Hatikwà

Consiglio UGEIConsiglio UGEI23 Febbraio 2020
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HaTikwa, di Luca Spizzichino

Milena Santerini, nata a Roma nel 1953, è docente di Pedagogia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, vicepresidente della Fondazione Memoriale della Shoah di Milano e componente del Consiglio Didattico Nazionale della Fondazione Museo della Shoah di Roma. Come scrive nel suo sito internet, “considera necessario vincere i processi di discriminazione contro i più deboli e le minoranze contrastando razzismo, antisemitismo, islamofobia, antigitanismo”. Già deputata alla Camera nella XVII Legislatura nel gruppo Demos-Centro Democratico, lo scorso 16 gennaio è stata nominata dal Governo Conte per il delicato ruolo di Coordinatrice Nazionale per la lotta contro l’Antisemitismo. Per questa intervista esclusiva rilasciata ai ragazzi dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia, si è discusso del crescente odio antisemita in Italia, della trasmissione della Memoria e di molto altro.

Buongiorno Professoressa Santerini, innanzitutto la ringraziamo per questa occasione. Per noi di HaTikwa, organo di stampa dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia, è un onore poter intervistare una figura come la sua. Quale è stata la sua reazione alla nomina per un ruolo così delicato?

Ho sentito un senso di grande responsabilità, perché questo ruolo significa innanzitutto un maggiore impegno del Governo contro l’antisemitismo, e poi vuol dire anche una richiesta di coordinare le tante azioni che già si fanno. E per me vuol dire anche avere un maggiore impegno nel tessere rapporti, reti, dialogare e far dialogare. Quindi da un lato sento un forte senso di responsabilità, perché i problemi sono piuttosto gravi, e dall’altro un impegno nel tessere maggiormente i rapporti prima con le comunità ebraiche, e poi con le istituzioni e la società civile.

Quali sono gli obiettivi che si prefigge, nel breve e nel lungo periodo, nella lotta all’antisemitismo?

È bene distinguere tra breve e lungo periodo. A breve devo rispondere al mandato che mi è stato dato dal governo, ovvero quello di effettuare una ricognizione, per vedere gli orientamenti e le possibili applicazioni della definizione di antisemitismo data dall’IHRA. Come sapete, dal 2016 una task force di 31 paesi da tutto il mondo ha proposto un documento all’interno del quale c’è anche una definizione di antisemitismo con alcuni esempi, che è stato accolto dal Governo il 27 gennaio, proprio nel Giorno della Memoria. Mi è stato dato il compito di capire quali possono esserne in Italia le possibili applicazioni. Nel medio e lungo termine invece c’è un enorme lavoro da fare di tipo culturale, sociale e normativo, per capire come contrastare l’antisemitismo; questo intendo farlo a 360 gradi, lavorando con le comunità ebraiche, lavorando sull’informazione, la cultura, la scuola, a livello normativo, a livello sportivo e soprattutto a livello dei media e dei social media, contro l’hate speech.

 Nell’ultimo mese, c’è stato un aumento repentino degli atti antisemiti nel nostro Paese. Secondo Lei, quali sono le cause?

Questa è una domanda molto seria. Dal punto di vista delle statistiche, i dati dell’Osservatorio Antisemitismo del CDEC ci dicono che in realtà tutti gli anni, in prossimità del Giorno della Memoria, c’è un intensificarsi di questi gesti, però quest’anno ci troviamo purtroppo in un trend negativo, perché già il 2019 ha visto un aumento degli atti di antisemitismo, e per due terzi online. Ma qui stiamo parlando di gesti compiuti fuori dal web, di persone che escono, prendono la vernice e vanno a imbrattare le porte e scrivono cose ingiuriose, e quindi aspettiamo di capire qual è l’andamento, dei numeri degli atti di antisemitismo in Italia. Però una cosa la possiamo dire, ovvero che vi è il rischio che dal linguaggio d’odio poi si possa passare facilmente a dei gesti, fino ad arrivare, e speriamo di no, ad una vera e propria violenza. Siamo ancora in tempo per prevenire questi fenomeni.

