Hatikwà

Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 Febbraio 2019
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HaTikwà (D.) – Non dovremmo sentirci in colpa? Io mi sento in colpa e mi vergogno, e voi? Lo scrivo, lo dico sottovoce, ma non riesco a gridarlo quanto dovrei. L’indifferenza, che da sempre si diffonde come un’infezione virale, ha colpito anche me: sono stato contagiato. Ho sempre creduto che noi fossimo vaccinati contro l’indifferenza, perché l’abbiamo provata sulla nostra pelle. Bene, nel mio caso non è così. “L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. L’indifferenza è il peso morto della storia”diceva Gramsci. Chiamatemi abulico, parassita, vigliacco e peso morto, perché lo sono, ma vorrei non esserlo. Scrivere questo articolo, forse, mi farà fare un passo in avanti, ma non ne sono sicuro. Inizio spiegando il motivo per cui mi ci sento.

Mi ci sento perché non sto facendo nulla per evitare ciò che vedo. Mi ci sento perché troppe persone stanno morendo in mezzo al mare alla ricerca di una speranza; perché i cristiani stanno cadendo come birilli in Africa travolti dalla palla da bowling targata Boko Haram; perché c’è un razzismo, nemmeno più tanto latente, che sta tornando in voga nel mio Paese; perché nelle curve degli stadi ancora ci sono svastiche e cantano slogan antisemiti; mi ci sento perché nel mio Paese c’è chi cita i Savi di Sion e ancora siede al Senato; mi ci sento perché non faccio niente. Ma io che posso fare? Dentro di me dico molte cose, ma in realtà non ne faccio nemmeno una. Forse sono un debole, forse non ho gli attributi che servirebbero per trascinare persone davanti al Parlamento, all’Ambasciata, alla Figc o al Senato, ma seguirei chiunque in uno di questi posti.

Faccio parte di una generazione, fino ad oggi, priva di leader carismatici. Gli ultimi, veri, sono ormai considerati parte della vecchia guardia. Perché non ci insegnate come si fa? Perché invece di prenderci per mano e portarci verso un futuro di proteste legittime e manifestazioni di dissenso, ci lasciate in balìa di noi stessi? Perché invece di crogiolarvi dentro i vostri meriti passati, non tramandate le vostre conoscenze, i vostri metodi a chi ha voglia di imparare? Ne abbiamo bisogno per difenderci e per proteggere chi non è in grado di farlo. Ne abbiamo bisogno perché facciamo parte di una generazione che dà più peso ad un post su Facebook o su Twitter rispetto che ad una manifestazione. Siamo la Generazione Z, quelli nati e cresciuti già, e solamente, con l’esistenza di internet. Il nostro silenzio, la nostra apatia, la vigliaccheria che ci contraddistingue verso ciò che accade all’esterno dove ci porterà? E’ indifferente anche per voi?


Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 Febbraio 2019
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HaTikwà (M. Moscato) – La parashà che andremo ad approfondire questa settimana è la Parashà di Tetzavè. È una parashà molto dettagliata dove HaKadosh Baruch Hu comanda a Mose ed a Aron di indossare dei vestiti particolari. La Torah continua e spiega che il Coen Gadol doveva indossare una tunica lunga, chiamata Efod, di colore azzurro, Tehelet. Sopra a questa tunica doveva indossare due pettorali: uno sul petto e uno sulla schiena, collegati da due spalline di colore oro.

La particolarità del pettorale che indossava davanti il Coen Gadol era che su di esso vi erano poste dodici pietre sulla quali erano incisi i nomi delle dodici tribù, che secondo la Torah dovevano essere scritte nell’ordine decrescente dei figli di Yakov: Reuven, Shimon, Levi, Yeudà, Issahar, Zevulun, Dan, Naftali, Gad, Hasher, Yosef e Beniamin. Queste pietre erano scritte in quattro file e ogni fila aveva tre pietre. Il Coen Gadol doveva indossare anche un cappello, Miznefet, sul quale era scritto il Tetagramma di Dio.

Nel primo verso della parashà è scritto: “E tu ordinerai ai figli d’Israele che ti porteranno dell’olio d’oliva puro per l’illuminazione, per alimentare il lume che deve ardere quotidianamente”. Nel trattato di Shabbat, Cap. 2, è riportato: “Coloro che dedicano particolare attenzione all’olio d’oliva per l’accensione dei lumi dello Shabbat, avranno il merito di portare al mondo dei figli sapienti di Torah”. Da qui i nostri Maestri z”l hanno paragonato la Torah all’olio di oliva. Nel verso è scritto: “Ti porteranno dell’olio d’oliva puro“, ossia ti porteranno la Torah per essere studiata e interpretata insieme e per “l’illuminazione” si intende che studiando la Torah, approfondendola, si illuminerà la retta via che ogni ebreo deve percorrere.

