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Consiglio UGEIUGEI20 Novembre 2020
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Un nuovo format da non perdere!
L’incontro tra Simone Santoro, presidente UGEI – Unione Giovani Ebrei d’Italia, e Gennaro Spinelli, presidente UCRI Unione Comunità Romanès in Italia, che ripercorrono la storia ed il fascino di due antiche comunità.
Prodotto da Luca Clementi e Luca Spizzichino, caporedattori di HaTikwa: Un giornale aperto al libero confronto delle idee

Consiglio UGEIUGEI18 Settembre 2020
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di David Zebuloni, Direttore di HaTikwa

 

Cari lettori,

Un nuovo anno ebraico è alle porte e il desiderio di scrivervi risulta più impellente che mai. Ricordo che quando lo scorso anno intervistai Elena Loewenthal per questa testata, le chiesi in chiusura quale messaggio volesse trasmettere ai nostri lettori. Lei indugiò un attimo e rispose che “i messaggi sono sempre un po’ vacui”, ovvero vuoti, privi di contenuto. Con fare leggermente infantile conclusi l’intervista imbronciato, convinto che la Loewenthal si stesse inventando una scusa per portare a termine l’incontro. All’epoca non capii lo spessore della sua risposta, non mi impegnai per trovare in essa un significato nascosto. Oggi invece riconosco nelle sue parole una bellezza rara. “I messaggi sono sempre un po’ vacui”, mi ripeto infatti con una certa frequenza. Quanta brutale e disarmante verità. I messaggi universali, specie quelli di inizio anno, sono sempre o quasi sempre sterili e fastidiosi, retorici e ridondanti.

Il 5780, secondo il calendario ebraico, verrà ricordato senza dubbio come uno degli anni più difficili della storia. Della nostra storia. Della storia di noi giovani, che siamo cresciuti ascoltando i racconti di guerra e di fame dei nostri nonni, senza aver mai percepito da vicino la minaccia di un nemico intento a distruggerci. Ed eccolo lì, il Covid-19, nemico invisibile e subdolo arrivato sulla terra per ricordarci che, per quanto l’uomo possa pianificare, Dio sarà sempre pronto a ridere. E credo che quest’anno Dio abbia riso più del solito, insegnandoci così che la fede, talvolta, rimane l’unico vero appiglio in un mare di incertezze.

Si è detto tanto, si è detto troppo, si è detto tutto. Nessuno ci ha risparmiati. Nessuno. Politici, giornalisti e comuni utenti in rete. Tutti ci hanno bombardato di messaggi vacui e inutili nell’intento di insegnarci ad affrontare la tempesta a testa alta, traendo da essa solo ed esclusivamente il meglio. Tutti ci hanno invitato a vedere il bicchiere mezzo pieno e ignorare quello mezzo vuoto, a riconoscere le vittime e condannare i colpevoli, a fare sport in casa e a cantare sui balconi. Solo una persona ha saputo fare diversamente, ridimensionando drasticamente la mia personale percezione di rumore e di significato. Mi spiego meglio. Quando all’inizio della pandemia è stato chiesto a Liliana Segre di esprimersi sulla tragedia in corso, lei come sempre ha saputo trovare le parole più giuste, più vere, più autentiche per descrivere ciò che stava vivendo. “Non ho niente di originale da dire”, ha affermato Liliana. “Né la mia immaginazione, né la mia fantasia, né il mio buonsenso, né altro. Sono abbastanza sbalordita da quello che succede. E la verità è che non c’è niente da dire.”

Accompagnato da queste parole, così semplici e straordinarie, vorrei augurarvi cari lettori un anno di silenzio. Ma un silenzio vero, privo di rumori e brusii. Privo di insegnamenti e ramanzine. Perché come canta Mina in un uno dei suoi innumerevoli capolavori: “io voglio insegnarti il silenzio, perché non ha senso un silenzio che è fatto tutto di parole”. Proprio così, non ha senso un silenzio fatto tutto di parole, di messaggi, di moniti. Se il 5780 verrà ricordato come l’anno della più grande crisi sanitaria della storia, vorrei che il 5781 venisse ricordato come l’anno più silenzioso della storia. Vorrei che ci venisse concesso il tempo di godere della famosa quiete dopo la tempesta, di leccarci le ferite in santa pace, di rimetterci lentamente in pista, di piangere in privato i cari scomparsi improvvisamente, anche e soprattutto quelli appartenenti alle nostre comunità. Vorrei che il nuovo anno possa fungere da nido di ceneri dalle quali risorgere, come le fenici, più splendenti di prima. Più forti delle nostre paure. Più uniti di quanto lo fossimo mai stati.


