Israele

Consiglio UGEIConsiglio UGEI20 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Gavriel Hannuna

Il 30 dicembre 2019 lo scienziato cinese He Jiankui, e il team da lui guidato, sono stati arrestati dalle autorità del suo paese con l’accusa di “pratiche mediche illegali”. Nel novembre 2018, il team di ricercatori aveva fatto scalpore nella comunità scientifica mondiale per aver fatto nascere, per la prima volta nella storia, dei bambini geneticamente modificati tramite la tecnologia CRISPR-Cas9. Jiankui sostenne di aver reso i bambini resistenti all’infezione dell’HIV, nella speranza di poter importare questa innovazione in tutto il globo, e in particolare in paesi come quelli africani (l’Africa ha il 69% di tutti gli infetti da HIV nel mondo). Ma allora perché questi scienziati, con così promettenti innovazioni, sono stati incarcerati?

Per capire questa decisione (appoggiata dalla gran parte della comunità scientifica) bisogna sapere che cos’è CRISPR-Cas9. Spesso descritto come uno strumento fantascientifico, CRISPR-Cas9 non è altro che una parte del sistema immunitario di alcuni tipi di organismi. Questa proteina è in grado di effettuare tagli nel DNA con maggiori facilità e precisione rispetto alle tecniche precedentemente in uso. Dal 2011 si è dimostrato possibile usare questa nuova tecnologia nelle cellule umane, facendo nascere un vivace entusiasmo e, allo stesso tempo, una forte preoccupazione sia negli esperti che negli altri. Infatti, essendo uno strumento così potente, Cas9 ha aperto numerose domande etiche riguardo ai limiti dell’utilizzo dell’ingegneria genetica sugli umani, alle quali si dovrà rispondere nei prossimi anni: Dove tracciare la “linea” per delimitare l’editing genetico sugli embrioni? Si può permettere ad un’arma del genere di essere usata solo da chi se lo può permettere economicamente?

Come ha sottolineato lo storico israeliano Yuval Noah Harari nei suoi “saggi sul futuro dell’umanità“, stiamo vivendo nell’era della rivoluzione biotecnologica che, come un’onda, potrebbe travolgerci o essere cavalcata.

Oltre a non aver aspettato che la società “rispondesse” a queste domande, Jiankui ha ignorato i numerosi rischi ai quali ha sottoposto i bambini da lui ingegnerizzati, dato che CRISPR-Cas9 è ancora considerato troppo impreciso per modifiche come quelle attuate dal team cinese.

Mentre ci chiediamo come andare avanti per evitare scenari distopici, e come evitare che una scoperta scientifica si trasformi in un vaso di Pandora, la scienza avanza con passo spedito. Israele è tra i pochi paesi al mondo dove la ricerca è incredibilmente incentivata, anche per quanto riguarda le biotecnologie. Nelle migliori università israeliane la tecnologia CRISPR è ormai entrata nel quotidiano: laboratori come quello del Dr. Ayal Hendel all’Università Bar-Ilan, del Dr. Itamar Harel all’Università Ebraica di Gerusalemme e molti altri guidano la ricerca israeliana nell’estirpare le malattie genetiche o addirittura l’invecchiamento, proprio tramite la proteina Cas9.

In tutto il mondo, la ricerca per sviluppare un metodo sicuro per usare questa nuova tecnologia sugli umani prende terreno. Gli esperimenti di Jiankui potrebbero diventare una routine per i genitori futuri, un vero e proprio vaccino prenatale, ma, come la maggior parte delle scoperte scientifiche, CRISPR-Cas9 è una spada di Damocle che incombe sul capo di tutta l’umanità. Se riusciremo a dare delle risposte sagge alle numerose domande etiche che caratterizzano il nostro secolo e se queste risposte saranno condivise da tutti gli stati, allora potremo entrare con serenità in una nuova pagina della storia umana.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI14 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Nathan Greppi 

A differenza dell’Italia, uno dei paesi dove si vendono più fumetti al mondo, Israele non ha una grande industria del fumetto. Ma nonostante ciò, anche lo Stato Ebraico nel corso dei decenni ha saputo produrre artisti di grande talento, soprattutto nel campo della satira. Ed è soprattutto alla satira che in Israele è stato dedicato un intero museo, l’Israeli Cartoon Museum, situato nella città di Holon.

