Hatikwà

Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 Settembre 2019
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HaTikwa (D. Zebuloni) – Per quanto provino a farci credere diversamente, per quanto provino a convincerci che l’uomo in realtà sia un inesorabile pessimista cosmico, io credo che in fondo l’uomo sia profondamente ottimista. Abituato agli eroi dell’infanzia, che non si arrendevano nemmeno di fronte ad un drago sputafuoco, l’uomo continua a credere negli eroi in tutte le fasi della propria vita. Talvolta gli eroi son travestiti da calciatori che contro ogni previsione segnano un goal all’ultimo minuto, talvolta da cantanti che sognavano il palcoscenico mentre servivano i clienti al bar. La regola è una sola: un lieto fine garantito. Forse è per questo motivo che quando Hodaya Oliel ha acceso una delle dodici fiaccole nella cerimonia di Stato in onore del giorno dell’indipendenza israeliano, nemmeno uno spettatore è rimasto indifferente. Hodaya, che con il camice indosso fa impallidire tutti i Superman e le Wonder Woman di Hollywood. Hodaya, che nata con una paralisi celebrale non ha rinunciato a realizzare il suo sogno: diventare il primo medico disabile del paese. Hodaya, che non racconta le salite ignorando le cadute, che non finge un successo privo di difficoltà e ostacoli. Hodaya, che ha trovato il coraggio di chiedere aiuto. D’altronde, come dice lei, tutti noi in realtà abbiamo bisogno di essere aiutati in qualcosa.

Hodaya, cominciamo dall’inizio. Cosa ricordi del momento in cui hai deciso di diventare medico?

Ricordo che ero ricoverata e avevo  appena subito un complicato intervento alle ossa. Avevo tanto tempo libero per  pensare. Ero una bambina piccola, avevo dieci anni ed era la prima volta che affrontavo un intervento di quel genere. Ero ricoverata nel reparto ortopedico dei bambini e dall’altra parte della sala c’era il reparto neurologico dei bambini. Lì tutto mi sembrava più interessante e ricordo che in quel momento ci pensai per la prima volta, per un attimo soltanto. Poi negli anni ci furono altri interventi e altri ricoveri finché ho realizzato che, forse, per poter diventare un bravo medico dovevo prima capire cosa significasse stare dall’altra parte.

Da bambina sognatrice quale eri, immagino che la strada per diventare medico si sia rivelata più lunga e complicata del previsto. Come e dove hai trovato le forze per andare avanti?

Da sola, in me stessa. Non avendo trovato sempre qualcuno su cui appoggiarmi, nel tempo ho capito che infondo potevo contare solo su me stessa. Ovviamente i miei genitori hanno fatto tutto il possibile per sostenermi, ma nella quotidianità, nelle piccole cose, mi sono ritrovata a dover affrontare tutto da sola. Così mi sono creata dei piccoli riti, delle abitudini che riuscissero a darmi sollievo nei momenti difficili. Per esempio quando torno a casa dopo una lunga giornata mi preparo un bicchiere di Coca Cola con ghiaccio e limone e mi concedo dieci minuti di pace e tranquillità assoluta. Metto della musica di sottofondo e mi dimentico di tutto. Oppure ho trovato un metodo per trasferire il peso da una gamba all’altra e così alleviare il dolore quando devo stare in piedi a lungo.  E non rinuncio ad uscire con gli amici ogni tanto, nonostante ciò sia particolarmente impegnativo per me. In sostanza ho imparato a concedermi degli attimi semplici che mi restituiscono un po’ di forza. E poi sono una ragazza credente io, lascio che sia Dio a sostenermi quando nessuno sembra capire del mio dolore.

Presto parleremo anche della fede, ma prima vorrei chiederti cosa si prova a dover sempre chiedere soccorso. Intendo dire, cosa suscita in te la consapevolezza di essere nella posizione di chi deve costantemente essere aiutato?

Chiedere aiuto non è affatto facile. La cosa più importante è sapere a chi rivolgersi, trovare la persona giusta a cui chiedere aiuto. Ho capito nel tempo che per sopravvivere avrei sempre avuto bisogno di una mano e pertanto non mi sono mai concessa il lusso di vergognarmi di chiederla. Ho capito anche che in realtà tutti noi abbiamo bisogno di una mano in qualcosa. Nel mio caso questo è l’aiuto di cui necessito e va bene così, lo accetto, nessuno potrebbe farcela da solo. D’altronde anch’io cerco sempre di aiutare e rendermi disponibile al prossimo, sperando così di compensare i miei limiti e le mie mancanze. La cosa più difficile è senza dubbio rivolgersi ad un perfetto sconosciuto, quando mi guarda e cambia tono come se non capissi ciò che sta dicendo. Se invece vedo che il mio interlocutore mi tratta da pari, mi apro più facilmente e riesco a raccontargli un po’ di me.

