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Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 Ottobre 2019
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HaTikwa (D. Zebuloni) – Ori Itzchaki è un mondo da scoprire, una terra da esplorare. Prima ancora di trovare interessanti le sue risposte alle mie domande, ho trovato affascinante il suo modo di arrivare ad una risposta, partendo dalla domanda per poi intraprendere un lungo viaggio verso nuove mete. Ho trovato affascinante il suo modo di affrontare la realtà circostante. Per esempio, quando mi sono scusato per essere arrivato tardi al nostro incontro, giustificandomi con la solita scusa del parcheggio, Ori mi ha rassicurato dicendo che qualche giorno prima anche lui ha fatto tardi ad una visita dal medico e che in questo modo sente di aver pareggiato un conto lasciato in sospeso. Quando gli ho detto di scrivere per un pubblico di lettori italiani mi ha chiesto incredulo se so parlare la lingua italiana, se possiedo un passaporto italiano, se ho davvero abitato in Italia, se possiamo non svolgere l’intervista in italiano perché lui l’italiano non lo parla e non l’ha mai parlato. Quando mi sono presentato come David lui mi ha chiesto se può chiamarmi Dudi, e così ha fatto per tutta l’intervista. Quando gli ho chiesto quale sia il suo prossimo grande sogno da realizzare, Ori mi ha risposto che ha una mosca sulla gamba che non gli permette di concentrarsi e che per rispondere ad una domanda simile ci vuole una grande concentrazione. Ori è proprio un mondo da scoprire, un ragazzo sensibile e ambizioso di venticinque anni che non si vergogna di dire “Io sono autistico, l’autismo non è un insulto”. La sua storia comincia con un canale su YouTube che raccoglie le sue interviste a personaggi israeliani famosi quali attori, cantanti, calciatori e modelli. Alcuni dei quali, Ori racconta, hanno accettato volentieri di farsi intervistare da lui, altri invece hanno rifiutato categoricamente, bloccandolo su WhatsApp e su Instagram. La svolta avviene quando il giornalista e conduttore televisivo Guy Lerer scopre il talento di Ori e gli concede uno spazio nella sua trasmissione serale. Quando Guy chiede a Ori quale sia la sua intervista dei sogni, Ori risponde senza esitare che sogna di intervistare Gal Gadot. Per intenderci, da quando Gal Gadot è diventata Wonder Woman, non c’è giornalista israeliano che non sogni di intervistarla e, pertanto, non c’è giornalista israeliano che ci sia riuscito. Ori tuttavia non è un intervistatore qualsiasi. Quando Gal Gadot ha sentito del suo grande sogno non ha esitato ad accettare. I due si sono incontrati a Tel Aviv e il filmato della loro intervista ha superato le tre milioni di visualizzazioni sui social. Da allora Ori è una vera e propria star: tutti lo cercano, tutti lo seguono, tutti vogliono farsi intervistare da lui. Quando gli ho chiesto cos’abbia provato durante l’intervista a Wonder Woman, la sua risposta è stata semplice: “mi sono sentito Superman”.

Ori, tra tutti i mestieri che esistono, perché hai scelto proprio di voler fare l’intervistatore?

Ho scelto questo mestiere perché mi piace incontrare nuove persone, sono un ragazzo molto curioso. Voglio sempre sentire nuove storie e condividerle poi con gli altri. Attraverso queste storie imparo moltissimo, ne traggo ispirazione e sento che grazie ad esse divento una persona migliore.  

Sei passato in pochissimo tempo dall’anonimato alla celebrità. Cosa provi quando ti fermano per strada e ti chiedono un selfie?

Sorrido sempre a tutti e non rifiuto mai una fotografia a nessuno.

Ti rende felice ricevere questo calore dalle persone?

Sì, mi rende molto felice. Il segreto è saper restituire amore a chi te ne dona.

Cos’altro ti rende felice Ori?

Quando i miei genitori mi dicono che sono fieri di me mi rendono felice. E poi intervistare mi rende felice. E’ come ricevere una scarica elettrica. Le interviste sono il mio pane, il mio ossigeno.

Anche a me piace tanto intervistare, anche a me rende felice. Ma tu sei più sincero di me. Leggo su Facebook che condividi tutte le tue emozioni, tutti i tuoi stati d’animo senza filtri e senza maschere. La felicità, la tristezza, l’amore, la paura. Qual è la cosa che ti fa più paura?