Il museo, fondato nel 2007 grazie a una collaborazione tra il comune di Holon e l’Associazione Vignettisti Israeliani (AKI in ebraico), ospita al suo interno varie mostre su diversi artisti, oltre a ospitare un padiglione che racconta la storia del disegno dalle pitture rupestri ai giorni nostri. Inoltre, vengono organizzati corsi, workshop e visite guidate per bambini e ragazzi. Ogni anno accoglie una media di 20.000 visitatori.

All’inizio di gennaio, ad esempio, sono state organizzate delle mostre sui disegnatori Erez Zadok, che su Instagram conta oltre 110.000 follower, e Danny Kerman, che dagli anni ’80 ai primi anni 2000 ha diretto la rivista satirica Davar Acher e ha illustrato quasi 500 libri per bambini. Inoltre, è stata allestita una mostra di vari vignettisti che commentano l’attualità politica israeliana più recente, come le continue nuove elezioni e le indagini dei magistrati su Netanyahu.

Il museo ha anche creato il Golden Pencil Award, un premio annuale alla carriera per quei vignettisti che hanno lasciato il segno nella memoria collettiva e che sono di ispirazione per le future generazioni di disegnatori israeliani. Su un muro del museo compaiono le foto di tutti i vincitori del premio, di cui l’ultimo nel 2019 è stato il già citato Danny Kerman.

L’unico difetto del museo è che quasi tutto è scritto in ebraico, e ci sono pochissime informazioni in inglese per i turisti stranieri. Ma anche tenendo conto di ciò, rimane comunque un luogo che chiunque coltivi una passione per i fumetti e il disegno potrà apprezzare.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI8 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Bruno Sabatello

Martedì 7 gennaio si è tenuto, nella Sala del Consiglio della Comunità Ebraica di Roma, l’incontro con l’imprenditore israeliano Aron Di Castro, direttore della start-up Waze, organizzato da Delet e dalla Consulta.

Ad aprire la serata è stato un breve video del Prof. Scott Galloway, docente di marketing alla New York University, sul quale Aron ha commentato: “Pensare di poter seguire le proprie passioni a volte non basta. Bisogna chiedersi in cosa si è bravi, per cosa si è portati, e soprattutto cosa può recarci gioia e soddisfazione nel lavoro, giorno per giorno.”

Dopo una breve presentazione nella quale ha raccontato brevemente la sua vita, dalla Alyiah, percorso che accomuna diversi giovani delle nostre comunità, fatta nel ’98 al percorso universitario alla Bar Ilan dove si è laureato in Scienze Politiche e Comunicazione, parlando brevemente anche di alcuni momenti di difficoltà nel bilanciare le sue ambizioni da neolaureato e le richieste del mercato del lavoro.

Le sue aspirazioni, dopo le prime difficoltà, lo portano nel 2008 ad essere assunto da Google nello stabilimento israeliano nel quale ha lavorato per 9 anni, per poi trasferirsi in California proseguendo il suo rapporto con il colosso statunitense, che controlla anche Waze, dove oggi lavora, per la quale svolge la funzione di Director Global Business Development & Partnerships.

Prima dell’aperitivo offerto da Delet c’è stato un breve spazio per le domande nel quale ha trattato diversi temi: dalla mancanza di competitività del mercato italiano rispetto a quelli israeliano e americano alle particolarità che li contraddistinguono, fino a parlare dei momenti più difficili affrontati durante la sua carriera.

Nell’ultima parte della serata c’è stato il tempo per approfondire il discorso di Skilled Program, un’programma di formazione intensiva di due settimane, totalmente gratuito, che offre ai giovani Olim la possibilità di conoscere il mondo dell’Online Marketing e fare pratica diretta grazie agli insegnamenti dei numerosi ospiti presenti all’interno del programma.

Il programma, arrivato alla seconda edizione, ha solamente 30 posti disponibili, e come ha anticipato ai presenti, “a meno di una settimana dall’apertura delle iscrizioni per l’estate 2020 il programma ha già 24 iscrizioni da 13 paesi diversi”. Per iscriversi o per ulteriori informazioni è sufficiente consultare il sito www.skilledprogram.org.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 Gennaio 2020
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HaTikwa, di David Zebuloni 

Rav Meir Shapiro (1887-1933), presidente dell’Agudat Israel polacca e Rosh Yeshiva dei Chahmei Lublin, introdusse la rivoluzionaria idea del Daf Yomi, lo studio di una pagina al giorno del Talmud Babilonese, con il fine di completarlo in sette anni e mezzo. La conclusione dello studio si celebra con un evento chiamato Sium HaShas. Il primo ciclo di studio iniziò a Rosh HaShana del 1923, con l’intento che ogni ebreo del mondo studiasse lo stesso foglio nello stesso giorno, globalizzando così il sapere millenario ebraico.

