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Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 Gennaio 2020
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Nella riunione del Consiglio dei Ministri di questa mattina, in seguito alla nomina di Milena Santerini a Coordinatore Nazionale per la Lotta contro l’Antisemitismo, è stata finalmente approvata la definizione di antisemitismo promossa dall’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance). Un passo avanti determinante, che associa l’Italia ad altri 31 Paesi, che hanno già riconosciuto questa unica e inequivocabile definizione di antisemitismo.
Dopo le ripetute sollecitazioni da parte di numerosi enti internazionali tra cui l’Ambasciata d’Israele a Roma, il Ministero degli Affari Esteri d’Israele, ma anche italiani come la Regione Liguria, la Regione Lombardia, l’UCEI, l’UGEI e le svariate associazioni di Amicizia tra Italia e Israele, finalmente il Governo Italiano ha deciso di procedere con questo necessario provvedimento.
L’importanza del riconoscimento della definizione dell’IHRA è duplice: in primis consiste nell’univocità dei parametri con cui si delinea l’antisemitismo, smarcandosi da equivoci e misinterpretazioni. Inoltre, di pari importanza è l’equiparazione di antisemitismo e antisionismo.
Nella millenaria storia del Popolo Ebraico numerosi imperi, paesi, organizzazioni e privati si sono adoperati per la sua distruzione, ma ogni volta grazie all’aiuto di D-o, i figli d’Israele sono sopravvissuti. Durante le varie persecuzioni, l’antisemitismo ha preso varie forme dall’antigiudaismo romano e russo, passando per l’antisemitismo biologico nazista fino ad arrivare alla sua più moderna maschera: l’ANTISIONISMO. Spesso coloro che negli ultimi anni hanno tentato di minare l’esistenza del Popolo Ebraico, si sono giustificati dicendo che la loro è una inemicizia verso l’entità politica dello Stato di Israele, ma non verso il Popolo Ebraico. In realtà, “negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione”(IHRA Definition), consiste in una forma gravissima di antisemitismo, perché abolisce l’identità di ogni singolo ebreo, il quale ha un legame indissolubile con la Terra d’Israele, che è stata per millenni la dimora dei suoi avi e la meta delle sue preghiere.
La critica delle politiche intraprese dallo Stato d’Israele è legittima e bene accolta, tanto è vero che i primi critici del governo israeliano sono gli israeliani stessi, che attraverso libere e democratiche elezioni possono esprimere il loro consenso. La negazione del diritto all’esistenza di Israele è completamente un’altra questione, che deve essere condannata con forza e che finalmente anche l’Italia ripudia.
L’Unione Giovani Ebrei d’Italia mai come oggi è fiera del proprio Paese e gioisce di fronte al nuovo avvicinamento tra Italia e Israele, oltre che tra ebrei italiani e il resto del popolo italiano.

Consiglio Esecutivo 2020.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI1 Gennaio 2020
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Il significato della parola HaTikwa in ebraico, è la speranza. Proprio come l’inno d’Israele, anche la nostra testata sceglie di distinguersi per la sua costante ricerca di luce. Scopriamo dunque che la ricerca di per sé diventa sintomo di speranza: inseguire un futuro migliore significa infatti accettare che il proprio presente non lo sia abbastanza. La ricerca di luce tuttavia dovrebbe trovare coniugazione al presente, non proiettarsi in un futuro ideale privo di odio e di indifferenza, ma occuparsi piuttosto dell’epoca storica che stiamo vivendo.

Nella storia del popolo ebraico e dell’umanità intera, i giovani hanno sempre avuto il compito di sognare, di vedere il bene lì dove il male sembrava assoluto. Questo continua ad essere il ruolo di noi giovani nella complessa realtà che ci circonda. Anche oggi. Un ruolo che comporta una grande responsabilità; quella di non perdere la fiducia nel bene, di non smettere di credere nell’unione che fa la forza, di non vedere nel dialogo una minaccia bensì un’opportunità.