Ho paura di non avere soldi in banca, di andare in rosso, di non essere indipendente.

E qual è la cosa invece che ti rende più triste?

Probabilmente se scoprissi di essere in rosso sarei molto triste. Forse mi metterei persino a piangere. Mi rattrista anche quando le ragazze mi spezzano il cuore.

Quando ti è successo?

Succede spesso. Una volta mi ero innamorato di una ragazza, ma lei mi ha detto di non condividere i miei sentimenti. Ho pianto.

Fa bene piangere, è liberatorio. Piangi spesso?

Ultimamente piango spesso, non so più tenere le emozioni dentro.

Prima hai detto di essere una persona molto curiosa. Cosa ti incuriosisce maggiormente durante un’intervista, quando sei seduto di fronte all’intervistato?

Mi interessa sapere cosa pensano gli intervistati degli autistici. Vorrei che ne sapessero di più. Quando intervisto i personaggi famosi pongo sempre loro questa domanda.

La tua è una sorta di battaglia. Vuoi sconfiggere i pregiudizi, giusto? 

Giusto.

Pensi di riuscire a vincere la battaglia?

Sì.

Lo penso anch’io Ori.

Grazie.

Pensi che in Israele le persone siano abbastanza pronte ad ascoltare?

Si può sempre fare meglio, ma credo che la situazione sia abbastanza positiva.

Cosa possiamo ancora fare per migliorarci?

Bisognerebbe assumere più persone autistiche. Bisognerebbe arruolare più ragazzi autistici nell’esercito. Bisognerebbe vedere più autistici nel mondo dello sport. Nel calcio, nel tennis, nella pallacanestro. La verità è che le persone temono ancora gli autistici, non li capiscono fino in fondo, non hanno pazienza per loro. Non voglio parlare di politica, ma penso che anche lo Stato debba investire di più in noi.

C’è un messaggio che vorresti trasmettere a chi legge queste parole?

Sì, vorrei dire loro che a perderci è solo chi non sa accettare il diverso. Che io sono autistico e che l’autismo non è una parolaccia. E poi vorrei anche dire ai lettori che non devono arrendersi mai. Che con un po’ di forza di volontà si può ottenere tutto. Io ne sono la prova.

Racconti spesso di essere stato respinto, vorrei sentire invece di una reazione o di un messaggio che hai ricevuto e che ti ha emozionato.

L’altro giorno ho ricevuto un messaggio che mi ha commosso. Una ragazza mi ha scritto: “vederti e sentirti mi fa ricordare chi sono veramente”.

Vedi? Sai entrare nel cuore delle persone. Se siamo seduti oggi a fare questa intervista è forse perché sei entrato un po’ anche nel mio di cuore.

Sì, ricevo tanti bei messaggi, ma anch’io ne mando tanti, altrettanto belli. Ogni venerdì mattina per esempio invio un messaggio a decine di amici in cui auguro loro un buon weekend. D’ora in poi lo manderò anche a te Dudi. Tutto ciò che voglio fare è seminare un po’ di amore in giro. Amore gratuito, senza ricevere nulla in cambio.

Parliamo un po’ di Gal Gadot?

Sì.

Si è parlato molto del vostro incontro, cosa vorresti raccontarmi che ancora non si sa?

Credo che il mio incontro con lei sia stato il momento più felice che io abbia vissuto nell’ultimo decennio.

Cosa ha reso quel momento tanto felice?

Ho sognato di incontrarla e intervistarla. Il mio sogno si è realizzato.

Dimentichiamoci per un attimo di Gal Gadot, com’è stato intervistare Wonder Woman?

Vicino a lei mi sono sentito Superman.

Direi che per alcuni bambini sei davvero un supereroe, un modello da seguire. Guarda dove sei arrivato con le tue sole forze.

A volte mi sento così, le persone mi fanno sentire così. Conosci Adi Shpigelman? E’ una giocatrice di tennis e una modella. Ecco, per esempio lei mi ha scritto che sono un eroe. Leggere quella frase mi ha fatto sentire davvero speciale.

E qual è il prossimo grande sogno da realizzare?

Aspetta, ho una mosca sulla gamba e non riesco a concentrarmi. Per rispondere a questa domanda ho bisogno di una grande concentrazione.

Certo, prenditi tutto il tempo che vuoi, non ho fretta.

Ecco, se n’è andata. Il prossimo sogno da realizzare è intervistare Ronaldinho.