Consiglio UGEIUGEI3 Agosto 2020
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di David Zebuloni 

 

Se la musica fosse una pietanza culinaria, Idan Raichel sarebbe senza dubbio un bel piatto di Hummus: semplice, buono e conciliante. Così come il hummus mette d’accordo tutti i commensali, ecco che anche la musica di Raichel ha il potere di mettere d’accordo tutti gli ascoltatori. Gli amanti del pop e gli amanti del jazz, gli appassionati di musica etnica e quelli di musica classica; tutti abbassano le armi difronte al suo genio musicale. Artista polistrumentista, compositore, paroliere e cantante, Idan Raichel ha segnato la musica israeliana più di quanto abbia fatto chiunque altro negli ultimi decenni. “Mi emoziono quando scopro che una mia canzone è diventata la colonna sonora della vita di qualcuno che non conosco”, mi racconta Raichel con tono sincero, senza troppa solennità. “Mi emoziono quando realizzo che una canzone che ho composto non mi appartiene più, che appartiene ormai a qualcun altro”. In effetti, quelle che dovevano essere canzoni appartenenti ad un genere musicale di nicchia, si sono rivelate invece apparetenere ad un raro genere musicale che non vede confini né frontiere. Sfidando ogni scuola di rating, Raichel riesce a tramutare un brano in lingua amarica in un vero e proprio tormentone radiofonico. Ed ecco che il parallelismo con il piatto di hummus riemerge dal subconscio (o forse dallo stomaco?) di chi scrive. Le opere dell’artista israeliano sono semplici e basilari, così come può essere semplice e basilare solo un piatto di ceci. Senza troppe sovrastrutture e ghirigori, Raichel racconta la vita e l’amore con semplicità disarmante. Quando si esibisce, predilige spesso locali intimi e poco illuminati. Al centro del palcoscenico solo un pianoforte e un microfono, nulla di più. Poi, quando comincia a cantare, rivela avere una voce delicata e sottile, priva di manierismi. Con la sua genuinità Raichel conquista un pubblico sempre più ampio, collaborando così con artisti internazionali del calibro di Alicia Keys, Mayra Andrade, Andreas Scholl, Mina, Celentano e Ornella Vanoni. Dopo aver girato il mondo, dopo aver calcato i palcoscenici più importanti d’Europa e degli Stati Uniti, arriva il momento di tornare a casa. Idan Raichel viene scelto infatti dal Ministero della Cultura per accendere una delle dodici fiaccole in onore della settantaduesima Festa d’Indipendenza israeliana. Uno dei massimi riconoscimenti esistenti ad oggi nello Stato d’Israele. Tra una lacrima e l’altra, accendendo la fiaccola, Raichel dichiara in diretta nazionale: “Dedico questa fiaccola ai grandi artisti che hanno segnato la storia di questo paese. La dedico ai miei colleghi musicisti, quelli sul fronte e quelli dietro le quinte. Io e voi non siamo altro che l’anello di una lunga catena.”


Consiglio UGEIUGEI31 Maggio 2020
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di David Zebuloni, direttore di HaTikwa

 

Nei secoli si è spesso alluso al fatto che gli ebrei comandino il mondo. I più maliziosi contano ancora oggi i premi Nobel uno ad uno, scoprendo una sproporzione tra i vincitori ebrei e tutti gli altri. Anche la consegna dei premi Oscar, che da sempre vengono identificati con la lobby ebraica hollywoodiana, più di una volta ha fatto storcere il naso a chi crede nella razza e non nel talento. L’influenza ebraica ed israeliana nel campo dell’Hi-Tech e della medicina è ormai nota a tutti, a tal punto da rappresentare per molti una minaccia. E non un’opportunità.

Sfatiamo dunque un mito: gli ebrei non comandano il mondo. Mai l’hanno fatto. Non rientra proprio nella loro to do list quotidiana. Gli ebrei tuttavia hanno saputo nel tempo aggiungere colore e sapore al mondo e all’umanità, regalando ad essa alcuni personaggi che hanno segnato irreversibilmente il corso della storia. Personaggi brillanti e coraggiosi che con la loro creatività hanno saputo rendere questo mondo un posto migliore in cui vivere.