Questa è la missione di HaTikwa, questa è la missione di noi redattori e di voi lettori: lasciare da parte l’ostilità, le diversità, il cinismo, per dar spazio alla tolleranza, alla comprensione, all’empatia. In una parola: alla speranza. La nostra missione comune è quella di guardare il presente con lo stesso ottimismo con il quale guardiamo il futuro, di guardare il prossimo con la stessa fiducia con la quale guardiamo noi stessi. Riconoscere quei rari punti di luce nel buio della quotidianità.

 

David Zebuloni, direttore HaTikwa

Luca Clementi, caporedattore HaTikwa

Luca Spizzichino, caporedattore HaTikwa

Nathan Greppi, caporedattore HaTikwa


Consiglio UGEIConsiglio UGEI31 Dicembre 2019
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HaTikwa – L’obiettivo era semplice, ma ambizioso: riportare al centro la voce dei giovani ebrei italiani. Una voce tanto fondamentale oggi, tanto unica nel tam-tam comunitario. Abbiamo provato a rendere HaTikwa uno strumento in grado di edificare quei ponti che ci uniscono al passato, al presente e al futuro. Il nostro futuro. Abbiamo provato ad abbattere i pregiudizi, che troppo spesso hanno inquinato la nostra immagine vista dall’esterno.

Abbiamo cercato un contatto con le realtà, ebraiche e non, attraverso articoli di attualità, servizi e video-interviste, iniziative e molto altro. Un ruolo centrale, come promesso, è stato dedicato a Israele. La nostra Israele. Tanti i temi trattati: società, religione, storia, arte, cinema, cucina, politica estera ed interna, nazionale e comunitaria, analisi di ogni tipo e diverse riflessioni.

145 articoli che hanno raccontato chi sono i giovani ebrei d’Italia, quali sono i loro interessi, quali sono i loro valori. 145 volti, sfumature, aspetti di un ebraismo che non smette mai di sorprendere per la sua rilevanza ed attualità. 145 pezzi di vita, pezzi di storia. La nostra storia.

Tra gli highlights di questa stagione conclusa, le interviste a Rav Riccardo Di Segni, Rabbino Capo di Roma, e Rav Alfonso Arbib, Rabbino Capo di Milano. L’intervista doppia agli esperti di politica e storia Francesco Giubilei e Elia Rosati. La rubrica della Parashà della settimana, la rubrica di fumetti ed ebraismo, la rubrica dei ragazzi di Taglit, la rubrica di attualità, la rubrica dedicata alla Memoria. La video-intervista all’On. Emanuele Fiano. L’intervista alla scrittrice Elena Lowenthal, al rappresentante israeliano all’Eurovision Song Contest Kobi Marimi, all’influencer ottantenne Madame Falafel, al giornalista autistico Ori Itzhaki, alla prima dottoressa con una paralisi celebrale Hodaya Oliel, all’eroe di guerra Avigdor Kehalani.

Le intenzioni sono state pure e sincere, l’impegno grande e continuo. Un ringraziamento ai nostri instancabili collaboratori, che hanno reso possibile tutto questo. E un ringraziamento a voi, cari lettori, per il sostegno e l’interesse. Per aver condiviso con noi una strada, un sentiero. Per esservi battuti con noi in nome di quei valori che da sempre ci guidano. Per aver creduto, anche solo per un attimo, che i giovani sono davvero l’unica speranza per un futuro migliore.

