Israele

Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 Marzo 2020
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HaTikwa, Gavriel Hannuna

Dictator: Nell’antica Roma il dictator era una persona alla quale veniva affidato il potere assoluto della Repubblica in caso di grandi crisi; e quando questa veniva risolta, il dictator era invitato a cedere questi poteri. Col tempo abbiamo visto quanto questa posizione sia rischiosa per la sopravvivenza di una repubblica: gli stessi romani hanno avuto dittatori che hanno svolto il loro ruolo perfettamente, riaprendo il senato dopo la fine della crisi, e altri che invece hanno approfittato della situazione per rimanere in carica anche dopo.

Anche se non vogliamo più usare la parola “dittatore”, la maggior parte delle costituzioni delle democrazie mondiali hanno un protocollo per le emergenze simile a quello romano: concentrano i poteri nel capo del governo per ottenere una risposta rapida ed efficiente, in un momento dove perdere tempo significa perdere vite umane.

In piena crisi del coronavirus, molti governi hanno già dichiarato la situazione un’emergenza nazionale, conferendo la maggior parte dei poteri ai loro capi di stato. Anche Israele stava per fare lo stesso. Il 19 marzo, lo speaker della Knesset Yuli Edelstein era sul punto di chiudere il parlamento, lasciando a Netanyahu la possibilità di governare senza “intralci”. Nello stesso giorno, i giornali hanno gridato al colpo di stato, 600.000 persone si sono riunite su Facebook per protestare e, nonostante le restrizioni dei movimenti, molti si sono presentati a protestare davanti alla Knesset. Il presidente israeliano Rivlin è intervenuto chiedendo a Edelstein di non chiudere il parlamento, e la Corte Suprema ha deliberato per mantenere la democrazia funzionante.

Perché gli altri sì e Netanyahu no?

A differenza di altri capi di governo, Netanyahu si trova in un limbo politico. Pochi giorni prima della minaccia di chiusura del parlamento 61 parlamentari avevano votato per iniziare un nuovo governo senza di lui; Rivlin aveva affidato l’incarico a Gantz, mentre Bibi continuava a proporre un governo di unità nazionale con sé stesso al comando per i prossimi 18 mesi. Gantz non era d’accordo, e dopo le consultazioni finite senza risultati, ecco che si parla di mettere in pausa la democrazia e di lasciare Netanyahu al comando a tempo indefinito, mentre il suo processo per corruzione (che sarebbe dovuto essere il 17 marzo) è stato rimandato a data da definirsi.

Alla fine del tunnel

Dopo essersi ritrovato in un vicolo cieco, Gantz ha deciso di accettare l’accordo di Netanyahu: divideranno il mandato in due, lasciando Bibi al potere per i prossimi 18 mesi per poi lasciare il governo a Gantz. Intanto Blu e Bianco si è ufficialmente disintegrato davanti alla nazione. Lapid, il numero due del partito, ha visto l’accordo come un atto di tradimento e ha annunciato la scissione da Blu e Bianco; aveva precedente affermato che avrebbe preferito una quarta elezione piuttosto che dare il governo a Netanyahu. Intanto, il politico che i giornali davano per spacciato alle prime elezioni è riuscito a resistere e a portare ad uno stallo la Knesset, ritornando alle elezioni per 3 volte; dopodiché è riuscito a polverizzare l’unico partito che si era dimostrato una minaccia per il suo governo negli ultimi 10 anni, assicurarsi un mezzo mandato, e rinviare il suo processo per corruzione per almeno altri 18 mesi.

In un mondo dove i partiti anti-establishment hanno preso il potere, promettendo di essere diversi e di portare qualcosa di nuovo al governo (USA, Italia, etc…), Israele va contro corrente, e ci mostra quanto Netanyahu sia tra i politici più abili nel panorama Israeliano.

Difficile dire cosa succederà dopo i fatidici 18 mesi: il governo Gantz si troverà davanti una Knesset ancora più divisa, il ché in democrazia significa gestire un governo lento e poco efficiente. Per un governo del genere la risorsa più importante è il tempo, che Bibi ha trovato il modo di “rubare”.

