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Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 Marzo 2020
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HaTikwa, di Luca Spizzichino 

Francesco Costa è un giovane giornalista, nato a Catania nel 1984. Dopo tre anni a Roma, dal 2010 vive a Milano e lavora per Il Post, di cui è il vicedirettore. Ha rivoluzionato il modo di fare giornalismo in Italia con Da Costa a Costa: nata come newsletter, al quale si è aggiunto un podcast, diventato poi uno di quelli di maggiore successo nel nostro paese, con il quale dal 2015 ha raccontato la politica e la società americana. Nel 2016 ha vinto il Premio Internazionale Spotorno Nuovo Giornalismo per la copertura delle elezioni presidenziali statunitensi, mentre nel 2018 ha vinto il premio della Festa della Rete per il miglior podcast italiano.

Come è nata l’idea di creare Da Costa a Costa?

Innanzitutto, grazie! Da Costa a Costa è nato nel 2015 soprattutto da un mio desiderio, cioè provare a seguire l’inizio della campagna elettorale delle presidenziali del 2016, e raccontare quello che accadeva negli Stati Uniti in un modo che non fosse il solito, non tradizionale, quindi non con i soliti articoli. Io sono un giornalista, quindi è quello ho sempre fatto, e lo faccio ancora adesso con piacere, però volevo provare qualcosa di nuovo. All’epoca mi inventai di recuperare uno strumento antico, per quanto ancora valido, la newsletter, e a quello strumento si è poi affiancato qualche mese dopo anche un podcast, un altro strumento antico che però sta raccogliendo sempre più appassionati e ascoltatori. Quindi, Da Costa a Costa nasce come racconto della politica e della società americana attraverso una newsletter, una che arriva nelle caselle di posta di chi si è iscritto gratuitamente, e con un podcast ascoltabile gratuitamente. Mentre da quest’anno ho aggiunto un racconto fatto su Instagram, uno dei social network più utilizzati soprattutto dai giovani, anch’esso multimediale, nel quale racconto attraverso le immagini quello succede e quello che osservo quando vado negli Stati Uniti, sul campo. Vado negli States grazie alle donazioni che i lettori e gli ascoltatori fanno in modo del tutto volontario, perché questo progetto continui a esistere. Tutto è gratis, chi vuole donare non ottiene niente in cambio, ma i donatori sono abbastanza da permettere al progetto di restare in piedi.

Ci hai raccontato le peculiarità della politica americana, ma anche semplici spaccati di vita a stelle e strisce. Come è nata questa passione per l’America?

È nata un po’ per caso, come spesso poi accadono le cose nella vita. Sono appassionato di storia, oltre a essere laureato in Scienze Politiche. Finita l’università mi sono interessato alla politica estera, volevo fare il giornalista e in quel momento lì, nel 2007, stava succedendo qualcosa di nuovo in America: c’era un candidato che poi diventò presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ma che all’epoca era un candidato completamente sconosciuto, con un nome improbabile, ed era afroamericano, cosa che all’epoca significava molto di più di quello che significa oggi, che provava a diventare Presidente degli Stati Uniti. Mi appassionai a quella storia dal punto di vista giornalistico, cominciai per conto mio a documentarmi, a seguirla. Nel frattempo, provavo a fare il giornalista, e il caso ha voluto che entrassi in una redazione nel 2008, poco prima che iniziassero le elezioni presidenziali. Il primo vero incarico affidatomi fu quello di andare in un pub a Roma, dove gli americani seguivano la lotta elettorale, e quindi mi ritrovai al mio primo incarico giornalistico. Pensa quanto potessi essere felice per la mia carriera, in mezzo a questi americani in lacrime, felicissimi che festeggiavano, all’epoca, l’improbabile e impensabile elezione di un uomo afroamericano alla presidenza degli Stati Uniti. Insomma, fui comprato a vita da quel momento lì, e la politica divenne non solo la mia passione, ma anche un pezzo del mio lavoro, perché da lì ho continuato a seguire la politica americana come giornalista.

Recentemente è uscito il tuo primo libro, Questa è l’America. Leggendolo, si nota come la società statunitense in questi ultimi anni sia radicalmente cambiata. Quali sono stati i motivi di tale cambiamento?

Sono tanti, naturalmente. Ci accorgiamo di questi cambiamenti solo quando poi accadono delle cose che non ci spieghiamo facilmente, come Donald Trump presidente degli Stati Uniti. Ma quello è il punto di arrivo, non il punto di inizio. Questi fatti, quando noi ce ne accorgiamo è perché accaduto qualcosa prima di cui non ce ne eravamo accorti. I cambiamenti della società naturalmente sono tantissimi: la crisi economica del 2008-2009 ha avuto un fortissimo impatto, interi pezzi di territorio si sono ridisegnati. Posti che una volta economicamente andavano fortissimo oggi non lo sono più e viceversa, posti che erano messi male ora sono messi bene, pensiamo al Sud degli Stati Uniti, e in particolare al Sud-ovest, che oggi è il vero motore dell’economia del paese. La popolazione si è spostata di conseguenza, oggi si vive sempre di più nelle città e sempre meno nelle aree rurali, e questa contrapposizione, che noi vediamo anche in altri paesi occidentali, spiega molti dei cambiamenti americani contemporanei. La comunicazione online e la nascita dei social network hanno contribuito a radicalizzare le posizioni delle persone in un contesto in cui le regole del gioco, cioè il modo in cui funzionano le istituzioni americane, sono immutabili. Noi parliamo di cambiare la legge elettorale ogni dieci minuti in Italia, però in America le regole sono veramente immutabili, loro hanno combattuto una guerra civile, senza colpi di stato, senza cambiare forma di governo, senza sospendere elezioni. Ecco, queste regole del gioco stanno iniziando ad accusare il colpo, e non stanno funzionando più come prima. Hanno garantito agli Stati Uniti 230 anni di predominio economico, culturale, militare e scientifico sul mondo; oggi però cominciano a non funzionare più bene, creano un governo disfunzionale che non riesce a gestire i problemi e le esigenze delle persone, e quindi questi problemi si allargano.

Parlando dello stato attuale della società americana, nel tuo libro parli di un’eclissi che gli Stati Uniti stanno attraversando. Ci puoi spiegare questo concetto?

Analizzando la società americana, ma soprattutto viaggiando negli Stati Uniti e parlando con gli americani, guardando alla situazione, mi sono accorto che i problemi si stanno allargando: dalla sanità alle diseguaglianze economiche, ad un senso di precarietà che si percepisce in giro, anche andando a cercare le spiegazioni a cose che non capiamo dell’America, che nel libro cerco di raccontare; del rapporto degli americani con la sanità, con le armi e con le tasse. Da anni si parla di declino americano. Io ho provato a indagare, e ho visto che i paesi in declino hanno caratteristiche che gli Stati Uniti non ha. I paesi in declino sono paesi la cui economia è in declino, e l’economia americana non lo è; sono paesi che demograficamente stanno invecchiando, e l’America no; sono paesi che vedono un loro predominio scientifico-tecnologico diminuire, e invece in America si continuano a sfornare grandi innovazioni tecnologiche che cambiano il mondo, pensiamo ad Apple, Facebook, Google ed Amazon che sono tutte americane. E ce ne sono moltissime altre che non arrivano al grande pubblico, ma che incidono nel settore della componentistica e delle biotecnologie. Ogni anno, quando ci sono i Premi Nobel, andate a vedere la lista e noterete che sono quasi tutti o americani o persone che studiano o lavorano in America. Quindi non c’è un declino americano, nei termini in cui lo conosciamo, e allora ho provato a spiegare questi due fatti contraddittori, con quello che nel libro cerco di descrivere come un’eclissi. Il sogno americano esiste ancora, ma è distorto. L’America continua ad andare a tutta velocità, come ha fatto per gran parte del Novecento, ma è come se questa macchina avesse una ruota sgonfia, perdesse pezzi strada facendo. Chi ce la fa, lo fa molto bene. Ci sono molte più opportunità che in qualsiasi altro paese occidentale. Chi non ce la fa invece gioca totalmente senza rete di protezione, e quindi finisce seriamente nei guai, al contrario nostro, dove chi viene licenziato, vede la sua impresa fallire o non riesce a ottenere un’istruzione di alto livello, viene tutelato. In questo io vedo un’eclissi del sogno americano, come se fosse diventato tutto più oscuro, più lugubre, e nel libro cerco di argomentare perché.

