Hatikwà

Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 Aprile 2019
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HaTikwa (S. Hazan) – Nelle opere di halachà (Tur e Shulchan ‘Aruch Orach Chaim 470) è scritto che i primogeniti usano digiunare la vigilia di Pesach. L’uso comune è di partecipare ad un evento di mitzvà, come la conclusione di un trattato del Talmud. Tale partecipazione è considerata sufficientemente importante da poter rompere il digiuno, dando quindi la priorità al pasto della mitzvà (sarebbe ugualmente valido se si partecipasse ad una milà, per esempio). Ci si permette questa “leggerezza” in quanto il digiuno non ha il livello di rigore degli altri digiuni e, tra l’altro, non vi è un riferimento a riguardo nel Talmud Babilonese.

Perché si digiuna? Nel Tur è scritto che i primogeniti digiunano perché sono stati salvati dalla piaga che colpì i primogeniti egizi. Molti dei commentatori si chiedono come mai si digiuni per una salvezza; forse sarebbe stato più idoneo gioire per la propria salvezza. Diversi maestri offrono spiegazioni alternative. C’è chi scrive che i primogeniti ebrei in Egitto digiunarono durante quel giorno, per pregare Hashem di essere meritevoli della salvezza e non essere colpiti come quelli egizi. Il digiuno sarebbe quindi in ricordo del digiuno, non della salvezza.

Uno dei posqìm (decisori di halachà) più importanti della scorsa generazione, rav Shlomo Zalman Auerbach z.l. (1910-1995), offrì la seguente interessante spiegazione. Come ci insegnano molte fonti, in origine il compito di occuparsi del culto nel Bet HaMikdàsh sarebbe stato dei primogeniti ma quando peccarono con il vitello d’oro, fu rimosso questo privilegio da loro e dato ai Cohanìm. Il digiuno dei primogeniti rappresenterebbe, secondo rav Auerbach, una sorta di lutto per l’aver perso quel merito. Perché segnarlo proprio in questa data? Visto che questo giorno, il 14 di Nissàn, è il giorno in cui c’è il maggior flusso di persone al Bet HaMikdash, dato che tutti dovevano offrire il Korbàn Pesach. Proprio in quel momento l’esclusione dei primogeniti da quel ruolo importante è più sentita.

Hag Kasher Ve-Sameach!


Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 Aprile 2019

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HaTikwa (D. Zebuloni)To Bibi or not to Bibi? Questo è stato il grande dilemma delle appena concluse elezioni politiche israeliane. Si è parlato poco di economia e sviluppo, di politiche interne ed estere. Persino il tema della sicurezza è passato in secondo piano, nonostante un missile partito da Gaza abbia abbattuto una casa nel centro di Israele proprio due settimane prima dell’election day. L’argomento di tutte le campagne elettorali era uno ed uno solo: Bibi o Gantz? O meglio, Bibi o non Bibi?

Non sono dunque i 36 mandati da lui ottenuti ad averlo reso il grande vincitore di queste elezioni. Non è stata nemmeno la sua nomina di Primo Ministro per la quinta volta dal ’96 ad oggi ad averlo inserito nell’olimpo dei grandi leader della storia dello Stato di Israele. Il trionfo di Bibi si misura nella straordinaria e al contempo sinistra capacità di attirare a sé i riflettori senza dire una parola. Sono state poche e ben studiate infatti le interviste che Netanyahu ha concesso ai media, le uniche per altro da lui concesse in tutti e quattro gli anni del suo ultimo mandato. Nonostante ciò, o forse proprio a causa di ciò, quest’ultime sono state le interviste più trasmesse dai media nazionali e internazionali, nonché le più discusse sui social e per le strade del paese.

Per citare l’opinionista politico Amit Segal: “Bibi ha vinto le elezioni con il 70% dei voti, di cui il 35% erano a suo favore e il 35% a suo sfavore”. Ecco, non potrei riassumere in maniera più efficace l’esito di queste elezioni. Tutti hanno votato in funzione di Bibi, ma solo la metà dei votanti l’ha fatto a suo favore. Il restante 35% degli israeliani non ha votato con la speranza di avere il generale Gantz al governo, bensì ha votato con il disperato desiderio di non riavere Netanyahu al governo, di non vivere in un paese la cui atmosfera ricordi vagamente quella della Russia di Putin.

