Hatikwà

Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 novembre 2018
interreligioso-520x245.jpg

3min76

Come valorizzare le diverse identità religiose anche nello spazio pubblico, superando tecnicismi e burocrazie?  Come tutelare e valorizzare i diversi significati condivisi  nell’ambito di una convivenza multiculturale e multireligiosa? Come trarre profitto dal confronto interreligioso?

Queste sono solo alcune delle coordinate di riflessione che guideranno il progetto “TandEM” presentato oggi a Milano presso la sede della CO.RE.IS. con il partenariato dell’OIM – Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e l’EUA – European Universities Association e in collaborazione con F.U.C.I. (Federazione Universitaria Cattolica Italiana), la CO.RE.IS. Giovani (Comunità Religiosa Islamica), a cui ha aderito il consiglio UGEI.

TandEM si prefigge lo scopo di contribuire alla costruzione di società coese e promuovere il coinvolgimento dei giovani di nazionalità terze (TCN) e dei loro pari nel Sud-Europa, dando forma a realtà inclusive in Croazia, Cipro, Grecia, Italia, Malta  e Spagna. L’obiettivo sarà perseguito potenziando il ruolo dei giovani come soggetti attivi e narranti in grado di sottolineare le molteplici forme di identificazione, indipendentemente dalla provenienza. I ragazzi, coordinatori del progetto, prenderanno parte a giornate laboratoriali volte a promuovere le relazioni interreligiose, attraverso convegni ospitati da atenei e istituzioni educative  presenti nelle diverse nazioni destinatarie. I seminari coinvolgeranno docenti e studenti di diverse fedi e rappresentanti religiosi dell’ebraismo, cristianesimo e islam. L’impostazione dei contenuti sarà vigile e attenta a una dinamica di dialogo con la laicità senza soffermarsi su problematiche teologiche o politiche. Tra i temi che verranno declinati dalle tre religioni abramitiche vi sono: storia, conflitti e scambi culturali tra i popoli dell’Europa e del Mediterraneo; diritto, con focus su libertà religiosa e diritti umani; sociologia, rapporto tra sicurezza, migrazione, pluralismo religioso e modernità; scienze politiche, relazioni tra Oriente e Occidente, confronto tra Stati laici e Stati confessionali; economia, formazione professionale, start-up,  commercio estero; medicina, salute, malattia, vita e morte.

In fine, il progetto contribuirà a favorire l’accesso e migliorare l’integrazione degli studenti di nazionalità terze nelle strutture d’istruzione superiore,  conducendo uno studio comparativo e transnazionale finalizzato a evidenziare i bisogni degli studenti di nazioni extraeuropee in merito agli studi.

Ruben Spizzichino, vicepresidente Ugei e responsabile per il dialogo interreligioso, ha dichiarato: “Alla luce del momento storico in cui ci troviamo, urge il bisogno di abbattere le barriere e edificare ponti, vero antidoto al pregiudizio che, ora più di prima, si alimenta dall’ignoranza dilagante. Non è un caso che questo incontro cada a pochi giorni di distanza dall’anniversario della morte di due grandi pionieri del dialogo interreligioso,  rav Giuseppe Laras z’’l (15.11.2017) e del fondatore della CO.RE.IS. Shaykh Abd-al-Wahid Pallavicini (12.11.2017). In quanto giovani non possiamo che raccogliere la preziosa eredità e continuare il percorso avviato”.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 novembre 2018
Jair-Bolsonaro-640x400.jpg

5min165

Pochi giorni dopo la sua vittoria alle elezioni generali del Brasile, il neopresidente Jair Bolsonaro ha confermato la volontà di visitare al più presto Israele con l’intenzione di spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Bolsonaro negli ultimi mesi è stato descritto in chiave molto negativa su tutti i principali media del mondo, persino su testate storicamente allineate con la destra liberale o conservatrice. Tramite le sue dichiarazioni in campagna elettorale si è presentato come un misogino, un omofobo, un antiambientalista, un reazionario, un difensore della tortura e della pena di morte, un nostalgico delle passate dittature del Brasile. In più occasioni ha minacciato minoranze e oppositori politici, eleggendo come proprio il motto “Deus, pàtria, famìlia” – uno slogan già tanto amato dai fascisti italiani -.

Tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo l’oceano come quello che ci separa dal lontano Brasile, e niente esclude che Bolsonaro possa rivelarsi migliore di come è apparso. Anche se come insegna l’intera tradizione ed etica ebraica, non si può negare il potere e la responsabilità che detiene ogni singola parola. Un monito da tenere ancora più presente ai giorni nostri, dove sovente le parole di un politico, mal interpretate o meno, finiscono per fomentare l’odio di persone che non si pongono nessun problema nel passare direttamente all’azione. L’amicizia dunque, espressa da Bolsonaro nei confronti di Israele, e a quanto pare il sentimento reciproco del governo Netanyahu, si potrebbero archiviare come mera realpolitik. Del resto, come molti negli ultimi giorni hanno ricordato, anche i democratici e liberali stati d’Europa intrattengono spesso ottimi rapporti con dittatori o presidenti che reggono regimi a partito unico o dove vengono calpestati costantemente diritti civili e umani. La Cina, la Russia di Vladimir Putin, la Tunisia di Ben Alì, gli stati del Golfo, o come dimenticare quando Churchill e Roosevelt scelsero di allearsi con l’Unione Sovietica di Iosif Stalin per combattere la Germania nazista? Il rischio però nel caso attuale è che Israele finisca per ritrovarsi un giorno più isolata con una propria cerchia di amicizie composta soltanto da governi che condividono retoriche e politiche di estrema destra. Dove mentre all’esterno si tende la mano a Israele, internamente si alimenta – o comunque non si frena – un clima di intolleranza rivolto a chiunque sia “diverso”, colpendo non di rado gli ebrei locali. Specie quando entra in gioco, con questi governi populisti, un’esaltazione dell’ignoranza e viene operata una revisione della memoria storica che non fa mai sconti per nessuno, o quando vengono attaccati unilateralmente i mass media o mitologiche “élites della finanza mondialista” che nel pensiero dell’uomo comune sono spesso sinonimo di ebrei.

La relazione di Israele con governanti dalle idee autoritarie potrebbe essere ancora interpretata come una scelta dovuta non tanto a degli interessi in gioco quanto a dei valori condivisi, dando occasione a chi contesta Israele “senza se e senza ma” per rappresentarlo come uno stato proiettato verso il fascismo. Incrementando contemporaneamente lo stesso antisemitismo, che ritorna a galla ogni qual volta Israele raggiunge le cronache internazionali. Bolsonaro e i suoi sostenitori si sono più volte fatti ritrarre avvolti dalle bandiere d’Israele, e lo stesso presidente in alcune sue dirette video aveva ben visibile dietro di sé una menorah. Certo, sarebbe stato improbabile che un Churchill si facesse fotografare con in mano una bandiera con la falce e martello per esprimere il suo sostegno verso l’Armata Rossa.

Oltre a questi pericoli, l’amore e la vicinanza nei confronti di Israele che ognuno di noi può a diversi livelli sentire non può farci trascurare o peggio rimpiazzare i valori di democrazia e libertà secondo i quali i primi halutzim e i padri fondatori si ispirarono per la creazione della stessa Medinah. O coloro, anche ebrei, che nell’ultimo secolo hanno combattuto o sono morti per i diritti civili e l’eguaglianza di ognuno, o per liberare l’Europa dal nazifascismo. Sarebbe un tradimento verso la memoria e la storia ebraica, esaudendo la brama di chi sogna un popolo ebraico esiliato dal mondo e dalle problematiche di ogni luogo.

Francesco Moisès Bassano


Consiglio UGEIConsiglio UGEI6 novembre 2018
Passover.jpg

20min907

Durante il recente Congresso Ugei che si è svolto a Roma, nel corso della discussione, è emerso il tema della possibilità e/o l’opportunità di condividere il Seder di Pesach anche con persone non ebree. Per approfondire questo interessante argomento ci siamo rivolti a rav Haim Fabrizio Cipriani [HT redazione].