Di loro parleremo nel nostro nuovo podcast edito HaTikwa, inaugurato il primo di Giugno e pubblicato settimanalmente. Ogni puntata illustrerà un personaggio diverso sotto una luce singolare, intima e personale rispetto a chi racconta. Tra le figure da noi scelte vi saranno Liliana Segre, Albert Einstein, Sigmund Freud, Theodor Herzl, Steven Spielberg, Rita Levi Montalcini, Barbra Streisand, Woody Allen, Mark Zuckerberg, Elie Wiesel e molti altri ancora.

L’obiettivo è quello di dare alla nuova generazione ebraica italiana dei modelli positivi a cui ispirarsi. Raccontar loro di quegli eroi che senza mantello e senza armi, hanno saputo vincere tutte le loro battaglie. Eroi semplici, privi di poteri sovrumani, ma dotati di un’umanità straordinaria.

 


Consiglio UGEIUGEI17 Marzo 2020
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HaTikwa, di Luca Spizzichino 

Francesco Costa è un giovane giornalista, nato a Catania nel 1984. Dopo tre anni a Roma, dal 2010 vive a Milano e lavora per Il Post, di cui è il vicedirettore. Ha rivoluzionato il modo di fare giornalismo in Italia con Da Costa a Costa: nata come newsletter, al quale si è aggiunto un podcast, diventato poi uno di quelli di maggiore successo nel nostro paese, con il quale dal 2015 ha raccontato la politica e la società americana. Nel 2016 ha vinto il Premio Internazionale Spotorno Nuovo Giornalismo per la copertura delle elezioni presidenziali statunitensi, mentre nel 2018 ha vinto il premio della Festa della Rete per il miglior podcast italiano.

Come è nata l’idea di creare Da Costa a Costa?

Innanzitutto, grazie! Da Costa a Costa è nato nel 2015 soprattutto da un mio desiderio, cioè provare a seguire l’inizio della campagna elettorale delle presidenziali del 2016, e raccontare quello che accadeva negli Stati Uniti in un modo che non fosse il solito, non tradizionale, quindi non con i soliti articoli. Io sono un giornalista, quindi è quello ho sempre fatto, e lo faccio ancora adesso con piacere, però volevo provare qualcosa di nuovo. All’epoca mi inventai di recuperare uno strumento antico, per quanto ancora valido, la newsletter, e a quello strumento si è poi affiancato qualche mese dopo anche un podcast, un altro strumento antico che però sta raccogliendo sempre più appassionati e ascoltatori. Quindi, Da Costa a Costa nasce come racconto della politica e della società americana attraverso una newsletter, una che arriva nelle caselle di posta di chi si è iscritto gratuitamente, e con un podcast ascoltabile gratuitamente. Mentre da quest’anno ho aggiunto un racconto fatto su Instagram, uno dei social network più utilizzati soprattutto dai giovani, anch’esso multimediale, nel quale racconto attraverso le immagini quello succede e quello che osservo quando vado negli Stati Uniti, sul campo. Vado negli States grazie alle donazioni che i lettori e gli ascoltatori fanno in modo del tutto volontario, perché questo progetto continui a esistere. Tutto è gratis, chi vuole donare non ottiene niente in cambio, ma i donatori sono abbastanza da permettere al progetto di restare in piedi.

Ci hai raccontato le peculiarità della politica americana, ma anche semplici spaccati di vita a stelle e strisce. Come è nata questa passione per l’America?