Guardando ad entrambi i partiti, e ai risultati ottenuti nelle elezioni del 2016 e del 2018, si può notare come stia svanendo pian piano l’elettorato moderato. Qual è la causa di questa polarizzazione?

Le cause sono tante, tra cui quelle già citate prima su come si sia polarizzata anche demograficamente la popolazione. Pensiamo anche al fatto che i due partiti americani, per larghissima parte del Novecento, includevano al loro interno persone e politici dalle idee molto diverse; per questo erano obbligati a trovare una sintesi al loro interno, e a moderare queste tendenze estreme da una parte e dall’altra, per poi contendersi il voto degli elettori provando a convincere quelli dall’altra parte. Questo meccanismo a un certo punto è saltato, per tanti motivi. Il Partito Democratico, ad esempio, per una buona parte del Novecento aveva al Sud una classe politica molto conservatrice, e che oggi non ha più. Quello Repubblicano, che è quello conservatore, aveva avuto per larga parte del secolo scorso una corrente liberale, progressista e moderata, pensiamo a Rockefeller e ai repubblicani delle grandi città, che adesso non ci sono più. I partiti sono diventati sempre più omogenei dal punto di vista ideologico, e hanno avuto sempre meno la necessità di trovare posizioni di compromesso al loro interno. Le regole di gioco, di cui abbiamo parlato prima, hanno prodotto un contesto per cui nella gran parte dei Collegi della Camera, si sa già chi vincerà in partenza. I Collegi sono stati ridisegnati perché includano un certo tipo di popolazione che sai più o meno come voterà (il fenomeno del “Gerrymandering“, ndr), perché ci sono dei precedenti naturalmente. Tutto questo fa sì che i partiti non abbiano più alcun incentivo a cercare di convincere gli elettori avversari, ma fanno delle gare basate sulla purezza ideologica. Poi sono arrivati i media naturalmente, e i social network, e queste tendenze portano a estremizzare le posizioni delle persone e a scoraggiare il confronto. Questo fenomeno negli Stati Uniti comincia negli anni ’90 e accelera molto più avanti, portando non solo all’elezione di Trump, ma guardando dall’altra parte all’eversione di un candidato come Bernie Sanders, le cui idee soltanto dieci anni fa dentro il partito non avrebbero avuto proprio cittadinanza, e invece oggi sono patrimonio di una minoranza molto consistente del Partito Democratico.

L’elezione di Alexandria Ocasio-Cortez, di Ilhan Omar e di altri nel 2018, possono quindi considerarsi i primi casi di estremizzazione a sinistra del Partito Democratico?

Lo sono, ma gli indizi di questa estremizzazione, sia a sinistra che a destra, sono ovunque, anche in questioni non politiche. Come racconto nel libro, chi sa solo di politica, in realtà non capisce veramente di politica. Molti dei cambiamenti si vedono nella cultura delle persone; per esempio, il modo in cui gli sport americani vengono abitualmente suddivisi per tipo di appartenenze è interessante: l’NBA (la famosa lega di pallacanestro americana, ndr) è la lega dei progressisti, mentre invece il baseball (MLB) e il football americano (NFL), sono le leghe il cui pubblico ha una forte accezione conservatrice, per non parlare dell’hockey (NHL) e delle corse automobilistiche (Nascar). Lì il calcio è un fenomeno sportivo molto di sinistra, e in particolare un fenomeno sportivo femminile, e chi segue il calcio tendenzialmente non guarda Fox News (canale dalla linea conservatrice). Tutte queste cose prima non c’erano, mentre ora queste divisioni si possono trovare nei film che si guardano, nella musica che si ascolta, ed è molto interessante guardare oltre alla politica per capire la politica.

Pensando a quello che è stato appena detto, ormai nessuno si stupisce se i Golden State Warriors si rifiutano di andare alla Casa Bianca, o se LeBron James critica il governo, mentre nel NFL, il gesto di Colin Kaepernick è stato un caso nazionale…

Esattamente.

Parliamo di attualità adesso. Lo scorso 3 marzo si è tenuto il Super Tuesday, alla luce dei risultati ottenuti da Biden. Come si sta evolvendo la corsa al posto di candidato democratico alle elezioni che si terranno a novembre?

Sicuramente è diventata una corsa a due, gli altri candidati rimasti in corsa si ritireranno sicuramente a breve o saranno irrilevanti. In questa corsa a due abbiamo un favorito, ed è Biden, che è in vantaggio sui voti ricevuti, dei delegati maturati con quei voti, ed è soprattutto quello con una traiettoria ascendente; mentre Bernie Sanders, che era arrivato da favorito al Super Tuesday, ha deluso moltissimo le attese, ha raccolto meno voti di quanti erano considerati alla sua portata. Sanders ha dimostrato così di non aver allargato il suo consenso rispetto al 2016, e di fare molta fatica con gli elettori non bianchi. Questo è strano e preoccupante per lui, perché il suo messaggio si rivolge soprattutto ai più poveri e ai più discriminati, un messaggio che insiste sulle ingiustizie del capitalismo americano, e qui in America i più poveri sono gli afroamericani; se gli afroamericani non votano per te, vuol dire che qualcosa non ha funzionato. Non è ancora finita, perché Sanders non ha uno svantaggio incolmabile ed ha una base di sostenitori che lo finanzia molto bene. Da questo punto di vista il senatore del Vermont è il candidato economicamente più attrezzato, dopo il ritiro di Bloomberg, e pertanto possiamo dire che non è finita qui. Ma se c’è un favorito, oggi è sicuramente Joe Biden.

Nelle ultime settimane, aspettarsi una vittoria così netta di Joe Biden in South Carolina e durante il Super Tuesday sembravano piuttosto improbabili, soprattutto alla luce delle sue performance oratorie durante i dibattiti e nei comizi non così eccellenti. Cosa ha portato a questa inversione di tendenza?

Biden continua a non essere il miglior Biden. Lui è sempre stato un politico che sa stare benissimo in mezzo alle persone, molto empatico, che parla a braccio e cattura l’attenzione di chi ha davanti. L’ho visto spesso dal vivo, e ho notato che è molto invecchiato, anche durante il discorso nel quale ha festeggiato la vittoria al Super Tuesday, tanto che ha perso il filo e ha confuso sua moglie con sua sorella. Però mantiene una capacità di rappresentanza degli interessi di un grande pezzo dell’elettorato democratico notevole, e quando è andato molto male all’inizio delle primarie, in Iowa e in New Hampshire, tutti, me compreso, hanno messo in discussione le sue possibilità. Lui e il suo staff dicevano che quei due stati sono piccolissimi e non sono rappresentativi dell’America, ed è vero, infatti quando si è andati a votare in South Carolina, uno stato molto grande ed etnicamente eterogeneo, l’ex-vicepresidente ha fatto straordinariamente bene, a tal punto da costringere al ritiro Amy Klobuchar e Pete Buttigieg, che non avevano più alcuna possibilità di farcela. Così ha inclinato il piano che l’ha portato al Super Tuesday a vincere in tutto il Sud e al Nord, in Minnesota (stato della Klobuchar, ndr), in Massachusetts (stato di Elizabeth Warren, che si è ritirata la settimana dopo questa intervista, ndr) e a fare molto bene nello stato di Bernie Sanders, il Vermont, nel quale il senatore ha vinto solamente col 50% dei vita, al contrario del 2016, dove vinse con l’80%. E tutto questo è un indicatore di una notevole fragilità per Sanders e di forza per Biden.