 

Ruben Spizzichino, vicedirettore e Responsabile Comunicazione HaTikwa

David Zebuloni, vicedirettore HaTikwa

David Moresco, direttore HaTikwa 

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI13 Dicembre 2019
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HaTikwa (D. Zebuloni) – Inizialmente mi propone di svolgere l’intervista a casa sua, a Tel Aviv, poi mi telefona e mi chiede se possiamo incontrarci al Beit HaLochem (in italiano – la casa del combattente). “Perché proprio qui?”, gli domando il giorno dell’intervista. “Questo è un centro di riabilitazione per quei soldati rimasti disabili durante il loro servizio militare. Ci vengo ogni mattina, faccio un po’ di ginnastica, qualche vasca in piscina. Sai, io stesso sono disabile. Il 60% del mio corpo riporta gravi ustioni”. Lo guardo perplesso; mi sembra in perfetta forma. “E poi è importante prendersi cura del proprio corpo, no?”, mi domanda. Ed io, che non vedo una palestra dalla notte dei tempi, annuisco imbarazzato. Avigdor Kehalani è un eroe. Secondo alcuni, il più grande eroe che lo Stato d’Israele abbia mai visto. Quando nel 1963 si presenta al corso militare per diventrare ufficiale, lo rispediscono indietro dicendogli che non è adatto, che non resisterebbe, che non ha i requisiti necessari. Tuttavia Kehalani non si arrende e presto riesce a coronare quel piccolo folle sogno di diventare ufficiale. Poi arriva la Guerra dei Sei Giorni ed, insieme ad essa, arrivano quelle gravi ustioni che lo costringono a sottoporsi a dodici complicati interventi chirurgici ed un anno di ricovero. La carriera militare del giovane ufficiale cambia drasticamente: gli viene impedito di prendere parte a svariate operazioni, gli vengono affidati ruoli di marginale importanza, gli viene chiesto di rallentare un po’. La storia muta di nuovo con lo scoppiare della Guerra dello Yom Kippur. Kehalani falsifica i suoi certificati medici e riesce a scendere in campo. Organizza 150 carri armati e li guida verso il confine siriano. Così, mentre suo fratello Emanuel ed il cognato Ilan perdono la vita nel combattimento sul fronte egiziano, Avigdor riesce a sconfiggere i 470 carri armati siriani e salvare il Galil. Si racconta che durante una battaglia, egli riuscì ad abbattere da solo tre carri armati siriani distanti da lui cinquanta metri. La sua vita cambia definitivamente. La perdita del fratello brucia più di qualsiasi ustione. “Quando ci penso ancora mi manca l’aria”, mi confessa, ma al contempo una nazione intera gli è grata per il suo coraggio. Riceve i più alti riconoscimenti che un soldato possa ricevere, medaglie su medaglie, titoli su titoli. Oggi ripensa al suo passato e sorride; ma sorride anche al futuro, perché dopo aver terminato il suo servizio militare, ed essere stato Ministro della Difesa, e dopo aver scritto sei libri, girato un documentario e aver messo sù famiglia – Kehalani ha ancora qualche sogno da realizzare.

Avigdor, solitamente mi piace seguire un ordine cronologico, ma questa volta vorrei cominciare l’intervista dalla fine. Dalla pubblicazione del tuo ultimo libro. Di cosa tratta?

L’argomento della leadership mi ha sempre toccato. Così, dopo aver scritto cinque libri, ho pensato di dedicare il sesto ai più grandi leaders della storia del popolo ebraico. Da Mosè al Re Davide, da Ben Gurion ad alcuni ufficiali importanti dell’esercito israeliano. E poi ho spaziato e raccontato di altri leaders, non meno importanti. Da uomini di cultura, Rabbini e maestri, alla mamma che cresce da sola dieci figli. Nel libro dialogo con questi personaggi, li analizzo, li studio. Cerco di individuare quelle caratteristiche che hanno permesso loro di diventare tali.

Mi fa sorridere che parli di leaders con tanto distacco, come se non appartenessi alla categoria.

Esistono tanti tipi di leaders, ciascuno con il proprio modo di arrivare alle persone. Io ho sempre cercato di infondere fiducia in chi mi stava attorno, e ho avuto la fortuna di essere circondato da persone che hanno fatto tutto il possibile per non deludermi. Si tratta di un rapporto particolare, quasi sacro.

Sai, tu sei il primo eroe in carne ed ossa che io abbia mai incontrato. Però sei diverso da come ho sempre immaginato gli eroi. Non sei particolarmente alto, non sei particolarmente muscoloso e, contro tutte le previsioni, sei pure yemenita. Come vivi queste dissonanze?