Shabbat Shalom


Consiglio UGEIConsiglio UGEI13 Febbraio 2019
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HaTikwà (D.Moresco-R.Spizzichino)Spesso c’è diffidenza nei confronti dei politici. Un po’ schivi, quasi mai raggiungibili, quasi sempre distanti. L’Onorevole Emanuele Fiano con noi è stato di una disponibilità quasi disarmante, di una gentilezza che ha pochi simili. L’intervista è stata divisa in tre capitoli. Lo abbiamo fatto sia per necessità, visto che la lunghezza complessiva avrebbe inficiato la qualità del lavoro, sia per renderla più fruibile, pubblicando giorno per giorno una delle tre parti.

ITALIA

Cosa significa per lei essere ebreo e sedere al Parlamento?
Le percezioni cambiano nel corso del tempo. Sicuramente inizialmente, questo ha significato una forma di riscatto famigliare, ho pensato ai miei nonni, ai miei zii, a mio cugino Sergio di 18 mesi, perché il loro percorso di morte verso Auschwitz è iniziato in questa aula del parlamento sostanzialmente nel dicembre nel 1938 quando furono approvata all’unanimità le leggi razziali che fecero si che un nonno perdesse il lavoro e che l’altro fosse licenziato, mio padre fosse espulso dalla scuola e tutte le cose che sapete iniziarono qua dentro. Quindi il fatto che un ebreo fosse in parlamento – io non ero l’unico ma comunque siamo sempre stati in pochi – era una forma di riscatto. Poi una volta,  il primo anno, ci fu una cosa che mi colpì molto, perché nei corridoio di questo palazzo immenso, sono esposte delle piante e delle mappe dei posti a sedere dell’aula parlamentare con i nomi di chi ci si sedeva nelle precedenti legislature. E allora, casualmente, mi capitò di vedere una di queste piante e vidi due o tre cognomi ebraici di prima del 1938 e questo mi fortificò nella percezione che ho io della presenza della mia famiglia – e anche delle vostre famiglie – millenaria in questo Paese e nelle istituzioni. Devo dire che quando ho iniziato a fare politica la mia ferita nei confronti di questo paese era più aperta di adesso. Non sentivo che questa ferita che ha riguardato le leggi razziali e la Shoah nei confronti delle nostre famiglie ebraiche fosse sanata. A me la politica ha aiutato a sanare un po’ questa ferita, si è trasformata molto anche in un sentimento di essere una sentinella, avere le antenne più alte di altri su alcune cose che stavano succedendo. Sapendo che non bisogna fare della nostra condizione, radice, percezione, una questione monotematica, però anche le vicende recenti, tra queste la questione complessa della immigrazione, come spesso ha detto Liliana Segrè, che per fortuna, grazie al Presidente, che non smetteremo mai di ringraziare, Mattarella, è diventata è senatrice a vita. Lei stessa dice che le questioni dell’immigrazione la fanno pensare, non sono assolutamente la stessa cosa delle leggi razziali e della Shoah, però alcune questioni la fanno ancora pensare, quindi, dopo aver vissuto questa cosa come il riscatto della ferita, che ancora c’è, ma è stata lenita da centinaia di persone che qui ho conosciuto, che con me condividono l’ideale, non solo del mio partito, anzi di tutti i partiti, che condividono l’ideale di libertà e democrazia, ho sentito che la necessità di stare qua era quella di essere una antenna più sviluppata di altre per la percezione dei fenomeni di discriminazione, d’ingiustizia sociale, che si verificano.

Ebreo, italiano, antifascista. Può metterle nell’ordine che ritiene più corretto?
Non penso che la vita sia un foglio di Excel dove tu hai la possibilità di catalogare con ordine matematico. Io sono insieme italiano, ebreo e antifascista. Ebreo, italiano e antifascista. Le cose sono insieme, anche perché, come forse ci ha insegnato Primo Levi, l’osservazione della vita riserva più aree grigie che aree bianche e nere, dunque la nostra identità è comunque un cumulo di radici. Non potrei mai e per nessuna cosa al mondo, rinunciare alla mia radice ebraica, ma anche non rinuncerei alla mia radice italiana, né alla mia condizione antifascista. Vengo da una famiglia nella quale mio nonno, il papa di mio papa, era fascista. Mio nonno era stato prigioniero degli austriaci nella prima guerra mondiale. Era un combattente dell’esercito regio, orgoglioso di quelle battaglie, dunque aderì. Io non conosco la storia dei suoi sentimenti, ma aderì, come molti altri ebrei a quel partito, perché in Mussolini vedeva, forse prima anche in D’Annunzio, una forma, una idea, una capacità di riscatto di una frustrazione di coloro che erano tornati da quella guerra, vinta dall’Italia, ma che di quella vittoria, come dice D’Annunzio, mutilata, non avevano percepito l’esito positivo nei loro confronti. Lo dico perché la storia è strana: ovviamente mio nonno fu espulso 1938 dal partito nazionale fascista e gli stessi fascisti lo arrestarono nella primavera del 1944, lo incarcerarono nel carcere delle Murate a Firenze, lo portarono al campo di transito di Fossoli, lo consegnarono ai nazisti del comandante Tito di Fossoli, lo misero in viaggio verso Auschwitz e poi morì. Quindi le identità sono un fatto complesso non potrei mai rinunciare a nessuna di queste parti. Io non vengo da una famiglia comunista, no di sicuro: mio padre ha sempre votato repubblicano, mia madre socialista. Una famiglia di sentimenti progressisti, democratici, ma l’antifascismo non c’è dubbio che sia l’esito di ciò che il fascismo ha fatto a questo paese, ciò che ha fatto a noi. Quindi, l’adesione alla democrazia, secondo me, comporta con se l’antifascismo e l’anti totalitarismo in generale, perché non c’è solo il fascismo nel ‘900 come forma di totalitarismo.