Mi è stato chiesto di esporre un’opinione sulla possibilità di invitare persone non ebree al Seder di Pesach.

In effetti è opinione di alcuni che questo sia proibito, e in molti ambienti ebraici, sia comunitari sia familiari, questo viene evitato, talvolta con conseguenze non banali a livello di relazioni. Si tratta di un soggetto molto delicato. L’atteggiamento di chi vorrebbe un’esclusione degli ospiti non ebrei è comprensibile in un’epoca come la nostra in cui la diluizione culturale dell’ebraismo porta a una progressiva perdita, quantitativa e qualitativa, del potenziale ebraico. Il punto è capire se questo tipo di atteggiamento è fondato dal punto di vista della tradizione ebraica, e se in qualche modo esso può essere efficace o  benefico in qualche modo.

Per tentare una risposta a questi quesiti, analizzeremo rapidamente alcuni fra i principali aspetti del problema.

L’aspetto problematico più frequentemente citato è una proibizione tecnica relativa alle leggi dei giorni di festa. La Torà permette esplicitamente di cucinare durante tali giorni: “Nessuna opera dovrà essere compiuta in essi, ma ciò che ogni essere mangia, solo quello potrà essere preparato per voi” [Es. 12:16]. Questo “per voi” che chiude il passo esclude la possibilità di preparare cibo per dei Gentili, ossia persone che non facciano parte della comunità d’Israele. La ragione è semplice e coerente. Mentre durante lo Shabbat è proibito sempre e comunque cucinare, giacché fa parte delle attività creative il cui spirito si oppone al carattere contemplativo della giornata, durante i giorni di festa solenne, di cui il giorno del Seder di Pesach fa parte, cucinare è permesso (anche se non lo è accendere un fuoco, ma questo non è rilevante ai fini del presente articolo). Si tratta di una facilitazione normativa notevole, il cui fine è quello di permettere di consumare, in un giorno festivo, cibi appena cucinati e quindi più appetitosi. Il problema è però che, qualora si cucinasse durante il giorno di festa, non sarebbe permesso farlo per dei non ebrei. Ma questo significa solo che è proibito cucinare del cibo espressamente preparato per loro, mentre queste persone possono tranquillamente consumare gli alimenti preparati per gli altri commensali ebrei.

Per questo il Talmud [TB Betsà 21a] raccomanda di specificare a eventuali Gentili che si trovino in una casa ebraica durante un giorno di festa, che non si potrà preparare nulla specificamente per loro. La cosa in sé potrebbe apparire strana, ma oggigiorno capita con relativa frequenza di cucinare una pietanza a parte per persone che magari soffrono di allergie o intolleranze, oppure hanno esigenze dietetiche particolari per ragioni di salute o di scelta, come i vegetariani o i vegani. Diverse autorità medievali specificano peraltro che tale avvertimento non è obbligatorio né necessario per diverse ragioni, e che sarà sufficiente servire agli ospiti non ebrei le stesse cose che si serviranno agli altri. Queste pietanze peraltro saranno state comunque preparate prima della festa, come è d’uso fare [cf. Mosè Maimonide, 1135-1204, Mishnè Torà Hilchot Yom Tov 1:13; Asher ben Yehiel, 1250-1327, Rosh Moed Katan 2:12]. Inoltre la possibilità che un ebreo, generalmente molto occupato in un contesto festivo, si metta a preparare cibo appositamente per alcuni individui, è altamente improbabile (e lo confermo non solo da rabbino ma da cuoco di casa), il che spinge diversi halachisti a non considerare la cosa problematica, anche qualora la presenza di non ebrei porti l’ebreo che cucina ad aumentare le quantità del cibo preparato [Yisrael Meir Kagan, 1838–1933, Mishnah Berurah 512:6].