Diciamo che sono cresciuto in una casa in cui non mi veniva detto spesso che sono bello, che sono bravo, che sono intelligente. Sai, la mia era una famiglia semplice. Ho dovuto scoprirlo da solo, all’esercito, che non valgo meno degli altri. E non solo in campo di battaglia, ma in ogni ambito della mia vita. Chi avrebbe mai detto che avrei scritto dei libri? E pensa, il primo libro lo scrissi a ventisette anni ed è stato tradotto in sette lingue. Nella vita non smettiamo mai di scoprire nuove cose su noi stessi, ma per poter scoprire dobbiamo rischiare. Dobbiamo alzarci la mattina e dire “basta, oggi lo faccio!”. E ci sarà sempre chi ci giudicherà male, non possiamo aspettarci che la spinta arrivi da dietro. Dobbiamo essere noi a raccogliere le forze e rischiare.

Mi dai l’impressione di essere un eroe molto umano. Ogni tanto provi un po’ di paura?

Certamente, dammi il nome di un eroe che non ha paura e gli dico esattamente dove farsi ricoverare. La parola eroe e il verbo affrontare in ebraico hanno la stessa radice: tutti hanno paura, ma solo un vero eroe sa affrontare la paura.

E ti capita anche di piangere?

Ogni volta che ripenso a mio fratello mi manca l’aria. Ogni volta che vedo una madre riabbracciare il proprio figlio piango. Non penso che le lacrime minaccino in alcun modo la mia virilità. Non penso di dover dimostrare più nulla a nessuno. E sopratutto non credo a quell’immagine iconica dell’eroe muscoloso e privo di sentimenti. I più grandi leaders della storia erano persone piene di umanità e compassione.

Immagino sia facile sentirsi eroi in guerra. Ti senti un eroe anche nella vita di tutti i giorni?

Ricordo che trascorsi ore a discutere con Rabin. Ore ed ore in cui lui cercò di convincermi a votare a favore del secondo accordo di Oslo. All’epoca ero un parlamentare, facevo parte del suo partito. Arrivò al punto di dirmi che non avrei messo più piede in Parlamento. Eppure io votai contro.  Credo di aver dimostrato più coraggio in quel momento che in campo di battaglia. Oppure quando decisi di candidarmi come sindaco di Tel Aviv. Io, il ragazzo di Ness Tziona. Senza alcun finanziamento. Da solo con le mie forze. Poi, non ho vinto, ma poco importa. L’ho fatto, senza che nessuno me l’abbia posto su un piatto d’argento. Sì, ci vuole altrettanto coraggio per essere eroi nella vita vera.

Parliamo un po’ della tua carriera politica. Hai dei rimpianti? Ti capita mai di pensare che saresti potuto arrivare più in alto? Che avresti potuto diventare Primo Ministo per esempio, se solo ci avessi provato?

Comincio dicendoti che se potessi tornare indietro nel tempo, rifarei esattamente tutto ciò che ho fatto, seppur conscio di alcuni fallimenti. Non possiamo mai giudicare le nostre scelte a posteriori, dieci o vent’anni dopo. Le nostre decisioni possono essere giudicate solo ed esclusivamente nel momento in cui sono state prese. Tuttavia ti mentirei se ti dicessi che la politica non mi interessa più. La politica è parte di me, ma non ho più interesse a fare il parlamentare. Non alla mia età. Certo, se mi proponessero di tornare ad essere Ministro della Difesa…

Accetteresti?

Penso di sì.

E cosa cambieresti?

Una persona sola può cambiare poco purtroppo, in Parlamento bisogna lavorare in squadra. Diciamo però che io tendo ad interessarmi di meno all’opinione pubblica; non amo rivolgermi ai consulenti legali, preferisco agire quando è necessario.