La Memoria sta perdendo la sua forza?

Questo è un discorso molto complesso. A mio parere dobbiamo distinguere tra gli adulti e i giovani; per quanto riguarda gli adulti, anche i sondaggi SWG ci dicono questo: da un lato ci sono persone che cominciano a dire che si stancano, che la Memoria è sempre ripetuta e così via, ma abbiamo anche visto una versione opposta, cioè un aumento del numero delle persone che dicono che invece è ancor più giusto e ancor più necessario. Si sta sviluppando in Italia questo dibattito, e quindi dobbiamo rinnovare la Memoria, rinnovare il senso del perché è importante non tanto ripetere stancamente cosa è avvenuto, quanto far capire il senso che ha per noi oggi. Per quanto riguarda i giovani è un discorso diverso, i giovani non fanno e quindi occorre ovviamente un lavoro enorme di informazione, fatta non solo sui numeri e sulle cifre, e quindi ripetitivo, ma facendo capire l’enormità di ciò che è successo e anche facendo porre delle domande sul presente agli stessi ragazzi. La Memoria non ha perso la sua forza, il problema è che noi adulti dobbiamo riuscire a far capire ai giovani perché bisogna soffrire un po’ quando si sentono queste testimonianze. I giovani si chiedono “ma io che c’entro? Perché devo soffrire per quello che è successo quando io non c’ero?”. È come se non capissero che dalla sofferenza delle generazioni precedenti può nascere un impegno dei giovani oggi. Ecco, questo è un discorso che i testimoni, come Liliana Segre ed altri, fanno molto bene quando chiedono ai ragazzi di essere loro oggi quelli che sentono la testimonianza, affinché possano impedire che ciò che è successo allora non riaccada in altre forme in futuro.

Quindi alla fine occorre lasciare un senso di responsabilità ai giovani, che sono il futuro…

Una responsabilità che non li schiacci però, come avviene in Germania, dove le giovani generazioni si chiedono: “Noi che c’entriamo?  Questo non l’abbiamo fatto noi, perché dobbiamo soffrire noi oggi per ciò che fecero gli adulti in quegli anni bui?”. Bisogna lasciare una responsabilità in positivo, non una sofferenza non spiegata, che spesso i giovani vogliono evitare, perché è questo il problema. Quando vediamo i giovani che non capiscono la testimonianza, oppure nelle grandi platee troviamo qualcuno che ride, in realtà non è soltanto superficialità, ma è un po’ una fuga dai grandi problemi della vita, un modo per rimuovere dei giovani. Noi dobbiamo aiutarli a porli di fronte alle grandi domande sul senso della vita, come capire cos’è il bene e cos’è il male, senza però schiacciarli.

In Italia si sta facendo abbastanza per combattere questo clima d’odio? Nel caso, ci sono margini per migliorare?

Certamente non si fa mai abbastanza e dobbiamo anche intensificare l’impegno, a tutti i livelli. Da un lato, parliamo della comunicazione, dei media, dove c’è un linguaggio che è banalizzato, normale, spesso contro alcuni gruppi, o pensiamo all’abitudine ad usare parole derisorie contro il mondo ebraico. Oggi tutto questo è tollerato, quando in realtà non è tollerabile. C’è quindi molto lavoro da fare nel quotidiano. Ma c’è anche molto lavoro da fare sul web, dove circolano immagini e percezioni che dobbiamo contrastare, o a scuola dove spesso la Shoah si studia poco o male, oppure non si studia l’ebraismo italiano prima della Shoah; a volte millenni di storia ebraica in Italia sembrano non esserci mai stati, soprattutto nei libri di testo dove non suscitano interesse. Dobbiamo inoltre impegnarci affinché gli atti antisemiti non siano tollerati, non considerandoli normali o sottovalutarli definendoli delle ragazzate. Questo perché ci possono essere delle reti, spero di no, che fanno reati o azioni eversive dietro alcuni gesti antisemiti o razzisti, e che possono sfociare nella violenza, come con la strage avvenuta in Germania (ad Hanau, ndr). Gli estremisti spesso si nascondono per poi emergere all’improvviso con una violenza intollerabile. Pertanto dobbiamo agire in tutti questi livelli, anche se ovviamente non si fa mai abbastanza.

