david zebuloni

Consiglio UGEIConsiglio UGEI13 Dicembre 2019
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HaTikwa, di David Zebuloni

Inizialmente mi propone di svolgere l’intervista a casa sua, a Tel Aviv, poi mi telefona e mi chiede se possiamo incontrarci al Beit HaLochem (in italiano – la casa del combattente). “Perché proprio qui?”, gli domando il giorno dell’intervista. “Questo è un centro di riabilitazione per quei soldati rimasti disabili durante il loro servizio militare. Ci vengo ogni mattina, faccio un po’ di ginnastica, qualche vasca in piscina. Sai, io stesso sono disabile. Il 60% del mio corpo riporta gravi ustioni”. Lo guardo perplesso; mi sembra in perfetta forma. “E poi è importante prendersi cura del proprio corpo, no?”, mi domanda. Ed io, che non vedo una palestra dalla notte dei tempi, annuisco imbarazzato. Avigdor Kehalani è un eroe. Secondo alcuni, il più grande eroe che lo Stato d’Israele abbia mai visto. Quando nel 1963 si presenta al corso militare per diventrare ufficiale, lo rispediscono indietro dicendogli che non è adatto, che non resisterebbe, che non ha i requisiti necessari. Tuttavia Kehalani non si arrende e presto riesce a coronare quel piccolo folle sogno di diventare ufficiale. Poi arriva la Guerra dei Sei Giorni ed, insieme ad essa, arrivano quelle gravi ustioni che lo costringono a sottoporsi a dodici complicati interventi chirurgici ed un anno di ricovero. La carriera militare del giovane ufficiale cambia drasticamente: gli viene impedito di prendere parte a svariate operazioni, gli vengono affidati ruoli di marginale importanza, gli viene chiesto di rallentare un po’. La storia muta di nuovo con lo scoppiare della Guerra dello Yom Kippur. Kehalani falsifica i suoi certificati medici e riesce a scendere in campo. Organizza 150 carri armati e li guida verso il confine siriano. Così, mentre suo fratello Emanuel ed il cognato Ilan perdono la vita nel combattimento sul fronte egiziano, Avigdor riesce a sconfiggere i 470 carri armati siriani e salvare il Galil. Si racconta che durante una battaglia, egli riuscì ad abbattere da solo tre carri armati siriani distanti da lui cinquanta metri. La sua vita cambia definitivamente. La perdita del fratello brucia più di qualsiasi ustione. “Quando ci penso ancora mi manca l’aria”, mi confessa, ma al contempo una nazione intera gli è grata per il suo coraggio. Riceve i più alti riconoscimenti che un soldato possa ricevere, medaglie su medaglie, titoli su titoli. Oggi ripensa al suo passato e sorride; ma sorride anche al futuro, perché dopo aver terminato il suo servizio militare, ed essere stato Ministro della Difesa, e dopo aver scritto sei libri, girato un documentario e aver messo sù famiglia – Kehalani ha ancora qualche sogno da realizzare.

Avigdor, solitamente mi piace seguire un ordine cronologico, ma questa volta vorrei cominciare l’intervista dalla fine. Dalla pubblicazione del tuo ultimo libro. Di cosa tratta?

L’argomento della leadership mi ha sempre toccato. Così, dopo aver scritto cinque libri, ho pensato di dedicare il sesto ai più grandi leaders della storia del popolo ebraico. Da Mosè al Re Davide, da Ben Gurion ad alcuni ufficiali importanti dell’esercito israeliano. E poi ho spaziato e raccontato di altri leaders, non meno importanti. Da uomini di cultura, Rabbini e maestri, alla mamma che cresce da sola dieci figli. Nel libro dialogo con questi personaggi, li analizzo, li studio. Cerco di individuare quelle caratteristiche che hanno permesso loro di diventare tali.

Mi fa sorridere che parli di leaders con tanto distacco, come se non appartenessi alla categoria.

Esistono tanti tipi di leaders, ciascuno con il proprio modo di arrivare alle persone. Io ho sempre cercato di infondere fiducia in chi mi stava attorno, e ho avuto la fortuna di essere circondato da persone che hanno fatto tutto il possibile per non deludermi. Si tratta di un rapporto particolare, quasi sacro.

Sai, tu sei il primo eroe in carne ed ossa che io abbia mai incontrato. Però sei diverso da come ho sempre immaginato gli eroi. Non sei particolarmente alto, non sei particolarmente muscoloso e, contro tutte le previsioni, sei pure yemenita. Come vivi queste dissonanze?

Diciamo che sono cresciuto in una casa in cui non mi veniva detto spesso che sono bello, che sono bravo, che sono intelligente. Sai, la mia era una famiglia semplice. Ho dovuto scoprirlo da solo, all’esercito, che non valgo meno degli altri. E non solo in campo di battaglia, ma in ogni ambito della mia vita. Chi avrebbe mai detto che avrei scritto dei libri? E pensa, il primo libro lo scrissi a ventisette anni ed è stato tradotto in sette lingue. Nella vita non smettiamo mai di scoprire nuove cose su noi stessi, ma per poter scoprire dobbiamo rischiare. Dobbiamo alzarci la mattina e dire “basta, oggi lo faccio!”. E ci sarà sempre chi ci giudicherà male, non possiamo aspettarci che la spinta arrivi da dietro. Dobbiamo essere noi a raccogliere le forze e rischiare.

Mi dai l’impressione di essere un eroe molto umano. Ogni tanto provi un po’ di paura?

Certamente, dammi il nome di un eroe che non ha paura e gli dico esattamente dove farsi ricoverare. La parola eroe e il verbo affrontare in ebraico hanno la stessa radice: tutti hanno paura, ma solo un vero eroe sa affrontare la paura.

E ti capita anche di piangere?

Ogni volta che ripenso a mio fratello mi manca l’aria. Ogni volta che vedo una madre riabbracciare il proprio figlio piango. Non penso che le lacrime minaccino in alcun modo la mia virilità. Non penso di dover dimostrare più nulla a nessuno. E sopratutto non credo a quell’immagine iconica dell’eroe muscoloso e privo di sentimenti. I più grandi leaders della storia erano persone piene di umanità e compassione.

Immagino sia facile sentirsi eroi in guerra. Ti senti un eroe anche nella vita di tutti i giorni?

Ricordo che trascorsi ore a discutere con Rabin. Ore ed ore in cui lui cercò di convincermi a votare a favore del secondo accordo di Oslo. All’epoca ero un parlamentare, facevo parte del suo partito. Arrivò al punto di dirmi che non avrei messo più piede in Parlamento. Eppure io votai contro.  Credo di aver dimostrato più coraggio in quel momento che in campo di battaglia. Oppure quando decisi di candidarmi come sindaco di Tel Aviv. Io, il ragazzo di Ness Tziona. Senza alcun finanziamento. Da solo con le mie forze. Poi, non ho vinto, ma poco importa. L’ho fatto, senza che nessuno me l’abbia posto su un piatto d’argento. Sì, ci vuole altrettanto coraggio per essere eroi nella vita vera.