In maniera generale l’atteggiamento dei decisori è quindi piuttosto permissivo al proposito, specie nel caso di cibo preparato in contenitori comuni a tutti i commensali, e questo soprattutto in situazioni dove fare diversamente comporterebbe possibili astii, incomprensioni o sentimenti di ostilità [Mishnah Berurah 512:6]. Secondo alcuni, questo principio  si estende all’invitare persone non ebree proprio al fine di evitare tali situazioni conflittuali  [Biur Halachà 512:1]. A questo dobbiamo aggiungere che, come già detto, è uso comune cucinare prima dell’inizio del giorno di festa, anche perché quest’ultima inizia la sera, con una cena festiva che non è pensabile di preparare all’ultimo momento. Ciò vale anche il caso del Seder di Pessach, che si tiene la prima sera della festa. Cucinando prima del tramonto, la normativa permette quindi, volendo, anche di preparare cibi esclusivamente per gli invitati Gentili.

Constatiamo quindi che questo ostacolo tecnico, relativo alle leggi dei giorni festivi, è facilmente superabile. Su questa base per esempio, rav Shaul Israeli [Responsa baMareh haBazak vol. 3: 56] permise al rabbino capo di Trieste, che richiedeva una sua opinione, di aprire il tradizionale Seder comunitario ai membri delle famiglie degli ebrei iscritti alla comunità, che spesso erano Gentili.

Esistono poi degli aspetti specifici al Seder di Pessach che meritano di essere sviscerati. Il Seder di Pessach come osservato nell’ebraismo rabbinico a partire dalla distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 EV, è una cerimonia basata sul rito biblico che si articolava intorno al consumo dell’agnello pasquale, il cosiddetto Pessach, che dà il nome alla festa. A proposito dell’agnello, la Torà specifica: “… Nessuno straniero ne mangerà … E quando uno straniero soggiornerà presso di te, e farà Pessach per YHVH, che ogni maschio sia circonciso;  e si avvicinerà per farlo, e sarà come un cittadino del paese. Ma nessun incirconciso ne mangerà.” [Es. 12 : 43-48]

L’agnello pasquale era quindi il centro della celebrazione della nascita di Israele come popolo, nel momento in cui si preparava a uscire dall’Egitto. La carne sacrificale era vietata ai non ebrei, a meno che essi non si circoncidessero, ma anche agli ebrei che non fossero circoncisi, cosa che varrebbe ancora oggi qualora il Tempio fosse ricostruito. L’aspetto centrale qui è che la differenza non è di ordine etnico ma di identità culturale, storica e spirituale. Solo chi è circonciso ha la possibilità di condividere pienamente quello che è considerato un aspetto fondatore dell’ebraismo, ossia la facoltà di mettere in atto un processo di liberazione. Non a caso, la Torà indica che diversi Gentili vorranno unirsi a celebrare Pessach, e la possibilità per loro di farlo pienamente esisteva, attraverso quella che era percepita come una forma di proto-conversione (in realtà si trattava probabilmente della conversione in uso all’epoca biblica).

Da quando il Tempio non esiste più, gli ebrei celebrano una cerimonia, il Seder, basata su alcuni elementi dell’antica cerimonia biblica, in particolare il consumo di pane azzimo ed erbe amare, che in origine accompagnavano la carne dell’agnello, e che oggi vengono invece consumati in modo autonomo. Nessuna regola biblica si applica a questa cerimonia, e non vi sono basi normative per proibire la partecipazione di un Gentile. Vi è solo un particolare, quello dell’Afikoman, l’ultima porzione di pane azzimo, che conclude il pasto rituale, ed è considerata, come recita il testo della Haggadà, “ricordo del sacrificio di Pessach”. Siccome quest’ultimo elemento del pasto ha quindi un legame molto diretto con l’antico sacrificio, si è sviluppato l’uso di non condividere l’Afikoman con persone non ebree. Ma si tratta di un uso, e non di un divieto, anche perché, va sottolineato, si tratta solo di un ricordo del Pessach, o addirittura secondo alcuni un ricordo del pane azzimo che lo accompagnava [Rashbam Pessachim 119b s.v. Ein.], tutti aspetti che rendono questo uso possibile ma certamente non obbligatorio. Di contro, esistono numerosi aspetti i quali dovrebbero suggerire che la presenza di non ebrei a un Seder sia una cosa non solo tollerata, ma benvenuta e auspicata.