Quando nella cerimonia in onore del Giorno dell’Indipendenza hai acceso una delle dodici fiaccole, hai detto che dedichi l’accensione della fiamma “a tutti i cittadini disabili che ogni mattina si svegliano per affrontare la battaglia per la propria indipendenza personale”. Qual è il significato profondo di questa frase?

Le persone disabili devono sforzarsi moltissimo per compiere azioni che agli altri risultano assolutamente scontate. Per esempio un’azione semplice come allacciarsi le scarpe richiede anni di tentativi e un grande impegno. Secondo me le persone dovrebbero imparare dai disabili cosa sia la determinazione e la costanza, imparare dai disabili a porsi degli obbiettivi e  araggiungerli. Ecco a cosa mi riferivo.

Nello stesso evento hai detto che “ogni bambino ha bisogno di un adulto che creda in lui”. In te chi ci ha creduto sin dall’inizio?

Innanzitutto i miei genitori, che sono persone fantastiche e mi hanno aiutato a superare infiniti ostacoli lungo tutto il cammino. Ma non sono gli unici, a sostenermi ci sono stati anche molti amici, i miei vicini di casa, i miei docenti universitari, i medici con cui ho collaborato. Tutti loro hanno visto in me un potenziale che andava oltre la disabilità. Devo quindi a queste persone lontane e vicine moltissimo, è anche grazie a loro se ce l’ho fatta.

Correggimi se sbaglio, ma credo che talvolta la voglia di farcela è accompagnata da molta rabbia. Hai mai nutrito sei sentimenti di rabbia nei confronti di te stessa o nei confronti di Dio?

E  a cosa mi servirebbe arrabbiarmi? Io non credo che Dio mi debba qualcosa e in generale la rabbia è un sentimento che non mi appartiene. Ciò non vuol dire che non preferirei essere come gli altri, significa piuttosto che ogni essere umano è arrivato in questo mondo con il proprio bagaglio di problemi e la rabbia in questo caso come negli altri non serve a nulla. Non riesco ad arrabbiarmi nemmeno con me stessa, perché sento di impiegare sempre il massimo delle mie possibilità.

Immagino che durante gli studi hai dovuto impegnarti molto più dei tuoi compagni di classe per dimostrare di non essere inferiore a loro. Ora che hai ufficialmente terminato gli studi di medicina con successo, pensi che sia finito anche il tempo di dimostrare a tutti chi sei e quanto vali o credi invece che dovrai sempre impegnarti un po’ di più dei tuoi colleghi?

 Non mi vedo diversa dagli altri, quindi questo bisogno di dimostrare non l’ho percepito come lo descrivi tu. D’altra parte gli studi di medicina sono effettivamente molto difficili e gli ho affrontati con il massimo impegno perché sapevo che per arrivare esattamente dove volevo arrivare non mi bastava essere semplicemente brava. Credo che alcuni dei miei compagni di classe abbiano colto tutto ciò e per questo hanno imparato nel tempo ad apprezzarmi e guardare oltre la mia diversità.

E che valore aggiunto pensi che possa dare la tua storia personale alla tua carriera da medico?

So cosa significhi stare dall’altra parte, ricordo molto bene il senso di paura, ansia e confusione che accompagna il periodo del ricovero. Cerco di non trascurare mai i sentimenti del paziente, cerco di essere più empatica, cerco di ascoltare chi ho difronte e dare quante più informazioni specifiche sui trattamenti e la cura più adatta.

Contro ogni previsione, hai dimostrato a te stessa e gli altri che con un pizzico di determinazione si può realizzare qualsiasi sogno. Pensi di avere ancora dei sogni da realizzare?

Ovviamente, la strada è ancora lunga!

Hodaya, vorrei terminare questa intervista dicendoti che sei ai miei occhi un’eroina e un simbolo di forza e grande coraggio, ma so che non ti piace essere definita così. So che non ti piace sentirti dire queste cose. Come mai?