EUROPA

Il 29 marzo i giovani sovranisti sbarcheranno a Roma, alla presenza di Matteo Salvini e di Marine Le Pen. Che cosa dovrebbe fare un giovane ebreo italiano secondo lei?
La manifestazioni sono libere e difese dalla nostra Costituzione. La signora Le Pen ha cercato di emendare la posizione post fascista di suo padre. Nell’ultima campagna elettorale disse una cosa terribile, che dimostra verso dove può portare il sovranismo,“Nessun poliziotto francese si macchiò di colpe nella deportazione degli ebrei dal Velodromo di inverno da Parigi”, esattamente il contrario di quello che è successo, perché purtroppo molti poliziotti francesi si  macchiarono invece di una terribile complicità. Spesso i sovranisti tendono a voler ripulire la storia del loro paese dalle colpe terribili, nel caso del periodo della seconda guerra mondiale e in generale di altre. Penso che l’idea del sovranismo, ovvero l’esaltazione di un’identità il più pura possibile dal meticciato, dalla mescolanza, sia un’idea molto pericolosa per l’identità ebraica. Gli ebrei hanno dimostrato per millenni della loro presenza in Europa una capacità difficile, molto rara: quella di integrarsi mantenendo la propria identità. Una battaglia contro l’assimilazione che non vuol dire incapacità di vivere seguendo le leggi del posto, che è un principio ebraico, che tu vivrai secondo la legge del luogo in cui vivi, senza perdere le nostre regole dell’Alachà  e ciò che ci viene dal nostro passato. Penso che il sovranismo abbia invece la caratteristica di voler considerare che esiste un confine entro il quale la tua identità è salvaguardata, oltre il quale non è salvaguardata. Io non credo che sia un caso che due tra i paesi che hanno i leader più sovranisti d’Europa, Orban in Ungheria e i leader polacchi, siano paesi nei quali i fenomeni antisemiti siano cosi tanto vividi. In Polonia ogni anno negli ultimi anni, nel giorno dell’anniversario dell’Indipendenza, si svolge una incredibile manifestazione dei movimenti neofascisti europei dove è possibile ascoltare anche slogan di carattere antisemita e anti islamico. E così nell’Ungheria di Orban, in altri momenti, i partiti alleati del partito di governo, hanno chiesto in quel parlamento la lista degli ebrei ungheresi, ricordando a noi cose terrificanti. Quindi l’idea che esista un’identità unica che tu devi preservare e che non devi confondere con altre identità è una caratteristica dei sovranisti che io combatto e che confligge con l’idea di libertà che esprime la capacità che hanno avuto gli ebrei nella storia, di mantenere la propria identità e di integrarsi nel posto dove vivono. Peraltro se noi guardiamo all’età d’oro della convivenza tra ebrei e islamici in Spagna, pensiamo ad una cosa che oggi ci appare impossibile, ma che prima della grande persecuzione, persecuzione cattolica, fino al 1492 in Spagna due culture cosi diverse potevano convivere. Io non penso che ci sia una difficoltà a poter dire che noi combattiamo, che va combattuto oggi, l’antisemitismo di origine islamica, che per esempio, in Francia produce una innumerevole serie di aggressioni personali, che poi ha portato ovviamente il terrorismo islamico dell’ISIS a compiere stragi terribili, e questa è una cosa molto preoccupante, anche se forse oggi la situazione dell’ISIS, per fortuna, è leggermente diversa, contemporaneamente penso che l’idea che sta attraversando l’Europa, frutto anche di quel problema complesso che è l’immigrazione, cioè lo sviluppo di idee sovraniste sia un pericolo per chi vuol difendere un’identità differente, ma che vuole convivere con le altre.