Parliamo un po’ della tua carriera politica. Hai dei rimpianti? Ti capita mai di pensare che saresti potuto arrivare più in alto? Che avresti potuto diventare Primo Ministo per esempio, se solo ci avessi provato?

Comincio dicendoti che se potessi tornare indietro nel tempo, rifarei esattamente tutto ciò che ho fatto, seppur conscio di alcuni fallimenti. Non possiamo mai giudicare le nostre scelte a posteriori, dieci o vent’anni dopo. Le nostre decisioni possono essere giudicate solo ed esclusivamente nel momento in cui sono state prese. Tuttavia ti mentirei se ti dicessi che la politica non mi interessa più. La politica è parte di me, ma non ho più interesse a fare il parlamentare. Non alla mia età. Certo, se mi proponessero di tornare ad essere Ministro della Difesa…

Accetteresti?

Penso di sì.

E cosa cambieresti?

Una persona sola può cambiare poco purtroppo, in Parlamento bisogna lavorare in squadra. Diciamo però che io tendo ad interessarmi di meno all’opinione pubblica; non amo rivolgermi ai consulenti legali, preferisco agire quando è necessario.

Mettiamo la politica e il passato da parte e parliamo di Avigdor Kehalani oggi. So che ti dedichi molto ai giovani, alle nuove generazioni.

Mi è sempre piaciuto il titolo di “educatore”, sin dai tempi del militare. Perché ogni comandante è anche un educatore. Così negli ultimi anni ho deciso di dedicarmi al mondo dell’educazione, ai giovani, agli studenti. Mi preoccupo davvero per il destino del nostro paese, ci penso spesso. Così ho capito che per salvaguardarlo devo investire nella nuova generazione. Sono quindici anni ormai che accompagno decine di migliaia di studenti al nord, nei luoghi in cui ho combattuto. Racconto loro dell’esistenza del nostro Stato dalla fondazione ad oggi, di coloro che non ci sono più, del valore inestimabile di questa terra. Concludo ogni tour donando al gruppo una bandiera di Israele e chiedendo loro di custodirla al posto mio. Vedo nei loro occhi il cambiamento, la presa di coscienza sul valore della nostra storia.

Fai e hai fatto così tante cose nella tua vita. Qual è quella di cui vai più fiero?

Credo che il momento di cui vado più fiero in assoluto risale a quando ho falsificato il mio profilo medico nella guerra del ’73, per poter raggiungere i miei compagni in battaglia. Ricordo la sensazione; sentivo di aver dimostrato a me stesso che potevo farcela, che nonostante tutto potevo ancora farcela. Poi sono molto orgoglioso della mia famiglia. E dei miei libri. Vedi, i miei genitori volevano che io facessi il meccanico, questa doveva essere la mia ambizione più grande. Quei libri sono per me una rivincita straordinaria.

E fammi indovinare, hai ancora qualche sogno da realizzare. Giusto?

Ma certo! I miei amici mi augurano sempre di vivere fino a centoquarant’anni e non fino a centoventi. Temono che io non faccia in tempo a realizzare tutti i miei sogni altrimenti. E forse hanno ragione, la vita è troppo breve. Sto scrivendo un Musical e mi piacerebbe tanto vederlo sui palcoscenici di tutto il paese…

Avigdor Kehalani, l’eroe di guerra, che scrivere un Musical? Non smetti mai di sorprendere.

Come ti ho detto prima, non devo più dimostrare di essere un macho. Oggi posso dedicarmi tranquillamente alle mie passioni senza curarmi di ciò che pensa la gente, e il Musical è un qualcosa che desidero da molto tempo. Beh, poi vorrei scrivere un altro libro: il settimo. Me lo immagino molto profondo, dalle atmosfere un po’ bibliche.

Siamo quasi alla fine, e vorrei che parlassimo un po’ di fede. Pensi che in seguito ai grandi traumi subiti nell’arco della tua vita, essa si sia rafforzata o indebolita?

Vengo da una famiglia di persone osservanti, ma già dalla prima infanzia mi sono posto delle domande riguardanti la fede. Per esempio quando ho scoperto l’Olocausto, non concepivo come fosse accaduta una tale tragedia sotto gli occhi di Dio. Tuttavia ho scoperto che la preghiera è un valido esame per testare la fede di un uomo. Ma non parlo di quella che si recita in Sinagoga. Parlo della preghiera vera, che ti sorprende nel momento del bisogno e proviene dal profondo del cuore. Beh, nella mia vita mi sono ritrovato spesso a pregare. Ne deduco che la mia fede si sia rafforzata negli anni. Credo in Dio e credo nel suo legame con il popolo ebraico. Altrimenti l’avrebbe cancellato anni e anni fa, di occasioni non ne sono mancate. Eppure eccoci, siamo ancora qui.

Avigdor, più di una volta hai visto la morte in faccia; l’hai toccata, l’hai sentita sulla tua pelle. Più di una volta ti sei trovato nel varco, ma poi sei sempre riuscito a tornare. Temi questo passaggio? Intendo dire, hai paura della morte?

Io vivo nell’ombra della morte. Ho seppellito parte dei miei amici più cari quando avevo vent’anni. Ricordo ancora i tonfi della sabbia quando colpivano la bara, nel momento della sepoltura. Quei tonfi mi facevano diventare matto. Spesso mi capita di pensare al giorno in cui la sabbia cadrà su di me. Non vorrei dover fermare il funerale e chiedere del tempo aggiuntivo, perché non sono riuscito a realizzare tutto ciò che desideravo. Così ogni giorno mi domando se ho fatto qualcosa per la quale valga la pena vivere e cerco un motivo valido per giustificare la mia esistenza in questo mondo. Dico sempre che Dio mi vuole bene, ma spero che non me ne voglia troppo e non abbia fretta di riavermi accanto a sé. Secondo il mio psicologo la mia corsa contro il tempo è sintomo di paura, è il mio tentativo di sfuggire alla morte, ma io posso affermare serenamente che una vita condotta nell’ombra della morte è una vita sana. Una vita che non viene mai sprecata.

E i tonfi della sabbia?

