrasta la natura, la domina, la modifica, la stravolge. Nel settimo giorno l’uomo si rimette in linea con la natura. Abbandona la materialità per dedicarsi interamente alla spiritualità. Abbandona la routine per  dedicarsi all’unione con il Signore.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI12 Marzo 2020
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HaTikwa, di Nathan Greppi

Nell’era dei social molte persone danno troppa importanza all’apparenza, mettendosi in mostra anche quando non hanno niente di speciale da raccontare. Ma in passato, e in parte ancora oggi, sono esistite figure che, pur avendo avuto una vita veramente avventurosa, non ne hanno mai parlato, o l’hanno fatto solo in tarda età; tra questi vi è senza dubbio Jacques Bergier, un uomo veramente fuori dal comune la cui autobiografia non a caso si intitola Io non sono leggenda. Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1977, un anno prima della morte dell’autore, è uscito per la prima volta in Italia nell’ottobre 2019 grazie alle Edizioni Bietti. 

Bergier, nato in una famiglia ebraica di Odessa nel 1912 ed emigrato in Francia quando era ancora un bambino, sin dall’infanzia possedeva un’intelligenza superiore alla media, tanto che parlava correttamente almeno 10 lingue ed era abilissimo nel campo della fisica e della chimica. Tutte queste capacità gli permisero di diventare una figura di spicco nel campo dello spionaggio già negli anni ’30, quando si accorse in anticipo rispetto ad altri della pericolosità dei nazisti, e ancor di più durante l’occupazione tedesca della Francia, quando si unì alla Resistenza. E anche quando fu internato nei campi di concentramento, prima in quello tedesco di Neue Bremm e poi a Mauthausen, riuscì a organizzare attività clandestine creando anche dei contatti con le Forze Alleate.

Tra i suoi principali interessi vi erano l’alchimia e l’esoterismo, ragione per cui a renderlo davvero famoso fu, nel 1960, la pubblicazione del libro Il mattino dei maghi, scritto assieme al giornalista Louis Pauwels, che ha venduto milioni di copie in tutto il mondo ed è stato tradotto in 19 lingue. Bergier si cimentò in diversi esperimenti e discussioni che miravano a conciliare la fisica nucleare e le trasmutazioni alchemiche.

Un aspetto particolare di Bergier sta nel fatto che riusciva lucidamente a non dividere il mondo in buoni e cattivi, e ad avere una visione pragmatica delle cose: pur essendo un comunista, era conscio dei crimini di Stalin e non volle che la Francia entrasse nell’orbita sovietica, nel timore di una reazione americana; inoltre, pur odiando i nazisti fece notare come anche De Gaulle disprezzasse gli ebrei. Fece anche alcune previsioni futuristiche che ad oggi si sono avverate: in particolare, ha ipotizzato la nascita degli hacker informatici più di un decennio prima della nascita del web.

Io non sono leggenda è un libro che anche chi non conosce il lavoro di Bergier potrà apprezzare, poiché riesce a raccontare, anche con un pizzico di ironia, una vita incredibile dove realtà e mistero si mescolano prive di un confine definito.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI10 Marzo 2020
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HaTikwa, di David Zebuloni

Quando cominciamo a leggere la Meghillat Ester, tutto sembra andare per il verso storto. Mordechai è in conflitto con il perfido Aman, un conflitto che porta ad un decreto terribile che vede come protagonista tutto il popolo ebraico. Il popolo ebraico prega, digiuna, supplica Dio di non essere sterminato e, come nelle migliori favole Disney, troviamo un lieto fine. Il popolo ebraico viene salvato e Aman viene punito.

Purim rappresenta nell’ebraismo quella festività in cui tutto cambia. Nulla rimane statico, nulla è irreversibile, nulla è perduto. Ma non solo, c’è dell’altro. Purim ci insegna anche a riconoscere i punti di luce nell’apparente buio più assoluto. Per esempio, quando il Re Achashverosh sceglie Ester come sua moglie, il lettore crede che nulla potrebbe andare peggio. Pensiamoci: Ester, nipote di Mordechai, nelle mani del tiranno Achashverosh? Ci sembra terribile. Chi avrebbe mai pensato che proprio lei, la stessa Ester, avrebbe salvato il popolo ebraico dal decreto di morte?

Nella Meghilla come nelle nostre vite, tutto ha una ragione, tutto è volto al nostro benessere individuale e collettivo, anche se talvolta ciò non ci risulta comprensibile. Se riuscissimo a prendere un passo indietro o leggere a posteriori il libro della nostra vita, come leggiamo la Meghila di Ester a Purim, riusciremmo a riconoscere molti punti di luce che altrimenti ci risulterebbero invisibili o inesistenti.

L’Halacha, la legge ebraica, ci impone di leggere la Meghillat Ester per intero. “Chi legge solo un brano della Meghilla non esce d’obbligo”. E perché? Proprio per questo motivo. Se leggessimo solo un brano non riusciremmo a capire il piano divino che ha salvato gli ebrei dal decreto di morte. Se leggessimo solo un brano rischieremmo di concentrarci solo sul conflitto di Mordechai o del triste matrimonio di Ester. Per comprendere bisogna conoscere, ovvero leggere il testo per intero, dall’inizio alla fine. In poche parole, la Meghillat Ester ci insegna che tutto ha un lieto fine. Basta solo aspettare e non perdere la fede.

Inevitabile è il collegamento con ciò che ci affligge in questi giorni. Il coronavirus ci sta sottoponendo ad un periodo di grande difficoltà, come individui e come comunità. Il panico è generale e così anche il dolore. Con la speranza che un giorno tutto ciò possa risultarci più chiaro, con l’auspicio che un giorno non troppo lontano ci venga concessa la possibilità di riconoscere il volere e la bontà divina, auguro ai nostri lettori Purim Sameach, un felice Purim, di tutto cuore.

 



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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