Intanto va considerato che un numero considerevole di ebrei ha genitori non ebrei (spesso uno, ma nei casi di persone convertite anche entrambi), e in quel caso la loro presenza fa parte dell’obbligo normativo di Kibbud Horim, il rispetto dovuto ai genitori. Numerose autorità rabbiniche hanno sottolineato l’importanza che questa mitsvà (responsabilità obbligatoria) sia onorata anche da chi ha genitori Gentili, pregando per la loro salute e recitando per loro le preghiere funebri [cf. Ovadia Yossef, 1920-2013, Yehavé Daat 6:60] ed evitando di causare loro imbarazzi di alcun genere [Moshe Feinstein, 1895-1986, Iggherot Moshè, Yoreh Deah 213:130].

Vi è poi una ragione pedagogica di ordine generale da tenere in conto. Se da un lato alcune fonti proibiscono di insegnare Torà a persone non ebree, vi sono non ebrei che contemplano la conversione all’ebraismo, per i quali è importante imparare, e a cui è assolutamente permesso insegnare Torà [Moshe Feinstein, Iggherot Moshè, Yoreh Deah 3:90]. Senza contare che si considera in linea di massima che quando nell’uditorio vi siano anche ebrei, questo non comporta problema [Moshe Feinstein, Iggherot Moshè, Yoreh Deah 2:132; Yechiel Yaakov Weinberg, 1884-1966, Seridei Esh Yoreh Deah 55].

Esiste inoltre un principio importante di riavvicinare le persone, per esempio ebrei che abbiano contratto matrimonio con non ebrei (la stragrande maggioranza oggigiorno), o che per diverse ragioni si siano allontanati dalla vita ebraica. In questi casi, riavvicinare le persone è una mitsvà molto importante [BenTsion Uziel, 1880-1953, Piské Uziel beSheelot haZeman, 65].

Senza contare poi il principio fondamentale di mipnè darkè shalom, ossia di costruire relazioni di pace coi nostri vicini non ebrei. Questo principio ha il peso di una legge talmudica ed è applicato in molte occasioni, fra cui quella evocata da alcuni di inviare cibo a persone non ebree in occasione delle feste in modo tale da condividerne la gioia con loro [Mishna Berurah 512:100], e in generale come mezzo per evitare situazioni di attrito ed imbarazzo [TB Ghittin 61a]. Il principio gemello di questo è mishum evà, ossia quello di evitare ragioni di incomprensione e astio, che è evocato anch’esso da alcune fonti proprio riguardo alla necessità di accogliere invitati non ebrei alle feste ebraiche [Yisrael Meir Kagan, 1838–1933, Mishnah Berurah 512:6].

In pratica quindi, come abbiamo constatato, non vi sono proibizioni reali rispetto alla partecipazione di non ebrei a un Seder di Pessach. Al massimo si potrebbe pensare, come alcuni fanno, di spiegare che sarà opportuno per loro non consumare l’Afikoman, ossia il pezzetto di pane azzimo che chiude la cerimonia, non come forma di esclusione ma come riconoscimento delle specificità identitarie e culturali di ognuno. Si tratta di una forma di rispetto che per gli ebrei, troppo spesso costretti a compiere scelte identitarie forzate, è importantissimo. Questo può essere spiegato facilmente e, lungi dall’essere fonte di astio, può al contrario essere riconosciuto come un gesto di attenzione. In fondo, condividere l’Afikoman sarebbe un po’ analogo a quando nelle scuole francesi si faceva cantare ai bambini francesi di origine magrebina “Nos ancêtres les gaulois” (“I Galli, nostri antenati”), privandoli della loro dignità culturale precipua.

Nessuna proibizione quindi, ma al contrario diversi argomenti in favore di una ampia condivisione.