No, i tonfi non li temo più.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 Ottobre 2019
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HaTikwa (D. Zebuloni) – Se mai mi avessero detto che l’ingrediente più importante in cucina è la simpatia, non ci avrei proprio creduto. Questo tuttavia è il segreto di Ruhama, meglio soprannominata Madame Falafel, che alla soglia degli ottant’anni conquista il palato e il cuore degli israeliani con la sua semplicità disarmante e il suo umorismo pungente da nonna un po’ pettegola. Sì, proprio una nonna: la schiena leggermente ricurva, i capelli tinti di rosso fuoco e un paio di occhiali dalle lenti spesse. Il suo provino a MasterChef ha scombussolato il paese più di quanto abbiano fatto due gironi di elezioni parlamentari. E’ andata pressappoco così: Ruhama è entrata nello studio ballando e cantando, poi ha provato a vendere i suoi falafel ai giudici per il costo di venti shekel, infine ha ordinato al cameraman di avvicinarsi per inquadrare la simmetria perfetta della sua pita fatta a mano. Dieci minuti di pura follia che le sono valsi un rating da capogiro. Il suo provino è diventato virale sui social e il suo percorso nella cucina di MasterChef è stato il più seguito e acclamato di tutta l’edizione. Pensavo che il suo successo si limitasse al piccolo schermo, che i pochi attimi di visibilità ottenuti grazie al programma non avessero ripercussioni anche sulla vita reale, quella lontana dalle telecamere, ma mi sbagliavo di grosso. Ho incontrato Ruhama in un bar vicino a casa, e intervistarla è stato quasi impossibile. Ogni manciata di minuti si presentava un fan chiedendole un selfie o complimentandosi con lei per i suoi piatti. Mi riferisco a giovani e vecchi, ammiratori di ogni età che la osservavano estasiati dagli altri tavoli e le scattavano delle fotografie di nascosto. Io osservavo il tutto esterrefatto, lei invece sorseggiava il caffè tranquilla, come se fosse normale per lei ricevere tante attenzioni. Quando pensavo che l’entusiasmo in sala fosse ormai calato, si è presentato un cameriere impacciato e le ha confessato: “Madame Falafel, mia nonna ti adora!”. E la risposta di Ruhama? Pronta e tagliente come uno dei coltelli utilizzati nella cucina di MasterChef, come se tutta quella scena facesse parte di un copione già scritto e imparato a memoria. “Che tesoro che sei, ma tuo nonno invece non mi adora? Sai, sono single io…”. Ottant’anni di pura ironia, ottant’anni di buon cibo e di un grande amore per la vita: ecco, questa è Ruhama.

Madame Falafel, ora che la competizione è finita possiamo parlarne più serenamente. Ti dispiace di aver perso MasterChef?

Non mi dispiace di aver perso, mi dispiace di non aver vinto. Che è ben diverso!

Perché ci tenevi tanto?

MasterChef mi ha riempito di vita le giornate. Io non sono una di quelle vecchie che possono stare a casa a guardare il soffitto. Entrare nel programma mi ha fatto sentire di nuovo giovane, ho imparato un sacco di cose. Era da tempo che non uscivo di casa presto la mattina e tornavo tardi la sera. E poi adesso ho moltissimi nuovi amici giovani.

Cosa pensi che sia andato storto? Perché ti hanno eliminata?

Non lo so nemmeno io, sono cinquant’anni che preparo quella torta alle mele e nessuno me l’aveva mai criticata prima. Il problema è che io cucino a MasterChef come cucino a casa. Non mi piace sprecare ingredienti o utilizzare ingredienti troppo cari. Non mi piace sporcare troppe stoviglie. Non misuro mai lo zucchero o il sale, vado sempre a colpo d’occhio.

Prima hai citato i tuoi nuovi amici giovani riferendoti a loro come se fossero lontani da te anni luce, ma credo che tu sia più simile a loro di quanto pensi. Ti senti appartenere di più al mondo dei giovani o al mondo dei vecchi?

Caratterialmente sono molto più simile a voi giovani, ma ai fornelli cucino come una nonna. I giovani hanno fantasia e creatività, io invece mi baso sulle ricette che già conosco. Se mi dai della carne trita per esempio, io ti preparo delle polpette indimenticabili. Mai i giovani no! I giovani preparano della pasta, la riempiono di carne e ottengono dei ravioli. Credimi, anche se potessi rimpicciolirmi e infilarmi dentro un raviolo, otterresti comunque un falafel e nulla di più.

Ricordo la tua audizione a MasterChef come se fosse ieri, nel paese non si parlava d’altro. Ti sei impadronita dello studio e delle telecamere. Cos’hai provato rivedendoti?

Non riuscivo a smettere di ridere. A malapena riconoscevo quella vecchia matta che imboccava i giudici, che ballava e cantava dietro ai fornelli. Ero fuori di me. Il giorno dopo non potevo uscire di casa, tutto il mondo d’un tratto sembrava essersi ricordato della mia esistenza.

Vuoi dirmi che non ti aspettavi questo successo?

Tuttora non me lo spiego, sono una vecchia come tante altre.

Beh, sei un po’ la nonna che tutti vorrebbero avere.

Una volta l’ho detto ai giudici: “per me siete come dei nipoti tornati da scuola affamati”. I giovani impiattano per ore e alla fine il piatto rimane vuoto. Una fogliolina di prezzemolo qua, una fogliolina di menta là. A me piace servire in pentola, come fanno le nonne.

C’è chi definisce quei piatti vuoti con le foglioline delle “opere d’arte”.

Non me ne parlare, a me fanno proprio arrabbiare. Ti spiego, è come prendere una vecchia signora e metterle in testa un bel nastro. Non ha senso! Il cibo deve essere buono, non bello.

Nello studio di MasterChef hai portato oltre che del buon cibo, anche la tua storia, le tue radici, le tue tradizioni, le tue esperienze di vita.

Ne ho passate tante ragazzo mio.

Raccontami, come sei diventata Madame Falafel?

Sono arrivata a Bruxelles in nave, senza una lira, in cerca di lavoro. Così sono stata assunta da una famiglia ebraica locale come badante. Era il ’63 se non sbaglio. Ricordo quel periodo come un periodo difficile, ma molto felice. Quanta ricchezza che c’era in Belgio, quanta abbondanza, mi sembrava di vivere in un film Hollywoodiano! Nel ’67 ho cominciato a lavorare nel bar di un albergo come cantante e lì ho conosciuto mio marito, mi ha visto esibirmi e si è subito innamorato. Nel ’70 abbiamo aperto insieme un ristorantino di specialità israeliane e l’abbiamo chiamato “Dizengoff”. Tra un falafel e l’altro salivo sul bancone e mi mettevo a ballare e cantare come una matta. Dovevi vedere la faccia dei clienti, tutti europei glaciali ed eleganti: ci rimanevano secchi.

Quindi sono stati loro ad incoronarti la regina dei falafel?

Sì, venivano da tutti gli angoli della città per assaggiarli.

E quando hai deciso di tornare in Israele?

Dopo vent’anni in Belgio mi sono proprio stufata, ho chiuso il ristorante e me ne sono tornata a casa.

E tuo marito?

Mi ero stufata pure di lui, così abbiamo divorziato. Poveretto, pace all’anima sua, è morto ormai.

Toglimi una curiosità, alle telecamere di MasterChef hai detto di essere cugina di Einstein. Mi spieghi come sia possibile? Non mi risulta che Einstein fosse yemenita…

L’ho già spiegato una decina di volte, ma nessuno mi capisce. Non ho mai detto che siamo cugini di sangue. Ascoltami bene, funziona così: la bisnonna di mio cognato e la bisnonna di Einstein sono sorelle. Non è tanto difficile!

Ne sei proprio sicura?

Non ho modo di dimostrarlo, ma giuro che è vero.

Quindi posso dormire tranquillo, Einstein non è yemenita?

No, nemmeno un po’, puoi stare tranquillo. Però fidati, se solo avesse provato le mie specialità yemenite, si sarebbe pentito amaramente di non esserlo.