Se in Italia dicono “Prima gli italiani”, in Francia “prima i francesi”, in Ungheria “prima gli ungheresi” e così via. Che fine farà l’Europa?
Sarà una fine. Sul tema dell’Europa io penso che noi dobbiamo batterci, noi che vogliamo gli Stati Uniti d’Europa, per l’elezione diretta del Presidente della Commissione Europea, altrimenti non c’è futuro. Fin quando la Commissione Europea sarà succube delle, anche legittime, necessità politiche elettorali dei singoli stati, per le quali la Merkel o piuttosto un Macron o Sanchez, devono prendere delle decisioni più in una certa direzione, perché magari in quel momento nel loro paese c’è un dibattito politico di un certo tipo; fintanto che la cessione di sovranità dei paesi europei per la costituzione di un unione europea vera, dunque nella dimensione degli Stati Uniti d’Europa, non ci sarà, si morirà. La stessa questione dell’immigrazione, trattata come è stata trattata fino adesso dall’Europa, è una gestione miope, debole. Come dire: se l’Unione Europea si mette d’accordo su una strategia, per esempio, della ridistribuzione dei migranti, ma poi i singoli stati si rifiutano di adempiere a quanto previsto dalla Commissione Europea, è ovvio che i cittadini europei, non importa di quali partito siano, certamente non importa di quali religione siano, si trovano a non credere a un’istituzione che non serve. Noi non dobbiamo mai dimenticare che questa istituzione ci ha consegnato oltre 70 anni di pace in questo continente, perché l’Europa è stata costruita perché venivamo da una guerra. I leader che lei ha citato, pensano invece che la cessione di sovranità non debba esserci e che ogni stato debba rispondere a se stesso. Io penso che questo, soprattutto nella dimensione globale che hanno oggi le economie, sia terrificante. Dall’altra parte, facciamo finta di non saperlo, ma l’andamento dell’economia italiana o europea dipende in maniera straordinaria da quello che succede in Cina oggi: se la Cina va bene o male, se la Cina è un mercato buono, se l’esportatore o l’importatore buono. Questo influisce sui regimi, sui valori di crescita o decrescita dell’economie europee. Pensare di affrontare questa dimensione globale da soli è sicuramente pericoloso e significa voler la fine dell’Europa.


ISRAELE

Netanyahu, all’indomani dell’attacco all’Hyper Cacher di Parigi nel 2015 disse: “A tutti gli ebrei d’Europa, voglio dire che Israele non è solamente il Paese nella cui direzione voi pregate, ma lo Stato di Israele è anche casa vostra”. Alla luce delle numerose migrazioni ebraiche verso Israele. Come giudica le parole dell’attuale primo ministro israeliano?
Io mi sento a casa mia in Italia, ma certamente quando sbarco in Israele sento di scendere in una comunità che anche è mia. Io mi sento cittadino italiano e cittadino europeo. L’appello di Netanyahu fatto in un momento in cui la paura ha serpeggiato fortissimo tra gli ebrei francesi e per questo era per dire “qui avete un porto sicuro”. E’ difficile ragionare di questioni che sono di sentimento, non solo di razionalità. La prima volta che sono andato in Israele nel 1973 con mio padre, sopravvissuto ad Auschwitz, vidi mio padre alla fine delle scalette inginocchiarsi e baciare l’asfalto dell’aeroporto di Lod e dire o pensare, non mi ricordo se in quel momento o dopo, che se Israele ci fosse stata all’epoca nel 1943-44, la sua mamma non sarebbe stata uccisa. Questo è un sentimento che razionalmente è difficile spiegarlo, perché l’offesa, la ferita, che noi abbiamo subito, è più grande della capacità razionale di spiegarlo. Mi è capitato un episodio nei giorni scorsi che mi ha messo molto in difficoltà: io ho reso noto il tweet del Senatore Lannutti, per il quale è stata aperta un’inchiesta per aver condiviso i protocolli dei Savi di Sion, il Corriere lo mise in prima pagina e poi la cosa è diventata di dominio pubblico. Dopo lui nei giorni successivi rispondendo a qualcuno disse “io mi sono scusato”, allora io gli ho risposto su twitter: “Ma tu pensi che basti scusarsi per aver condiviso il testo che è stato alla base dell’ideologia nazista che ha tentato di distruggere il mio popolo?” e qualcuno, non so chi, non conosco le persone, più di uno, se guardiamo i loro profili, persone provenienti dall’estrema destra, mi ha risposto “ma tu devi decidere. Perché scrivi “del mio popolo”. Tu sei italiano o ebreo?”. Dunque questa difficoltà a comprendere che l’identità personale possa essere complessa, è uno dei temi che riguarda anche la domanda che mi ha fatto prima sul sovranismo e anche alla domanda che riguarda Israele – parlo dello stato perché non parliamo all’adesione alle politiche dei governi d’Israele – per quanto riguarda lo stato, che ho vissuto in Israele, che ho una parte della famiglia in Israele, ho mio cognato in Israele, i miei fratelli hanno vissuto a lungo e si sono laureati in Israele, anche se adesso non abitano più lì, ho dei nipoti in Israele, tanti zii. Certo penso che sia in parte è anche casa nostra, ma io mi sento un cittadino italiano vivamente a tutto tondo fedele a queste istituzioni e a questa nazione. La frase di Netanyahu, se vuol dire non c’è speranza per l’ebraismo nella diaspora, non la condivido, se vuol dire che per gli ebrei ci sono diverse possibilità è un’altra frase. Mi ricordo anni fa un dibattito molto bello, ma molti anni fa, 30-35 anni fa, tra Avraham Bet Yehoshua, famoso e straordinario scrittore israeliano e Eugenio Gentili Tedeschi, un membro della comunità ebraica di Milano, grande architetto, intellettuale, amico di Primo Levi, ormai scomparso. In quella serata della comunità ebraica di Milano, Bet Yehoshua sosteneva sostanzialmente che non c’era speranza per l’ebraismo della diaspora. Ovviamente un ebreo italiano come Eugenio Gentili Tedeschi, che aveva partecipato alla resistenza, un grande intellettuale, che sentiva dentro di se insieme la radice ebraica e quella italiana, rispose che questa era un’offesa a millenni di presenza ebraica nella diaspora, che noi siamo un pezzo di questa Europa e di questa Italia e che abbiamo il diritto e il dovere di continuare questa radice e questa tradizione. Peraltro mi pare che questa sia venuta fuori anche nella Comunità Ebraica di Roma, quando il presidente della Comunità, Riccardo Pacifici, ci tenne a sottolineare la millenaria radice italiana della presenza ebraica a Roma. Le due cose convivono, non ci deve essere conflitto. Noi che siamo in Italia ci sentiamo italiani, completamente.