**********

Il Seder di Pesach secondo Emanuele Luzzati

In conclusione di questa discussione però, offrirei una riflessione che è a mio avviso centrale. Se da un lato abbiamo mostrato la non sussistenza di reali impedimenti normativi in questo contesto, va sottolineato che le posizione teoriche dei decisionari di epoche passate corrispondono a situazioni sociali e culturali ben diverse da quelle attuali, e il processo normativo ebraico deve tener conto di tali cambiamenti. Non solo, ma vi è sempre stato uno scarto necessario fra la dimensione della Halachà (la legge ebraica) teorica e quella della sua applicazione pratica, come avviene in ogni sistema di pensiero. Per esempio, la fonte citata della Mishnah Berurah da un lato permette una certa elasticità, dall’altro sottolinea che, nel giorno di festa, sarebbe proibito cucinare anche per un ebreo non pienamente osservante [512:2]. Se si seguisse fino in fondo questo principio, che molto probabilmente rav Kagan (l’autore) non avrebbe seguito in pratica, coloro che evitano di invitare non ebrei, dovrebbero evitare analogamente di invitare ebrei che non siano pienamente osservanti, i quali oggi corrispondono a circa il 95% dell’ebraismo mondiale. Una posizione difficilmente difendibile, che ricorda quella, ironica ma non poi così tanto, dell’individuo che indossi i Tefillin (filatteri per la preghiera) e, vedendo una persona in pericolo di annegare, non si getti in acqua perché la Halachà proibisce di bagnare i Tefillin. Ogni principio legale e normativo deve essere posto e compreso in un contesto specifico, mentre il contesto attuale merita chiaramente riflessioni e comportamenti a esso adeguati.

Il rabbino tedesco Yaakov Emden (1697-1776), nel suo commento alla Haggadah di Pessach, sottolinea come uno dei primi passi recitati dica: “Chiunque è affamato, venga e mangi. Chiunque abbia bisogno, venga e faccia Pessach”, per ricordare come proprio questa festa, ricordo fra l’altro delle origini del popolo ebraico bistrattato e perseguitato in Egitto, debba fra l’altro insegnare l’apertura e la condivisione. E non a caso uno dei primi rituali del Seder, lo Yachats, consiste nello spezzare il pane azzimo, simbolo di condivisione e vicinanza.

In pratica, le tavole di molti ebrei e di molti autorevoli rabbini sono sempre state condivise con non ebrei, a Pessach e oltre. Rav Shlomo Zalman Auerbach (1910-1995) sottolinea che tale era l’uso in passato, specie nel caso di ospiti di rilievo [Shulchan Shlomo Yom Tov I, p. 207 nota 8]. Sappiamo che così faceva anche rav Avraham Yitzhak Kook (1865-1935), primo rabbino capo ashkenazita della terra d’Israele sotto mandato britannico [Moadè haReayah p. 420], e più recentemente questo era l’uso regolare di rav Elio Toaff, rabbino capo di Roma fino a pochi anni fa. Nello stesso modo operava il mio maestro, rav Giuseppe Laras, e questi erano i criteri usati quando chi scrive interveniva in qualità di shaliach, inviato dall’Ufficio Rabbinico di Milano, per la supervisione e la conduzione di Sedarim comunitari presso diverse comunità italiane.

Come detto nell’introduzione al presente articolo, la volontà di alcuni di voler limitare le interazioni con il mondo non ebraico è comprensibile, specie in un momento storico dove l’assimilazione degli ebrei conosce livelli elevatissimi. Si tratta senza dubbio di un fenomeno allarmante e molto grave per il futuro dell’ebraismo. Ma non ritengo che la chiusura costituisca la migliore arma per combattere una tendenza culturale probabilmente inarrestabile per svariate ragioni. Come il grande commentatore Rashi (1040-1105) fa notare, l’eccesso di fortificazioni è spesso segno di debolezza, mentre la loro assenza è segno di forza [Rashi su Num. 13:18 s.v. heHazaq]. L’unica possibilità dell’ebraismo è quella di rinunciare alla tentazione del ripiego su di sé, costruendo invece la sua forza sulla conoscenza e sulla serena consapevolezza di un patrimonio che deve essere insegnato, studiato, condiviso senza timore.