Mettiamo la politica e il passato da parte e parliamo di Avigdor Kehalani oggi. So che ti dedichi molto ai giovani, alle nuove generazioni.

Mi è sempre piaciuto il titolo di “educatore”, sin dai tempi del militare. Perché ogni comandante è anche un educatore. Così negli ultimi anni ho deciso di dedicarmi al mondo dell’educazione, ai giovani, agli studenti. Mi preoccupo davvero per il destino del nostro paese, ci penso spesso. Così ho capito che per salvaguardarlo devo investire nella nuova generazione. Sono quindici anni ormai che accompagno decine di migliaia di studenti al nord, nei luoghi in cui ho combattuto. Racconto loro dell’esistenza del nostro Stato dalla fondazione ad oggi, di coloro che non ci sono più, del valore inestimabile di questa terra. Concludo ogni tour donando al gruppo una bandiera di Israele e chiedendo loro di custodirla al posto mio. Vedo nei loro occhi il cambiamento, la presa di coscienza sul valore della nostra storia.

Fai e hai fatto così tante cose nella tua vita. Qual è quella di cui vai più fiero?

Credo che il momento di cui vado più fiero in assoluto risale a quando ho falsificato il mio profilo medico nella guerra del ’73, per poter raggiungere i miei compagni in battaglia. Ricordo la sensazione; sentivo di aver dimostrato a me stesso che potevo farcela, che nonostante tutto potevo ancora farcela. Poi sono molto orgoglioso della mia famiglia. E dei miei libri. Vedi, i miei genitori volevano che io facessi il meccanico, questa doveva essere la mia ambizione più grande. Quei libri sono per me una rivincita straordinaria.

E fammi indovinare, hai ancora qualche sogno da realizzare. Giusto?

Ma certo! I miei amici mi augurano sempre di vivere fino a centoquarant’anni e non fino a centoventi. Temono che io non faccia in tempo a realizzare tutti i miei sogni altrimenti. E forse hanno ragione, la vita è troppo breve. Sto scrivendo un Musical e mi piacerebbe tanto vederlo sui palcoscenici di tutto il paese…

Avigdor Kehalani, l’eroe di guerra, che scrivere un Musical? Non smetti mai di sorprendere.

Come ti ho detto prima, non devo più dimostrare di essere un macho. Oggi posso dedicarmi tranquillamente alle mie passioni senza curarmi di ciò che pensa la gente, e il Musical è un qualcosa che desidero da molto tempo. Beh, poi vorrei scrivere un altro libro: il settimo. Me lo immagino molto profondo, dalle atmosfere un po’ bibliche.

Siamo quasi alla fine, e vorrei che parlassimo un po’ di fede. Pensi che in seguito ai grandi traumi subiti nell’arco della tua vita, essa si sia rafforzata o indebolita?

Vengo da una famiglia di persone osservanti, ma già dalla prima infanzia mi sono posto delle domande riguardanti la fede. Per esempio quando ho scoperto l’Olocausto, non concepivo come fosse accaduta una tale tragedia sotto gli occhi di Dio. Tuttavia ho scoperto che la preghiera è un valido esame per testare la fede di un uomo. Ma non parlo di quella che si recita in Sinagoga. Parlo della preghiera vera, che ti sorprende nel momento del bisogno e proviene dal profondo del cuore. Beh, nella mia vita mi sono ritrovato spesso a pregare. Ne deduco che la mia fede si sia rafforzata negli anni. Credo in Dio e credo nel suo legame con il popolo ebraico. Altrimenti l’avrebbe cancellato anni e anni fa, di occasioni non ne sono mancate. Eppure eccoci, siamo ancora qui.

Avigdor, più di una volta hai visto la morte in faccia; l’hai toccata, l’hai sentita sulla tua pelle. Più di una volta ti sei trovato nel varco, ma poi sei sempre riuscito a tornare. Temi questo passaggio? Intendo dire, hai paura della morte?