Ci sono altri VIP in famiglia oltre a te e Einstein?

Sì, certo. Yizhar Cohen, hai presente? Quello che ha vinto l’Eurovision nel ’78 con A-Ba-Ni-Bi. Ecco, lui è mio cugino. Di sangue, per davvero, non come Einstein!

Qual è la tua specialità in cucina Ruhama?

Le mie pitot sono imbattibili, sembrano fatte con la macchina. Entrambi i lati hanno lo stesso identico spessore, la stessa quantità di mollica e la crosta ben dorata.

E cosa si prepara Madame Falafel quando è da sola a casa?

Mangio sempre avanzi, come ti ho detto detesto buttare via il cibo.

Forse avrei dovuto cominciare proprio da questa domanda, ma meglio tardi che mai. Quand’è che hai deciso di iscriverti a MasterChef?

Mica l’ho deciso io, l’hanno deciso i miei nipoti. Mi hanno iscritto al programma di nascosto, senza dire nulla a nessuno. A volte preparo un semplicissimo uovo sodo e loro lo esaltano come se avessi cucinato chissà che cosa. Mi dicono: “nonna, è l’uovo più buono del mondo”.

Nel programma si è parlato spesso del coraggio che hai avuto nell’affrontare questa esperienza considerata l’età avanzata. Agli anziani che ti seguono e che si sentono soli ed abbandonati cosa vuoi dire?

Che è colpa loro! Io la mattina mi vesto ed esco di casa, non importa se sono stanca o se fuori fa caldo. Non ci si può lasciare andare, mai. Ancora adesso, quando non ho nulla da fare, vado a giocare a carte con le mie amiche. Però non mi diverto più come una volta. Un tempo ridevamo di tutto, adesso devo stare seduta ad ascoltare per ore le loro disgrazie. Una che ha il marito in fin di vita, l’altra che è sulla sedia a rotelle, l’altra ancora che le è venuto l’Alzheimer. Non immagini che fatica.

Prima di salutarci vorrei chiederti quali sono i tuoi progetti futuri. Sono sicuro che sentiremo parlare di te ancora a lungo.

Di questo passo forse mi candiderò alle elezioni, tanto qui nessuno riesce a formare un governo. Ad oggi credo che otterrei come minimo dodici mandati.

Non sarebbe una cattiva idea.

Sì, potrebbe funzionare, ma in realtà ho ancora un altro sogno da realizzare.

Credo che ormai nulla potrebbe più stupirmi. Di che si tratta?

Non esserne troppo sicuro! Il mio sogno è diventare una modella. Esistono le modelle per le taglie forti, vero? Ecco, io voglio essere una modella per vestiti da vecchi. Che ne pensi?

Che sei riuscita di nuovo a stupirmi Ruhama…

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 Ottobre 2019
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HaTikwa (D. Zebuloni) – Ori Itzchaki è un mondo da scoprire, una terra da esplorare. Prima ancora di trovare interessanti le sue risposte alle mie domande, ho trovato affascinante il suo modo di arrivare ad una risposta, partendo dalla domanda per poi intraprendere un lungo viaggio verso nuove mete. Ho trovato affascinante il suo modo di affrontare la realtà circostante. Per esempio, quando mi sono scusato per essere arrivato tardi al nostro incontro, giustificandomi con la solita scusa del parcheggio, Ori mi ha rassicurato dicendo che qualche giorno prima anche lui ha fatto tardi ad una visita dal medico e che in questo modo sente di aver pareggiato un conto lasciato in sospeso. Quando gli ho detto di scrivere per un pubblico di lettori italiani mi ha chiesto incredulo se so parlare la lingua italiana, se possiedo un passaporto italiano, se ho davvero abitato in Italia, se possiamo non svolgere l’intervista in italiano perché lui l’italiano non lo parla e non l’ha mai parlato. Quando mi sono presentato come David lui mi ha chiesto se può chiamarmi Dudi, e così ha fatto per tutta l’intervista. Quando gli ho chiesto quale sia il suo prossimo grande sogno da realizzare, Ori mi ha risposto che ha una mosca sulla gamba che non gli permette di concentrarsi e che per rispondere ad una domanda simile ci vuole una grande concentrazione. Ori è proprio un mondo da scoprire, un ragazzo sensibile e ambizioso di venticinque anni che non si vergogna di dire “Io sono autistico, l’autismo non è un insulto”. La sua storia comincia con un canale su YouTube che raccoglie le sue interviste a personaggi israeliani famosi quali attori, cantanti, calciatori e modelli. Alcuni dei quali, Ori racconta, hanno accettato volentieri di farsi intervistare da lui, altri invece hanno rifiutato categoricamente, bloccandolo su WhatsApp e su Instagram. La svolta avviene quando il giornalista e conduttore televisivo Guy Lerer scopre il talento di Ori e gli concede uno spazio nella sua trasmissione serale. Quando Guy chiede a Ori quale sia la sua intervista dei sogni, Ori risponde senza esitare che sogna di intervistare Gal Gadot. Per intenderci, da quando Gal Gadot è diventata Wonder Woman, non c’è giornalista israeliano che non sogni di intervistarla e, pertanto, non c’è giornalista israeliano che ci sia riuscito. Ori tuttavia non è un intervistatore qualsiasi. Quando Gal Gadot ha sentito del suo grande sogno non ha esitato ad accettare. I due si sono incontrati a Tel Aviv e il filmato della loro intervista ha superato le tre milioni di visualizzazioni sui social. Da allora Ori è una vera e propria star: tutti lo cercano, tutti lo seguono, tutti vogliono farsi intervistare da lui. Quando gli ho chiesto cos’abbia provato durante l’intervista a Wonder Woman, la sua risposta è stata semplice: “mi sono sentito Superman”.

Ori, tra tutti i mestieri che esistono, perché hai scelto proprio di voler fare l’intervistatore?

Ho scelto questo mestiere perché mi piace incontrare nuove persone, sono un ragazzo molto curioso. Voglio sempre sentire nuove storie e condividerle poi con gli altri. Attraverso queste storie imparo moltissimo, ne traggo ispirazione e sento che grazie ad esse divento una persona migliore.  

Sei passato in pochissimo tempo dall’anonimato alla celebrità. Cosa provi quando ti fermano per strada e ti chiedono un selfie?

Sorrido sempre a tutti e non rifiuto mai una fotografia a nessuno.

Ti rende felice ricevere questo calore dalle persone?

Sì, mi rende molto felice. Il segreto è saper restituire amore a chi te ne dona.

Cos’altro ti rende felice Ori?

Quando i miei genitori mi dicono che sono fieri di me mi rendono felice. E poi intervistare mi rende felice. E’ come ricevere una scarica elettrica. Le interviste sono il mio pane, il mio ossigeno.

Anche a me piace tanto intervistare, anche a me rende felice. Ma tu sei più sincero di me. Leggo su Facebook che condividi tutte le tue emozioni, tutti i tuoi stati d’animo senza filtri e senza maschere. La felicità, la tristezza, l’amore, la paura. Qual è la cosa che ti fa più paura?