In particolare, in questa situazione in cui molti ebrei si allontanano dalla vita ebraica, e in cui molti non ebrei anelano a condividere con il mondo ebraico diverse occasioni di crescita spirituale, è più che mai necessario basarsi sulle aperture normative presenti nelle fonti che abbiamo visto, applicandole con una visione lucida del contesto attuale. Perché, come rav Joseph Soloveitchik (1903-1993) faceva notare, il Seder, prima di essere una cena rituale, è un momento di approfondimento e di studio articolato intorno a una cena.

Non a caso lo studio, l’insegnamento e la trasmissione sono gli elementi fondamentali dell’ebraismo, perché sono gli unici che possano davvero combattere l’ignoranza, madre di ogni pregiudizio. E muoversi dall’ignoranza verso la consapevolezza è l’unico modo affinché l’umanità possa elevarsi e costruirsi, come detto: “Non nuoceranno, né distruggeranno in tutto il monte della mia distinzione. Perché la terra sarà piena della conoscenza di YHVH come le acque coprono il mare.” [Is. 11:9]

Rav Haim Fabrizio Cipriani, rabbino presso le comunità Etz Haim (Genova) ULIF (Marsiglia), Kehilat Kedem (Montpellier).

www.etzhaim.eu
http://haim.cipriani.free.fr
https://www.facebook.com/RavHaimCipriani


Consiglio UGEIConsiglio UGEI1 novembre 2018
get.jpg

4min249

Anno ebraico 5779, un nuovo anno che inizia carico di cambiamenti, soprattutto per quanto riguarda i giovani della Comunità di Torino.

I ragazzi crescono e alcuni partono per intraprendere nuove avventure, quelli che rimangono sono pronti ad assumersi nuove responsabilità. Andiamo con ordine, infatti quest’anno ci sono novità per entrambi i gruppi giovanili presenti a Torino: l’Hashomer Hatzair, movimento giovanile mondiale, che coinvolge i giovanissimi under 18, ed il GET, che interessa i giovani dai 18 ai 35 anni. Per quanto riguarda l’Hashomer, come ogni anno i più grandi hanno concluso il loro percorso e hanno lasciato il movimento dando spazio ai nuovi madrichim (guide, educatori). Quest’anno infatti, insieme ai ragazzi della classe 2001, hanno assunto il ruolo di educatori anche i ragazzi del 2002, che si sono integrati senza problemi nella Bogrut (gruppo di adulti), ora formata da dieci membri (la più numerosa degli ultimi trent’anni). Ogni settimana continuano a creare e sviluppare attività innovative che coinvolgono circa trenta bambini della scuola ebraica e non solo. Alla Bogrut si è inoltre aggiunta Beatrice (tornata da otto mesi di Shnat Hachshara, anno di formazione, in Israele con il movimento mondiale), pronta, grazie a questa esperienza, a continuare il percorso educativo dei madrichim stessi.

Oltre all’Hashomer Hatzair è presente a Torino, come abbiamo scritto, un’altra organizzazione giovanile, il GET (gruppo di Giovani Ebrei Torinesi), che interessa la fascia di ragazzi tra i 18 ed i 35 anni. Anche il GET è stato interessato da alcuni cambiamenti. Gli storici coordinatori di questo gruppo, Simone Santoro e Filippo Tedeschi, hanno infatti avuto l’occasione di continuare la propria esperienza di studio fuori Torino. Prima di partire, però, Simone ha creato un gruppo di ragazzi che potesse continuare a occuparsi del GET. Il nuovo consiglio è adesso composto da Daniele Saroglia, in qualità di coordinatore, affiancato da Giorgio Berruto, Simone Israel, Alessandro Lovisolo, Rachele Tedeschi, Noemi Anau Montel, Chiara Levi e Beatrice Hirsch. Una volta assunto il nuovo ruolo, agli inizi di ottobre, il consiglio si è messo subito all’opera e ha ideato nuove attività con l’intento primario di avvicinare i giovani, sempre più distanti dall’ebraismo italiano e torinese, e creare un gruppo eterogeneo e compatto, che possa in futuro portare positivi cambiamenti all’interno della comunità. In programma ci sono cene di Shabbath, serate di cineforum, feste, aperitivi, incontri e discussioni su argomenti di attualità e temi ebraici, un’alternanza di momenti seri e divertenti che si spera coinvolgeranno il maggior numero di ragazzi possibile.