Perché non credo di esserlo. Faccio tutto ciò che è nelle mie possibilità per realizzarmi come persona, ma credo che sia una cosa normale. Pensa, se avessi rinunciato ai miei sogni mi sarei solamente fatta un torto, mi sarei danneggiata. Il fatto che io cerchi di avere una vita normale nonostante la mia disabilità è in fondo una cosa logica. Tutti dovrebbero comportarsi così, senza aspettarsi di essere definiti eroi. Ma grazie comunque del complimento, questa volta lo accetto volentieri.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI11 Settembre 2019
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HaTikwa (S. Winkler) – La Galleria degli Uffizi di Firenze ospita per la prima volta alcuni tra i più preziosi e importanti tessuti ebraici provenienti dalle collezioni di musei italiani e stranieri. La mostra dal titolo Tutti i colori dell’Italia ebraica, curata da Dora Liscia Bemporad e Olga Melasecchi, resterà aperta al pubblico fino al 27 ottobre 2019, presso l’Aula Magliabecchiana del prestigioso museo fiorentino, dove sono esposti più di 100 tra tessuti, argenti, abiti, manoscritti, disegni e dipinti. Tra questi, vi è anche un Aròn ha-qòdesh, proveniente dalla più antica sinagoga di Pisa e realizzato nella seconda metà del XVI secolo, ridipinto nel XIX secolo, ma restaurato e rimesso nella sua fattura originale appositamente per la mostra.

Nel percorso della mostra si possono cogliere, oltre all’aspetto artistico, anche la storia delle Comunità della Penisola, i contatti reciproci stabiliti e i rapporti con il resto del mondo, che hanno determinato un crocevia di scambi che si protrae fino ai giorni nostri.

Protagonisti della mostra sono i tessuti, che hanno un valore specifico all’interno della sinagoga sin dai tempi più antichi: tra questi vi è la paròkhet, la tenda che copre e chiude l’Aròn ha-qòdesh, in cui vengono conservati i Sefer Torah, ognuno di essi protetto dal Me’ìl e dalla Mappah. La maggior parte dei tessuti qui esposti proviene dalle sinagoghe che erano situate all’interno dei ghetti italiani, istituiti nel corso del XVI secolo in molte città della Penisola, partendo da Venezia e proseguendo con quello di Roma, rispettivamente costituiti nel 1516 e nel 1555.

Proprio a causa delle restrizioni in ambito lavorativo e della soppressione dei banchi ebraici voluta da Papa Innocenzo XI, gli ebrei si dedicarono maggiormente alla realizzazione di stoffe e tessuti per nobili e cardinali, importando tessuti anche da paesi  lontani, beneficiando del commercio marittimo con l’Oriente: tra questi si possono citare un tappeto annodato in Egitto, realizzato nel XVI, e una manifattura di Macao, realizzata inizialmente come copritavolo; entrambi sono stati trasformati in paròkhet. Importante è ricordare che nel mondo dell’Antico Regime era ancora raro produrre manufatti nuovi, mentre era comune restaurare e riportare a nuova forma oggetti già prodotti.

La realizzazione dei manufatti era ad opera delle donne ebree che abitavano nei serragli (come venivano chiamati i ghetti) e lavoravano tutto il giorno alla finestra, cercando di sfruttare ogni raggio di sole che riusciva a penetrare tra gli stretti vicoli dei ghetti. Le ricamatrici ebree erano ricercate anche al di fuori delle mura dei ghetti, perché erano capaci di nascondere lo stacco tra due tessuti realizzando punti molto piccoli. La loro clientela era quindi estremamente variegata, ma lavoravano anche per i membri della loro famiglia: le spose indossavano abiti colorati che poi trasformavano in paròkhet da donare alla Scola d’appartenenza, impreziosite dagli stemmi di famiglia, definiti parlanti perché rappresentano visivamente il cognome (due esempi possono essere il barattolo di miele con le api per la famiglia Mieli e il leone dormiente per la famiglia Sonnino); le giovani promesse spose regalavano al futuro marito un Talled ricamato.

I tessuti in mostra non provengono soltanto dalle sinagoghe e dai musei ebraici italiani, ma nel percorso è possibile ammirare alcuni frammenti ricamati provenienti dal Museum of Fine Arts di Cleveland, rappresentanti scene tratte dall’Haggadàh, due paròkhet dal Jewish Museum di New York e una dal Victoria and Albert Museum di Londra.