Cosa ne pensa del modo attuale di ricordare la nostra storia? Pensa debba essere rinnovato in qualche modo? Se sì, come?

Ci accontentiamo di dare delle emozioni, evocando il clima dei lager, di tutti i fenomeni della deportazione, di colpire i giovani. Ma è un’emozione che a volte non mette radici, o perché c’è una fuga della sofferenza, oppure perché ci si commuove ma poi non si passa a farsi una domanda etica, su sé stessi e su cosa sia il bene e il male, oltreché sui fenomeni di emarginazione, di razzismo, di antisemitismo e di esclusione degli altri che ci sono oggi. La domanda di fondo da fare, ma che qualche volta non si fa, è: “Come persone normali accettino quello che è successo?”. Ci interessa relativamente la personalità del carnefice, mentre ci deve interessare soprattutto la gente comune, come questa sia arrivata a una cecità morale, e ad accettare la discriminazione, l’individuazione, l’esclusione e infine la violenza. Questa è la domanda da far arrivare alla coscienza delle future generazioni: “Questo può accadere di nuovo?”. La Shoah in quanto tale è unica, ma i meccanismi che l’hanno prodotta si possono ripetere.

Qual deve essere l’approccio delle scuole al fenomeno dell’antisemitismo?

Abbiamo due problemi: il primo è che dobbiamo continuare sia la storia che la memoria, mentre troppo spesso ho visto distinguere i due aspetti, cioè la storia intesa come i luoghi, le date e le conoscenze, e la memoria intesa come le testimonianze, la singola storia o vita. Invece sono due cose molto diverse, ma al tempo stesso complementari, che vanno insieme. Io non posso sentire le storie di Sami Modiano, di Piero Terracina e di altri, che possono far commuovere, senza capirne il contesto, ho bisogno di un quadro storico che mi spieghi perché è accaduto. Al tempo stesso, una narrazione fredda e oggettiva non fa capire cos’è successo alla vita delle persone. Il secondo problema sta nel separare la storia della Shoah dall’antisemitismo, è come una censura, quindi ci porta a non capire i problemi di oggi, come se fosse un evento avvenuto nella nebbia, un fatto terribile che rischia di affascinare in modo morboso. Poi non si coglie il perché dell’antisemitismo, e magari si riesce anche a piangere sulla Shoah ed essere al tempo stesso antisemiti. O come è accaduto con alcune forze politiche, le quali dicono che la Shoah è un male e al tempo stesso si astengono sulla proposta della Commissione sull’intolleranza e l’odio proposta dalla Senatrice Segre. È chiaro che questi due aspetti non devono essere in contradizione, la Shoah è nata da un antisemitismo profondo, da un desiderio di annullare il popolo ebraico, e quindi dobbiamo andare alle radici di questo tipo di scelta discriminatoria, perché può ripetersi e continuare sotto altre forme.

In molti interventi Lei ha sottolineato come l’antisemitismo negli anni si sia evoluto. Ci potrebbe spiegare in che modo? Lei pensa che stia diventando sempre più insidioso e difficile da contrastare?

L’antisemitismo assume forme diverse a seconda dei contesti storici, dall’antigiudaismo cristiano si è poi evoluto in un odio di tipo “razziale”, poi sostenuto dall’antisemitismo “scientifico”, che di scientifico non aveva nulla e ha permesso il genocidio del popolo ebraico. Oggi abbiamo forme molto diverse, il conflitto israelo-palestinese ad esempio ha sicuramente contribuito a far creare nuove forme di ostilità nei confronti degli ebrei, che spesso sono al confine, e la posizione che prendiamo oggi di tipo politico può diventare anche una forma diversa di antisemitismo rispetto al passato. Ci sono modi diversi, perché le generazioni cambiano, perché il contesto sociopolitico in cui siamo cambia. Così rimangono le vecchie forme e al tempo stesso se ne aggiungono di nuove.

