Mondo ebraico

Consiglio UGEIConsiglio UGEI20 Febbraio 2020
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HaTikwa, di Redazione

La Parasha di questa settimana, Parashat Mishpatim, ci insegna un valore di straordinaria importanza. Il valore dell’empatia. Cerchiamo di capire perché.

Parashat Mishpatim tratta un aspetto estremamente tecnico e burocratico dell’abraismo, quello delle regolamentazioni e delle norme di comportamento. Argomenti estremamente pratici, apparentemente privi di alcun risvolto emotivo. Poi, d’un tratto, la Parasha cita le quattro categorie di persone che Dio preferisce, quelle che il Signore sente più vicine a sé: il povero, il convertito, la vedova e l’orfano.

Nell’era delle scorciatoie e dei favoritismi nei confronti dei più forti, dei più agiati, dei più potenti, ecco che viene la Torah e ci spiega quali sono davvero le persone che meritano davvero uno spazio speciale nei nostri cuori. Le più deboli, le più sole, le più spaesate. E se Dio riserva particolari attenzioni nei confronti di queste persone, perché noi non dovremmo fare lo stesso? Ecco la prima lezione di empatia. Ma presto ne arriva una seconda.

Il Sefer Hachinuch spiega che tutti noi facciamo parte di queste quattro categorie, pur non essendone a conoscenza. Tutti noi talvolta ci sentiamo un po’ soli, un po’ stranieri, un po’ diversi, un po’ deboli. Ognuno di noi racchiude in sé quelle straordinarie fragilità che ci rendono umani e di conseguenza tanto vicini a Dio. Se ognuno di noi riuscisse a vedere nel prossimo o in sé stesso queste qualità, ecco che riusciremmo tutti ad essere molto più comprensivi, molto più disponibili, in una parola: molto più empatici. E una vita svolta all’insegna dell’empatia, è una vita più armoniosa, una vita migliore.

Impariamo dunque la lezione più importante: anche lì dove tutto ci sembra freddo e distaccato, anche se la realtà che ci circonda tutto pare essere estremamente tecnico, come nella Parasha di Mishpatim, ecco che con un po’ di sfrozo potremmo presto trovare un risvolto umano e colmo di emozioni, quelle emozioni che tanto mancano nella nostra quotidianità.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI18 Febbraio 2020
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HaTikwa, di David Fiorentini

È stato nel contesto del grande evento internazionale a Roma, il JIR, che l’UGEI è entrata in contatto con il Lussemburgo. Una realtà piccola, caratterizzata dal pendolarismo dei giovani verso le grandi città come Parigi e Bruxelles, che però ha grande consapevolezza della necessità di mantenere viva la vita ebraica nazionale. Per questo, il Presidente Nathan Moyse ha colto l’occasione del Jewish International R(h)ome per invitarci al prossimo weekend targato UJGIL, lo Shabbaton Internazionale del Lussemburgo.

Tenutosi lo scorso fine settimana, dal 14 al 16 Febbraio, grazie al costante rapporto tra il Consiglio UGEI e il Board UJGIL, è stato possibile organizzare una grande delegazione da ben 18 italiani provenienti da varie comunità del Paese. Non solo Milano e Roma; hanno preso parte ragazzi da Siena, da Savona e persino studenti israeliani residenti in Italia. Questo enorme sforzo logistico ha reso l’Italia la nazione straniera più rappresentata all’evento, un vero successo.

Partiti all’alba di venerdì, abbiamo raggiunto il Granducato in mattinata così da permetterci di cominciare a sbirciare le stupende vie del centro storico prima della cena di Shabbat, per la quale, la Comunità Ebraica di Lussemburgo ci ha ospitato presso la moderna Sinagoga Centrale. Il giorno successivo si è aperto con la suggestiva lettura dei Dieci Comandamenti in tipico minhag locale per poi dopo pranzo riunirci per un workshop sull’antisemitismo. L’attività, diretta da Dalia Grinfeld, era un’anteprima del corso che la Anti Defamation League offre a giovani studenti ebrei affinché questi abbiano gli strumenti per combattere l’antisemitismo, l’antisionismo e la discriminazione di Israele. Dopodichè, nel pomeriggio i padroni di casa ci hanno guidato per la tortuosa capitale del Granducato. I monumenti più recenti sono fortemente legati alle vicende dei due conflitti mondiali, in cui in Lussemburgo si è trovato entrambe le volte in balia dell’espansionismo tedesco. L’antica sinagoga, ispirata a quella di Firenze e situata in pieno centro storico, infatti fu distrutta nel 1943 ed è commemorata da un’imponente targa posta sull’edificio che oggi occupa quel suolo.

Finito il tour, la sera ci siamo immersi nella parte bassa della città: il Grund, quartiere famoso per la vita notturna, in cui l’UJGIL ha organizzato una memorabile festa per l’ottantina di partecipanti che sono giunti da tutta Europa.