Io vivo nell’ombra della morte. Ho seppellito parte dei miei amici più cari quando avevo vent’anni. Ricordo ancora i tonfi della sabbia quando colpivano la bara, nel momento della sepoltura. Quei tonfi mi facevano diventare matto. Spesso mi capita di pensare al giorno in cui la sabbia cadrà su di me. Non vorrei dover fermare il funerale e chiedere del tempo aggiuntivo, perché non sono riuscito a realizzare tutto ciò che desideravo. Così ogni giorno mi domando se ho fatto qualcosa per la quale valga la pena vivere e cerco un motivo valido per giustificare la mia esistenza in questo mondo. Dico sempre che Dio mi vuole bene, ma spero che non me ne voglia troppo e non abbia fretta di riavermi accanto a sé. Secondo il mio psicologo la mia corsa contro il tempo è sintomo di paura, è il mio tentativo di sfuggire alla morte, ma io posso affermare serenamente che una vita condotta nell’ombra della morte è una vita sana. Una vita che non viene mai sprecata.

E i tonfi della sabbia?

No, i tonfi non li temo più.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 Ottobre 2019
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HaTikwa (D. Zebuloni) – Se mai mi avessero detto che l’ingrediente più importante in cucina è la simpatia, non ci avrei proprio creduto. Questo tuttavia è il segreto di Ruhama, meglio soprannominata Madame Falafel, che alla soglia degli ottant’anni conquista il palato e il cuore degli israeliani con la sua semplicità disarmante e il suo umorismo pungente da nonna un po’ pettegola. Sì, proprio una nonna: la schiena leggermente ricurva, i capelli tinti di rosso fuoco e un paio di occhiali dalle lenti spesse. Il suo provino a MasterChef ha scombussolato il paese più di quanto abbiano fatto due gironi di elezioni parlamentari. E’ andata pressappoco così: Ruhama è entrata nello studio ballando e cantando, poi ha provato a vendere i suoi falafel ai giudici per il costo di venti shekel, infine ha ordinato al cameraman di avvicinarsi per inquadrare la simmetria perfetta della sua pita fatta a mano. Dieci minuti di pura follia che le sono valsi un rating da capogiro. Il suo provino è diventato virale sui social e il suo percorso nella cucina di MasterChef è stato il più seguito e acclamato di tutta l’edizione. Pensavo che il suo successo si limitasse al piccolo schermo, che i pochi attimi di visibilità ottenuti grazie al programma non avessero ripercussioni anche sulla vita reale, quella lontana dalle telecamere, ma mi sbagliavo di grosso. Ho incontrato Ruhama in un bar vicino a casa, e intervistarla è stato quasi impossibile. Ogni manciata di minuti si presentava un fan chiedendole un selfie o complimentandosi con lei per i suoi piatti. Mi riferisco a giovani e vecchi, ammiratori di ogni età che la osservavano estasiati dagli altri tavoli e le scattavano delle fotografie di nascosto. Io osservavo il tutto esterrefatto, lei invece sorseggiava il caffè tranquilla, come se fosse normale per lei ricevere tante attenzioni. Quando pensavo che l’entusiasmo in sala fosse ormai calato, si è presentato un cameriere impacciato e le ha confessato: “Madame Falafel, mia nonna ti adora!”. E la risposta di Ruhama? Pronta e tagliente come uno dei coltelli utilizzati nella cucina di MasterChef, come se tutta quella scena facesse parte di un copione già scritto e imparato a memoria. “Che tesoro che sei, ma tuo nonno invece non mi adora? Sai, sono single io…”. Ottant’anni di pura ironia, ottant’anni di buon cibo e di un grande amore per la vita: ecco, questa è Ruhama.

Madame Falafel, ora che la competizione è finita possiamo parlarne più serenamente. Ti dispiace di aver perso MasterChef?

Non mi dispiace di aver perso, mi dispiace di non aver vinto. Che è ben diverso!

Perché ci tenevi tanto?