Noi, come giovani ebrei italiani, cosa possiamo fare per far capire ai nostri coetanei quanto sia semplice oltrepassare la sottile linea grigia che divide la critica politica allo Stato d’Israele da un commento di tipo antisemita?

Io spero che voi mi aiutiate, e io ovviamente aiuterò voi. Spero che collaboreremo molto e che ci siano iniziative che faremo insieme, perché c’è bisogno di andare a parlare nelle scuole, nelle classi, presentando un modo diverso di parlare della Shoah, affrontando certe resistenze dei giovani. Spero di poter fare ciò insieme alle organizzazioni giovanili ebraiche. Quello che dovremmo fare insieme è spiegare ai giovani il confine tra una critica, a volte legittima, e un’ostilità, che è vero e proprio antisemitismo. Io credo ci debba essere un colloquio franco con i giovani, non bisogna nasconderli questi problemi, bensì affrontarli, a partire dalla vostra esperienza, di giovani che non difendete solo voi stessi, ma anche un modo civile di convivere in pace, insieme.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI20 Febbraio 2020
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HaTikwa, di Redazione

La Parasha di questa settimana, Parashat Mishpatim, ci insegna un valore di straordinaria importanza. Il valore dell’empatia. Cerchiamo di capire perché.

Parashat Mishpatim tratta un aspetto estremamente tecnico e burocratico dell’abraismo, quello delle regolamentazioni e delle norme di comportamento. Argomenti estremamente pratici, apparentemente privi di alcun risvolto emotivo. Poi, d’un tratto, la Parasha cita le quattro categorie di persone che Dio preferisce, quelle che il Signore sente più vicine a sé: il povero, il convertito, la vedova e l’orfano.

Nell’era delle scorciatoie e dei favoritismi nei confronti dei più forti, dei più agiati, dei più potenti, ecco che viene la Torah e ci spiega quali sono davvero le persone che meritano davvero uno spazio speciale nei nostri cuori. Le più deboli, le più sole, le più spaesate. E se Dio riserva particolari attenzioni nei confronti di queste persone, perché noi non dovremmo fare lo stesso? Ecco la prima lezione di empatia. Ma presto ne arriva una seconda.

Il Sefer Hachinuch spiega che tutti noi facciamo parte di queste quattro categorie, pur non essendone a conoscenza. Tutti noi talvolta ci sentiamo un po’ soli, un po’ stranieri, un po’ diversi, un po’ deboli. Ognuno di noi racchiude in sé quelle straordinarie fragilità che ci rendono umani e di conseguenza tanto vicini a Dio. Se ognuno di noi riuscisse a vedere nel prossimo o in sé stesso queste qualità, ecco che riusciremmo tutti ad essere molto più comprensivi, molto più disponibili, in una parola: molto più empatici. E una vita svolta all’insegna dell’empatia, è una vita più armoniosa, una vita migliore.

Impariamo dunque la lezione più importante: anche lì dove tutto ci sembra freddo e distaccato, anche se la realtà che ci circonda tutto pare essere estremamente tecnico, come nella Parasha di Mishpatim, ecco che con un po’ di sfrozo potremmo presto trovare un risvolto umano e colmo di emozioni, quelle emozioni che tanto mancano nella nostra quotidianità.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 Febbraio 2020
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HaTikwa, di Nathan Greppi

Chiunque si informi su Israele tramite i social, si sarà imbattuto almeno una volta nelle sue vignette. Ma non tutti sanno che le strisce di Dry Bones, e il loro autore Yaakov Kirschen, hanno una storia ben più lunga alle spalle.