Il weekend è stato anche un’ottima occasione di networking con altre organizzazioni ebraiche, come il JoH, l’unione dei giovani ebrei d’Austria e l’EUJS, l’unione degli studenti ebrei d’Europa. Per motzae shabbat si è tenuta una riunione tra i rappresentati del consiglio UGEI, il sottoscritto e il Tesoriere Daphne Zelnick, e dell’EUJS, il consigliere Alessia Gabbianelli e il Union Outreach Officer Samy Schrott. Abbiamo parlato dell’importanza di questi viaggi internazionali e di come possono migliorare la vita ebraica europea. Creando le connessioni giuste tra le varie union nazionali, si può ampliare l’offerta ai giovani ebrei sia in termini di quantità di eventi, ma anche di qualità, varietà e soprattutto ad un prezzo accessibile. Momenti aggregativi, come il prossimo evento UGEI di Lag Baomer oppure il Campeggio Invernale, hanno il potenziale di collegare un’enormità di giovani, che, anche se provenienti da diversi Paesi, con diversi background e minhagim, sono tutti accomunati dallo stesso ideale, che parafrasando il motto del Lussemburgo “Mir wölle bleiwe wat mir sin”, è  “rimanere ciò che siamo”, ovvero mantenere le proprie tradizioni e rimanere figli di Israele.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI13 Febbraio 2020
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HaTikwa, di Redazione

Nella Parasha di questa settimana vediamo Itro che lascia la sua casa e le sue tradizioni per abbracciare il popolo di Israele e la fede ebraica. Rashi spiega che Itro viene a sapere dell’apertura del Mar Rosso e decide di incontrare il popolo fuggito dall’Egitto, protagonista del grande miracolo.

Itro non si limita ad ascoltare le vicende del popolo ebraico, Itro decide di fare un passo ulteriore, di alzarsi e agire. Questo è ciò che rende Itro tanto centrale nel Libro di Shemot, tanto unico e speciale nella trama biblica. Tanti hanno sentito delle vicende del popolo ebraico nel deserto, ma solo uno ha deciso di unirsi a loro. E quell’uomo era Itro.

Questo è ciò che impariamo dalla lettura della Parasha questa settimana, impariamo che talvolta non dobbiamo limitarci ad ascoltare, talvolta dobbiamo alzarci e agire. In nome di ciò che crediamo, in difesa delle persone che amiamo.

E’ importante ricordare che prima di unirsi al popolo ebraico, Itro era un idolatra, che non aveva nulla a che fare con l’ebraismo e la sua visione monoteista. E nonostante ciò, nonostante l’età avanzata, Itro non si è fermato, non ha rinunciato ad abbracciare una nuova cultura, non ha esitato ad ammettere che fino a quel giorno si era sbagliato. Itro viene ricordato come un eroe nella Bibbia per la sua capacità di guardare oltre i confini dell’abitudine e della routine.

Così anche noi dobbiamo imparare da questo personaggio straordinario il coraggio di ammettere a noi stessi che la via semplice e sicura, non necessariamente è quella giusta. Il coraggio di prendere in mano la nostra vita e darle una sfumatura diversa. Di non accontentarci di ciò che troviamo sulla superficie, ma di andare a fondo delle cose. Di conoscerle nel profondo. E abbracciarle.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI8 Febbraio 2020
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HaTikwa, di Manuel Moscato

Il 15 del mese di Shevat, secondo il calendario ebraico, è il Capodanno degli alberi, un giorno conosciuto anche come Tu Bishvat. Questa festività simboleggia il passaggio da un anno a quello successivo, riguardanti le leggi delle Maserot (le decime del prodotto), della Orlà (i frutti dell’albero che per i primi tre anni non si possono consumare) e di Sheviit (le regole riguardanti l’anno Sabatico: Shemità). Ad esempio, la norma dell’Orla che troviamo nella Torah, nella parashà di Kedoshim, ci spiega che per i primi 3 anni dal giorno in cui è stato piantato l’albero non se ne potevano mangiare i frutti. Il quarto anno venivano consacrati al Signore e si potevano mangiare solo a Gerusalemme, mentre il quinto anno era permesso consumare i frutti dell’albero normalmente. Ci poniamo la seguente domanda: perché i nostri Maestri z”l hanno stabilito questo Capodanno degli alberi proprio il 15 di Shevat, ovvero in un periodo di freddo e gelo? La stessa domanda se la pongono i Chachamim z”l nella Ghemarà (Trattato di Rosh Hashaná), rispondendo che, dal momento che molte Halachot si basano su ciò che avviene in Israele, e siccome gran parte della stagione delle piogge in Israele finisce intorno al 15 di Shevat, questa data è considerata il nuovo anno per gli alberi. In questo periodo, grazie alle piogge invernali, il terreno è impregnato d’acqua, e fa sì che la linfa inizi a circolare negli alberi e la frutta possa iniziare a maturare.