Ho paura di non avere soldi in banca, di andare in rosso, di non essere indipendente.

E qual è la cosa invece che ti rende più triste?

Probabilmente se scoprissi di essere in rosso sarei molto triste. Forse mi metterei persino a piangere. Mi rattrista anche quando le ragazze mi spezzano il cuore.

Quando ti è successo?

Succede spesso. Una volta mi ero innamorato di una ragazza, ma lei mi ha detto di non condividere i miei sentimenti. Ho pianto.

Fa bene piangere, è liberatorio. Piangi spesso?

Ultimamente piango spesso, non so più tenere le emozioni dentro.

Prima hai detto di essere una persona molto curiosa. Cosa ti incuriosisce maggiormente durante un’intervista, quando sei seduto di fronte all’intervistato?

Mi interessa sapere cosa pensano gli intervistati degli autistici. Vorrei che ne sapessero di più. Quando intervisto i personaggi famosi pongo sempre loro questa domanda.

La tua è una sorta di battaglia. Vuoi sconfiggere i pregiudizi, giusto? 

Giusto.

Pensi di riuscire a vincere la battaglia?

Sì.

Lo penso anch’io Ori.

Grazie.

Pensi che in Israele le persone siano abbastanza pronte ad ascoltare?

Si può sempre fare meglio, ma credo che la situazione sia abbastanza positiva.

Cosa possiamo ancora fare per migliorarci?

Bisognerebbe assumere più persone autistiche. Bisognerebbe arruolare più ragazzi autistici nell’esercito. Bisognerebbe vedere più autistici nel mondo dello sport. Nel calcio, nel tennis, nella pallacanestro. La verità è che le persone temono ancora gli autistici, non li capiscono fino in fondo, non hanno pazienza per loro. Non voglio parlare di politica, ma penso che anche lo Stato debba investire di più in noi.

C’è un messaggio che vorresti trasmettere a chi legge queste parole?

Sì, vorrei dire loro che a perderci è solo chi non sa accettare il diverso. Che io sono autistico e che l’autismo non è una parolaccia. E poi vorrei anche dire ai lettori che non devono arrendersi mai. Che con un po’ di forza di volontà si può ottenere tutto. Io ne sono la prova.

Racconti spesso di essere stato respinto, vorrei sentire invece di una reazione o di un messaggio che hai ricevuto e che ti ha emozionato.

L’altro giorno ho ricevuto un messaggio che mi ha commosso. Una ragazza mi ha scritto: “vederti e sentirti mi fa ricordare chi sono veramente”.

Vedi? Sai entrare nel cuore delle persone. Se siamo seduti oggi a fare questa intervista è forse perché sei entrato un po’ anche nel mio di cuore.

Sì, ricevo tanti bei messaggi, ma anch’io ne mando tanti, altrettanto belli. Ogni venerdì mattina per esempio invio un messaggio a decine di amici in cui auguro loro un buon weekend. D’ora in poi lo manderò anche a te Dudi. Tutto ciò che voglio fare è seminare un po’ di amore in giro. Amore gratuito, senza ricevere nulla in cambio.

Parliamo un po’ di Gal Gadot?

Sì.

Si è parlato molto del vostro incontro, cosa vorresti raccontarmi che ancora non si sa?

Credo che il mio incontro con lei sia stato il momento più felice che io abbia vissuto nell’ultimo decennio.

Cosa ha reso quel momento tanto felice?

Ho sognato di incontrarla e intervistarla. Il mio sogno si è realizzato.

Dimentichiamoci per un attimo di Gal Gadot, com’è stato intervistare Wonder Woman?

Vicino a lei mi sono sentito Superman.

Direi che per alcuni bambini sei davvero un supereroe, un modello da seguire. Guarda dove sei arrivato con le tue sole forze.

A volte mi sento così, le persone mi fanno sentire così. Conosci Adi Shpigelman? E’ una giocatrice di tennis e una modella. Ecco, per esempio lei mi ha scritto che sono un eroe. Leggere quella frase mi ha fatto sentire davvero speciale.

E qual è il prossimo grande sogno da realizzare?

Aspetta, ho una mosca sulla gamba e non riesco a concentrarmi. Per rispondere a questa domanda ho bisogno di una grande concentrazione.

Certo, prenditi tutto il tempo che vuoi, non ho fretta.

Ecco, se n’è andata. Il prossimo sogno da realizzare è intervistare Ronaldinho.

E cosa vorresti chiedergli?

Non lo so. Non mi piace preparare le domande prima dell’intervista. Mi piace improvvisare.

Beh, allora sei proprio un professionista Ori.

Grazie Dudi, anche tu.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 Settembre 2019
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HaTikwa (D. Zebuloni) – Per quanto provino a farci credere diversamente, per quanto provino a convincerci che l’uomo in realtà sia un inesorabile pessimista cosmico, io credo che in fondo l’uomo sia profondamente ottimista. Abituato agli eroi dell’infanzia, che non si arrendevano nemmeno di fronte ad un drago sputafuoco, l’uomo continua a credere negli eroi in tutte le fasi della propria vita. Talvolta gli eroi son travestiti da calciatori che contro ogni previsione segnano un goal all’ultimo minuto, talvolta da cantanti che sognavano il palcoscenico mentre servivano i clienti al bar. La regola è una sola: un lieto fine garantito. Forse è per questo motivo che quando Hodaya Oliel ha acceso una delle dodici fiaccole nella cerimonia di Stato in onore del giorno dell’indipendenza israeliano, nemmeno uno spettatore è rimasto indifferente. Hodaya, che con il camice indosso fa impallidire tutti i Superman e le Wonder Woman di Hollywood. Hodaya, che nata con una paralisi celebrale non ha rinunciato a realizzare il suo sogno: diventare il primo medico disabile del paese. Hodaya, che non racconta le salite ignorando le cadute, che non finge un successo privo di difficoltà e ostacoli. Hodaya, che ha trovato il coraggio di chiedere aiuto. D’altronde, come dice lei, tutti noi in realtà abbiamo bisogno di essere aiutati in qualcosa.

Hodaya, cominciamo dall’inizio. Cosa ricordi del momento in cui hai deciso di diventare medico?

Ricordo che ero ricoverata e avevo  appena subito un complicato intervento alle ossa. Avevo tanto tempo libero per  pensare. Ero una bambina piccola, avevo dieci anni ed era la prima volta che affrontavo un intervento di quel genere. Ero ricoverata nel reparto ortopedico dei bambini e dall’altra parte della sala c’era il reparto neurologico dei bambini. Lì tutto mi sembrava più interessante e ricordo che in quel momento ci pensai per la prima volta, per un attimo soltanto. Poi negli anni ci furono altri interventi e altri ricoveri finché ho realizzato che, forse, per poter diventare un bravo medico dovevo prima capire cosa significasse stare dall’altra parte.

Da bambina sognatrice quale eri, immagino che la strada per diventare medico si sia rivelata più lunga e complicata del previsto. Come e dove hai trovato le forze per andare avanti?