Se vengono assassinati innocenti in Europa si parla e si scrive terrorismo, mentre se lo stesso accade in Israele si parla di resistenza?
Perché c’è un pregiudizio, tendenzialmente antiebraico. Poi ci sono delle persone che giustamente rivendicano di non essere antisemiti, ma di essere contro Israele, poi li entriamo in una discussione, ma sicuramente perché c’è un pregiudizio: certamente chi uccide un civile per seminare il terrore compie un atto, a prescindere dalla latitudine del mondo in cui lo compie, noi lo facciamo cadere sotto la definizione di terrorismo. Fa parte anche di un’ideologia presente in un pezzo della sinistra, non nel Partito Democratico, per la quale Israele è uno stato usurpatore, addirittura in alcuni casi folli, paragonabili all’occupante nazista in Italia. Quei palestinesi che si ribellano nei territori occupati sono paragonati alla resistenza italiana e ai partigiani. Tutto questo non ha un fondamento storico, questo non vuol dire che io non voglia che in Israele sorga un giorno la pace per uno Stato palestinese democratico accanto ad uno stato israeliano. Io mi sono illuso che il progetto di Rabin e Peres potesse andare avanti, così come gli accordi di Oslo. Mi sono illuso perché poi son successe cose terribili, tra cui l’assassinio per mano ebraica di Rabin e molte altre cose che abbiamo scoperto di Arafat, che a quell’epoca stipulò con Rabin gli accordi di Oslo. Questo non permette di scrivere cose inenarrabili ed ingiustificabili o di paragonare Israele ai nazisti per una miriade di cose che possiamo raccontare: la prima è che Israele sorge per un voto dell’Onu che Israele accettò mentre il mondo arabo no e da lì è cominciato un conflitto. Se il mondo arabo avesse accettato questa presenza ebraica che è continuativa e che l’Onu e le nazioni del mondo sancivano come possibile coesistente di un’altra nazione arabo-palestinese, in quel caso, tutto ciò non sarebbe successo. Poi ci sono stati i territori occupati, la guerra del ’67 ed un’oggettiva necessità di risolvere la condizione esistenziale e nazionale del popolo palestinese. Il popolo palestinese, così come quello ebraico, non è un’unica cosa. C’è Hamas che ha uno statuto nel quale si espongono teorie sterminazioniste nei confronti degli ebrei nel mondo e si dichiara che la Humma non potrà mai essere divisa perché altrimenti si infrangerebbe la legge coranica. Hamas è stato sicuramente finanziato da coloro che vogliono la distruzione dello stato d’Israele: l’Iran. Quello che un tempo era un conflitto solamente territoriale, su come dividere il territorio, i territori occupati, dove far sorgere uno stato palestinese, come difendere la sicurezza di quello d’Israele, oggi non lo è più. L’Iran non ha nessuna rivendicazione territoriale nei confronti dello stato d’Israele, è uno stato che vuole l’eliminazione dello stato d’Israele e degli ebrei che vivono lì. L’Iran finanzia Hezbollah nel sud del Libano, che ha lo stesso proposito, la distruzione dello stato ebraico, e che non ha alcuna rivendicazione territoriale. I palestinesi di Hamas che ricordo vivono in una striscia in condizioni sociali e umane disperate, sono un’organizzazione politica che, dopo il massacro degli esponenti di Fatah durante le elezioni che fecero vincere Hamas, ha preso il potere nella striscia, utilizzando il denaro che viene dall’estero non per asili e ospedali, ma per costruire tunnel per far penetrare in Israele i terroristi. La storia va raccontata tutta, io mi batterò sempre per la coesistenza tra due stati, per due popoli, in quella terra, ma non accetterò mai che la storia venga travisata. Quando il governo d’Israele fa cose che io non condivido, lo dico, quando i palestinesi si comportano da terroristi e uccidono i civili, io lo dico.