E cosa vorresti chiedergli?

Non lo so. Non mi piace preparare le domande prima dell’intervista. Mi piace improvvisare.

Beh, allora sei proprio un professionista Ori.

Grazie Dudi, anche tu.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 Giugno 2019
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HaTikwà – Barbara Pontecorvo è un avvocato dal 1996, con un particolare interesse per l’analisi politica nazionale ed internazionale, soprattutto del Medioriente. E’ in costante contatto con analisti, politici, studiosi sia in Italia, che all’estero e svolge un’intensa attività volontaristica nel settore delle Fondazioni e Associazioni no profit. Dirige da oltre due anni un Osservatorio sulle Discriminazioni: Solomon. E’ un’organizzazione di volontari, apolitica e senza fini di lucro, per la tutela di ogni forma di discriminazione, ispirata alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e delle Nazioni Unite, alla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

Cos’è Solomon-Osservatorio sulle Discriminazioni?
L’Osservatorio Solomon nasce nel 2015 su richiesta di una parte della Comunità internazionale, in particolare dagli americani, che sentiva il bisogno che ci fosse un’associazione italiana in difesa delle ragioni di Israele, in particolare contro il fenomeno BDS. Prima veniva leggermente monitorato, perché non se ne capiva la portata, in Italia non aveva ancora preso piede, anche se ancora oggi non è un fenomeno rilevante, ma richiede una preparazione ed una risposta. Solomon nasce come associazione Anti-BDS e per la difesa di Israele.

Quanti siete a lavorare e quanto tempo richiede?
Il lavoro è intenso e richiede un impegno quasi giornaliero. La maggior parte di Solomon è costituita da avvocati, poi ci sono dei non avvocati che lavorano per segnalare alcuni fenomeni, in modo che si possa predisporre una risposta tecnica a questi. Siamo tra Roma e Milano, abbiamo un Consiglio Direttivo, un’Assemblea, un Comitato Scientifico e un Comitato d’Onore.

Quali sono le difficoltà più grandi che riscontrate?
La vera difficoltà deriva dal dibattito interno: se agire o meno, se mandare una lettera o no, se la lettera ha un fondamento giuridico. Il vero grande problema è la legislazione italiana, non essendoci una definizione di antisemitismo ed essendo inadeguata la normativa sulle discriminazioni, datata addirittura 1975, e noi siamo autori di una proposta di legge per aggiornarla. Bisogna capire quando è giusto agire e capire quando agendo si fa pubblicità al fenomeno che altrimenti non sortirebbe alcun effetto.

Perché non c’è la definizione di antisemitismo?
Sin dal 2016 abbiamo portato in Italia l’iniziativa volta all’adozione della definizione di antisemitismo dell’IHRA, International Holocaust Remembrance Alliance, adottata anche dal Parlamento Europeo e tradotta proprio da noi in italiano. Le iniziative sono volte affinché lo Stato Italiano la adotti.

Deve esserci anche una base per una strategia mediatica?
Le nostre attività non hanno rilevanza mediatica, non ne facciamo quasi mai pubblicità. Alcune volte rimbalzano sui giornali, o per iniziativa di giornalisti esterni alle Comunità o, recentemente, e di questo mi dispiaccio, anche per iniziative di qualcuno interno alle Comunità ebraiche.

Qual è il rischio che correte ad esporvi?
Il rischio che abbiamo corso, in maniera consapevole, è concreto. Dall’iniziativa di non voler far partecipare il BDS alle manifestazioni del 25 aprile a Milano sono scaturite due denunce nei confronti di Solomon e ovviamente verso la mia persona, che sono il rappresentante legale, da parte di uno dei leader di BDS Milano. La cosa è stata sempre tenuta riservata, un po’ per non interferire nell’iter del processo e un po’ per motivi interni per non dare pubblicità. Io sono stata la prima attivista ebrea denunciata da un membro BDS in tutto il mondo. Il primo dei miei processi per diffamazione fatti da questa signora è stato archiviato ed il secondo è in attesa di archiviazione qui a Roma da circa due anni.