È nata un po’ per caso, come spesso poi accadono le cose nella vita. Sono appassionato di storia, oltre a essere laureato in Scienze Politiche. Finita l’università mi sono interessato alla politica estera, volevo fare il giornalista e in quel momento lì, nel 2007, stava succedendo qualcosa di nuovo in America: c’era un candidato che poi diventò presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ma che all’epoca era un candidato completamente sconosciuto, con un nome improbabile, ed era afroamericano, cosa che all’epoca significava molto di più di quello che significa oggi, che provava a diventare Presidente degli Stati Uniti. Mi appassionai a quella storia dal punto di vista giornalistico, cominciai per conto mio a documentarmi, a seguirla. Nel frattempo, provavo a fare il giornalista, e il caso ha voluto che entrassi in una redazione nel 2008, poco prima che iniziassero le elezioni presidenziali. Il primo vero incarico affidatomi fu quello di andare in un pub a Roma, dove gli americani seguivano la lotta elettorale, e quindi mi ritrovai al mio primo incarico giornalistico. Pensa quanto potessi essere felice per la mia carriera, in mezzo a questi americani in lacrime, felicissimi che festeggiavano, all’epoca, l’improbabile e impensabile elezione di un uomo afroamericano alla presidenza degli Stati Uniti. Insomma, fui comprato a vita da quel momento lì, e la politica divenne non solo la mia passione, ma anche un pezzo del mio lavoro, perché da lì ho continuato a seguire la politica americana come giornalista.

Recentemente è uscito il tuo primo libro, Questa è l’America. Leggendolo, si nota come la società statunitense in questi ultimi anni sia radicalmente cambiata. Quali sono stati i motivi di tale cambiamento?

Sono tanti, naturalmente. Ci accorgiamo di questi cambiamenti solo quando poi accadono delle cose che non ci spieghiamo facilmente, come Donald Trump presidente degli Stati Uniti. Ma quello è il punto di arrivo, non il punto di inizio. Questi fatti, quando noi ce ne accorgiamo è perché accaduto qualcosa prima di cui non ce ne eravamo accorti. I cambiamenti della società naturalmente sono tantissimi: la crisi economica del 2008-2009 ha avuto un fortissimo impatto, interi pezzi di territorio si sono ridisegnati. Posti che una volta economicamente andavano fortissimo oggi non lo sono più e viceversa, posti che erano messi male ora sono messi bene, pensiamo al Sud degli Stati Uniti, e in particolare al Sud-ovest, che oggi è il vero motore dell’economia del paese. La popolazione si è spostata di conseguenza, oggi si vive sempre di più nelle città e sempre meno nelle aree rurali, e questa contrapposizione, che noi vediamo anche in altri paesi occidentali, spiega molti dei cambiamenti americani contemporanei. La comunicazione online e la nascita dei social network hanno contribuito a radicalizzare le posizioni delle persone in un contesto in cui le regole del gioco, cioè il modo in cui funzionano le istituzioni americane, sono immutabili. Noi parliamo di cambiare la legge elettorale ogni dieci minuti in Italia, però in America le regole sono veramente immutabili, loro hanno combattuto una guerra civile, senza colpi di stato, senza cambiare forma di governo, senza sospendere elezioni. Ecco, queste regole del gioco stanno iniziando ad accusare il colpo, e non stanno funzionando più come prima. Hanno garantito agli Stati Uniti 230 anni di predominio economico, culturale, militare e scientifico sul mondo; oggi però cominciano a non funzionare più bene, creano un governo disfunzionale che non riesce a gestire i problemi e le esigenze delle persone, e quindi questi problemi si allargano.

Parlando dello stato attuale della società americana, nel tuo libro parli di un’eclissi che gli Stati Uniti stanno attraversando. Ci puoi spiegare questo concetto?

Analizzando la società americana, ma soprattutto viaggiando negli Stati Uniti e parlando con gli americani, guardando alla situazione, mi sono accorto che i problemi si stanno allargando: dalla sanità alle diseguaglianze economiche, ad un senso di precarietà che si percepisce in giro, anche andando a cercare le spiegazioni a cose che non capiamo dell’America, che nel libro cerco di raccontare; del rapporto degli americani con la sanità, con le armi e con le tasse. Da anni si parla di declino americano. Io ho provato a indagare, e ho visto che i paesi in declino hanno caratteristiche che gli Stati Uniti non ha. I paesi in declino sono paesi la cui economia è in declino, e l’economia americana non lo è; sono paesi che demograficamente stanno invecchiando, e l’America no; sono paesi che vedono un loro predominio scientifico-tecnologico diminuire, e invece in America si continuano a sfornare grandi innovazioni tecnologiche che cambiano il mondo, pensiamo ad Apple, Facebook, Google ed Amazon che sono tutte americane. E ce ne sono moltissime altre che non arrivano al grande pubblico, ma che incidono nel settore della componentistica e delle biotecnologie. Ogni anno, quando ci sono i Premi Nobel, andate a vedere la lista e noterete che sono quasi tutti o americani o persone che studiano o lavorano in America. Quindi non c’è un declino americano, nei termini in cui lo conosciamo, e allora ho provato a spiegare questi due fatti contraddittori, con quello che nel libro cerco di descrivere come un’eclissi. Il sogno americano esiste ancora, ma è distorto. L’America continua ad andare a tutta velocità, come ha fatto per gran parte del Novecento, ma è come se questa macchina avesse una ruota sgonfia, perdesse pezzi strada facendo. Chi ce la fa, lo fa molto bene. Ci sono molte più opportunità che in qualsiasi altro paese occidentale. Chi non ce la fa invece gioca totalmente senza rete di protezione, e quindi finisce seriamente nei guai, al contrario nostro, dove chi viene licenziato, vede la sua impresa fallire o non riesce a ottenere un’istruzione di alto livello, viene tutelato. In questo io vedo un’eclissi del sogno americano, come se fosse diventato tutto più oscuro, più lugubre, e nel libro cerco di argomentare perché.