MasterChef mi ha riempito di vita le giornate. Io non sono una di quelle vecchie che possono stare a casa a guardare il soffitto. Entrare nel programma mi ha fatto sentire di nuovo giovane, ho imparato un sacco di cose. Era da tempo che non uscivo di casa presto la mattina e tornavo tardi la sera. E poi adesso ho moltissimi nuovi amici giovani.

Cosa pensi che sia andato storto? Perché ti hanno eliminata?

Non lo so nemmeno io, sono cinquant’anni che preparo quella torta alle mele e nessuno me l’aveva mai criticata prima. Il problema è che io cucino a MasterChef come cucino a casa. Non mi piace sprecare ingredienti o utilizzare ingredienti troppo cari. Non mi piace sporcare troppe stoviglie. Non misuro mai lo zucchero o il sale, vado sempre a colpo d’occhio.

Prima hai citato i tuoi nuovi amici giovani riferendoti a loro come se fossero lontani da te anni luce, ma credo che tu sia più simile a loro di quanto pensi. Ti senti appartenere di più al mondo dei giovani o al mondo dei vecchi?

Caratterialmente sono molto più simile a voi giovani, ma ai fornelli cucino come una nonna. I giovani hanno fantasia e creatività, io invece mi baso sulle ricette che già conosco. Se mi dai della carne trita per esempio, io ti preparo delle polpette indimenticabili. Mai i giovani no! I giovani preparano della pasta, la riempiono di carne e ottengono dei ravioli. Credimi, anche se potessi rimpicciolirmi e infilarmi dentro un raviolo, otterresti comunque un falafel e nulla di più.

Ricordo la tua audizione a MasterChef come se fosse ieri, nel paese non si parlava d’altro. Ti sei impadronita dello studio e delle telecamere. Cos’hai provato rivedendoti?

Non riuscivo a smettere di ridere. A malapena riconoscevo quella vecchia matta che imboccava i giudici, che ballava e cantava dietro ai fornelli. Ero fuori di me. Il giorno dopo non potevo uscire di casa, tutto il mondo d’un tratto sembrava essersi ricordato della mia esistenza.

Vuoi dirmi che non ti aspettavi questo successo?

Tuttora non me lo spiego, sono una vecchia come tante altre.

Beh, sei un po’ la nonna che tutti vorrebbero avere.

Una volta l’ho detto ai giudici: “per me siete come dei nipoti tornati da scuola affamati”. I giovani impiattano per ore e alla fine il piatto rimane vuoto. Una fogliolina di prezzemolo qua, una fogliolina di menta là. A me piace servire in pentola, come fanno le nonne.

C’è chi definisce quei piatti vuoti con le foglioline delle “opere d’arte”.

Non me ne parlare, a me fanno proprio arrabbiare. Ti spiego, è come prendere una vecchia signora e metterle in testa un bel nastro. Non ha senso! Il cibo deve essere buono, non bello.

Nello studio di MasterChef hai portato oltre che del buon cibo, anche la tua storia, le tue radici, le tue tradizioni, le tue esperienze di vita.

Ne ho passate tante ragazzo mio.

Raccontami, come sei diventata Madame Falafel?

Sono arrivata a Bruxelles in nave, senza una lira, in cerca di lavoro. Così sono stata assunta da una famiglia ebraica locale come badante. Era il ’63 se non sbaglio. Ricordo quel periodo come un periodo difficile, ma molto felice. Quanta ricchezza che c’era in Belgio, quanta abbondanza, mi sembrava di vivere in un film Hollywoodiano! Nel ’67 ho cominciato a lavorare nel bar di un albergo come cantante e lì ho conosciuto mio marito, mi ha visto esibirmi e si è subito innamorato. Nel ’70 abbiamo aperto insieme un ristorantino di specialità israeliane e l’abbiamo chiamato “Dizengoff”. Tra un falafel e l’altro salivo sul bancone e mi mettevo a ballare e cantare come una matta. Dovevi vedere la faccia dei clienti, tutti europei glaciali ed eleganti: ci rimanevano secchi.

Quindi sono stati loro ad incoronarti la regina dei falafel?