Il destino del primo ministro più longevo di Israele sarà determinato dal suo processo per corruzione, che potrebbe far finire la sua carriera politica, o dargli una nuova spinta verso un altro mandato. La gestione della crisi coronavirus potrebbe essere la sua carta vincente per un ritorno alla  sua amata posizione di “King Bibi”.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 Marzo 2020
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HaTikwa, di David Fiorentini

Storicamente, molti movimenti filosofici, artistici o letterari nati all’estero hanno impiegato molto tempo per raggiungere l’Italia, e altrettanto tempo per venire accettati. Spesso questi sono stati “italianizzati” per soddisfare le esigenze del nostro contesto storico-culturale; un esempio può essere lo stile Gotico, nato nel nord della Francia nel XII secolo (Saint Denis, 1144), e che non solo raggiunse l’Italia nel XIV secolo, ma nell’attraversare le Alpi si è dovuto adeguare alle esigenze italiane. Nasce così il gotico “temperato”, si perdono in parte le ampie vetrate e le fini mura per rimanere sul solco della tradizione architettonica romanica.

Allo stesso modo, possiamo parlare dell’antisemitismo nelle università. A tal proposito, bisogna fare una premessa: ovviamente l’antisemitismo è un fenomeno già presente nel contesto italiano, ma è il tipo legato a un certo antigiudaismo che per secoli ha caratterizzato l’Europa. In altre parole, si tratta di stereotipi, come quello dell’ebreo taccagno e avaro, coadiuvati da sgangherate teorie complottistiche e talvolta da accuse di deicidio.

Il tipo di antisemitismo su cui vorrei soffermarmi è la versione più moderna e talvolta la più isterica e confusa, cioè l’antisionismo universitario: nato e cresciuto negli Stati Uniti e nel Canada a partire dal 2013, sta piano piano infettando moltissimi atenei, ma ancora non è dilagato in Italia. Infatti, come fu per il Gotico, è necessario un po’ di tempo prima che l’antisionismo universitario entri nel contesto culturale italiano. D’altro canto, con la recente digitalizzazione di massa, è molto più facile trasmettere pensieri e testi a livello internazionale, per cui è necessario muoverci in anticipo prima che tutte le università italiane diventino luoghi ostili a studenti ebrei o israeliani.

Ma in cosa consiste di preciso questo antisionismo nelle università? Come detto, si tratta di un fenomeno nato nei campus americani e canadesi, che consiste in manifestazioni, conferenze e cortei contro qualsiasi cosa che abbia a che fare con lo Stato Ebraico. Tesi delegittimanti, accuse di apartheid, paragoni con la Germania nazista, boicottaggio dei prodotti israeliani sono solo alcune delle ingiurie di cui gli studenti ebrei sono vittima nelle università statunitensi. Emblematico è il caso dell’Università di Toronto, in cui l’unione studentesca ha chiesto che venisse rimosso il cibo Kasher nell’ateneo perché “pro-Israele”; oppure sempre in Canada, presso l’Università McGill, dove uno studente ebreo ha dovuto dare le dimissioni dalla sua unione studentesca a seguito di un viaggio in Israele.

Ma non sono soltanto i “sionisti” (termine usato da questi attivisti in senso dispregiativo, esattamente come una volta veniva usato l’appellativo “ebreo”) a dover subire assalti verbali e fisici, ma anche gli altri studenti, che incontrano un vero e proprio lavaggio del cervello da attivisti, colleghi e persino dai professori. Per questo, a partire da un gruppo ristretto di attivisti estremisti, si è venuto a creare un ambiente ostile e pericoloso, in cui organizzazioni di boicottaggio di Israele, BDS, e di sostegno di Hamas e della “resistenza” armata palestinese crescono rigogliosamente.

In Italia sono ancora pochi i movimenti antisionisti, quindi antisemiti (secondo la definizione IHRA), che si annidano nelle università, ma desta preoccupazione il loro recente aumento. Oltre a BDS Italia, a Torino è in voga il movimento “Progetto Palestina”, a Bologna “Universitari contro l’Apartheid Israeliana”, mentre a Milano l’Università Statale ha permesso che durante il digiuno di Yom Kippur venga a parlare una figura come Miko Peled, attivista israeliano di estrema sinistra che giustifica Hamas. Dunque cosa possiamo fare? La soluzione è battere sul tempo gli antisionisti: come loro ricevono slancio e impetuosità dall’estero, noi dobbiamo ricorrere alle tecniche e alle manovre messe in atto dagli USA.