Accanto a questi paramenti, vi sono esposti alcuni dipinti che rappresentano appieno il valore dato agli abiti e alle decorazioni preziose alla moda nel corso dei secoli: tra questi c’è il dipinto La festa di Simchàt Toràh nella sinagoga di Livorno realizzato dal pittore ebreo inglese Solomon Hart, ambientato proprio nella città toscana, una tra le poche della Penisola a non aver istituito un serraglio. Gli ebrei livornesi erano principalmente mercanti e potevano commerciare con tutto il Mediterraneo: riferendosi al dipinto, si notano i ricchi abiti del Rabbino e dei fedeli e i paramenti con cui la Sinagoga di Livorno fu decorata per la celebrazione.

La mostra tratta anche dell’emancipazione degli ebrei dopo l’apertura delle porte dei ghetti, concludendo il percorso con la moda del prêt-à-porter, che si sviluppa nel corso del XX secolo, anche grazie all’apporto dato dai cittadini italiani di religione ebraica.

Chiude il percorso di questa interessante mostra, vi è un lungo fregio realizzato da Lele Luzzati con le raffigurazioni delle scene della Commedia dell’Arte Italiana, realizzato per il transatlantico americano Oceanic.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI23 Agosto 2019
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HaTikwa (N. Greppi) – Una settimana intensa e piena di emozioni quella della Summer U, l’evento estivo organizzato ogni anno dall’EUJS (European Union of Jewish Students), che quest’anno si è tenuto a Mollina, in Spagna. L’evento, tenutosi dal 12 al 19 agosto, ha visto la partecipazione di circa 300 giovani ebrei dai 18 ai 30 anni provenienti da più di 30 paesi.

Durante la settimana si sono svolte attività di ogni genere: dibattiti politici, attività sportive, party, e la notte si organizzava una discoteca all’aperto, che a seconda dei giorni era dedicata a un certo paese. Mentre giovedì 15 sono state organizzate due gite di cui ciascuno poteva sceglierne solo una: la prima a Cordoba per approfondire la storia degli ebrei in Andalusia, e l’altra a Marbella per chi preferisse andare al mare.

La prima sera si è organizzato un barbeque di benvenuto per tutti i partecipanti. Nei giorni successivi invece si sono succeduti dibattiti sugli argomenti più svariati, ai quali i partecipanti si potevano accreditare attraverso una app creata appositamente per l’evento: dalla geopolitica internazionale alla sessualità nella Torah, dall’antisemitismo in Europa all’innovazione in Israele. Un evento molto interessante, ad esempio, è stato il dialogo tra un rabbino ortodosso e uno riformato, che sebbene i due non condividessero molto le idee dell’altro si è svolto con toni pacifici e serietà, qualcosa a cui siamo sempre meno abituati.

Una grossa importanza hanno avuto le elezioni del nuovo consiglio EUJS, che si svolgono ogni due anni e che hanno visto arrivare al terzo posto tra i candidati un’italiana, la 25enne romana Alessia Gabbianelli, che da anni è impegnata con l’organizzazione soprattutto riprendendo gli eventi come videomaker, mentre il nuovo presidente è il 23enne austriaco Bini Guttmann. Tra i volontari, invece, si è distinta anche la 19enne veronese Caterina Cognini, che a luglio ha tenuto un discorso a nome dell’EUJS al Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU a Ginevra.

Ma la Summer U non è stata solo attivismo politico e dibattiti, tutt’altro: tra le attività di puro svago quello forse più divertente è stato il Color Run, quando ragazzi e ragazze si rovesciavano a vicenda sacchetti di polvere colorata, e in seguito si sottoponevano a una “doccia” di schiuma fredda che unita ai colori lasciava segni indelebili o quasi sulle magliette bianche date per l’occasione. Inoltre, ogni giorno c’era chi passava ore in piscina.

Uno dei fattori che hanno reso questa settimana indimenticabile è certamente la musica: che fossero in discoteca, in mensa, in piscina o in qualunque altro posto i ragazzi trovavano sempre una buona occasione per cantare insieme canzoni in ebraico conosciute alla maggior parte dei giovani ebrei in tutto il continente, spesso accompagnati da musicisti dotati di chitarra e tamburo. Gli italiani in questo si sono distinti particolarmente anche perché erano forse gli unici che cantavano l’inno del proprio paese, ed è stato commovente vedere anche gli altri che apprezzavano l’Inno di Mameli al punto da unirsi a noi per cantarlo anch’essi.