Prima di martedì scorso, Mike Bloomberg, con la sua campagna atipica, guardando anche ai diversi sondaggi usciti, sembrava prospettarsi come il terzo incomodo di queste primarie democratiche. Quali possono essere le cause di questo clamoroso flop dell’ex-sindaco di New York?

Che Biden si è essenzialmente tirato su. La scommessa di Bloomberg era quella di essere il candidato moderato che riunisse il partito, e questo perché aveva le risorse per battere Trump. Si può dire che il suo è stato un fallimento dell’ultimo miglio, perché lui, da zero e in meno di tre mesi, è diventato nei sondaggi e nei dati un candidato importante di queste elezioni. Al Super Tuesday è andato male, ma ha ottenuto dei voti e dei delegati. Il punto è che è venuta a mancare la premessa fondamentale di questa campagna elettorale, e cioè che Biden sarebbe stato un flop. All’ultimo momento Biden si è tirato su, lui che è molto amato dal partito, e che è stato il vice di Obama per otto anni. Dal momento che Biden ha dato un grande cenno di vita, non solo in South Carolina, ma forte degli endorsement di Buttigieg, Klobuchar e di Beto O’Rourke, il Partito ha capito che era lui il candidato intorno al quale consolidarsi, e Bloomberg, che molti consideravano la loro ultima chance, a quel punto ha perso il motivo per essere votato.

In un editoriale uscito a seguito del Super Tuesday, l’autore sostiene che dietro la vittoria di Biden, ci sia lo zampino dell’ex-presidente Obama. È vero?

Secondo me questa cosa è infondata. Noi italiani, e tra questi alcuni miei colleghi e da quello che si dice in TV, siamo appassionati di retroscena. Obama non ha detto una parola, come ex-presidente non ha nessun ruolo nelle primarie, sosterrà il vincitore così da tenere unito il partito, ed essere poi efficace nella vera campagna elettorale, che va dall’estate a novembre. Alcuni dicono che Obama abbia fatto pressioni su Klobuchar e Buttigieg perché si ritirassero e sostenessero Biden, e questo è infondato. Finché ci sono prove, li possiamo prendere come fatti, ma riguardo a ciò non ce ne sono. Ma c’è un’altra questione: che queste telefonate siano avvenute o meno, Buttigieg e Klobuchar, non avevano nessuna speranza di vittoria quando si sono ritirati, il Super Tuesday per loro sarebbe significato spendere un sacco di soldi e una sonora umiliazione, come quella di Elizabeth Warren, che è rimasta in corsa ed è finita terza nel suo stato.

La nostra redazione è composta interamente da giovani. Quali sono i tuoi consigli per far s che il nostro giornale possa crescere? Esiste un modo innovativo di fare giornalismo?

Ovviamente non posso dare lezioni, ma quello che ho imparato dal mio lavoro e da quello che faccio al Post, è che il giornalismo non ha bisogno di grandi trasformazioni. Anzi nel modo in cui al Post facciamo il giornale, c’è poco di innovativo e molto di tradizionale è un modello conservatore ed è quello che va recuperato: quello di verificare le notizie, non usare titoli urlati ed emotivi, non essere allarmisti né sensazionalisti. Non c’è niente innovato in questo, anzi, ma è quanto di buono bisogna recuperare e tenere della migliore tradizione giornalistica italiana e mondiale. Questo è il primo consiglio che vi darei: il giornalismo va applicato e non innovato. Ma nei metodi e negli strumenti, in cosa utilizzare per far viaggiare il giornalismo, che non deve essere per forza l’articolo, al contrario vi consiglio di provare a sperimentare. Non è detto che tutto vada bene per tutti. Ora c’è la moda dei podcast, tra un anno ce ne sarà un’altra, ma non bisogna seguire le mode. Bisogna però provare dei metodi, che possono essere più efficaci in aggiunta agli articoli, senza sostituire quello che fate già per raccontare le vostre storie: che sia un video su YouTube, o degli account sui social network aggiornati quotidianamente, oppure una newsletter o degli incontri dal vivo, o addirittura dei documentari. Bisogna trovare dei modi alternativi, perché nelle abitudini dei lettori e delle persone noto un desiderio di leggere qualcosa in meno, ma comunque rimanere informati in altri modi: attraverso le immagini, l’ascolto, o la lettura di newsletter o aggiornamenti in altra forma. Bisogna perciò provare a sperimentare, mantenendo però saldi i criteri e valori del giornalismo che rimangono immutabili.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI23 Febbraio 2020
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HaTikwa, di Luca Spizzichino

Milena Santerini, nata a Roma nel 1953, è docente di Pedagogia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, vicepresidente della Fondazione Memoriale della Shoah di Milano e componente del Consiglio Didattico Nazionale della Fondazione Museo della Shoah di Roma. Come scrive nel suo sito internet, “considera necessario vincere i processi di discriminazione contro i più deboli e le minoranze contrastando razzismo, antisemitismo, islamofobia, antigitanismo”. Già deputata alla Camera nella XVII Legislatura nel gruppo Demos-Centro Democratico, lo scorso 16 gennaio è stata nominata dal Governo Conte per il delicato ruolo di Coordinatrice Nazionale per la lotta contro l’Antisemitismo. Per questa intervista esclusiva rilasciata ai ragazzi dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia, si è discusso del crescente odio antisemita in Italia, della trasmissione della Memoria e di molto altro.

Buongiorno Professoressa Santerini, innanzitutto la ringraziamo per questa occasione. Per noi di HaTikwa, organo di stampa dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia, è un onore poter intervistare una figura come la sua. Quale è stata la sua reazione alla nomina per un ruolo così delicato?

Ho sentito un senso di grande responsabilità, perché questo ruolo significa innanzitutto un maggiore impegno del Governo contro l’antisemitismo, e poi vuol dire anche una richiesta di coordinare le tante azioni che già si fanno. E per me vuol dire anche avere un maggiore impegno nel tessere rapporti, reti, dialogare e far dialogare. Quindi da un lato sento un forte senso di responsabilità, perché i problemi sono piuttosto gravi, e dall’altro un impegno nel tessere maggiormente i rapporti prima con le comunità ebraiche, e poi con le istituzioni e la società civile.

Quali sono gli obiettivi che si prefigge, nel breve e nel lungo periodo, nella lotta all’antisemitismo?

È bene distinguere tra breve e lungo periodo. A breve devo rispondere al mandato che mi è stato dato dal governo, ovvero quello di effettuare una ricognizione, per vedere gli orientamenti e le possibili applicazioni della definizione di antisemitismo data dall’IHRA. Come sapete, dal 2016 una task force di 31 paesi da tutto il mondo ha proposto un documento all’interno del quale c’è anche una definizione di antisemitismo con alcuni esempi, che è stato accolto dal Governo il 27 gennaio, proprio nel Giorno della Memoria. Mi è stato dato il compito di capire quali possono esserne in Italia le possibili applicazioni. Nel medio e lungo termine invece c’è un enorme lavoro da fare di tipo culturale, sociale e normativo, per capire come contrastare l’antisemitismo; questo intendo farlo a 360 gradi, lavorando con le comunità ebraiche, lavorando sull’informazione, la cultura, la scuola, a livello normativo, a livello sportivo e soprattutto a livello dei media e dei social media, contro l’hate speech.

 Nell’ultimo mese, c’è stato un aumento repentino degli atti antisemiti nel nostro Paese. Secondo Lei, quali sono le cause?