Con il GET collabora anche un numeroso gruppo di studenti israeliani che vivono a Torino e che partecipano alle attività portando un contributo essenziale alla vitalità e creatività dell’organizzazione. Si è creato un gruppo di ragazzi entusiasti e intraprendenti, carichi di iniziative e voglia di fare. Speriamo di riuscire a lanciare un messaggio forte e coeso, di essere ascoltati, presi in considerazione e dare il nostro contributo. Crediamo che sia fondamentale che la comunità dia la giusta importanza alla presenza giovanile al proprio interno, senza darla per scontata, con disponibilità a collaborare. Solo in questo modo la comunità ebraica di Torino può conservare la speranza di avere un futuro.

Noi ce la stiamo mettendo tutta.

Chiara Levi e Beatrice Hirsch


Consiglio UGEIConsiglio UGEI29 ottobre 2018
rashi.jpg

4min336

Durante il congresso Ugei che si è svolto a Roma dal 19 al 21 ottobre scorso, raccontato su HaTikwà da Susanna Winkler, sono intervenuto durante una sessione in plenaria molto coinvolgente. Ho iniziato il mio breve discorso citando il commento di Rashi a Bemidbar/Numeri 13:18. Almeno due persone mi hanno immediatamente interrotto, dimostrando innanzitutto incapacità a fare proprie le più elementari regole di confronto, che prevedono di lasciare parlare anche chi la pensa diversamente senza mettersi a ululare, e se si ha qualcosa di significativo da dire chiedere poi la parola per rispondere con garbo. Tengo a sottolineare che questa modalità di imporre il proprio punto di vista senza consentire agli altri di esprimersi è stata impiegata in più occasioni durante la discussione, non certo solo nei miei confronti, come ha notato ieri Marta Spizzichino su queste colonne. Il succo dell’intervento sguaiato di costoro, al netto del tono volgare e aggressivo era: quello che dici, cioè quello che riporti di Rashi, non è vero. E tra le righe ma evidente: chi sei tu da permetterti di citare il più importante dei commentatori? Mancandomi purtroppo conoscenze adeguate per rispondere su due piedi e non potendo fare una ricerca online – era Shabbat – ho lasciato cadere l’argomento senza rispondere. Potevo essermi sbagliato, ricordando male o fraintendendo un passo che sapevo di aver letto. Il sospetto che la citazione fosse corretta e che a sbagliare non solo nei modi, ma anche nel merito, fosse quel paio di presunti paladini del sacro fuoco della vera fede – la loro naturalmente – mi è rimasto, anche perché più volte mi è già capitato di vedere che proprio quelli che si considerano latori di uniche ed eterne verità sono di solito anche i più ignoranti e incivili. E, neanche a dirlo, è stato così anche questa volta.

Terminato il congresso e tornato nella mia Torino, sono andato a controllare il passo, consultandomi anche con un rabbino e un amico di indubbia competenza. Ecco qui quello che grazie a loro ho trovato. Rashi commenta il versetto che l’edizione della Torà a cura di rav Dario Disegni rende con: “Osservate il paese com’è e il popolo che vi risiede, se è forte o debole, se è poco o molto numeroso”. Sono parole rivolte nel deserto da Mosè agli esploratori che hanno il compito di andare nella terra di Canaan e poi tornare a riferire. La loro missione sarà un fallimento e segnerà l’inizio della peregrinazione per quarant’anni nel deserto. Così Rashi, citando un midrash (Mid. Tanchumà 6) commenta l’espressione “se è forte o debole”: “Ha dato loro un segno. Se vivono in città aperte (non fortificate) [è segno che] sono forti, perché confidano sulla propria forza. Se invece vivono in città fortificate, [è segno che] sono deboli”.

Giorgio Berruto



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


Contattaci