La sera del 15 di Shevat (Tu Bishvat), è uso fare un Seder mangiando la frutta della Terra d’Israele e bevendo il vino. Ci può essere una similitudine con il Seder di Pesach? La risposta è sì. Il punto d’incontro tra il Seder di Tu Bishvat e il Seder di Pesach è quello di bere 4 bicchieri di vino: il primo tutto di vino bianco; il secondo di vino bianco misto a un po’ di vino rosso; il terzo metà vino bianco e metà vino rosso; e il quarto tutto di vino rosso. I 4 bicchieri di vino che si bevono la sera del Seder di Pesach stanno a significare, come dice la Ghemará nel trattato di Pesachim, le 4 esclamazioni che ha detto Hakadosh Baruch Hu per salvare il popolo ebraico dalla schiavitù d’Egitto, per poi arrivare alla vera Gheulà: “Vi farò uscire, vi salverò, vi libererò e vi prenderò come mio popolo”. Mentre i 4 bicchieri di vino che si bevono la sera del Seder di Tu Bishvat rappresentano la liberazione della natura, in particolare quella di Erez Israel, dal rigore invernale che tende a congelare e a impedire “l’uscita” dei germogli e dei frutti. Anche nella terra d’Israele ogni anno la natura si trasforma dal bianco a rosso arrivando fino a Tu Bishvat, quando si scorgono i fiori che cominciano a sbocciare. Durante tutto il Seder si mangiano tanti tipi di frutta, e c’è l’usanza di soffermarsi su ogni frutto e studiare delle Mishnaiot ad esso collegate.

Nella Torah è scritto che un uomo è paragonato ad un albergo del campo; e le mitzvot che facciamo tutti i giorni sono paragonabili ai frutti dell’albero. Se ne deduce che, come un uomo non sa stare senza le mitzvot per servire e amare Hakadosh Baruch Hu, l’albero senza i suoi frutti non riesce a vivere. E quindi possa essere questo Tu Bishvat l’inizio della crescita dei frutti e la continuazione nello studio della Torah e delle mitzvot.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 Febbraio 2020
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HaTikwa, di Luca Spizzichino 

Nella serata di mercoledì, presso l’Istituto Tevere, è stato organizzato dall’Unione Giovani Ebrei d’Italia, insieme con lo stesso Istituto Tevere, l’associazione Religions For Peace Italia e Scholas Occurrentes, l’incontro “Dalla Memoria alla Società Interreligiosa”.

Presenti all’incontro, il direttore dell’Istituto Tevere, Mustafa Cenap Aydin, Sandro Di Castro, ex Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Responsabile della Sinagoga “Tempio dei Giovani” e neo Presidente della sezione romana del Bene Berith, Don Giuliano Savina, direttore dell’UNEDI, Luigi De Salvia, Presidente Religions for Peace Italia e in collegamento dall’Albania la Professoressa Milena Santerini, Coordinatrice Nazionale per la lotta contro l’antisemitismo.

Attraverso un breve videomessaggio la Coordinatrice Nazionale per la lotta contro l’antisemitismo ha spiegato come la Shoah “ci lascia non soltanto l’impegno affinché ciò che è successo non riaccada mai più, ma che noi da uomini e da donne, da fratelli e da sorelle dobbiamo essere uniti affinché questa Memoria significhi qualcosa di diverso”.

Il direttore dell’ANEDI ha sottolineato l’importanza del dialogo, attraverso un lungo processo partito dal Concilio Vaticano Secondo, che è arrivato alla nomina dell’attuale Papa, considerato da Don Giuliano Savina “non frutto del caso”. Ha spiegato inoltre come sia importantissimo il tema del dialogo per la Chiesa, perché proprio attraverso il dialogo “riconosce la gioia sua nell’essere nella Storia e nel mondo”.

L’intervento di Di Castro si è incentrato soprattutto sulla Memoria, ha raccontato un piccolo aneddoto, quello del suo incontro con Elie Wiesel, sopravvissuto alla Shoah, al quale domando quale fosse il modo migliore per ricordare quanto accaduto nel “Buco Nero della civiltà europea”, ovvero la Shoah, definita in questo modo dal dottor Di Castro. Secondo Wiesel, spiega Sandro Di Castro, il modo migliore è quello di ricordare la Shoah come noi ogni anno ricordiamo l’uscita dall’Egitto durante le prime due sere di Pesach, la Pasqua Ebraica. In questo modo spiega, “il ricordo genera una riflessione e un’innovazione del pensiero, e attraverso la memoria del passato, ci porta a generare dei pensieri che devono essere attualizzati alla realtà”.

Dopo una serie di altri piccoli interventi tra cui quella del Direttore dell’Istituto Tevere, del Consigliere UGEI Bruno Sabatello, e di altre persone del pubblico, l’incontro si è concluso con un piccolo rinfresco.