“Storicamente lo studio del Talmud è stato per eccellenza riservato ai soli uomini”, racconta Letizia Fargion, “ma il tredicesimo ciclo, che si è concluso qualche giorno fa, ha portato con sé una novità assoluta: la partecipazione significativa dello studio della Ghemarà allargato al pubblico femminile“. Insieme a centinaia di celebrazioni che si sono tenute in tutto il mondo del Sium HaShas, ce n’è stata una in particolare, organizzata dall’organizzazione Hadran (Advancing Talmud study for Women), a catturare l’attenzione pubblica. “Sono state 3,500 le donne arrivate da tutta Israele, e non solo, per riunirsi a Biniane HaHuma a Yerushalaim, per celebrare e festeggiare questo momento”, continua Letizia Fargion, anche lei presente all’evento. “Tutte insieme abbiamo letto l’ultimo brano di Masechet Nidda, emozionate di essere giunte a tale traguardo“.

“E’ un momento epocale assistere alla partecipazione allo studio di tutto il popolo comprese le donne che, con serietà e dedizione, hanno portato a termine il progetto del Daf Yomi”, ha detto Rav Saks da Londra. Grandi personalità come Rav Benny Lau, la Rabanit Michelle Cohen Ferber (fondatrice del Daf Yomi femminile) la Rabanit Dr. Michal Tikochinsky, la rabanit Malke Bina (fondatrice della yeshiva femminile Matan) sono intervenuti sottolineando l’importanza della divulgazione del sapere presso tutto il popolo ebraico. La Rabbanit Esti Rosemberg, nipote del grande Rav Soleveichik, ha detto come suo nonno, fin dagli Anni Sessanta, iniziò a insegnare Ghemarà anche alle donne. Tra gli ospiti d’onore Jaine Shottenstein, che con l’edizione sponsorizzata dalla sua famiglia, ha contribuito notevolmente allo studio e diffusione del Talmud in questi ultimi anni.

“La serata si è conclusa con l’augurio che lo studio sia la luce che guidi la nostra vita: Torah shel chaim e chaim shel Torah (Torah per la vita e vita per la Torah) e una coinvolgente performance corale del pubblico con la canzone guidata da kululam”, racconta emozionata Letizia, originaria di Milano e israeliana dal ’94, di professione organizzatrice di eventi. “E’ stato emozionante partecipare a questo evento che ha celebrato il trionfo dello studio e del sapere anche come strumento di emancipazione della figura della donna nell’ebraismo. Oggi chi vuole studiare ha sicuramente molti più strumenti di un tempo. Basti pensare all’edizione Shottenstein o alle lezioni a disposizione su Hadran.org.il. In generale sento che a Gerusalemme si avvisano segni di apertura di più ampio respiro dell’ebraismo modern-orthodox. Molte Sinagoghe ortodosse, per esempio, permettono minianim di sole donne che leggono la Meghilat Esther e fanno Dvar Torah. Sono traguardi importanti questi!”, conclude Letizia sorridendo. “Yerushalaim rimane comunque per me la città delle grandi contraddizioni dove convivono realtà diverse. Sempre più attuale diventa il verso di Isaia: Da Sion uscirà la Torah e la parola di Dio da Gerusalemme, כי מציון תצא תורה ודבר ה׳ מירושלים.”


Consiglio UGEIConsiglio UGEI6 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Nathan Greppi

È opinione diffusa che americani e israeliani siano sempre stati fortemente alleati, soprattutto sul piano geopolitico. Ma se si guarda a cosa pensa al riguardo l’opinione pubblica dei due paesi, e in particolare quella americana, la questione si fa ben più complicata.

L’opinione pubblica americana

Partiamo dall’opinione pubblica americana: secondo un sondaggio pubblicato nel gennaio 2018 dal Pew Research Center (PRC), tra i più importanti centri di statistica al mondo, negli ultimi 40 anni l’opinione pubblica americana è rimasta stabilmente filoisraeliana: nel 1978 il 45% degli americani era più vicino a Israele che ai palestinesi, contro il 14% più filopalestinese e il restante 41% neutro; nel 2018, la percentuale di filoisraeliani era del 46%, contro un 16% di filopalestinesi.