Eppure chi ha commentato la vincita del Likud definendola “la morte della democrazia israeliana”, o peggio ancora alludendo ad uno sterile parallelismo con il Presidente turco Erdogan, non ha capito nulla della politica israeliana in generale e della società israeliana in particolare. Per ogni cittadino israeliano che condanna Bibi ce n’è uno che lo venera. Per ogni israeliano che attacca Bibi ce n’è uno che lo difende. Per ogni israeliano che vede Israele nel baratro ce n’è un altro che vede Israele all’apice. La verità è che il bianco e il nero, anche nel caso di Bibi, non esistono. Esistono invece cinquanta sfumature di grigio (!) che rendono Bibi un eroe e al contempo un antieroe. O in parole semplici, un umano. Un comune mortale.

“Da giornalista quale sono” ha affermato la conduttrice televisiva israeliana Ilana Dayan, “ho l’obbligo di andare a fondo e condannare ogni singolo sbaglio commesso da Netanyahu, ma ho anche l’obbligo di lodare le sue manovre di sicurezza contro l’Iran. Ho l’obbligo di approfondire le accuse mosse contro di lui, ma ho anche l’obbligo di dargli credito per gli importanti traguardi economici ai quali ci ha condotti. Bisogna dunque capire una volta per tutte che non c’è niente di male a guardare le due facce della medaglia”. Forse Ilana Dayan ha ragione, non c’è proprio nulla di male nel guardare le due facce della medaglia. La politica come la vita d’altronde non è sempre un bivio. La politica come la democrazia non si limita alla domanda esistenziale: to Bibi or not to Bibi.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI12 Aprile 2019
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HaTikwa (D. Fiorentini) – Le elezioni israeliane 2019 sono giunte al termine; con la fine dello scrutinio e i voti dei soldati, possiamo affermare con certezza che il prossimo premier israeliano sarà una volta ancora Benjamin Netanyahu, per gli amici Re Bibi. Sorvolando velocemente sui dettagli del voto, che ha visto il pareggio tra il Likud (36 mandati, Netanyahu) e Cachol Lavan (35 mandati, Gantz), e la vittoria della coalizione di centrodestra con 65 mandati su 120, vorrei far notare che, come ormai da 71 anni, l’Election Day è stata la dimostrazione più chiara e lampante della democrazia che Israele rappresenta e garantisce a tutti i suoi cittadini, senza distinzioni di religione, etnia, sesso, credo politico o orientamento sessuale.

Nei 40 e passa partiti che hanno corso in queste ultime elezioni, ogni cittadino ha potuto trovare una rappresenta in cui identificarsi, persino gli arabi-israeliani hanno avuto un loro partito, che nonostante si dichiari pubblicamente antisionista, siede oggi alla Knesset con 4 mandati. Infatti “la Knesset di Gerusalemme è l’unico Parlamento mediorientale in cui i politici arabi possono alzarsi durante una seduta, accusare il proprio Paese di fascismo e tornare la sera a casa con le proprie gambe”​(1). Mentre in Israele, contrariamente alle accuse di imperialismo e fascismo, si votava, i palestinesi della Giudea e della Samaria si apprestavano al quindicesimo anno di dittatura di Abu Mazen e a Gaza i terroristi di Hamas reprimevano nel sangue le proteste dei palestinesi, che finalmente, dopo dodici anni di dittatura islamista, si sono stufati delle misere condizioni di vita in cui sono ridotti a causa del loro governo opprimente e disumano. È questo lo scenario che rende Israele, la decima democrazia più longeva al mondo​(2)​, nel report di Freedom House, in cui si va dal verde intenso (Norvegia) al viola cupo (Arabia Saudita), l’unica goccia di verde acceso tra un oceano di sfumature di violacee dittature islamiche.