Da sola, in me stessa. Non avendo trovato sempre qualcuno su cui appoggiarmi, nel tempo ho capito che infondo potevo contare solo su me stessa. Ovviamente i miei genitori hanno fatto tutto il possibile per sostenermi, ma nella quotidianità, nelle piccole cose, mi sono ritrovata a dover affrontare tutto da sola. Così mi sono creata dei piccoli riti, delle abitudini che riuscissero a darmi sollievo nei momenti difficili. Per esempio quando torno a casa dopo una lunga giornata mi preparo un bicchiere di Coca Cola con ghiaccio e limone e mi concedo dieci minuti di pace e tranquillità assoluta. Metto della musica di sottofondo e mi dimentico di tutto. Oppure ho trovato un metodo per trasferire il peso da una gamba all’altra e così alleviare il dolore quando devo stare in piedi a lungo.  E non rinuncio ad uscire con gli amici ogni tanto, nonostante ciò sia particolarmente impegnativo per me. In sostanza ho imparato a concedermi degli attimi semplici che mi restituiscono un po’ di forza. E poi sono una ragazza credente io, lascio che sia Dio a sostenermi quando nessuno sembra capire del mio dolore.

Presto parleremo anche della fede, ma prima vorrei chiederti cosa si prova a dover sempre chiedere soccorso. Intendo dire, cosa suscita in te la consapevolezza di essere nella posizione di chi deve costantemente essere aiutato?

Chiedere aiuto non è affatto facile. La cosa più importante è sapere a chi rivolgersi, trovare la persona giusta a cui chiedere aiuto. Ho capito nel tempo che per sopravvivere avrei sempre avuto bisogno di una mano e pertanto non mi sono mai concessa il lusso di vergognarmi di chiederla. Ho capito anche che in realtà tutti noi abbiamo bisogno di una mano in qualcosa. Nel mio caso questo è l’aiuto di cui necessito e va bene così, lo accetto, nessuno potrebbe farcela da solo. D’altronde anch’io cerco sempre di aiutare e rendermi disponibile al prossimo, sperando così di compensare i miei limiti e le mie mancanze. La cosa più difficile è senza dubbio rivolgersi ad un perfetto sconosciuto, quando mi guarda e cambia tono come se non capissi ciò che sta dicendo. Se invece vedo che il mio interlocutore mi tratta da pari, mi apro più facilmente e riesco a raccontargli un po’ di me.

Quando nella cerimonia in onore del Giorno dell’Indipendenza hai acceso una delle dodici fiaccole, hai detto che dedichi l’accensione della fiamma “a tutti i cittadini disabili che ogni mattina si svegliano per affrontare la battaglia per la propria indipendenza personale”. Qual è il significato profondo di questa frase?

Le persone disabili devono sforzarsi moltissimo per compiere azioni che agli altri risultano assolutamente scontate. Per esempio un’azione semplice come allacciarsi le scarpe richiede anni di tentativi e un grande impegno. Secondo me le persone dovrebbero imparare dai disabili cosa sia la determinazione e la costanza, imparare dai disabili a porsi degli obbiettivi e  araggiungerli. Ecco a cosa mi riferivo.

Nello stesso evento hai detto che “ogni bambino ha bisogno di un adulto che creda in lui”. In te chi ci ha creduto sin dall’inizio?

Innanzitutto i miei genitori, che sono persone fantastiche e mi hanno aiutato a superare infiniti ostacoli lungo tutto il cammino. Ma non sono gli unici, a sostenermi ci sono stati anche molti amici, i miei vicini di casa, i miei docenti universitari, i medici con cui ho collaborato. Tutti loro hanno visto in me un potenziale che andava oltre la disabilità. Devo quindi a queste persone lontane e vicine moltissimo, è anche grazie a loro se ce l’ho fatta.

Correggimi se sbaglio, ma credo che talvolta la voglia di farcela è accompagnata da molta rabbia. Hai mai nutrito dei sentimenti di rabbia nei confronti di te stessa o nei confronti di Dio?

E  a cosa mi servirebbe arrabbiarmi? Io non credo che Dio mi debba qualcosa e in generale la rabbia è un sentimento che non mi appartiene. Ciò non vuol dire che non preferirei essere come gli altri, significa piuttosto che ogni essere umano è arrivato in questo mondo con il proprio bagaglio di problemi e la rabbia in questo caso come negli altri non serve a nulla. Non riesco ad arrabbiarmi nemmeno con me stessa, perché sento di impiegare sempre il massimo delle mie possibilità.

Immagino che durante gli studi hai dovuto impegnarti molto più dei tuoi compagni di classe per dimostrare di non essere inferiore a loro. Ora che hai ufficialmente terminato gli studi di medicina con successo, pensi che sia finito anche il tempo di dimostrare a tutti chi sei e quanto vali o credi invece che dovrai sempre impegnarti un po’ di più dei tuoi colleghi?

 Non mi vedo diversa dagli altri, quindi questo bisogno di dimostrare non l’ho percepito come lo descrivi tu. D’altra parte gli studi di medicina sono effettivamente molto difficili e gli ho affrontati con il massimo impegno perché sapevo che per arrivare esattamente dove volevo arrivare non mi bastava essere semplicemente brava. Credo che alcuni dei miei compagni di classe abbiano colto tutto ciò e per questo hanno imparato nel tempo ad apprezzarmi e guardare oltre la mia diversità.

E che valore aggiunto pensi che possa dare la tua storia personale alla tua carriera da medico?

So cosa significhi stare dall’altra parte, ricordo molto bene il senso di paura, ansia e confusione che accompagna il periodo del ricovero. Cerco di non trascurare mai i sentimenti del paziente, cerco di essere più empatica, cerco di ascoltare chi ho difronte e dare quante più informazioni specifiche sui trattamenti e la cura più adatta.

Contro ogni previsione, hai dimostrato a te stessa e gli altri che con un pizzico di determinazione si può realizzare qualsiasi sogno. Pensi di avere ancora dei sogni da realizzare?

Ovviamente, la strada è ancora lunga!

Hodaya, vorrei terminare questa intervista dicendoti che sei ai miei occhi un’eroina e un simbolo di forza e grande coraggio, ma so che non ti piace essere definita così. So che non ti piace sentirti dire queste cose. Come mai?

Perché non credo di esserlo. Faccio tutto ciò che è nelle mie possibilità per realizzarmi come persona, ma credo che sia una cosa normale. Pensa, se avessi rinunciato ai miei sogni mi sarei solamente fatta un torto, mi sarei danneggiata. Il fatto che io cerchi di avere una vita normale nonostante la mia disabilità è in fondo una cosa logica. Tutti dovrebbero comportarsi così, senza aspettarsi di essere definiti eroi. Ma grazie comunque del complimento, questa volta lo accetto volentieri.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI31 Luglio 2019
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HaTikwa (D. Zebuloni) –  Prima ancora di essere Rabbino Capo della Comunità ebraica di Milano, Rav Arbib è un maestro. Un maestro inteso come intendiamo oggi i maestri del Talmud: severi e paterni al punto giusto, dalle parole semplici, prive di alcuna retorica. Un maestro di Halachà (la legge ebraica) e un maestro di Mussar (l’etica ebraica). Un maestro di vita. Ho avuto il privilegio di studiare con Rav Arbib decine e decine di volte, in contesti e periodi diversi. Ricordo con particolare nostalgia i pomeriggi trascorsi con il gruppo del collegio rabbinico, seduti nell’ufficio del Rav intorno alla grande scrivania di legno, a studiare la matrice della sofferenza di Giobbe e la logica risoluta che si cela dietro i trattati della Ghemarà. Oggi torno nello stesso ufficio per intervistarlo, seduto alla stessa scrivania di legno, circondato dagli stessi libri dall’aspetto secolare e con lo stesso desiderio di apprendere.