Questa è una domanda molto seria. Dal punto di vista delle statistiche, i dati dell’Osservatorio Antisemitismo del CDEC ci dicono che in realtà tutti gli anni, in prossimità del Giorno della Memoria, c’è un intensificarsi di questi gesti, però quest’anno ci troviamo purtroppo in un trend negativo, perché già il 2019 ha visto un aumento degli atti di antisemitismo, e per due terzi online. Ma qui stiamo parlando di gesti compiuti fuori dal web, di persone che escono, prendono la vernice e vanno a imbrattare le porte e scrivono cose ingiuriose, e quindi aspettiamo di capire qual è l’andamento, dei numeri degli atti di antisemitismo in Italia. Però una cosa la possiamo dire, ovvero che vi è il rischio che dal linguaggio d’odio poi si possa passare facilmente a dei gesti, fino ad arrivare, e speriamo di no, ad una vera e propria violenza. Siamo ancora in tempo per prevenire questi fenomeni.

La Memoria sta perdendo la sua forza?

Questo è un discorso molto complesso. A mio parere dobbiamo distinguere tra gli adulti e i giovani; per quanto riguarda gli adulti, anche i sondaggi SWG ci dicono questo: da un lato ci sono persone che cominciano a dire che si stancano, che la Memoria è sempre ripetuta e così via, ma abbiamo anche visto una versione opposta, cioè un aumento del numero delle persone che dicono che invece è ancor più giusto e ancor più necessario. Si sta sviluppando in Italia questo dibattito, e quindi dobbiamo rinnovare la Memoria, rinnovare il senso del perché è importante non tanto ripetere stancamente cosa è avvenuto, quanto far capire il senso che ha per noi oggi. Per quanto riguarda i giovani è un discorso diverso, i giovani non fanno e quindi occorre ovviamente un lavoro enorme di informazione, fatta non solo sui numeri e sulle cifre, e quindi ripetitivo, ma facendo capire l’enormità di ciò che è successo e anche facendo porre delle domande sul presente agli stessi ragazzi. La Memoria non ha perso la sua forza, il problema è che noi adulti dobbiamo riuscire a far capire ai giovani perché bisogna soffrire un po’ quando si sentono queste testimonianze. I giovani si chiedono “ma io che c’entro? Perché devo soffrire per quello che è successo quando io non c’ero?”. È come se non capissero che dalla sofferenza delle generazioni precedenti può nascere un impegno dei giovani oggi. Ecco, questo è un discorso che i testimoni, come Liliana Segre ed altri, fanno molto bene quando chiedono ai ragazzi di essere loro oggi quelli che sentono la testimonianza, affinché possano impedire che ciò che è successo allora non riaccada in altre forme in futuro.

Quindi alla fine occorre lasciare un senso di responsabilità ai giovani, che sono il futuro…

Una responsabilità che non li schiacci però, come avviene in Germania, dove le giovani generazioni si chiedono: “Noi che c’entriamo?  Questo non l’abbiamo fatto noi, perché dobbiamo soffrire noi oggi per ciò che fecero gli adulti in quegli anni bui?”. Bisogna lasciare una responsabilità in positivo, non una sofferenza non spiegata, che spesso i giovani vogliono evitare, perché è questo il problema. Quando vediamo i giovani che non capiscono la testimonianza, oppure nelle grandi platee troviamo qualcuno che ride, in realtà non è soltanto superficialità, ma è un po’ una fuga dai grandi problemi della vita, un modo per rimuovere dei giovani. Noi dobbiamo aiutarli a porli di fronte alle grandi domande sul senso della vita, come capire cos’è il bene e cos’è il male, senza però schiacciarli.

In Italia si sta facendo abbastanza per combattere questo clima d’odio? Nel caso, ci sono margini per migliorare?

Certamente non si fa mai abbastanza e dobbiamo anche intensificare l’impegno, a tutti i livelli. Da un lato, parliamo della comunicazione, dei media, dove c’è un linguaggio che è banalizzato, normale, spesso contro alcuni gruppi, o pensiamo all’abitudine ad usare parole derisorie contro il mondo ebraico. Oggi tutto questo è tollerato, quando in realtà non è tollerabile. C’è quindi molto lavoro da fare nel quotidiano. Ma c’è anche molto lavoro da fare sul web, dove circolano immagini e percezioni che dobbiamo contrastare, o a scuola dove spesso la Shoah si studia poco o male, oppure non si studia l’ebraismo italiano prima della Shoah; a volte millenni di storia ebraica in Italia sembrano non esserci mai stati, soprattutto nei libri di testo dove non suscitano interesse. Dobbiamo inoltre impegnarci affinché gli atti antisemiti non siano tollerati, non considerandoli normali o sottovalutarli definendoli delle ragazzate. Questo perché ci possono essere delle reti, spero di no, che fanno reati o azioni eversive dietro alcuni gesti antisemiti o razzisti, e che possono sfociare nella violenza, come con la strage avvenuta in Germania (ad Hanau, ndr). Gli estremisti spesso si nascondono per poi emergere all’improvviso con una violenza intollerabile. Pertanto dobbiamo agire in tutti questi livelli, anche se ovviamente non si fa mai abbastanza.

Cosa ne pensa del modo attuale di ricordare la nostra storia? Pensa debba essere rinnovato in qualche modo? Se sì, come?

Ci accontentiamo di dare delle emozioni, evocando il clima dei lager, di tutti i fenomeni della deportazione, di colpire i giovani. Ma è un’emozione che a volte non mette radici, o perché c’è una fuga della sofferenza, oppure perché ci si commuove ma poi non si passa a farsi una domanda etica, su sé stessi e su cosa sia il bene e il male, oltreché sui fenomeni di emarginazione, di razzismo, di antisemitismo e di esclusione degli altri che ci sono oggi. La domanda di fondo da fare, ma che qualche volta non si fa, è: “Come persone normali accettino quello che è successo?”. Ci interessa relativamente la personalità del carnefice, mentre ci deve interessare soprattutto la gente comune, come questa sia arrivata a una cecità morale, e ad accettare la discriminazione, l’individuazione, l’esclusione e infine la violenza. Questa è la domanda da far arrivare alla coscienza delle future generazioni: “Questo può accadere di nuovo?”. La Shoah in quanto tale è unica, ma i meccanismi che l’hanno prodotta si possono ripetere.

Qual deve essere l’approccio delle scuole al fenomeno dell’antisemitismo?

Abbiamo due problemi: il primo è che dobbiamo continuare sia la storia che la memoria, mentre troppo spesso ho visto distinguere i due aspetti, cioè la storia intesa come i luoghi, le date e le conoscenze, e la memoria intesa come le testimonianze, la singola storia o vita. Invece sono due cose molto diverse, ma al tempo stesso complementari, che vanno insieme. Io non posso sentire le storie di Sami Modiano, di Piero Terracina e di altri, che possono far commuovere, senza capirne il contesto, ho bisogno di un quadro storico che mi spieghi perché è accaduto. Al tempo stesso, una narrazione fredda e oggettiva non fa capire cos’è successo alla vita delle persone. Il secondo problema sta nel separare la storia della Shoah dall’antisemitismo, è come una censura, quindi ci porta a non capire i problemi di oggi, come se fosse un evento avvenuto nella nebbia, un fatto terribile che rischia di affascinare in modo morboso. Poi non si coglie il perché dell’antisemitismo, e magari si riesce anche a piangere sulla Shoah ed essere al tempo stesso antisemiti. O come è accaduto con alcune forze politiche, le quali dicono che la Shoah è un male e al tempo stesso si astengono sulla proposta della Commissione sull’intolleranza e l’odio proposta dalla Senatrice Segre. È chiaro che questi due aspetti non devono essere in contradizione, la Shoah è nata da un antisemitismo profondo, da un desiderio di annullare il popolo ebraico, e quindi dobbiamo andare alle radici di questo tipo di scelta discriminatoria, perché può ripetersi e continuare sotto altre forme.

In molti interventi Lei ha sottolineato come l’antisemitismo negli anni si sia evoluto. Ci potrebbe spiegare in che modo? Lei pensa che stia diventando sempre più insidioso e difficile da contrastare?