La Anti Defamation League (ADL), nuovo partner dell’EUJS (European Union of Jewish Students), ha formulato una guida specifica per combattere l’antisemitismo nei campus. Con chiare direttive sia per studenti che per amministratori, la ADL Hate\Uncycle Resource mette a fuoco i principali aspetti per contrastare certi episodi: prevenzione, preparazione, risposta, recupero ed educazione. In breve, ci sono tre fasi in cui poter intervenire: prima dell’incidente, creando un clima che bilanci la libertà di espressione con l’importanza di includere tutti i membri dell’ateneo, aggiornando le normative riguardanti episodi di discriminazione e verificando la legalità di relatori e finanziamenti; durante l’incidente, rispondendo con tecniche comunicative precise e pianificate, oltre che organizzare, assieme alle forze dell’ordine, adeguate misure di sicurezza; e infine, dopo l’incidente, promuovendo progetti di recupero ed educazione, divulgando maggiore informazione e sensibilità riguardo il tema.

l’UGEI, di comune accordo con l’EUJS, si sta muovendo per combattere questo fenomeno che sta investendo l’Europa. Dopo aver creato la specifica delega “Advocacy for Israel e lotta all’antisemitismo”, che ho l’onore di ricoprire, l’UGEI ha investito nella formazione di alcuni dei suoi membri affinché questi possano condividere il know-how acquisito a tutta l’unione attraverso workshops e conferenze. Ad esempio, abbiamo partecipato alla Winter Bootcamp, evento invernale tenuto a Bruxelles dalla European Jewish Association (EJA), e sempre nella capitale belga all’EU Activism Seminar dell’EUJS. Inoltre, prossimamente avrò il piacere di guidare una delegazione di giovani ebrei italiani al seminario “Train The Trainers” organizzato a Berlino da EUJS e ADL.

La meta finale che l’ADL propone è quella di formare sia i singoli ebrei che le comunità ebraiche affinché abbiano una chiara tattica da seguire in situazioni controverse o potenzialmente pericolose; non ci si può affidare solamente alla reazione a caldo, spesso improvvisata, bisogna seguire un protocollo, testato e consolidato, che permetta di raggiungere risultati concreti.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 Marzo 2020
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HaTikwa, di Luca Spizzichino

In queste ore si stanno concludendo gli scrutini di quella che è stata la terza tornata elettorale in un anno, un unicum nella storia dello Stato d’Israele, registrando inoltri dati altissimi sull’affluenza, i più alti dalle elezioni del 1999. Con lo scrutinio al 97%, la composizione della Knesset, si sta delineando in questo modo: il Likud di Benyamin Netanyahu, con 36 seggi; Blue and White, il partito dell’ex Generale Benny Gantz, si ferma a 32 seggi; Joint List, la lista araba, con 15 seggi, uno dei migliori risultati mai ottenuti dal partito; i partiti religiosi Shas e United Torah Judaism, hanno guadagnato rispettivamente 10 e 7 seggi; gli stessi seggi della coalizione di sinistra Labor-Gesher-Meretz (7) e di Yisrael Beytenu di Avigdor Lieberman (7), all’ultimo posto Yamina, il partito di destra guidato da Naftali Bennet.

Con la seguente composizione del Parlamento israeliano, nessuna delle due grandi coalizioni raggiungerebbe la maggioranza, scanso grandi scossoni portati dal conteggio delle schede dei soldati e degli invalidi che verranno conteggiati per ultimi. Con la coalizione di destra guidata dal Likud che si ferma a un passo dal traguardo a 59 seggi, mentre quella guidata da Kahol Lavan si fermerebbe a 50.

Guardando ai risultati di queste concitate elezioni, possiamo notare come anche questa volta a fare l’ago della bilancia per la formazione di un nuovo governo, sia anche questa volta Avigdor Lieberman, soprannominato ormai dagli analisti, il “Kingmaker”, colui che può decidere le sorti di questa tornata elettorale. Ma il dato più impressionante è quello che riguarda il Likud, o per meglio dire quello di “Bibi” Netanyahu, il Capo di Stato più longevo della storia dello stato ebraico, che con l’imminente processo, parte dei media contro e le dichiarazioni negative di alcuni ex funzionari di alto grado, è riuscito comunque a far ricredere tutti quei sondaggi che negli scorsi mesi lo davano per spacciato.