Guardando ad entrambi i partiti, e ai risultati ottenuti nelle elezioni del 2016 e del 2018, si può notare come stia svanendo pian piano l’elettorato moderato. Qual è la causa di questa polarizzazione?

Le cause sono tante, tra cui quelle già citate prima su come si sia polarizzata anche demograficamente la popolazione. Pensiamo anche al fatto che i due partiti americani, per larghissima parte del Novecento, includevano al loro interno persone e politici dalle idee molto diverse; per questo erano obbligati a trovare una sintesi al loro interno, e a moderare queste tendenze estreme da una parte e dall’altra, per poi contendersi il voto degli elettori provando a convincere quelli dall’altra parte. Questo meccanismo a un certo punto è saltato, per tanti motivi. Il Partito Democratico, ad esempio, per una buona parte del Novecento aveva al Sud una classe politica molto conservatrice, e che oggi non ha più. Quello Repubblicano, che è quello conservatore, aveva avuto per larga parte del secolo scorso una corrente liberale, progressista e moderata, pensiamo a Rockefeller e ai repubblicani delle grandi città, che adesso non ci sono più. I partiti sono diventati sempre più omogenei dal punto di vista ideologico, e hanno avuto sempre meno la necessità di trovare posizioni di compromesso al loro interno. Le regole di gioco, di cui abbiamo parlato prima, hanno prodotto un contesto per cui nella gran parte dei Collegi della Camera, si sa già chi vincerà in partenza. I Collegi sono stati ridisegnati perché includano un certo tipo di popolazione che sai più o meno come voterà (il fenomeno del “Gerrymandering“, ndr), perché ci sono dei precedenti naturalmente. Tutto questo fa sì che i partiti non abbiano più alcun incentivo a cercare di convincere gli elettori avversari, ma fanno delle gare basate sulla purezza ideologica. Poi sono arrivati i media naturalmente, e i social network, e queste tendenze portano a estremizzare le posizioni delle persone e a scoraggiare il confronto. Questo fenomeno negli Stati Uniti comincia negli anni ’90 e accelera molto più avanti, portando non solo all’elezione di Trump, ma guardando dall’altra parte all’eversione di un candidato come Bernie Sanders, le cui idee soltanto dieci anni fa dentro il partito non avrebbero avuto proprio cittadinanza, e invece oggi sono patrimonio di una minoranza molto consistente del Partito Democratico.

L’elezione di Alexandria Ocasio-Cortez, di Ilhan Omar e di altri nel 2018, possono quindi considerarsi i primi casi di estremizzazione a sinistra del Partito Democratico?

Lo sono, ma gli indizi di questa estremizzazione, sia a sinistra che a destra, sono ovunque, anche in questioni non politiche. Come racconto nel libro, chi sa solo di politica, in realtà non capisce veramente di politica. Molti dei cambiamenti si vedono nella cultura delle persone; per esempio, il modo in cui gli sport americani vengono abitualmente suddivisi per tipo di appartenenze è interessante: l’NBA (la famosa lega di pallacanestro americana, ndr) è la lega dei progressisti, mentre invece il baseball (MLB) e il football americano (NFL), sono le leghe il cui pubblico ha una forte accezione conservatrice, per non parlare dell’hockey (NHL) e delle corse automobilistiche (Nascar). Lì il calcio è un fenomeno sportivo molto di sinistra, e in particolare un fenomeno sportivo femminile, e chi segue il calcio tendenzialmente non guarda Fox News (canale dalla linea conservatrice). Tutte queste cose prima non c’erano, mentre ora queste divisioni si possono trovare nei film che si guardano, nella musica che si ascolta, ed è molto interessante guardare oltre alla politica per capire la politica.