Note

(1)​ Avviso ai sinceri democratici: mentre il “fascista” Israele votava, Ramallah entrava nel 15esimo anno di satrapia e Hamas sparava sulla folla, Giulio Meotti, Il Foglio, 10/04/2019

(2​) Alive and Kicking, Lahav Harkov, Jerusalem Post, 10/04/19


Consiglio UGEIConsiglio UGEI12 Aprile 2019
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3min113

HaTikwa – La Parashà di Metzorà che leggeremo questa settimana tratta delle varie regole riguardanti la “Metzorà”, ovvero colui che era afflitto dalla Tzarat (tradotta imprecisamente come lebbra) e delle varie norme riguardanti l’impurità maschile e femminile.Nella prima parte, la Torah indica quali siano i sacrifici da portare in seguito alla guarigione da questa malattia e dall’impurità: due uccelli vivi, un ramo di cedro (etz aeretz), un filo di lana colorato di scarlatto (shne tolaat ) e dell’issopo (ezov).

Come spiegato da Rashi, ogni componente del sacrificio ha un significato molto profondo. Come già abbiamo imparato la scorsa settimana, una delle colpe per cui la tzarat colpiva l’uomo era la lashon arà, la maldicenza, che consisteva nel parlare di qualcuno senza che questo sia presente. Ciò è collegato agli uccelli, i quali cinguettano continuamente.
Nonostante quasi ognuno di noi la compia ogni giorno, la lashon arà è uno dei peccati più gravi della Torah. Essa simboleggia infatti il male verso il prossimo, il contrario di uno dei precetti più importanti della Torah, “ama il prossimo come te stesso”.
Quando una persona compie del male verso il suo compagno, allora si comporta da persona superba, arrogante ed egoista. Il ramo di cedro non a caso rappresenta la superbia. Inoltre chi fa male verso il suo prossimo viene considerato dal Signore come un verme, che viene tradotto in ebraico con la parola “Tolat”, il penultimo componente del sacrificio di espiazione. L’ultimo componente dell sacrificio è l’issopo, il quale viene descritto dalla Torah come la pianta più umile che esista.

Ed è proprio l’umiltà che ci permette di non compiere del male verso un terzo. Questa dote è strettamente collegata alla modestia, che ci permette di non pensare sempre a noi stessi , ma di buttare un occhio su ciò che provano le altre persone, evitando così di danneggiarle in qualsiasi modo e di mettere in atto quel verso della Torah che è alla base di tutte le mizvot: Veaavta Lereka kamoka, Ama il prossimo come te stesso.

Shabat shalom.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 Aprile 2019
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HaTikwà (R.Mieli) – La disputa che circonda la sovranità israeliana sul Golan inizia ad assumere tratti ridicoli che si manifestano nella negazione della realtà da parte delle maggiori istituzioni internazionali. Lo sconvolgimento provocato dal riconoscimento della sovranità israeliana sul Golan ha suscitato clamore e sdegno nelle grandi sedi internazionali, apparentemente senza una vera ragione. Nonostante Israele sia ormai abituata all’allontanamento dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite dalla causa israelo-americana, stupisce sempre di più il distacco di quest’ultime dalla realtà, e quindi la dimostrazione netta e inequivocabile di non voler avere alcun ruolo nella risoluzione del conflitto (se così possiamo ancora chiamarlo) arabo-israeliano. Il primo dato lampante è proprio questo, ovvero l’incapacità di assimilare una realtà che è già tale, manifestando non già la contrarietà alla stessa, bensì negandola.