Un esempio di questa mistificazione possiamo rintracciarla in alcuni media: “Ministra Israele, pena di morte per l’assassino della figlia di un rabbino”,“Israele, la ministra della Giustizia: ‘Pena di morte per il palestinese che ha ucciso la ragazza ebrea”. Secondo lei sono corretti questi titoli?
No. Non so cosa ci sia nell’articolo o in un precedente titolo, ma leggete i miei post, io sono intervenuto più volte per dire come la storia qui viene raccontata, anche di fatti complessi, credo di averne parlato l’ultima volta per gli incendi causati dalle mongolfiere e gli aquiloni dei palestinesi che hanno distrutto molti ettari di coltivazioni. La storia va raccontata tutta. Io ho detto che ho cognizione di quanto sia terribile la vita a Gaza, ma devi raccontare che un Generale israeliano di nome Sharon, poi diventato Primo Ministro, ha deciso di far uscire tutti i civili e le presenza militari israeliane. Gli israeliani non ci sono. Mi si risponde che però viene controllato il confine. Sì, c’è un confine tra un’identità nazionale, quella di Gaza, e lo stato d’Israele. Israele deve difendersi. Ci sono delle cose che Israele ha fatto che esulano dal comportamento corretto di un esercito, è possibile, io non sono per assolvere nessuno. Per esempio Gaza ha un altro confine con l’Egitto. Quando quel confine non funziona, nessun giornale ne scrive. Quando cibo, medicinali, aiuti o scambi economici non funzionano nel confine con l’Egitto, che è un paese che oggi, al contrario di anni fa, combatte i Fratelli Musulmani, quindi la componente islamista dell’Egitto, che ha una connessione ideologica storica con il movimento di Hamas, qui dentro non si scrive. Io sono per raccontarla tutta la storia, quando l’operazione Piombo Fuso, il conflitto più grande che c’è stato tra Israele e Gaza, provocò morti civili copiosi tra i palestinesi, io lo dissi. Per me i bambini palestinesi morti sono come i bambini israeliani morti. Non ammetto differenze in questo. Se tu racconti dell’azione militare israeliana a Gaza devi raccontare anche delle migliaia di missili palestinesi piovuti sulle comunità residenziali israeliane. Io sono stato a vederle con un viaggio parlamentare tanti anni fa, li ho visti i missili ficcati sui tetti degli asili israeliani. Certo gli israeliani hanno sviluppato un sistema di allarme di sicurezza che ha permesso in questi anni un numero limitato di vittime, ma non vuol dire che puoi raccontare solamente della reazione israeliana. Che cosa farebbe qualsiasi altro paese, membro dell’Onu, se gli sparassero dei missili, che sono lì da vedere, sono giganti. Sono artigianali? Possono uccidere i civili residenti. Altro sarebbe se avessimo attacchi missilistici che vanno a segno solamente contro basi militari. Si tratterebbe di un conflitto. Sono a conoscenza del fatto che a Gaza sono stati utilizzati i civili a scudo delle operazioni militari palestinesi e della presenza di batterie di missili, ma non toglie che io pianga sempre le vittime civili. I civili non hanno la responsabilità che hanno i militari o i paramilitari. Penso e l’ho scritto più volte che la stampa italiana, la radiotelevisione pubblica, non abbia affatto sempre una modalità di cronaca equilibrata nei confronti di Israele.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 Febbraio 2019
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HaTikwà (S.Bedarida) – Ho avuto la recente opportunità di fare un breve viaggio di due giorni a Tbilisi, la capitale della Georgia. Ex Repubblica Sovietica, indipendente dal 1992, il Paese oggi si trova sulla sponda orientale del Mar Nero e conta circa 4 milioni di abitanti.Il suo paesaggio è tipico della regione caucasica, montano, e l’architettura è splendida e unica, a rappresentare davvero il ponte geografico, artistico e culturale tra Europa orientale e Asia centrale. Come ogni capitale di una nazione, a Tbilisi si possono vedere frequentemente bandiere georgiane sventolare dai balconi dei principali edifici istituzionali e non, unite alle bandiere dell’Unione Europea, a cui la Georgia si sente profondamente legata e di cui spera in futuro di poter fare parte. Inoltre, c’è anche un buon numero di bandiere israeliane, a cominciare dall’unione delle due issate sul terrazzo del palazzo che ospita la Camera di Commercio israelo-georgiana, sita lungo la centralissima Rustaveli Avenue.