Sì, venivano da tutti gli angoli della città per assaggiarli.

E quando hai deciso di tornare in Israele?

Dopo vent’anni in Belgio mi sono proprio stufata, ho chiuso il ristorante e me ne sono tornata a casa.

E tuo marito?

Mi ero stufata pure di lui, così abbiamo divorziato. Poveretto, pace all’anima sua, è morto ormai.

Toglimi una curiosità, alle telecamere di MasterChef hai detto di essere cugina di Einstein. Mi spieghi come sia possibile? Non mi risulta che Einstein fosse yemenita…

L’ho già spiegato una decina di volte, ma nessuno mi capisce. Non ho mai detto che siamo cugini di sangue. Ascoltami bene, funziona così: la bisnonna di mio cognato e la bisnonna di Einstein sono sorelle. Non è tanto difficile!

Ne sei proprio sicura?

Non ho modo di dimostrarlo, ma giuro che è vero.

Quindi posso dormire tranquillo, Einstein non è yemenita?

No, nemmeno un po’, puoi stare tranquillo. Però fidati, se solo avesse provato le mie specialità yemenite, si sarebbe pentito amaramente di non esserlo.

Ci sono altri VIP in famiglia oltre a te e Einstein?

Sì, certo. Yizhar Cohen, hai presente? Quello che ha vinto l’Eurovision nel ’78 con A-Ba-Ni-Bi. Ecco, lui è mio cugino. Di sangue, per davvero, non come Einstein!

Qual è la tua specialità in cucina Ruhama?

Le mie pitot sono imbattibili, sembrano fatte con la macchina. Entrambi i lati hanno lo stesso identico spessore, la stessa quantità di mollica e la crosta ben dorata.

E cosa si prepara Madame Falafel quando è da sola a casa?

Mangio sempre avanzi, come ti ho detto detesto buttare via il cibo.

Forse avrei dovuto cominciare proprio da questa domanda, ma meglio tardi che mai. Quand’è che hai deciso di iscriverti a MasterChef?

Mica l’ho deciso io, l’hanno deciso i miei nipoti. Mi hanno iscritto al programma di nascosto, senza dire nulla a nessuno. A volte preparo un semplicissimo uovo sodo e loro lo esaltano come se avessi cucinato chissà che cosa. Mi dicono: “nonna, è l’uovo più buono del mondo”.

Nel programma si è parlato spesso del coraggio che hai avuto nell’affrontare questa esperienza considerata l’età avanzata. Agli anziani che ti seguono e che si sentono soli ed abbandonati cosa vuoi dire?

Che è colpa loro! Io la mattina mi vesto ed esco di casa, non importa se sono stanca o se fuori fa caldo. Non ci si può lasciare andare, mai. Ancora adesso, quando non ho nulla da fare, vado a giocare a carte con le mie amiche. Però non mi diverto più come una volta. Un tempo ridevamo di tutto, adesso devo stare seduta ad ascoltare per ore le loro disgrazie. Una che ha il marito in fin di vita, l’altra che è sulla sedia a rotelle, l’altra ancora che le è venuto l’Alzheimer. Non immagini che fatica.

Prima di salutarci vorrei chiederti quali sono i tuoi progetti futuri. Sono sicuro che sentiremo parlare di te ancora a lungo.

Di questo passo forse mi candiderò alle elezioni, tanto qui nessuno riesce a formare un governo. Ad oggi credo che otterrei come minimo dodici mandati.

Non sarebbe una cattiva idea.

Sì, potrebbe funzionare, ma in realtà ho ancora un altro sogno da realizzare.

Credo che ormai nulla potrebbe più stupirmi. Di che si tratta?

Non esserne troppo sicuro! Il mio sogno è diventare una modella. Esistono le modelle per le taglie forti, vero? Ecco, io voglio essere una modella per vestiti da vecchi. Che ne pensi?

Che sei riuscita di nuovo a stupirmi Ruhama…

 



UGEI

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