Un’altra cosa in cui si sono distinti gli italiani è stata la Union Hour in cui hanno insegnato agli altri ragazzi a cucinare le tagliatelle e si ascoltava tutti insieme canzoni nostrane apprezzate anche all’estero, come Soldi, Volare e Bella Ciao.

Sebbene fosse un contesto internazionale, in alcuni casi le differenze tra i vari paesi o città emergevano forti: ad esempio, durante una discussione organizzata sabato 17 dal Congresso Ebraico Mondiale si è cercato di capire quali fossero le priorità per ogni partecipante, ed è venuto fuori che la maggior parte era più preoccupata per i problemi della propria comunità di appartenenza che per la situazione globale.

In conclusione, la Summer U è stata un’esperienza unica, dove le cose da fare non sono mai mancate, e in cui ci si sente a casa a prescindere da dove vivi.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI21 Agosto 2019
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HaTikwa (L. Clementi) – La vicenda in pillole: due deputate statunitensi musulmane, Ilhan Omar e Rashida Tlaib, hanno annunciato di volersi recare in Israele e in ‘’Palestina’’ per conoscere la realtà locale. Lori Lowenthal Marcus e Jerome M. Marcus affermano, in un articolo scritto il 26 luglio scorso su Jns.org, che l’Ambasciatore israeliano negli Usa Ron Dermer ha detto che Israele non avrebbe impedito alle due congressiste di entrare nel paese, nonostante siano entrambe dichiarate sostenitrici del movimento BDS (campagna per Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni contro lo Stato d’Israele). Esiste una legge del 2017 che impedisce l’ingresso a cittadini stranieri che hanno compiuto pubblicamente azioni di boicottaggio ai danni dello Stato ebraico; il ministero degli Esteri, tuttavia, può raccomandare una deroga per motivi diplomatici.

Recentemente Israele, con l’appoggio del Presidente USA Donald Trump, ha invece negato alle due il permesso di ingresso nel Paese. ‘’Non consentiremo l’ingresso a chi nega il nostro diritto di esistere nel mondo’’ ha detto il Vice Ministro degli Esteri Tzipi Hotovely. E ancora, il Primo Ministro Netanyahu: ‘’Non c’è altro Paese al mondo che rispetta gli Stati Uniti e il Congresso americano più di Israele, ma l’itinerario previsto per la visita dimostra che l’unica intenzione delle due deputate era di danneggiare Israele.’’
Lo stesso Presidente Trump ha scritto su Twitter: “Odiano Israele e tutti gli ebrei e non c’è nulla che possa essere detto o fatto per far cambiare loro idea.’’ Successivamente, Tlaib ha richiesto e ottenuto un permesso d’ingresso per motivi umanitari, per andare a visitare la nonna ormai novantenne, affermando durante il suo viaggio di non promuovere alcuna campagna contro lo Stato. La deputata ha poi ritrattato, definendo ‘’opprimenti’’ le politiche israeliane.

La questione ha spaccato l’opinione pubblica: chi accusa lo Stato ebraico di illiberalismo e di servilismo nei confronti del Governo americano, chi ne difende le ragioni accusando le due deputate di voler soltanto gettar fango su Israele. Il pensiero dei primi può riassumersi nella dichiarazione in merito dello speaker Dem del Congresso USA Nancy Pelosi: la decisione di negare l’ingresso a due parlamentari americane “non è degna del grande Stato di Israele” e il fatto che il presidente Donald Trump abbia incoraggiato Israele a negare l’ingresso alle due parlamentari “è un segno di ignoranza e mancanza di rispetto”. Dunque può uno stato democratico e liberale come Israele negare l’ingresso a due deputate americane se anti-Sioniste? Per i secondi, assolutamente sì. Innanzitutto affrontiamo la questione sulla Legge BDS del 2017. Precludere l’entrata allo straniero che danneggia e boicotta pubblicamente lo Stato è previsto dalla legge. Dunque è scorretto parlare di servilismo nei confronti degli USA, in quanto è lo stesso ordinamento israeliano a prevedere un tale comportamento. A questo punto si direbbe: ‘’Si, ma la legge è giusta? Può uno Stato democratico bandire dal proprio territorio stranieri che sostengono attivamente il BDS?’’