Partiamo dall’autore: nato a Brooklin nel 1938 come Jerry Kirschen, secondo il suo sito da giovane ha iniziato a disegnare vignette per Mad Magazine, storica rivista di fumetti americana, e per Playboy. Negli anni ‘60 era fortemente schierato a sinistra, tanto da partecipare alle proteste contro la Guerra in Vietnam e a ottenere una carica nel Partito Democratico al Congresso di Chicago del 1968.

Nel 1971 decide di fare l’aliyah, e cambia il suo nome da “Jerry” a “Yaakov”. Nel 1973 inizia a pubblicare la serie di vignette Dry Bones sul quotidiano israeliano Jerusalem Post; il nome delle strisce si ispira a una visione del Profeta Ezechiele. Le vignette, che dal 2005 vengono pubblicate anche sul suo blog, trattano vari temi legati all’ebraismo e a Israele: dall’antisionismo al negazionismo, dalle festività alla quotidianità nel mondo ebraico. Il protagonista è spesso un alter ego dell’autore, ritratto come un uomo paffuto con i baffi, a volte in compagnia del suo cane. Dopo l’aliyah perde gradualmente il suo background sessantottino, tanto da ottenere più consenso da parte del pubblico conservatore.

Negli anni le sue strisce hanno ottenuto un vasto successo, tanto da essere riprese o citate da grandi testate internazionali come il New York Times, l’Associated Press e Forbes. Inoltre, in passato ha lavorato a un progetto di vignette pubblicate in Cina, mentre in Italia vengono spesso pubblicate su Informazione Corretta, sito specializzato su Israele e il mondo ebraico.

Nel 1993, Kirschen ha pubblicato il suo primo libro, Trees: The Green Testament, che racconta il rapporto tra gli ebrei e la Terra d’Israele. Come scrisse all’epoca il Wall Street Journal, Kirschen pubblicò quest’opera anche in risposta a Maus, celebre graphic novel di Art Spiegelman in cui gli ebrei vengono ritratti come topi e i nazisti come gatti; l’autore di Dry Bones sosteneva che Spiegelman ritraeva gli ebrei solo come deboli e senza radici, al che lui ha voluto rispondere con un’opera dove invece hanno radici salde nella loro terra, come gli alberi.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI18 Febbraio 2020
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HaTikwa, di David Fiorentini

È stato nel contesto del grande evento internazionale a Roma, il JIR, che l’UGEI è entrata in contatto con il Lussemburgo. Una realtà piccola, caratterizzata dal pendolarismo dei giovani verso le grandi città come Parigi e Bruxelles, che però ha grande consapevolezza della necessità di mantenere viva la vita ebraica nazionale. Per questo, il Presidente Nathan Moyse ha colto l’occasione del Jewish International R(h)ome per invitarci al prossimo weekend targato UJGIL, lo Shabbaton Internazionale del Lussemburgo.

Tenutosi lo scorso fine settimana, dal 14 al 16 Febbraio, grazie al costante rapporto tra il Consiglio UGEI e il Board UJGIL, è stato possibile organizzare una grande delegazione da ben 18 italiani provenienti da varie comunità del Paese. Non solo Milano e Roma; hanno preso parte ragazzi da Siena, da Savona e persino studenti israeliani residenti in Italia. Questo enorme sforzo logistico ha reso l’Italia la nazione straniera più rappresentata all’evento, un vero successo.

Partiti all’alba di venerdì, abbiamo raggiunto il Granducato in mattinata così da permetterci di cominciare a sbirciare le stupende vie del centro storico prima della cena di Shabbat, per la quale, la Comunità Ebraica di Lussemburgo ci ha ospitato presso la moderna Sinagoga Centrale. Il giorno successivo si è aperto con la suggestiva lettura dei Dieci Comandamenti in tipico minhag locale per poi dopo pranzo riunirci per un workshop sull’antisemitismo. L’attività, diretta da Dalia Grinfeld, era un’anteprima del corso che la Anti Defamation League offre a giovani studenti ebrei affinché questi abbiano gli strumenti per combattere l’antisemitismo, l’antisionismo e la discriminazione di Israele. Dopodichè, nel pomeriggio i padroni di casa ci hanno guidato per la tortuosa capitale del Granducato. I monumenti più recenti sono fortemente legati alle vicende dei due conflitti mondiali, in cui in Lussemburgo si è trovato entrambe le volte in balia dell’espansionismo tedesco. L’antica sinagoga, ispirata a quella di Firenze e situata in pieno centro storico, infatti fu distrutta nel 1943 ed è commemorata da un’imponente targa posta sull’edificio che oggi occupa quel suolo.