Interessante l’analisi fatta dal Jerusalem Post sulla figura di “King Bibi”, come soprannominato dai suoi supporters, il quale lo ha definito un Mago. Nessuno riesce a fare campagna elettorale come lui, con un carisma, un’energia e un’oratoria che nessuno ha in questo momento in tutto il panorama politico israeliano. Nonostante le pesanti accuse che lo porteranno a processo tra due settimane, è riuscito a prendersi la fiducia di quegli elettori che lo scorso settembre lo avevano “abbandonato”, a partire dalla vittoria schiacciante nelle primarie del Likud contro Sa’ar, passando per la rinuncia all’immunità fino ad arrivare al Deal of the Century. La sua strategia ha funzionato, e ha raggiunto un risultato che lui stesso considera “la più grande vittoria della mia vita”, sbilanciandosi rispetto alle passate elezioni, nonostante l’insicurezza di una maggioranza capace di formare un governo. Nel frattempo, Netanyahu ha già iniziato le prime riunioni con i rappresentanti degli altri partiti di destra, per capire il da farsi.

Mentre all’Expo di Tel Aviv, Netanyahu e il Likud festeggiavano la vittoria, parziale, di questa terza campagna, dall’altra parte Benny Gantz, ha fatto trasparire una certa delusione, commentando così i risultati: “Non è questo il risultato che consentirà ad Israele di tornare sulla retta via. Il senso di delusione e di dolore è comprensibile”. “L’importante è restare uniti, fedeli ai nostri principi. Non consentiremo ad alcuno – ha aggiunto – di distruggere il Paese, di mandare in frantumi la democrazia”.

Prima di martedì prossimo non si avranno i risultati ufficiali, ma tutti i partiti sono concordi sul fatto che bisogna scongiurare in qualunque modo la possibilità di una quarta tornata elettore, che potrebbe portare a risultati drammatici.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI1 Marzo 2020
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HaTikwa, di Nathan Greppi

Andrea Jarach, imprenditore milanese classe 1956, dal 2015 al febbraio 2020 è stato presidente della divisione italiana del Keren Hayesod, la più importante organizzazione ebraica a livello mondiale. Ha gentilmente concesso ad HaTikwa un’intervista sul suo lascito e sul futuro dell’organizzazione.

Cosa ha significato dirigere il Keren Hayesod per 5 anni?

Un grande onore, perché si tratta della più importante organizzazione ebraica del mondo. Una enorme responsabilità perché la serietà e l’affidabilità verso i donatori devono essere totali. Non puoi permettere che nulla dell’organizzazione possa instillare mancanza di fiducia in chi ti affida donazioni, ma soprattutto in chi ti affida le sue ultime volontà. Infatti le entrate per lasciti ereditari sono sempre in crescita, poiché tante persone (soprattutto ebrei ovviamente) desiderano lasciare qualcosa a Israele.

Quali sono state le sfide più impegnative?

In questi anni le sfide sono derivate dall’evoluzione demografica dei potenziali donatori: i giovani ebrei vivono l’incertezza di tutta la società, ma soprattutto non sanno neanche immaginare un mondo senza Israele, anche perché vedono un Israele forte. La molla morale che sentiamo noi più anziani del dovere di aiutare la società di Israele è meno forte. L’idealismo ha lasciato Il posto al pragmatismo. I nostri grandi donatori, quelli che un tempo facevano ogni anno donazioni davvero significative, si sono ridotti anche perché le famiglie più benestanti ormai sono meno attaccate all’ideale sionista.

Ma abbiamo saputo resistere a queste sfide e siamo riusciti a raggiungere un buon livello di raccolta che ci consente di sostenere molti progetti in Israele per assorbire le aliot, per aiutare la parte più debole della società, per la formazione dei giovani, per la protezione delle comunità a rischio tramite la Agenzia Ebraica, prima destinataria della raccolta.