La realtà è che le alture del Golan sono Israeliane dal 1967, quando – a seguito di una guerra di aggressione – Israele le ha militarmente conquistate. Le norme comunemente accettate di diritto internazionale dei conflitti prevedono, dato a cui si appellano diversi sostenitori della (ex) causa siriana, che un territorio conquistato a seguito di una guerra di aggressione venga restituito a seguito di un accordo di pace. Ciononostante, questa fattispecie non si è mai verificata, venendo a mancare inequivocabilmente le due caratteristiche principali che renderebbero effettivamente illegale l’annessione israeliana del Golan: 1) Israele non ha aggredito, ma è stato aggredito, 2) non c’è stato alcun accordo di pace negoziato tra le parti che riguardasse il Golan. In tale circostanza, dunque, la votazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite richiesto con urgenza dalla Siria e che ha votato contro il riconoscimento americano della sovranità israeliana sulle alture del Golan, è stato un chiaro spreco di tempo e risorse. Come prevedibile, l’Alto rappresentante per gli Affari Esteri Federica Mogherini si è affrettata a ribadire come l’Unione Europea consideri il Golan un territorio illegalmente occupato. Eppure, non è stata capace di fornire alcun argomento in difesa di una qualsiasi soluzione alternativa, giacché, in effetti, non è mai esistita alcuna proposta alternativa proveniente dal contendente siriano. Nessun paese al mondo, in nessuna circostanza e per nessuna motivazione, ha mai restituito un territorio strategico essenziale conquistato dopo essere stato militarmente aggredito da uno Stato vicino.

Non solo: la risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, quella a cui si appellano – credendosi erroneamente nel giusto – coloro che sognano il ritiro di Israele dal Golan, prevede che, a seguito di un accordo tra le parti, Israele si ritiri solo da una porzione delle Alture, non dall’intera zona. Questa circostanza si è già verificata nel maggio del 1974, quando Israele abbandonò una significativa porzione di territorio conquistato, compresa l’importanza città di Quneitra, restituendola alla Siria. Oltre, quindi, all’adempienza di Israele a delle ingiustificate imposizioni del sistema internazionale, negli anni novanta lo Stato Ebraico tentò di siglare con la Siria degli accordi di pace che prevedessero la cessione di ulteriori porzioni di territorio, accordi sistematicamente rifiutati dalla Siria stessa. Era la Conferenza di Madrid. La presa in giro non finisce qua: le alture del Golan non presentano una significativa presenza di siriani che vorrebbero ricollegarsi alla Madre Patria: il territorio è abitato prevalentemente da Drusi, ben felici di essere parte integrante del “leggermente più libero, ricco e stabile” stato di Israele. A differenza, quindi, di quanto si potrebbe affermare per la Cisgiordania, nessun abitante delle Alture ha alcuna intenzione di finire sotto il sanguinario regime di Assad e non ci sono rivendicazioni in tal senso. Perché ne stiamo ancora parlando, dunque? La questione del Golan tratta semplicemente un vantaggio militare, al momento estremamente desiderato dall’Iran – che da mesi ormai ha costruito un corridoio di armi e milizie fino al mediterraneo, e che da altrettanti mesi punta a conquistare il Golan. Ecco spiegata la posizione di alcuni Paesi parte dell’Unione Europea e del Consiglio di Sicurezza Onu: l’incapacità di aver osservare e comprendere le manovre dell’Iran, e dei suoi proxy nell’area (primo su tutti Hezbollah) in Siria.

Eppure, la strategia dell’Iran in Siria non è nata ieri, si è sviluppata nel corso degli ultimi cinque anni con buona pace dei grandi colossi internazionali appoggiati da otto anni di era-Obama. Nel 2014 il portale iraniano  Jomhouri Eslami enunciò – per chi non avesse compreso la gravità della cecità euratlantica – la nascita della nuova divisione siriana di Hezbollah e l’apertura di un fronte anti-israeliano proprio ai confini del Golan stesso. A prescindere dal riconoscimento di Donald Trump (un segnale forte ma che non cambia la realtà), Israele in nessuna circostanza, per nessun motivo, e sotto alcun governo (neanche il più progressista, filosiriano o autodistruttivo che sia) abbandonerà la Alture del Golan. Il motivo di questa affermazione forte è che, al momento, il pericolo maggiore per Israele viene dalla presenza iraniana in Siria, dal rischio che questo rappresenta e soprattutto dall’incapacità siriana (anche se domattina Assad si svegliasse “amico di Israele”) di governare i propri confini in piena autonomia dagli Ayatollah.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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