Rav, vorrei cominciare l’intervista con un mio ricordo lontano. Un ricordo lontano, ma straordinariamente nitido e ben impresso nella mia mente. Un ricordo che risale al 2005, quando frequentavo la quarta elementare e scrivevo per il giornalino della scuola. Ricordo che venni con due compagni di classe da lei in ufficio per intervistarla. Ricordo che all’epoca lei riponeva molta speranza in questa Comunità. Beh, immagino siano cambiate molte cose da allora, ma a distanza di quattordici anni, sente di nutrire la stessa speranza per il futuro che ci attende?

Io credo che la Comunità ebraica di Milano sia una delle Comunità ebraiche più vitali d’Europa, anche se a volte non ce ne rendiamo conto. Ci sono delle Comunità in giro per l’Europa con gli stessi numeri di iscritti che abbiamo qui a Milano e che non fanno nemmeno la metà di ciò che riusciamo a fare noi. Per esempio abbiamo a Milano molti templi attivi in cui pregare, un numero che negli ultimi anni è addirittura in crescita. Molto spesso sento dire che ciò è causa divisione, ma io penso che sia un segno di grande vitalità. Basta pensare alle piccole Comunità d’Italia, in cui è rimasto un solo tempio attivo in cui pregare, e possiamo capire come la situazione qui a Milano sia diversa. Inoltre il numero di templi che è aumentato a Milano ha segnato anche un aumento delle persone che partecipano alle preghiere. I numeri ci dimostrano che al posto di togliersi persone a vicenda se ne aggiungono sempre di più e questo è a mio avviso un fenomeno importantissimo. A volte riconosco un eccesso di litigiosità interna, una litigiosità che rischia di limitare la nostra possibilità di miglioramento interno. A volte dovremmo riuscire a superare le polemiche e le tensioni, ma nonostante ciò io rimango molto ottimista perché credo che abbiamo delle grandi potenzialità: in parte espresse, in parte che devono ancora esprimersi.

 

Nel 2005 la nominavano Rabbino capo di Milano. Sente di aver raggiunto gli obiettivi che si era posto il giorno in cui le riferirono del nuovo incarico?

Non mi piace giudicare me stesso, è una cosa che tendo a non fare. Preferisco far giudicare agli altri. Credo tuttavia che ci siano diverse cose buone che si sono sviluppate nel tempo. Faccio un esempio. Questa scuola in cui ci troviamo adesso, nonostante i suoi difetti è senza dubbio un elemento di grande unità. Io tengo a questa scuola in modo particolare, ho trascorso al suo interno i miei ultimi trent’anni e ci sono particolarmente affezionato. Penso che abbiamo il compito di conservarla con grande forza e con grande impegno. Nella Torah c’è un personaggio che non muore. Ecco, questo personaggio è Chanoch, che ha la stessa radice di Chinuch – educazione. Credo che il messaggio sia proprio questo: l’educazione è l’unica garanzia di eternità che abbiamo. Porto un altro esempio semplice e banale. Ci sono moltissime Comunità ebraiche nel mondo, persino in Israele, in cui la Kashrut del rabbinato locale viene considerata di seconda o di terza categoria. Da noi a Milano la Kashrut del Rabbinato viene normalmente accettata. Credo sia questo un elemento importante e positivo, che indica oltretutto l’unità all’interno della Comunità.

 

Desidero portarla ancora un po’ indietro nel tempo Rav. Lei lasciò Tripoli all’età di nove anni, dopo la Guerra dei sei giorni. Cosa conserva ancora oggi delle sue origini libiche?

Io sono arrivato qui che avevo nove anni, ero piccolo, ma credo che ci siano alcune cose che mi siano rimaste di Tripoli. Innanzitutto le usanze, per esempio faccio il Seder di Pesach secondo le tradizioni di mio padre, compresi alcuni passi della Hagadah che leggiamo in arabo. Poi credo che gli studi che ho fatto al Talmud Torah di Tripoli siano stati fondamentali. Lì ho imparato a leggere bene, cosa che ormai è difficile da raggiungere. Magari si parla benissimo l’ebraico, ma lo si legge male. Io leggo adesso come leggevo a nove anni, nel senso che già a quella età sapevo leggere in modo preciso, grazie agli insegnamenti che avevo ricevuto. Sono impronte importanti queste, come quelle che mi ha lasciato mia madre, che quando siamo arrivati in Italia mi ha subito iscritto al Talmud Torah, nonostante avessimo necessità più impellenti. Vedere l’ebraismo come punto centrale è una cosa che devo ai miei genitori e all’influenza della tradizione tripolina.

 

In un’intervista per la medesima testata, il Rabbino capo di Roma ha affermato che “L’ebraismo va difeso”. Non le domando se si trova d’accordo con Rav Di Segni in quanto immagino che la risposta sia affermativa. Vorrei chiederle piuttosto quale sia secondo lei il modo giusto per difendere l’ebraismo. 

Confesso i miei peccati: non ho letto l’intervista a Rav Di Segni, dunque non so a cosa si riferisse quando ha detto questa frase. Dico ciò che penso io. L’ebraismo va difeso da diversi punti di vista, va difeso innanzitutto dagli attacchi esterni. Stiamo vivendo un periodo di rinascita dell’antisemitismo. Un risveglio a cui non eravamo preparati perché molto banalmente non ce lo aspettavamo. Ciò che sta accadendo in Belgio, in Francia, in Svezia è davvero impressionante. Dobbiamo renderci contro che i bei tempi sono finiti e che dobbiamo difenderci. Difenderci con intelligenza ovviamente, senza isteria. Poi credo che l’ebraismo vada difeso dall’assimilazione, un problema enorme che ha colpito il popolo ebraico in varie epoche, ma che negli ultimi due secoli è diventato molto più forte, molto più ampio. Dobbiamo prendere coscienza di questo problema, dobbiamo capire che c’è anche se a volte viene negato. Oggi abbiamo due tendenze parallele molto forti: quella dell’allontanamento dall’ebraismo e quella del ritorno all’ebraismo. Gestire queste due tendenze non è facile, perché le reazioni non sono sempre entusiaste, ma abbiamo il dovere di fare del nostro meglio. L’avvicinamento non si compie dicendo “no” ad ogni cosa. Il riavvicinamento deve avvenire in modo positivo, dobbiamo riappropriarci della tradizione ebraica e soprattutto dello studio della Torah, che dà la visione dell’insieme. Una visione di cui abbiamo bisogno.