La sfida che penso sia stata più impegnativa, e che ha preso più tempo, è stata quella di adeguare il Keren Hayesod alle complicate leggi italiane sul non profit. Questo per poter agire nel pieno rispetto delle leggi in un campo delicatissimo che, offrendo vantaggi fiscali ai donatori, chiede in cambio massima trasparenza; e ci siamo riusciti. Ma sono stati anni di duro lavoro e grandi cambiamenti della struttura. Una cosa che dall’esterno non si può vedere, ma che consentirà raccolte di donazioni anche da aziende e grandi vantaggi sul modello anglosassone per i donatori privati.

Qual è stato il progetto che ritieni più importante?

Di quelli da me seguiti personalmente il progetto net@. Lo abbiamo esportato da Israele, primo esperimento pilota per estendere al mondo un metodo fantastico di educazione digitale che prepara alla vita e non solo alla professione. Siamo ancora in fase di sviluppo, ma in 2 anni scolastici i risultati sono stati grandi. Per me il tempo passato con i giovani volontari istruttori venuti dalle varie periferie di Israele (da Eilat a Kiriat Shimona) è stato un arricchimento umano straordinario, e i risultati con i ragazzi e i bambini prima a Milano e adesso anche a Torino sono emozionanti. Per saperne di più consiglio di visitare il sito www.educazionedigitale.org

Quali saranno gli obiettivi della nuova dirigenza?

Ovviamente siamo tutti focalizzati sulla raccolta di fondi per Israele, che da 100 anni è la missione del Keren Hayesod. Sappiamo di aver aiutato 3,500,000 olim a trovare la loro nuova patria. Per il resto la nuova presidente è Francesca Modiano, una persona dedicata e appassionata. Essendo la prima donna presidente nazionale saprà imprimere un nuovo passo anche al Keren Hayesod.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 Febbraio 2020
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HaTikwa, di Nathan Greppi

Chiunque si informi su Israele tramite i social, si sarà imbattuto almeno una volta nelle sue vignette. Ma non tutti sanno che le strisce di Dry Bones, e il loro autore Yaakov Kirschen, hanno una storia ben più lunga alle spalle.

Partiamo dall’autore: nato a Brooklin nel 1938 come Jerry Kirschen, secondo il suo sito da giovane ha iniziato a disegnare vignette per Mad Magazine, storica rivista di fumetti americana, e per Playboy. Negli anni ‘60 era fortemente schierato a sinistra, tanto da partecipare alle proteste contro la Guerra in Vietnam e a ottenere una carica nel Partito Democratico al Congresso di Chicago del 1968.

Nel 1971 decide di fare l’aliyah, e cambia il suo nome da “Jerry” a “Yaakov”. Nel 1973 inizia a pubblicare la serie di vignette Dry Bones sul quotidiano israeliano Jerusalem Post; il nome delle strisce si ispira a una visione del Profeta Ezechiele. Le vignette, che dal 2005 vengono pubblicate anche sul suo blog, trattano vari temi legati all’ebraismo e a Israele: dall’antisionismo al negazionismo, dalle festività alla quotidianità nel mondo ebraico. Il protagonista è spesso un alter ego dell’autore, ritratto come un uomo paffuto con i baffi, a volte in compagnia del suo cane. Dopo l’aliyah perde gradualmente il suo background sessantottino, tanto da ottenere più consenso da parte del pubblico conservatore.

Negli anni le sue strisce hanno ottenuto un vasto successo, tanto da essere riprese o citate da grandi testate internazionali come il New York Times, l’Associated Press e Forbes. Inoltre, in passato ha lavorato a un progetto di vignette pubblicate in Cina, mentre in Italia vengono spesso pubblicate su Informazione Corretta, sito specializzato su Israele e il mondo ebraico.

Nel 1993, Kirschen ha pubblicato il suo primo libro, Trees: The Green Testament, che racconta il rapporto tra gli ebrei e la Terra d’Israele. Come scrisse all’epoca il Wall Street Journal, Kirschen pubblicò quest’opera anche in risposta a Maus, celebre graphic novel di Art Spiegelman in cui gli ebrei vengono ritratti come topi e i nazisti come gatti; l’autore di Dry Bones sosteneva che Spiegelman ritraeva gli ebrei solo come deboli e senza radici, al che lui ha voluto rispondere con un’opera dove invece hanno radici salde nella loro terra, come gli alberi.



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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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