L’antisemitismo assume forme diverse a seconda dei contesti storici, dall’antigiudaismo cristiano si è poi evoluto in un odio di tipo “razziale”, poi sostenuto dall’antisemitismo “scientifico”, che di scientifico non aveva nulla e ha permesso il genocidio del popolo ebraico. Oggi abbiamo forme molto diverse, il conflitto israelo-palestinese ad esempio ha sicuramente contribuito a far creare nuove forme di ostilità nei confronti degli ebrei, che spesso sono al confine, e la posizione che prendiamo oggi di tipo politico può diventare anche una forma diversa di antisemitismo rispetto al passato. Ci sono modi diversi, perché le generazioni cambiano, perché il contesto sociopolitico in cui siamo cambia. Così rimangono le vecchie forme e al tempo stesso se ne aggiungono di nuove.

Noi, come giovani ebrei italiani, cosa possiamo fare per far capire ai nostri coetanei quanto sia semplice oltrepassare la sottile linea grigia che divide la critica politica allo Stato d’Israele da un commento di tipo antisemita?

Io spero che voi mi aiutiate, e io ovviamente aiuterò voi. Spero che collaboreremo molto e che ci siano iniziative che faremo insieme, perché c’è bisogno di andare a parlare nelle scuole, nelle classi, presentando un modo diverso di parlare della Shoah, affrontando certe resistenze dei giovani. Spero di poter fare ciò insieme alle organizzazioni giovanili ebraiche. Quello che dovremmo fare insieme è spiegare ai giovani il confine tra una critica, a volte legittima, e un’ostilità, che è vero e proprio antisemitismo. Io credo ci debba essere un colloquio franco con i giovani, non bisogna nasconderli questi problemi, bensì affrontarli, a partire dalla vostra esperienza, di giovani che non difendete solo voi stessi, ma anche un modo civile di convivere in pace, insieme.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI29 Gennaio 2020
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HaTikwa, di David Zebuloni

Intervistare Sami Modiano è un viaggio, nel tempo e nello spazio. Quando Sami racconta la sua storia ti porta con sé nei posti in cui ha vissuto, nella sua amata Rodi per esempio, di cui ne ricorda perfettamente gli odori e i colori. Le sue parole hanno il potere di entrarti dentro, di penetrarti la pelle. Così come riesce a fare il suo sguardo, talvolta stanco, talvolta munito di un particolare bagliore. Vengo accolto un venerdì mattina piovoso nella sua accogliente casa ad Ostia, dove abita con la moglie Selma da ormai molti anni. Insieme a noi la sua amica storica e “sorellina”, come la definisce lo stesso Sami, Elvira Di Cave. La presenza di entrambe, Selma ed Elvira, si rivela fondamentale per lo svolgimento dell’intervista. Sono loro infatti a colmare i miei silenzi di fronte al dolore, a completare le risposte di Sami interrotte dalle lacrime. Lacrime che pesano come macigni e che spiegano l’orrore nazista meglio di qualsiasi libro di storia. Sami ci insegna che l’orrore non si limita alla morte e alla distruzione. No, l’orrore è ben più subdolo. “Io non ho avuto un’istruzione come gli altri”, mi sussurra. “Io non ho potuto realizzarmi come gli altri”. Ferite che Sami si porta appresso e che non gli danno pace. Anche oggi, ad un passo dal suo novantesimo compleanno, non gli danno pace. Ferite diventate cicatrici. Sono queste infatti le tracce invisibili e indelebili di quel piano che aveva come unico obiettivo quello di rendere i prigionieri prima degli stück (pezzi) e poi cenere nel vento di Auschwitz. Sami è sopravvissuto all’inferno, è tornato nella sua amata Rodi, poi in Italia, ma una parte di lui è rimasta lì, nei lager. È forse questa la condanna dei superstiti? Rimanere prigionieri anche fuori dai campi? Rimanere degli stück anche da uomini liberi? Tanti sono gli interrogativi che tormentano il Testimone ed il suo interlocutore, ma poi arriva il suo abbraccio, caldo e paterno. E poi ancora il suo sorriso. Il sorriso inconfondibile di Sami, così disteso e raggiante. Beh, in quel momento capisci che forse la vita va avanti davvero, anche al di là del filo spinato.

Come stai Sami?

Sto bene ringraziando il Padre Eterno, ho i miei problemi di salute vista l’età, ma non mi lamento perché so che ci sono cose peggiori. Ogni tanto mi sento stanco. Ma la mia non è una stanchezza fisica, la mia è una stanchezza psicologica.

Sono tanti anni ormai che ti dedichi ai viaggi della memoria, accompagnando centinaia di giovani nei campi di Auschwitz-Birkenau. Cosa provi ogni volta che attraversi il filo spinato? Cosa vedono i tuoi occhi che gli altri non riescono a vedere?

La prima volta io non volevo andarci. Temevo di non essere creduto e per un testimone non essere creduto è un doppio dolore. Per evitare questo dolore rifiutavo. Poi mi hanno messo all’angolo come un pugile, dicendomi che i giovani hanno bisogno di me. Ci sono andato con mio fratello, il mio fratello adottivo, Piero Terracina, con cui ho condiviso la stessa storia e lo stesso dolore. Durante quel viaggio ho visto le lacrime dei ragazzi e quelle lacrime mi hanno aperto gli occhi. Sai, quando esci da quell’inferno vivo, nonostante l’unica via d’uscita possibile da lì sia la morte, cominci a domandarti perché. Perché Perché? Perché? Perché io, un ragazzino di tredici anni che stava per dare l’anima e invece si è trovato liberato. Com’è possibile che sopravvissi una volta, due volte, tre volte, mentre gli altri morivano a fianco a me? Ecco, quando ho visto le lacrime negli occhi dei ragazzi e delle ragazze ho capito perché sono sopravvissuto. Io sono sopravvissuto per testimoniare. Questa è la mia missione. Questo è ciò che Lui ha voluto per me. Questo è ciò che vedono i miei occhi nel campo: i ragazzi.

Spesso parli di Lui puntando il dito al cielo.

Sì, sono molto fiero della mia fede, ma ci sono stati dei momenti in cui mi sono molto arrabbiato con Lui, è naturale. I miei occhi hanno visto delle cose che non potevo sopportare. Glielo chiedo ancora oggi: “come puoi lasciar morire dei bambini innocenti?”. No, questo è un dolore fisico che non posso sopportare. Come vuoi che non abbia una reazione? Sono scoppiato, ecco, ma poi mi sono sempre ripreso. Lui sa quel che fa.

Sono tanti i testimoni che si domandano perché guardando il cielo. Ti consolerebbe davvero sapere il motivo per il quale Dio l’ha fatto? Esiste forse un motivo valido abbastanza per riuscire a giustificarlo?

No no no. Questo però lo lascio a Lui, io non posso esprimermi su questo.

Sei un uomo felice Sami? Un superstite può mai definirsi veramente felice?

Io sono l’uomo più felice del mondo. Quando verrà il mio momento io me ne andrò in pace, perché so di aver compiuto la mia missione. Non sai quante lettere ricevo dai ragazzi che mi ascoltano. Loro mi danno la forza di andare avanti. Mi dico: “Sami, non ti devi fermare, è un peccato fermarti. Lo so che è doloroso, che è straziante, che hai sofferto, ma non ti fermare”.

La storia di Sami è un po’ la storia dell’ebreo nella storia. Prima la deportazione da Rodi, poi dall’Italia, dopo ancora la fuga dal Congo. Pensi che sia il nostro destino dover fuggire?

No, ma ciò che io ho subito probabilmente era scritto in questo modo. E non posso dire di aver solo sofferto. Io sono nato a Rodi ed ero un bambino felice, con una famiglia bellissima, a fianco di una grande comunità che ormai non c’è più. Sono stato educato benissimo. Eravamo tutti fratelli. Ma poi sono arrivate le leggi razziali, leggi che non mi hanno permesso di esprimermi culturalmente; né a me, né a mia sorella, né agli altri ragazzi. Però Lui ha voluto così e io lo accetto.