Ho deciso perciò di affrontare con interesse l’argomento assieme alla guida, un ragazzo della mia età. Gli ho detto che sono ebreo, e la sua reazione ha manifestato stupore e grande rispetto nei miei confronti. Lui infatti non aveva mai incontrato prima d’allora persone di appartenenza ebraica, ma ha dichiarato che quello che ha sempre sentito da suo padre sugli ebrei è di “esserne sempre amici, perché si tratta di persone estremamente brillanti e intelligenti, da cui poter imparare”. Sono rimasto letteralmente senza parole: in un contesto globale in cui ancora oggi quando esplicito la mia identità sono spesso oggetto di domande non sempre poste con fine di interesse, ma talvolta con lo scopo di generare sfottò e imbarazzo, non mi era mai capitato di avere a che fare con qualcuno che avesse come unica immagine di noi, pervenutagli tramite un sentito dire, qualcosa di simile a questo. Un sentito dire estremamente positivo e privo dei più comuni stereotipi.

La guida allora ha sottolineato con fierezza la grande amicizia fra la Georgia e Israele, e il legame anche a livello non solo politico ma anche umano, da parte dei singoli. Il rapporto fra i due stati nasce innanzitutto dal profondo senso di ospitalità e accoglienza della popolazione georgiana nei confronti degli stranieri. Gli ebrei georgiani hanno infatti da sempre trovato un’oasi di grande pace in territorio georgiano, e la popolazione locale è fiera di poter ospitare una comunità ebraica.
Gli ebrei georgiani, che hanno toccato anche le 50mila unità, sono ridotti oggi a qualche migliaio, a causa della massiccia emigrazione proprio verso Israele, avvenuta prevalentemente per ragioni economiche e di opportunità lavorativa.

In ogni caso, la rottura e la tensione dei rapporti fra la Georgia e la Russia, a causa del contenzioso politico legato ai territori di Abcasia e Ossezia del Sud, con conseguenti sanzioni commerciali da parte dei secondi, e la relativa vicinanza geografica tra la Georgia e Israele hanno permesso l’intensificarsi delle relazioni commerciali fra i due paesi e l’attrazione di investimenti nel paese caucasico proprio da parte di quegli ebrei georgiani emigrati e figli di emigrati, i quali hanno potuto beneficiare dell’ottenimento della doppia cittadinanza e investire in proprietà immobiliari nel paese d’origine. Infine, nel febbraio 2014, a cementare ulteriormente l’amicizia fra i due paesi, l’allora primo ministro georgiano Garibashvili, alla presenza dell’omologo israeliano Netanyahu, ha piantato un albero nella Foresta delle Nazioni, in occasione di Tu Bi Shvat. La Georgia è un paese davvero interessante e particolare da visitare, per i paesaggi, l’architettura e la cucina. Aver avuto l’opportunità di scoprirvi anche un sincero alleato e amico del popolo ebraico e di Israele ha reso questo viaggio ancor più significativo e memorabile.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI6 Febbraio 2019
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HaTikwà (D.Fiorentini) – Lo scorso venerdì 4 Gennaio, come da abitudine, è andata in onda su Rai 3 la trasmissione La Grande Storia, condotta dal noto storico Paolo Mieli. Questa settimana il programma aveva come tema principale il Medio Oriente: un viaggio attraverso Israele, Iran e Iraq per comprendere le radici di un conflitto che, ancora oggi, mantiene un clima di forte tensione a livello mondiale. La puntata inoltre, in modo molto democratico, esortava i telespettatori a commentare la propria opinione sui social; questo mi ha dato finalmente lo spunto per sviluppare la mia nuova rubrica Advocacy for Israel. Dopo aver visto ripetutamente la parte del documentario relativa a Israele, vorrei condividere il mio pensiero riguardo le varie questioni prese in esame. Premetto che la trasmissione ha suscitato in me una fortissima indignazione, non solamente per i palesi errori e le accuse ingiuste fatte verso Israele e verso il Sionismo, ma anche per la mancanza di professionalità da parte di un’equipe di storici gestita da un personaggio così illustre come Paolo Mieli. Per cui ho deciso di approfondire, volta per volta, un determinato tema fornendo risposte e delucidazioni alle illazioni fatte, portando argomentazioni oggettive e in linea con la veridicità storica.

Parallelamente, la rubrica presenterà articoli di scottante attualità, cercando di chiarire le mosse e le tattiche dei principali attori del contesto mediorientale contemporaneo. In altre parole, un commento critico e libero riguardo i principali avvenimenti geopolitici ed economico-sociali che riguardano direttamente o indirettamente lo Stato di Israele.