Pensando a quello che è stato appena detto, ormai nessuno si stupisce se i Golden State Warriors si rifiutano di andare alla Casa Bianca, o se LeBron James critica il governo, mentre nel NFL, il gesto di Colin Kaepernick è stato un caso nazionale…

Esattamente.

Parliamo di attualità adesso. Lo scorso 3 marzo si è tenuto il Super Tuesday, alla luce dei risultati ottenuti da Biden. Come si sta evolvendo la corsa al posto di candidato democratico alle elezioni che si terranno a novembre?

Sicuramente è diventata una corsa a due, gli altri candidati rimasti in corsa si ritireranno sicuramente a breve o saranno irrilevanti. In questa corsa a due abbiamo un favorito, ed è Biden, che è in vantaggio sui voti ricevuti, dei delegati maturati con quei voti, ed è soprattutto quello con una traiettoria ascendente; mentre Bernie Sanders, che era arrivato da favorito al Super Tuesday, ha deluso moltissimo le attese, ha raccolto meno voti di quanti erano considerati alla sua portata. Sanders ha dimostrato così di non aver allargato il suo consenso rispetto al 2016, e di fare molta fatica con gli elettori non bianchi. Questo è strano e preoccupante per lui, perché il suo messaggio si rivolge soprattutto ai più poveri e ai più discriminati, un messaggio che insiste sulle ingiustizie del capitalismo americano, e qui in America i più poveri sono gli afroamericani; se gli afroamericani non votano per te, vuol dire che qualcosa non ha funzionato. Non è ancora finita, perché Sanders non ha uno svantaggio incolmabile ed ha una base di sostenitori che lo finanzia molto bene. Da questo punto di vista il senatore del Vermont è il candidato economicamente più attrezzato, dopo il ritiro di Bloomberg, e pertanto possiamo dire che non è finita qui. Ma se c’è un favorito, oggi è sicuramente Joe Biden.

Nelle ultime settimane, aspettarsi una vittoria così netta di Joe Biden in South Carolina e durante il Super Tuesday sembravano piuttosto improbabili, soprattutto alla luce delle sue performance oratorie durante i dibattiti e nei comizi non così eccellenti. Cosa ha portato a questa inversione di tendenza?

Biden continua a non essere il miglior Biden. Lui è sempre stato un politico che sa stare benissimo in mezzo alle persone, molto empatico, che parla a braccio e cattura l’attenzione di chi ha davanti. L’ho visto spesso dal vivo, e ho notato che è molto invecchiato, anche durante il discorso nel quale ha festeggiato la vittoria al Super Tuesday, tanto che ha perso il filo e ha confuso sua moglie con sua sorella. Però mantiene una capacità di rappresentanza degli interessi di un grande pezzo dell’elettorato democratico notevole, e quando è andato molto male all’inizio delle primarie, in Iowa e in New Hampshire, tutti, me compreso, hanno messo in discussione le sue possibilità. Lui e il suo staff dicevano che quei due stati sono piccolissimi e non sono rappresentativi dell’America, ed è vero, infatti quando si è andati a votare in South Carolina, uno stato molto grande ed etnicamente eterogeneo, l’ex-vicepresidente ha fatto straordinariamente bene, a tal punto da costringere al ritiro Amy Klobuchar e Pete Buttigieg, che non avevano più alcuna possibilità di farcela. Così ha inclinato il piano che l’ha portato al Super Tuesday a vincere in tutto il Sud e al Nord, in Minnesota (stato della Klobuchar, ndr), in Massachusetts (stato di Elizabeth Warren, che si è ritirata la settimana dopo questa intervista, ndr) e a fare molto bene nello stato di Bernie Sanders, il Vermont, nel quale il senatore ha vinto solamente col 50% dei vita, al contrario del 2016, dove vinse con l’80%. E tutto questo è un indicatore di una notevole fragilità per Sanders e di forza per Biden.