Apparentemente non vi è stato un forte cambiamento, ma la realtà è ben diversa: se si va a guardare a come sono cambiate le opinioni in base agli schieramenti politici, emerge che tra i repubblicani la percentuale di filoisraeliani, dal 1978 al 2018, è salita dal 49% al 79%; tra i democratici, invece, nello stesso periodo la percentuale è calata dal 44% al 27%. Nello stesso arco di tempo si sono notati altri fenomeni particolari: tra la metà degli anni ’80 e i primi anni ’90 la percentuale di filoisraeliani crollò tra entrambi gli schieramenti, probabilmente a causa della vicenda di Jonathan Pollard, un analista dell’intelligence americana che in quegli anni aveva venduto a Israele documenti top secret. Fu a partire dal 2001, in seguito all’Attentato alle Torri Gemelle, che le opinioni su Israele si fecero sempre più polarizzate tra repubblicani e democratici.

Nel rapporto emergono anche altre differenze, ad esempio in base all’età e al tasso di istruzione, dove però i filoisraeliani prevalgono in tutte le fasce; riguardo all’età, ad esempio, il 56% degli americani dai 65 anni in su è filoisraeliano, contro il 32% di quelli dai 18 ai 29 anni, che però sono comunque di più dei filopalestinesi, che nella stessa fascia di età sono il 23%. Mentre per quanto riguarda l’istruzione, se tra chi non ha nemmeno il diploma i filoisraeliani sono il 51%, tra i laureati sono il 39%, contro un 22% di filopalestinesi. Mentre se si guarda alle differenze tra le varie fedi, i più vicini a Israele sono gli evangelici con una percentuale del 78%, contro il 43% dei cattolici e il 26% dei non credenti; quest’ultima categoria, quella che mette insieme atei e agnostici, è l’unica dove prevalgono i filopalestinesi, al 29%.

Gli ebrei americani e israeliani

Un altro sondaggio del PRC, uscito nell’ottobre 2013, spiegava che anche tra gli ebrei, come tra gli americani in generale, il sostegno a Israele aumentava di pari passo con l’età, con il 38% degli ebrei dai 65 anni in su “fortemente legati” a Israele e il 41% che si sentivano “abbastanza legati”, contro il 25% e il 35% nelle stesse categorie per gli ebrei sotto i 30 anni. E anche in questo caso i repubblicani erano nettamente più vicini a Israele dei democratici, con percentuali del 50% per i primi e del 25% per i secondi su chi aveva un legame forte.

Non c’erano invece grosse differenze in base all’istruzione, con i laureati e i senza diploma rispettivamente al 32% e al 30%; vi era invece una grossa differenza tra i vari tipi di ebraismo, con gli ortodossi al 61% fortemente legati a Israele contro il 24% dei riformati e il 16% dei non praticanti.

La ragione di queste divergenze è che nel corso dei decenni gli ebrei israeliani e americani sono diventati sempre più lontani per orientamento politico: infatti, secondo un sondaggio del gennaio 2017, gli ebrei israeliani che si consideravano di destra e di centro erano rispettivamente il 37% e il 55%, contro un 19% di destra e un 29% di centro tra gli ebrei americani. Sul fronte opposto, gli ebrei americani che si consideravano di sinistra erano il 49%, contro l’8% degli ebrei israeliani. Ciò ha portato anche a divergenze di opinioni sui temi più delicati: il 61% degli ebrei americani era convinto che uno stato ebraico e uno palestinese potessero convivere vicini, mentre tra gli ebrei israeliani la percentuale scendeva al 43%. E se il 52% degli ebrei israeliani pensava che gli USA non aiutassero abbastanza Israele, tra gli ebrei americani la percentuale era del 31%.

Dopo l’elezione di Donald Trump questo divario sembra essersi allargato ulteriormente, tanto che gli ebrei americani sembrano essere diventati meno filoisraeliani dei loro connazionali cristiani: nel maggio 2019, il PRC rivelava che il 42% degli ebrei americani pensava che Trump favorisse troppo Israele, contro il 22% dei protestanti e il 34% dei cattolici.

In conclusione, dai dati emerge chiaramente che l’opinione pubblica americana, e in particolare quella ebraica, ha un approccio molto più eterogeneo nei confronti di Israele di quanto si sia portati a pensare. Tuttavia, è chiaro che le giovani generazioni di americani siano sempre meno amiche dello Stato Ebraico, e bisogna sperare che prima o poi vi sia un’inversione di tendenza.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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