Non credi che alcune cose andrebbero pubblicizzate di più?
In alcuni casi è un boomerang. Noi stiamo svolgendo un’attività importantissima nei confronti dell’Università di Torino, senza fare pubblicità nemmeno nel mondo ebraico, e questo ha generato qualche equivoco. Una parte dell’ebraismo ha preso le distanze dal processo che stiamo avviando nei confronti del Rettore e dell’Università per attività discriminatorie. Dal 2015 ci sono stati circa 100 eventi antisemiti al Suo interno, abbiamo fatto un accesso agli atti ed abbiamo visto che l’Università non aveva un regolamento né l’organizzatore, Progetto Palestina, era iscritto all’Albo delle Associazioni Studentesche, quindi non poteva organizzare i convegni. L’università concedeva crediti formativi agli studenti, che partecipavano ad eventi antisemiti 300 alla volta. Abbiamo fatto un ricorso straordinario al Miur ed al Presidente della Repubblica e tutta questa attività è stata equivocata da una parte dell’ebraismo che non ha capito il motivo, prendendo addirittura le distanze da noi. A noi è stato detto che abbiamo agito male, ma qualcuno si è preso la briga di sapere in che modo lo abbiamo fatto? Abbiamo chiesto di intervenire formalmente nel Consiglio UCEI per chiarire i nostri intenti e spiegare le nostre attività.

E quando ci sarà questo intervento?
Siamo in attesa di una convocazione formale, la prima non è andata a buon fine. Nel frattempo, l’Università di Torino si è dotata di un regolamento e, circa quindici giorni fa, Progetto Palestina non è più un’organizzazione segreta, ma hanno nome e cognome e possono essere citati in giudizio.

Come riescono avvocati, con famiglia, con uno studio da mandare avanti, a fare anche tutto il resto?
La mattina molto presto e la sera molto tardi (ride, ndr). Questa è un’attività irrinunciabile, nonostante gli impegni non riesco a farne a meno.

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 Maggio 2019
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HaTikwà (S. Foa) – È tiepida e diafana la prima luce della mattina di Venerdì 24 maggio che accarezza le volte di Milano Centrale, nel momento in cui mi accingo a partire alla volta di Milano Marittima; proprio così, un’accorata Armata Brancaleone ugeina, formata da circa cento teste (italiche e non) ha scelto tale località della Riviera Romagnola, in occasione di Lag Ba’ Omer. Non una semplice grigliata ignorante ma un vero e proprio Shabbaton, in un albergo in esclusiva per noi; la hall trasformata in una Sinagoga proletaria, la cucina purificata nei minimi dettagli dal nostro Ettore, sempre in gran spolvero, e la spaziosa sala da pranzo, dove dopo il Kiddush, la cena e qualche barzelletta deliziosamente triviale del sottoscritto, ci si può dedicare allo “spaccaghiaccio”, una serie di giochi di società accompagnati da un buon vino.

Il sabato ci regala una bella giornata dove, nell’attesa che il lungo shabbat finisca, ci si può dedicare al Caffè dilemma, classico momento “cult” che ha caratterizzato molti eventi UGEI fin dalla notte dei tempi; qualcuno però preferisce un tuffo eretico nell’Adriatico, approfittando dell’amena e vicinissima spiaggia.  Arriva il momento della tradizionale festa del sabato sera: un rustico locale situato su un isola delle storiche Saline di Cervia, dove un bravissimo DJ ci fa dimenticare le playlist precompilate di Spotify e un valido barman ci serve drink come se piovesse. Di domenica Giove Pluvio ci prende in contropiede e quella che doveva essere la grigliata tradizionale di Lag Baomer, si trasforma in un pranzo frugale ma delizioso in hotel. Prima però non manca l’occasione di conoscere il programma “J-Academy”, percorso formativo tra Gerusalemme, Londra e Berlino per chi decide di prendersi un gap year di dieci mesi. Il momento dei saluti è condito da un improbabile Ruben Spizzichino che si immedesima in un inviato stile Maratona Mentana, raccogliendo interviste semiserie tra i partecipanti. Qualche ora dopo, l’ambiente asettico della stazione AV di Bologna mi comunica che il week-end è finito e mi trasmette un profonda malinconia; al Consiglio UGEI tutto vanno i complimenti per un Lag Ba’ Omer da ricordare. Alla prossima!


Consiglio UGEIConsiglio UGEI16 Aprile 2019
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COMUNICATO STAMPA
UNIONE GIOVANI EBREI D’ITALIA – U.G.E.I.
 
                                                   Antisemitismo a Ferrara. La condanna e la preoccupazione dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia

 

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia condanna con fermezza l’episodio di bullismo di stampo antisemita accaduto in una scuola media di Ferrara, città significativa per l’ebraismo italiano in quanto sede del Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah.