Finito il tour, la sera ci siamo immersi nella parte bassa della città: il Grund, quartiere famoso per la vita notturna, in cui l’UJGIL ha organizzato una memorabile festa per l’ottantina di partecipanti che sono giunti da tutta Europa.

Il weekend è stato anche un’ottima occasione di networking con altre organizzazioni ebraiche, come il JoH, l’unione dei giovani ebrei d’Austria e l’EUJS, l’unione degli studenti ebrei d’Europa. Per motzae shabbat si è tenuta una riunione tra i rappresentati del consiglio UGEI, il sottoscritto e il Tesoriere Daphne Zelnick, e dell’EUJS, il consigliere Alessia Gabbianelli e il Union Outreach Officer Samy Schrott. Abbiamo parlato dell’importanza di questi viaggi internazionali e di come possono migliorare la vita ebraica europea. Creando le connessioni giuste tra le varie union nazionali, si può ampliare l’offerta ai giovani ebrei sia in termini di quantità di eventi, ma anche di qualità, varietà e soprattutto ad un prezzo accessibile. Momenti aggregativi, come il prossimo evento UGEI di Lag Baomer oppure il Campeggio Invernale, hanno il potenziale di collegare un’enormità di giovani, che, anche se provenienti da diversi Paesi, con diversi background e minhagim, sono tutti accomunati dallo stesso ideale, che parafrasando il motto del Lussemburgo “Mir wölle bleiwe wat mir sin”, è  “rimanere ciò che siamo”, ovvero mantenere le proprie tradizioni e rimanere figli di Israele.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 Febbraio 2020
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HaTikwa, di Nathan Greppi

Recentemente è accaduto un fatto molto grave all’Università La Sapienza di Roma: la mattina di martedì sarebbe dovuto intervenire, per l’inaugurazione dell’anno accademico, un giovane rappresentante della lista studentesca più votata della sua facoltà, quella di ingegneria. L’occasione era particolarmente importante, poiché gli ospiti d’onore della cerimonia erano il Presidente Sergio Mattarella e la senatrice Liliana Segre.

Ma lo studente prescelto, Valerio Cerracchio, è stato duramente contestato dai collettivi di sinistra. La sua “colpa”? Essere un militante di destra, membro del gruppo giovanile Generazione Popolare, vicino alla Lega.

“È di estrema destra, non può rappresentarci”, hanno scritto sui social i contestatori. Cerracchio ha risposto dicendo che “martedì il mio discorso non avrà nulla di politico”, e sulla Segre ha detto: “La sua è un esperienza dolorosa sotto tutti i punti di vista. Condivido pienamente la sua battaglia contro l’odio che deve uscire dalla politica.”

Ora, vanno fatte alcune considerazioni su questa vicenda: in primo luogo, ho conosciuto in passato alcuni membri milanesi di Generazione Popolare, e pur non condividendo molte loro idee, e in particolare le loro posizioni filoiraniane e antiamericane, so per certo che non è un movimento razzista né antisemita.

Va inoltre ricordato che anche l’estrema sinistra è spesso protagonista di attività ostili agli ebrei, spesso travestite da critiche verso Israele: basti pensare a quando contestano ripetutamente la Brigata Ebraica alle manifestazioni del 25 aprile, o a quando a Torino, durante gli scontri tra Israele e Gaza del 2014, vennero affissi volantini su negozi gestiti da ebrei perché fossero boicottati.

Ci si augura che certi fatti non si ripetano, anche se la situazione nelle università italiane non fa ben sperare.