Nell’ultimo periodo si parla molto di una crescita dell’antisemitismo in Italia, in Europa e nel mondo. Credi davvero che gli ebrei siano in pericolo o sono solo i fantasmi del passato a farcelo credere?

Ho saputo che molti ragazzi in Italia o in Francia lasciano il loro paese per andare altrove. Se lo fanno vuol dire che un motivo c’è e questo motivo io lo seguo. Lo seguo e mi dispiace perché mi ricorda ciò che è successo a Rodi. Noi a Rodi eravamo in seimila, ma ne hanno deportati solo duemila. Gli altri quattromila avevano lasciato Rodi quando Mussolini era salito al potere perché sentivano che un giorno sarebbe successo qualcosa. Sono i giovani ad andare via, i vecchi rimangono. Vedi, è una storia che si sta ripetendo e ripetendo. Vedremo quando si fermerà, ma grazie a Dio adesso abbiamo uno Stato e questo è un qualcosa che ci dà la forza.

Racconti sempre nelle tue testimonianze che tu e Selma non siete riusciti ad avere figli, ma che avete avuto la fortuna di avere tanti nipoti.

I ragazzi, quando li incontriamo, diventano subito nipotini nostri. Gli vogliamo bene da morire, viviamo per loro. È un istinto naturale quello che abbiamo io e lei.

E che responsabilità comporta essere nonni? Cosa senti di dover trasmettere?

Vorrei trasmettere solo allegria, come fa un nonno normale. Abbracciarli, parlare con loro, fare loro domande curiose.

Cosa pensi che devono imparare questi giovani dalla vita che ancora non sanno?  

I giovani sono interessati a tutto, lo vedo durante i nostri viaggi insieme. Sono anche molto educati e in gamba; impareranno.

Nei tuoi racconti ritorni sempre alla tua Rodi, perché?

Io sono legatissimo alla mia Rodi, perché là sono cresciuto, là ho mosso i miei primi passi. Lì ero felice, felicissimo. C’era una bella comunità che prima della mia nascita aveva già una storia importante, culturalmente ed economicamente. Io ho trovato già tutto pronto. C’era un collegio rabbinico importantissimo, avevamo degli insegnanti preparatissimi da tutti i punti di vista. E poi c’era la fratellanza. Il figlio del banchiere e il figlio del ciabattino erano perfettamente uguali. Il banchiere era felice di essere banchiere e il ciabattino era felice di essere ciabattino perché entrambi sapevano di avere alle spalle una comunità che dava loro gli stessi diritti. Ecco, io crescevo così. Io potevo entrare in qualsiasi casa a Rodi ed ero come un figlio. Per questo mi addolora aver perso questa comunità, perché ho perso una grande famiglia.

Un’altra figura che torna sempre nei tuoi racconti è quella di tua sorella Lucia.

Mia sorella aveva un cuore d’oro. Da quando avevamo perso la mamma, lei mi aveva fatto da mamma e da sorella. Cercava di parlarmi con delle parole dolci, di tenermi pulito. Aveva preso la casa in mano, quando vedeva che io non mi saziavo con quel poco che c’era a tavola, me ne dava ancora. Non si dimenticano questi gesti, non si possono dimenticare, nel tempo li prendo sempre più in considerazione.

Assumono ancora più valore.

Sì, non si cancellano. Rimangono.

Cosa le diresti oggi che Sami non è riuscito a dirle a tredici anni?

Che hanno ammazzato una persona che sarebbe diventata qualcuno. Era molto intelligente, era l’orgoglio di mio papà, era l’orgoglio del nome che portava. Io sono orgoglioso di avere una sorella così.

E che cosa vorresti dire a Selma, l’altra donna della tua vita, seduta qui di fronte a te?

Che l’unica cosa buona che mi ha dato il Padre Eterno è stata incontrare questa fanciulla. La mia compagna, mia moglie. Io le ho fatto un giuramento al matrimonio, e credo di averlo mantenuto. L’abbiamo mantenuto. Stiamo insieme da più di sessant’anni e ogni anno ci vogliamo più bene. Quando la perdo di vista mi fermo e se non è vicino a me, io non continuo.

Le cicatrici si rimarginano mai Sami?

Molti mi dicono: “sei un sopravvissuto, sei uscito dai campi”. No, io sono ancora là. Io non uscirò mai da Auschwitz, non potrò mai cancellare tutto ciò che ho visto. Non sarò mai una persona normale. Ho questa piaga, ho delle visioni e ci sono dei momenti in cui mi rivedo tutto davanti. I miei occhi hanno visto ammazzare. Io e Piero levavamo i cadaveri dal filo spinato. La morte era davanti a noi ogni giorno.

Ti sei mai rammaricato di essere nato ebreo?

Mai. Ne sono fiero, lo dico ad alta voce.

Un’ultima domanda Sami. Pensi che ci sia qualcosa riguardante la Shoah che non sia ancora stato detto? Qualcosa che dobbiamo sapere prima che l’ultimo dei sopravvissuti ci abbia lasciato?

Più o meno si è spiegato tutto o quasi tutto. Molti sono usciti da quell’inferno e hanno testimoniato ciò che succedeva, anche nelle camere a gas. Un esempio sono le fotografie che ci ha fatto vedere Marcello Pezzetti, che sono state ritrovate cinque anni fa. Fotografie che sono state scattate nella fossa comune di Auschwitz. Duecentoquarantamila ne hanno ammazzati in quella fossa e io ho portato della legna per bruciare i cadaveri. Ecco, questa è una cosa che non volevo dire, ma la dico. Loro usavano noi, manodopera, per aiutarli. Non è che i tedeschi prendevano il cadavere e lo buttavano. No, loro usavano noi. Fratelli. Ci facevano portare la legna.

È una cosa che non hai mai raccontato.

Ci sono molte altre cose, ma non posso dirle, non si dicono. Sono uscite fuori queste fotografie. Lo dicono loro, non lo dico io. Può darsi che se le dicevo io non ci avreste creduto, e sarebbe stato un dolore per me. Io ho portato della legna, sì. Mi hanno obbligato. Non l’ho fatto perché lo volevo io, loro stavano lì con il fucile spianato, dovevo farlo. Si servivano di noi per far funzionare la loro fabbrica della morte. Ciò che mi ha tenuto in vita sono le parole di mio papà: “Tu devi vivere Sami, tieni duro, tu devi vivere”. Lui mi ha messo al mondo, lui mi ha educato e io non voglio deluderlo. Mai.

Ma tu non ci rimani ad Auschwitz Sami, tu torni indietro.

Io sono là.

 

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Luca Clementi e Luca Spizzichino

Romano, classe 1964, una delle voci più autorevoli del panorama giornalistico italiano, stiamo parlando di Maurizio Molinari, dal 2016 direttore del quotidiano “La Stampa”. Corrispondente estero per il giornale torinese, prima da New York, poi da Bruxelles e Gerusalemme. Durante la sua carriera è stato  in Medio Oriente, Africa e Turchia, e ha intervistato alcuni dei personaggi più influenti dell’epoca contemporanea. Molinari, oltre ad essere un giornalista, è anche uno scrittore di saggi. Tra i più celebri: Il Califfato del terrore. Perché lo Stato islamico minaccia l’Occidente (2015), Jihad. Guerra all’Occidente (2015), Duello nel ghetto (2017), Il ritorno delle tribù (2017), Perché è successo qui. Viaggio all’origine del populismo italiano che scuote l’Europa (2018), ed Assedio all’Occidente. Leader, strategie e pericoli della seconda guerra fredda (2019), del quale abbiamo parlato in questa intervista esclusiva, attraverso il quale abbiamo potuto notare direttamente la sua capacità di saper interpretare in maniera chiara e analitica il complesso scenario mondiale che stiamo vivendo, dal crescente clima di  antisemitismo alle terze elezioni in Israele, fino ad arrivare alle recentissime tensioni tra Stati Uniti e Iran, a seguito dell’uccisione del Generale Qasem Soleimani, numero due della teocrazia iraniana e capo delle Forze Quds, unità d’élite delle Guardie Rivoluzionarie.