Le ragioni di una Legge simile devono essere trovate nel continuo bombardamento mediatico a cui è sottoposto lo Stato d’Israele: boicottaggi, manifestazioni, dissensi. Un filo-Sionista potrebbe tranquillamente chiedersi se talvolta i manifestanti spostano lo sguardo verso alcuni paesi arabi, all’interno dei quali un normale cittadino israeliano non può entrare, e un cittadino del resto del mondo con visto israeliano fa meglio a cambiare passaporto. Giustamente si potrebbe rispondere: ‘’Ma Israele non è l’avanguardia del Medio-Oriente, il grande Faro di Democrazia che tanto millantate? Mica può essere paragonato all’Arabia Saudita’’. Infatti non può essere paragonato all’Arabia Saudita. Tant’è che con gli investimenti nel campo della ricerca, la potenza nucleare e militare non si spiega come sia possibile che chi costruisce tunnel, accoltella e bombarda con i Qassam un giorno sì e l’altro pure sia ancora tranquillamente lì a costruire tunnel, accoltellare e bombardare con i Qassam.

‘’Poi parlano di risposta eccessiva e di Stato oppressore…’’ pensa tra sé e sé il filo-Sionista ‘’Chissà se conoscono l’Iron Dome…’’
Dunque mentre i primi affermano che rifiutare due deputate americane che vogliono andare in visita è un atteggiamento non rispettoso e non democratico, i secondi rispondono che essere democratici in Medio-Oriente non è così facile come esserlo in Italia, specie se ci si chiama Israele. Gli israeliani hanno accolto 70 membri del Congresso americano, democratici e repubblicani. Cosa avranno queste due di diverso? Musulmane? Macché, c’è addirittura un partito arabo e anti-Sionista in Knesset, ‘’Balad’’.
L’itinerario per il viaggio è intitolato: “US Congressional Delegation to Palestine”, e avrebbe condotto Omar e Tlaib attraverso i maggiori centri palestinesi in Gerusalemme e in West Bank. Non è stato previsto alcun incontro con un funzionario israeliano, di nessun credo politico: perlopiù Associazioni no-profit palestinesi e attivisti per i diritti umani. ‘’The Times of Israel’’ afferma che le deputate avrebbero incontrato Hanan Ashrawi, membro del comitato esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.

Scrive sempre il ‘’Times of Israel’’ che il viaggio è stato organizzato da ‘’Miftah’’, una ONG palestinese con a capo Ashrawi. ‘’Miftah’’ supporta il boicottaggio di Israele, loda i kamikaze palestinesi ed è nota per aver pubblicato accuse antisemite, poi ritrattate. Un suo membro dello staff, Nawaf Al Zaru, nel 2013 ha inoltre postato un articolo di critica nei confronti dell’allora Presidente USA Barack Obama per aver ospitato un Seder di Pesach alla Casa Bianca, in quanto – afferma – gli Ebrei uccidono i bambini non Ebrei usando il loro sangue per rituali religiosi. A questo punto si attende la risposta dei primi.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 Agosto 2019
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+++ Agosto 2019, le Università italiane hanno aperto un nuovo corso di laurea triennale: Tuttologia +++

HaTikwà – Dicono sia interessante e particolarmente richiesto, si studia un po’ tutto ed un po’ niente ed alla fine dei tre anni, assieme al diploma, ti viene regalata anche una licenza, quella di poter parlare di qualsiasi cosa. Ovviamente, però, questo lo fanno già in tanti (anche senza i tre anni di studi più variegati), quindi l’Università ti concede una deroga più particolare: non solo puoi scrivere di qualsiasi argomento, ma puoi fingere anche di saperne più di tutti, di avere la verità in tasca.

Puoi effettuare sondaggi con i tuoi due/tre contatti dell’esercito e dire che tutti gli italiani si arruolano perché sono esaltati, puoi parlare di religione e di charedim, delle ciambellette a Pesach, della validità del gol di Turone e dell’uomo sulla Luna. Puoi, perché tu sai e nessuno può dire il contrario. Chi prova a dirti qualcosa, magari di parlare di ciò che sai, limitandoti a quello, gli si risponde invocando la libertà d’espressione, sempre utile in questi casi.

La laurea, poi, ti apre un sacco di strade. Si vocifera ci siano quotidiani online e testate giornalistiche pronte ad assumere tuttologi da tutta Europa. In Italia stanno spopolando, la richiesta è alle stelle. D’altronde i giornali ne hanno estrema necessità, visto che le risorse scarseggiano e non tutti possono permettersi giornalisti veri.