Esprime preoccupazione in quanto questo episodio è accaduto in un ambito scolastico e tra ragazzi molto giovani. Auspica che la stessa scuola adotti un percorso di conoscenza della cultura ebraica e di quello che è stato il capitolo terribile della Shoah.

Come espresso dalla Presidente Keren Perugia “È fondamentale che i giovani approfondiscano la loro conoscenza della cultura ebraica e capiscano che la Shoah è stato un capitolo buio e tragico per gli ebrei ma anche per tutta l’umanità. È importante rispondere agli episodi di odio antisemita con estrema fermezza ma anche con l’immensa ricchezza che per tutto il mondo è la cultura ebraica”.

 

Consiglio UGEI 2019


Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 Aprile 2019

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HaTikwa (D. Zebuloni)To Bibi or not to Bibi? Questo è stato il grande dilemma delle appena concluse elezioni politiche israeliane. Si è parlato poco di economia e sviluppo, di politiche interne ed estere. Persino il tema della sicurezza è passato in secondo piano, nonostante un missile partito da Gaza abbia abbattuto una casa nel centro di Israele proprio due settimane prima dell’election day. L’argomento di tutte le campagne elettorali era uno ed uno solo: Bibi o Gantz? O meglio, Bibi o non Bibi?

Non sono dunque i 36 mandati da lui ottenuti ad averlo reso il grande vincitore di queste elezioni. Non è stata nemmeno la sua nomina di Primo Ministro per la quinta volta dal ’96 ad oggi ad averlo inserito nell’olimpo dei grandi leader della storia dello Stato di Israele. Il trionfo di Bibi si misura nella straordinaria e al contempo sinistra capacità di attirare a sé i riflettori senza dire una parola. Sono state poche e ben studiate infatti le interviste che Netanyahu ha concesso ai media, le uniche per altro da lui concesse in tutti e quattro gli anni del suo ultimo mandato. Nonostante ciò, o forse proprio a causa di ciò, quest’ultime sono state le interviste più trasmesse dai media nazionali e internazionali, nonché le più discusse sui social e per le strade del paese.

Per citare l’opinionista politico Amit Segal: “Bibi ha vinto le elezioni con il 70% dei voti, di cui il 35% erano a suo favore e il 35% a suo sfavore”. Ecco, non potrei riassumere in maniera più efficace l’esito di queste elezioni. Tutti hanno votato in funzione di Bibi, ma solo la metà dei votanti l’ha fatto a suo favore. Il restante 35% degli israeliani non ha votato con la speranza di avere il generale Gantz al governo, bensì ha votato con il disperato desiderio di non riavere Netanyahu al governo, di non vivere in un paese la cui atmosfera ricordi vagamente quella della Russia di Putin.

Eppure chi ha commentato la vincita del Likud definendola “la morte della democrazia israeliana”, o peggio ancora alludendo ad uno sterile parallelismo con il Presidente turco Erdogan, non ha capito nulla della politica israeliana in generale e della società israeliana in particolare. Per ogni cittadino israeliano che condanna Bibi ce n’è uno che lo venera. Per ogni israeliano che attacca Bibi ce n’è uno che lo difende. Per ogni israeliano che vede Israele nel baratro ce n’è un altro che vede Israele all’apice. La verità è che il bianco e il nero, anche nel caso di Bibi, non esistono. Esistono invece cinquanta sfumature di grigio (!) che rendono Bibi un eroe e al contempo un antieroe. O in parole semplici, un umano. Un comune mortale.

“Da giornalista quale sono” ha affermato la conduttrice televisiva israeliana Ilana Dayan, “ho l’obbligo di andare a fondo e condannare ogni singolo sbaglio commesso da Netanyahu, ma ho anche l’obbligo di lodare le sue manovre di sicurezza contro l’Iran. Ho l’obbligo di approfondire le accuse mosse contro di lui, ma ho anche l’obbligo di dargli credito per gli importanti traguardi economici ai quali ci ha condotti. Bisogna dunque capire una volta per tutte che non c’è niente di male a guardare le due facce della medaglia”. Forse Ilana Dayan ha ragione, non c’è proprio nulla di male nel guardare le due facce della medaglia. La politica come la vita d’altronde non è sempre un bivio. La politica come la democrazia non si limita alla domanda esistenziale: to Bibi or not to Bibi.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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