Prima di martedì scorso, Mike Bloomberg, con la sua campagna atipica, guardando anche ai diversi sondaggi usciti, sembrava prospettarsi come il terzo incomodo di queste primarie democratiche. Quali possono essere le cause di questo clamoroso flop dell’ex-sindaco di New York?

Che Biden si è essenzialmente tirato su. La scommessa di Bloomberg era quella di essere il candidato moderato che riunisse il partito, e questo perché aveva le risorse per battere Trump. Si può dire che il suo è stato un fallimento dell’ultimo miglio, perché lui, da zero e in meno di tre mesi, è diventato nei sondaggi e nei dati un candidato importante di queste elezioni. Al Super Tuesday è andato male, ma ha ottenuto dei voti e dei delegati. Il punto è che è venuta a mancare la premessa fondamentale di questa campagna elettorale, e cioè che Biden sarebbe stato un flop. All’ultimo momento Biden si è tirato su, lui che è molto amato dal partito, e che è stato il vice di Obama per otto anni. Dal momento che Biden ha dato un grande cenno di vita, non solo in South Carolina, ma forte degli endorsement di Buttigieg, Klobuchar e di Beto O’Rourke, il Partito ha capito che era lui il candidato intorno al quale consolidarsi, e Bloomberg, che molti consideravano la loro ultima chance, a quel punto ha perso il motivo per essere votato.

In un editoriale uscito a seguito del Super Tuesday, l’autore sostiene che dietro la vittoria di Biden, ci sia lo zampino dell’ex-presidente Obama. È vero?

Secondo me questa cosa è infondata. Noi italiani, e tra questi alcuni miei colleghi e da quello che si dice in TV, siamo appassionati di retroscena. Obama non ha detto una parola, come ex-presidente non ha nessun ruolo nelle primarie, sosterrà il vincitore così da tenere unito il partito, ed essere poi efficace nella vera campagna elettorale, che va dall’estate a novembre. Alcuni dicono che Obama abbia fatto pressioni su Klobuchar e Buttigieg perché si ritirassero e sostenessero Biden, e questo è infondato. Finché ci sono prove, li possiamo prendere come fatti, ma riguardo a ciò non ce ne sono. Ma c’è un’altra questione: che queste telefonate siano avvenute o meno, Buttigieg e Klobuchar, non avevano nessuna speranza di vittoria quando si sono ritirati, il Super Tuesday per loro sarebbe significato spendere un sacco di soldi e una sonora umiliazione, come quella di Elizabeth Warren, che è rimasta in corsa ed è finita terza nel suo stato.

La nostra redazione è composta interamente da giovani. Quali sono i tuoi consigli per far s che il nostro giornale possa crescere? Esiste un modo innovativo di fare giornalismo?

Ovviamente non posso dare lezioni, ma quello che ho imparato dal mio lavoro e da quello che faccio al Post, è che il giornalismo non ha bisogno di grandi trasformazioni. Anzi nel modo in cui al Post facciamo il giornale, c’è poco di innovativo e molto di tradizionale è un modello conservatore ed è quello che va recuperato: quello di verificare le notizie, non usare titoli urlati ed emotivi, non essere allarmisti né sensazionalisti. Non c’è niente innovato in questo, anzi, ma è quanto di buono bisogna recuperare e tenere della migliore tradizione giornalistica italiana e mondiale. Questo è il primo consiglio che vi darei: il giornalismo va applicato e non innovato. Ma nei metodi e negli strumenti, in cosa utilizzare per far viaggiare il giornalismo, che non deve essere per forza l’articolo, al contrario vi consiglio di provare a sperimentare. Non è detto che tutto vada bene per tutti. Ora c’è la moda dei podcast, tra un anno ce ne sarà un’altra, ma non bisogna seguire le mode. Bisogna però provare dei metodi, che possono essere più efficaci in aggiunta agli articoli, senza sostituire quello che fate già per raccontare le vostre storie: che sia un video su YouTube, o degli account sui social network aggiornati quotidianamente, oppure una newsletter o degli incontri dal vivo, o addirittura dei documentari. Bisogna trovare dei modi alternativi, perché nelle abitudini dei lettori e delle persone noto un desiderio di leggere qualcosa in meno, ma comunque rimanere informati in altri modi: attraverso le immagini, l’ascolto, o la lettura di newsletter o aggiornamenti in altra forma. Bisogna perciò provare a sperimentare, mantenendo però saldi i criteri e valori del giornalismo che rimangono immutabili.