Prima di entrare nelle questioni del programma, vorrei parlare proprio delle fonti che Rai Storia ha adoperato per compiere questa trasmissione. È accettabile sentire l’opinione di entrambe le parti, sia degli storici israeliani che di quelli palestinesi, ma è necessario che quanto meno rispettino la verità dei fatti. È inutile dare spazio alle incresciose provocazioni fatte verso Israele ed è imbarazzante cercare disperatamente di trovare errori commessi dagli israeliani per equilibrare in qualche modo il programma. Soprattutto, se per fare ciò, bisogna intervistare giornalisti israeliani che hanno la fama di essere quantomeno dal pensiero controverso nei confronti della loro stessa patria, come ad esempio Amira Hass e Shlomo Sand. La prima, che per anni vissuto a fianco degli attivisti arabi a Gaza ed a Ramallah, è arrivata, nel 2006, a paragonare le politiche israeliane all’Apartheid sudafricana, ricevendo dure critiche persino dall’estrema sinistra israeliana. Per il secondo è sufficiente segnalare che è la brillante mente dietro libri come “L’invenzione del popolo ebraico” e “L’invenzione della Terra di Israele: dalla Terra Santa alla Patria”, in cui si espone la tesi secondo cui il Popolo Ebraico non ha una comune origine e quindi non ha senso considerare Israele o qualsiasi altra terra come luogo fulcro del Popolo Ebraico. Sorvolando su ulteriori dettagli di queste due biografie, si può già chiaramente comprendere come una relazione storica in cui viene esposto un conflitto tra due parti possa essere soggetta a distorsioni e fraintendimenti, se a rappresentare una causa sono scelti quei pochi che in realtà sostengono quella avversa.

Inoltre, una trasmissione che intende parlare del conflitto arabo-israeliano non può assolutamente sorvolare su determinate premesse, senza le quali non è possibile comprendere a fondo la causa sionista e la questione nel suo intero. In particolare vorrei citarne due:

  1. Il legame millenario del Popolo Ebraico con la Terra di Israele e le presunte radici dell’identità del popolo palestinese. Nel documentario è stato citato soltanto una volta, in modo molto approssimativo, che la Terra di Israele ha visto lo splendore del Regno di David e quello di Salomone. In realtà Israele rappresenta ben di più di un’esperienza politica nell’identità ebraica; Israele è la Terra Promessa ad Abramo, la Terra verso dove è stato condotto il Popolo Ebraico da Mosè, la Terra in cui gli israeliti hanno vissuto per 2000 anni e per cui hanno combattuto contro babilonesi, assiri, greci e romani, la Terra verso cui per altrettanti 2000 anni gli ebrei nella Diaspora hanno rivolto le loro preghiere, alimentate dalla speranza, Tikwà תִּקְוָה, di potervi ricongiungere. Infatti, a seguito della distruzione del Secondo Tempio di Gerusalemme e alla dispersione di gran parte del popolo ebraico in tutto il resto del mondo, sono state scritte un’infinità di preghiere, canti e poemi che legano indissolubilmente gli ebrei a Israele. Il ritorno degli ebrei nella terra che venne poi chiamata dai romani Palestina non è una mera coincidenza, ma è la realizzazione di un desiderio esistente da secoli, che aveva alla base l’autodeterminazione dell’identità del Popolo Ebraico 
  2. Al contrario l’identità palestinese, con l’accezione che intendiamo oggi, è nata solamente a seguito della fondazione dello Stato d’Israele. La causa che sta alla base della mancata formazione di uno stato arabo in Palestina, non è da ricercare tra le presunte mire espansionistiche israeliane, ma piuttosto nell’invasione della Samaria e della Giudea da parte della Giordania e della Striscia di Gaza da parte dell’Egitto, che, una volta annessi i territori, non riconobbero gli abitanti come cittadini, lasciandoli in una condizione di limbo. Per questo motivo l’identità palestinese nasce solamente a partire dal comune status di abbandono in cui gli arabi-palestinesi si sono ritrovati nel ‘49. Infatti, solamente dal 1967 la questione comincerà ad occupare le prime pagine dei media internazionali. Le teorie per cui i palestinesi sarebbero i discendenti degli antichi filistei o comunque avrebbero un’identità secolare radicalmente diversa da quella degli arabi circostanti, tanto da dover avere un proprio Stato indipendente, sono completamente sballate. Le pretese di autodeterminazione di un popolo perdono di significato se alla base non vi è un’identità culturale specifica e storica. È quindi paradossale pensare che sia necessario un nuovo stato arabo ai confini di Israele, che ne è già circondata.

Fatte le dovute premesse storiche, si può finalmente analizzare nel dettaglio alcune questioni che sono state esposte parzialmente o fraintese nel corso degli ultimi anni, andando a fomentare la causa araba-palestinese. Alla prossima. 


 

David Fiorentini, 18 anni, nato e cresciuto a Siena, di origini romane e israeliane, studia medicina all’Humanitas University di Milano. Dal 2019 Consigliere dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia, con delega al Jewish and Israel Advocacy