Direttore, grazie per il tempo che ci ha concesso. Per noi è un privilegio averLa come primo intervistato di HaTikwa 2020. Non Le facciamo perdere tempo e partiamo subito con la prima domanda. Nell’ultimo anno, si è vista in maniera più evidente ed eclatante una preoccupante ondata di antisemitismo che sta colpendo tutto l’Occidente. Dalla vandalizzazione dei cimiteri alle minacce di morte alla Senatrice a vita Liliana Segre, fino ad arrivare all’attentato di Halle, durante Kippur. Quali sono le cause di questa recrudescenza che sta preoccupando le varie Comunità ebraiche occidentali?

L’antisemitismo è un fenomeno che accompagna la storia dell’umanità, quindi, anche se con intensità differenti, si manifesta in maniera costante. È un fiume carsico, non è qualcosa che scompare, ogni volta va sotto e riemerge, con caratteristiche nuove che si sommano a quelle precedenti. Nell’ultimo anno i nuovi aspetti sono fondamentalmente due: il primo riguarda gli Stati Uniti, dove si sta manifestando un antisemitismo violento, analogo a quello che in passato abbiamo visto in Europa e in Asia. La novità è che a compiere questi attacchi sono o gruppi di suprematisti bianchi, o estremisti afroamericani, che sono un fenomeno completamente nuovo, in quanto non erano mai arrivati a compiere atti violenti tesi a uccidere gli ebrei. Il secondo riguarda l’Europa, dove, invece, lo scenario è molto diverso. Le novità si vedono nell’antisemitismo a bassa intensità, ovvero tutta una serie di eventi che riguardano aggressioni minime: spinte, insulti e tiri di sassi. E questi attacchi il più delle volte non sono classificati come atti antiebraici, e questo pone un problema, perché non c’è una normativa in Europa volta a punirli. La difficoltà nell’identificare le novità è che queste si sommano a fenomeni preesistenti. La vandalizzazione dei cimiteri, per esempio, è un fenomeno che c’è sempre stato in Europa, soprattutto per mano dell’estrema destra, ma non bisogna confondere questi fenomeni con il dilagare di micro-aggressioni, soprattutto in paesi come la Francia, il Belgio, la Germania, la Gran Bretagna e i paesi scandinavi, dove le Comunità ebraiche si trovano in seria difficoltà. La domanda da porsi è: perché in Europa questa tipologia di attacchi sta dilagando? Penso che la risposta abbia a che vedere con la tensione sociale che c’è in molti paesi europei, dovuta all’impoverimento della società e alla moltiplicazione di fenomeni politici estremi che portano a fenomeni di intolleranza. È errato, tuttavia, identificare l’antisemitismo con singoli fenomeni politici: esso si nutre di volta in volta di elementi differenti. In Europa, per esempio, l’insofferenza e la protesta sociale dilagano e investono tutti i paesi, indipendentemente dal colore della protesta, che sia di destra o di sinistra, e portano ad un aumento dell’intolleranza nei confronti degli ebrei. Per capire il fenomeno bisogna uscire dalle categorie classiche: se uno segue quest’ultime, non capisce l’antisemitismo, perché questo attraversa la storia e vive di luce propria. Se noi andiamo a vedere cosa accade all’interno delle famiglie dell’estrema destra o estrema sinistra in Europa, notiamo che si sviluppano in maniera molto diversa. All’interno dei gruppi sovranisti, identificano gli ebrei come l’alleato dei migranti, mentre nell’estrema sinistra l’ebreo è identificato come la terza colonna di Israele, considerato uno Stato despota che viola i diritti umani. Le due narrative nutrono questa intolleranza, e quindi questi fenomeni a bassa intensità. In Italia le aggressioni sono ancora sporadiche, ma in città come Berlino, Londra, Leeds o Manchester si tratta di una realtà complicata.

Cambiamo argomento, nelle ultime settimane in Israele si è deciso di ritornare ancora una volta alle elezioni, le terze in poco meno di un anno e mezzo. Con l’imminente processo a Benyamin Netanyahu, quale sarà il futuro del Likud? Quali sono le previsioni quindi, per la prossima tornata elettorale? 

Bellissima domanda, io credo che il fatto che le primarie del Likud si siano concluse con la conferma di Netanyahu sia la prova che Netanyahu ha ancora un’importante possibilità di restare Primo Ministro d’Israele. Fino a quando il Likud fa quadrato attorno a Netanyahu, la sua forza come leader è superiore a quella di ogni altro leader politico. C’è in teoria da affrontare la spada di Damocle dell’inchiesta da parte della magistratura. Le terze elezioni, poi, saranno molto drammatiche, poiché sono un unicum nella storia di Israele. Saranno fondamentalmente una resa dei conti tra Netanyahu e il suo oppositore Benny Gantz. La mia impressione è che Netanyahu e Gantz fossero vicini ad un accordo anche dopo le seconde elezioni, ma non è stato possibile perché gli alleati di uno e dell’altro si sono opposti. Io credo che, qualora l’esito delle elezioni dovesse sostanzialmente essere simile, questa volta Netanyahu e Gantz potrebbero fare un compromesso, senza i loro alleati.

Di recente è stato pubblicato il suo ultimo libro “Assedio all’Occidente” nel quale lei parla di un’imminente seconda Guerra Fredda. Su quali fronti si scontreranno le varie super potenze? E nello scacchiere geopolitico, economico e tecnologico, che ruolo avranno l’Italia e Israele? 

La cosa più nuova di questa seconda Guerra Fredda è che i protagonisti sono gli Stati Uniti e la Cina, e la sfida è una sfida soprattutto sul piano della tecnologia. Mentre nel caso della prima Guerra Fredda si trattava una sfida ideologica tra Stati Uniti, Occidente e Unione Sovietica, in cui uno voleva occupare l’altro, in questo caso è una gara esclusivamente tecnologica: vince chi riesce a sviluppare le nuove tecnologie emergenti in maniera più efficace e più aggressiva. Sappiamo che le risorse degli Stati Uniti sono maggiori, ma è anche vero che la Cina è in vantaggio, soprattutto nello sviluppo dell’intelligenza artificiale e della tecnologia del 5G. Questo significa che gli Stati Uniti devono rincorrere la Cina come dovettero rincorrere l’Unione Sovietica nel 1957 quando ci fu il lancio dello Sputnik. La sfida fondamentale avviene soprattutto nello spazio cibernetico, ovvero lo spazio dove si sviluppano le comunicazioni internet. Tutta questa vicenda investe l’intero pianeta, anche l’Italia, perché fa parte del blocco degli alleati USA. Nello sviluppo delle tecnologie cibernetiche è molto indietro, e quindi è un paese molto vulnerabile. Questo è un problema per gli Stati Uniti, perché dal punto di vista cibernetico qualcuno avere la tentazione di passare per l’Italia. È molto più facile attaccare paesi come l’Italia o la Spagna o il Portogallo, piuttosto attaccare gli Stati Uniti, la Gran Bretagna o il Canada, perché sono messi meglio da quel punto di vista. Israele è un paese protagonista, perché seppur non appartenendo a nessun blocco, ha un potenziale di spesa cibernetica molto alto. Dal punto di vista dello sviluppo delle nuove tecnologie, Israele è uno dei paesi più avanzati al mondo. Questo significa che tanto gli Stati Uniti quanto la Cina hanno interesse ad averlo dalla propria parte. Questo è molto interessante, perché costituisce una geografia completamente nuova, un mondo completamente diverso da quello in cui siamo nati. Oggi bisogna comprendere come il controllo dei dati dell’informazione che ci scambiamo con i telefoni è molto più importante di aerei, carri armati, navi o altro.