 

Qual è dunque la maggiore minaccia dell’ebraismo italiano? E non mi riferisco necessariamente all’ebraismo italiano inteso come ebraismo comunitario. Mi riferisco a quell’ebraismo italiano inteso come ebraismo identitario.

Come già detto, l’assimilazione. Dobbiamo anche renderci conto che quando parliamo dell’assimilazione parliamo della normalità. Tutti i popoli si sono assimilati nell’arco della storia, ma tutti i popoli sono poi anche spariti. I popoli vengono normalmente assorbiti nella cultura di maggioranza. Noi cerchiamo di andare controcorrente rispetto al processo naturale, questa è la difficoltà. Una difficoltà stimolante, che ha generato un qualcosa di grandioso, una cultura che si studia in tutto il mondo. Nessuno mette in dubbio che la cultura ebraica sia straordinaria. Ecco, dobbiamo recuperate l’orgoglio per questa cultura, per la nostra identità. Una cultura che è fatta di pratica e di azione, non solo di pensiero. C’è un passo del Sefer HaChinuch che dice: “dietro le azioni vengono attirati i cuori”. Dobbiamo recuperare il legame con l’ebraismo tradizionale, perché è ricchissimo ed estremamente moderno, nonostante non ce ne rendiamo sempre conto. Credo  che questa sia la grande sfida della nostra epoca.

 

Poco prima di terminare il liceo, lei mi regalò un libro che conservo ancora oggi con grande cura. Un libro al quale tengo moltissimo in quanto mi ha permesso di portare a termine la stesura della mia tesi d’esame. Mi riferisco al saggio “Dove si arrende la notte”, testo straordinario in cui Elie Wiesel è messo a confronto con il teologo cattolico Johann Baptist Metz. Lei crede all’importanza e all’efficacia del dialogo interreligioso? 

Il dialogo interreligioso è stato secondo me fondamentale per combattere l’antisemitismo. Forse non ci ricordiamo più quanto fosse pesante l’antisemitismo di matrice religiosa. Un antisemitismo virulento in cui l’ebreo era l’incarnazione del male. Dal dialogo interreligioso in poi la Chiesa Cattolica si è impegnata molto contro l’antisemitismo. Questo è un cambiamento epocale, importantissimo. Quando il dialogo invece diventa teologico tutto si complica, in quanto il dialogo deve rispettare le identità diverse, senza cercare di influenzare l’identità religiosa dell’interlocutore. In questo il cristianesimo ha fatto dei grandi passi, ma ogni tanto la tendenza conversionistica si ripresenta. Ad oggi il problema principale del dialogo interreligioso consiste nel rapporto con Israele, in quanto la Chiesa Cattolica si dimostra ancora ambigua a riguardo. Nell’ultima visita del Papa al Tempio Maggiore di Roma, Israele non è mai stata citata in quanto “Terra di Israele”, ma sempre come “Terra Santa”. Non credo che ciò sia casuale, credo che il Papa scelga bene le parole da utilizzare. Tuttavia, anche su questo fronte credo che sia innegabile che ci sia un progresso.

 

Rav, recentemente ha ricevuto uno dei massimi riconoscimenti esistenti all’interno del mondo ebraico. Il Premio della Katz Foundation. Cosa rappresenta per lei questo traguardo?

Mi ha fatto molto piacere, è stata una bella sorpresa. Non me lo aspettavo assolutamente. Ho ricevuto la chiamata quando ero ad Anversa per un congresso di Rabbini europei e all’inizio non ci credevo. Mi sento molto onorato. La cosa più importante ai miei occhi è che questo premio sia stato assegnato per un motivo preciso, ovvero quello di riuscire ad applicare l’Halachà, la legge ebraica, nel mondo moderno. Diciamo che è ciò che tentiamo tutti di fare, a volte con successo, a volte con meno successo, a volte magari un po’ arrabbiandoci, però tentiamo tutti di farlo. Ecco, credo che questo sia il riconoscimento dello sforzo. D’altronde questo è il mondo in cui viviamo, la cosa più semplice sarebbe isolarci, ma noi apparteniamo a questo mondo e tentiamo pertanto di portare la tradizione ebraica in questo mondo. Credo che questo sia il compito di un Rav, questo è ciò che tento di fare. Quanto io ci riesca poi realmente è una bella domanda, a cui non so dare una risposta, però mi fa piacere che sia riconosciuto lo sforzo.

 

Prima di lei hanno vinto il medesimo Premio anche Rav Soloveitchik, Rav Steinsaltz e Rav Sachs. Che effetto le fa appartenere a questa lista di colossi della legge ebraica nell’era moderna?

Non ne faccio assolutamente parte. Riesco ancora a mantenere il senso delle proporzioni. Questi sono dei giganti e io sono molto piccolo, questo è fuori discussione.

 

Con lei ho studiato la Mishnà, il Mussar, la Ghemarà, il Tanach. Ricordo sempre le lezioni sul libro di Giobbe, il martedì pomeriggio dopo scuola. Qual è il testo che preferisce trattare con gli studenti? 

E’ una bella domanda… Dipende dove, dipende con che ragazzi… A scuola credo che lo studio che riesce meglio sia quello del Tanach legato al Mussar. Quando invece insegno a gruppi più piccoli e non in una classe, credo che lo studio fondamentale sia e debba essere quello della Halachà e della Ghemara.

 

Rav, in questi anni lei ha educato migliaia di giovani ragazzi e ragazze, tra i quali appunto vi sono anch’io. Se le chiedessi di scegliere un solo insegnamento tra i tanti da lei trasmessi, quale vorrebbe che non dimenticassimo mai?

Vorrei citare un passo che dice: “Educa il ragazzo secondo la sua strada così che, anche quando invecchierà, non si staccherà da essa”. Questo passo viene normalmente interpretato dicendo che l’educazione deve essere individuale in quanto tutti gli allievi sono diversi. Ogni ragazzo ha una sensibilità e un’intelligenza singolare e, pertanto, deve studiare ciò che è adatto a lui. A me personalmente piace un’altra interpretazione che viene data da un grande Maestro del novecento, Rabbi Yitzhak Hutner. Secondo la sua interpretazione, bisogna educare il ragazzo secondo la sua strada in modo tale che egli non si staccherà da essa. Ma da cosa esattamente non si staccherà? Non dalla strada che gli hai insegnato, bensì dall’educazione stessa. Dal fatto che è necessario continuare ad autoeducarsi. Che non si finisce mai di imparare. Se riuscissimo a trasmettere questo ai nostri allievi, significherebbe che siamo riusciti a trasmettere l’elemento fondamentale dell’insegnamento stesso, perché di fatto non possiamo sperare di riuscire ad insegnare ai nostri allievi tutti i concetti dell’ebraismo. L’unica cosa su cui possiamo scommettere è che l’allievo non smetterà mai di imparare. Se dunque riuscissimo a trasmettere la necessità di non smettere mai di studiare, significherebbe che abbiamo avuto successo come insegnanti.

 

 



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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