Quali sono i possibili scenari dopo l’uccisione del Generale Soleimani da parte degli Stati Uniti? Quali saranno le reazioni iraniane? Lo Stato d’Israele è in pericolo? 

L’intenzione del Presidente americano è di ridurre il potere militare iraniano in Medio Oriente. Per questo ha eliminato Qasem Soleimani, generale dei Pasdaran e responsabile della creazione, del sostegno, dell’addestramento e dell’armamento delle milizie sciite in Libano, in Siria, in Iraq, in Yemen e altrove. Questo è il colpo che l’Iran ha subito. E’ legittimo supporre che l’Iran cerchi una risposta, se non altro perché Soleimani era il numero due del grande Ayatollah alla guida della Rivoluzione Ali Khamenei, e quindi in ballo c’è l’onore stesso di Khamenei, che è uscito molto indebolito da questo attacco e deve guidare una risposta contro gli Stati Uniti per non perdere credibilità a Teheran. L’interrogativo è: quale tipo di operazione gli iraniani possono condurre? Quando i leader dei Pasdaran affermano che hanno 35 obiettivi a disposizione americani (oltre alla città di Tel Aviv), lasciano intendere la possibilità di poter colpire con i loro missili le basi americane in Iraq e nel Golfo o lo Stato d’Israele. E’ chiaro che se l’Iran colpisse con dei missili delle basi americane, si creerebbe un’escalation: gli americani risponderebbero a loro volta, in maniera anche probabilmente più pesante. Io credo che lo scenario che abbiamo davanti sia quello a cui molto spesso abbiamo assistito fra Israele e gli Hezbollah: quando questi ultimi subiscono un colpo pesante, reagiscono e tentano di salvare il proprio onore con attacchi sul terreno, ma non si spingono mai fino ad una guerra aperta. Detto questo, ciò che conta è che la volontà di Trump di ridurre il potere militare iraniano in Medio-Oriente può portare a nuovi episodi militari di scontro tra USA ed Iran. Io non credo che si arriverà ad una guerra, perché, come dice Trump, l’eliminazione di Soleimani punta a prevenire ulteriori conflitti, non ad incentivarli. Detto questo, chi conosce il Medio-Oriente sa che le previsioni sono fatte per essere smentite. Per gli iraniani, lo Stato d’Israele è parte integrante del sistema americano in Medio-Oriente, quindi ogni minaccia proferita contro gli Stati Uniti investe anche Israele. Soleimani guidava le milizie sciite, e in più occasioni hanno attaccato lo Stato ebraico. Dunque è legittimo supporre che nella fase calda di confronto tra USA e Iran ci siano delle minacce molto concrete per la sicurezza di Israele. Per questo il Segretario di Stato americano Pompeo ha avuto un colloquio con Netanyahu, e io credo che sia stata una conversazione simile a quelle che lui ha avuto con il leader dell’Arabia Saudita, dell’Egitto, delle monarchie del Golfo, degli Emirati. Tutti i paesi dove gli americani hanno rapporti di alleanza importanti sono oggi possibili obiettivi degli attacchi iraniani.

 L’avvicinarsi della Giornata della Memoria e la recente dipartita di alcuni Sopravvissuti ci obbligano a fare una riflessione: in che modo si potrà tramandare il messaggio della Memoria alle nuove generazioni? 

Io credo che una ricetta ebraica sia quella che ci ha lasciato Elie Wiesel, Premio Nobel per la Pace, autore del libro ‘’La notte’’ e anch’egli Sopravvissuto: la chiave per ricordare la Shoah è l’Haggadah. Bisogna utilizzare lo stesso metodo degli Ebrei quando ricordano l’Uscita dall’Egitto. Ogni anno gli Ebrei leggono un testo per due sere e dicono: ‘’Io leggo come se fossi uscito dall’Egitto.’’ Quindi, per far fronte alla futura dipartita dei Sopravvissuti, le nuove generazioni devono riuscire a ricordare la Shoah come se fossero loro stessi dei Sopravvissuti. L’interrogativo è: come si fa? Nel caso dell’Haggadah c’è un testo, mentre qui non c’è. Un metodo fattibile potrebbe consistere nella scelta da parte di ogni giovane della storia di un Sopravvissuto: studiandola, imparandola e facendola propria, potrebbero divenire loro stessi gli eredi. In ogni casa ebraica ci sono dei Sopravvissuti, soprattutto in Europa. Se ogni ebreo europeo studiasse la storia di un parente o di un conoscente e diventasse personalmente il testimone di quella storia, potremmo conservare compiutamente la memoria della Shoah. Ogni giovane deve sentirsi personalmente responsabile della scelta, dell’approfondimento e della trasmissione di queste storie. Questa mi sembra una maniera molto ebraica di affrontare la questione.

 Per chiudere, un consiglio per la nostra Redazione, nata da pochi giorni. Come far sentire la nostra voce in temi di attualità che ci riguardano strettamente? Qual è il miglior modo di fare giornalismo oggi? Ci sono dei punti fermi da non tralasciare mai? 

Ci sono due aspetti: il primo riguarda i contenuti, il secondo riguarda il loro metodo di distribuzione. Per quanto riguarda i contenuti, la chiave è la qualità. Quando si scrive qualcosa, è necessario fare duro lavoro. Di qualunque argomento si tratti, se l’articolo è frutto di studio, approfondimento, consultazione di fonti, allora si tratta di un lavoro di qualità, che dà credibilità a chi lo scrive e a chi lo pubblica. Se invece l’articolo è scritto in fretta e in modo superficiale, allora scredita chi lo scrive e chi lo pubblica. Questa è una regola vera sempre, a prescindere del mutare dei tempi. La vera novità sta nel metodo per raggiungere più persone oggi: il prodotto in carta è importante, ma non prioritario. La cosa importante è raggiungere più persone possibili con l’utilizzo delle nuove tecnologie: il digitale, il video, le foto, i social network. Le nuove tecnologie cambiano a grande velocità, la difficoltà si trova nello stare al passo con i tempi: anche domani potrebbe uscire un nuovo metodo di diffusione, e in quel momento sarà necessario declinarlo su ogni piattaforma, per arrivare ad un pubblico sempre più ampio.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI1 Gennaio 2020
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Il significato della parola HaTikwa in ebraico, è la speranza. Proprio come l’inno d’Israele, anche la nostra testata sceglie di distinguersi per la sua costante ricerca di luce. Scopriamo dunque che la ricerca di per sé diventa sintomo di speranza: inseguire un futuro migliore significa infatti accettare che il proprio presente non lo sia abbastanza. La ricerca di luce tuttavia dovrebbe trovare coniugazione al presente, non proiettarsi in un futuro ideale privo di odio e di indifferenza, ma occuparsi piuttosto dell’epoca storica che stiamo vivendo.

Nella storia del popolo ebraico e dell’umanità intera, i giovani hanno sempre avuto il compito di sognare, di vedere il bene lì dove il male sembrava assoluto. Questo continua ad essere il ruolo di noi giovani nella complessa realtà che ci circonda. Anche oggi. Un ruolo che comporta una grande responsabilità; quella di non perdere la fiducia nel bene, di non smettere di credere nell’unione che fa la forza, di non vedere nel dialogo una minaccia bensì un’opportunità.

Questa è la missione di HaTikwa, questa è la missione di noi redattori e di voi lettori: lasciare da parte l’ostilità, le diversità, il cinismo, per dar spazio alla tolleranza, alla comprensione, all’empatia. In una parola: alla speranza. La nostra missione comune è quella di guardare il presente con lo stesso ottimismo con il quale guardiamo il futuro, di guardare il prossimo con la stessa fiducia con la quale guardiamo noi stessi. Riconoscere quei rari punti di luce nel buio della quotidianità.

 

David Zebuloni, direttore HaTikwa

Luca Clementi, caporedattore HaTikwa

Luca Spizzichino, caporedattore HaTikwa

Nathan Greppi, caporedattore HaTikwa



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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