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Consiglio UGEIConsiglio UGEI13 Febbraio 2019
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HaTikwà (D.Moresco-R.Spizzichino)Spesso c’è diffidenza nei confronti dei politici. Un po’ schivi, quasi mai raggiungibili, quasi sempre distanti. L’Onorevole Emanuele Fiano con noi è stato di una disponibilità quasi disarmante, di una gentilezza che ha pochi simili. L’intervista è stata divisa in tre capitoli. Lo abbiamo fatto sia per necessità, visto che la lunghezza complessiva avrebbe inficiato la qualità del lavoro, sia per renderla più fruibile, pubblicando giorno per giorno una delle tre parti.

ITALIA

Cosa significa per lei essere ebreo e sedere al Parlamento?
Le percezioni cambiano nel corso del tempo. Sicuramente inizialmente, questo ha significato una forma di riscatto famigliare, ho pensato ai miei nonni, ai miei zii, a mio cugino Sergio di 18 mesi, perché il loro percorso di morte verso Auschwitz è iniziato in questa aula del parlamento sostanzialmente nel dicembre nel 1938 quando furono approvata all’unanimità le leggi razziali che fecero si che un nonno perdesse il lavoro e che l’altro fosse licenziato, mio padre fosse espulso dalla scuola e tutte le cose che sapete iniziarono qua dentro. Quindi il fatto che un ebreo fosse in parlamento – io non ero l’unico ma comunque siamo sempre stati in pochi – era una forma di riscatto. Poi una volta,  il primo anno, ci fu una cosa che mi colpì molto, perché nei corridoio di questo palazzo immenso, sono esposte delle piante e delle mappe dei posti a sedere dell’aula parlamentare con i nomi di chi ci si sedeva nelle precedenti legislature. E allora, casualmente, mi capitò di vedere una di queste piante e vidi due o tre cognomi ebraici di prima del 1938 e questo mi fortificò nella percezione che ho io della presenza della mia famiglia – e anche delle vostre famiglie – millenaria in questo Paese e nelle istituzioni. Devo dire che quando ho iniziato a fare politica la mia ferita nei confronti di questo paese era più aperta di adesso. Non sentivo che questa ferita che ha riguardato le leggi razziali e la Shoah nei confronti delle nostre famiglie ebraiche fosse sanata. A me la politica ha aiutato a sanare un po’ questa ferita, si è trasformata molto anche in un sentimento di essere una sentinella, avere le antenne più alte di altri su alcune cose che stavano succedendo. Sapendo che non bisogna fare della nostra condizione, radice, percezione, una questione monotematica, però anche le vicende recenti, tra queste la questione complessa della immigrazione, come spesso ha detto Liliana Segrè, che per fortuna, grazie al Presidente, che non smetteremo mai di ringraziare, Mattarella, è diventata è senatrice a vita. Lei stessa dice che le questioni dell’immigrazione la fanno pensare, non sono assolutamente la stessa cosa delle leggi razziali e della Shoah, però alcune questioni la fanno ancora pensare, quindi, dopo aver vissuto questa cosa come il riscatto della ferita, che ancora c’è, ma è stata lenita da centinaia di persone che qui ho conosciuto, che con me condividono l’ideale, non solo del mio partito, anzi di tutti i partiti, che condividono l’ideale di libertà e democrazia, ho sentito che la necessità di stare qua era quella di essere una antenna più sviluppata di altre per la percezione dei fenomeni di discriminazione, d’ingiustizia sociale, che si verificano.

Ebreo, italiano, antifascista. Può metterle nell’ordine che ritiene più corretto?
Non penso che la vita sia un foglio di Excel dove tu hai la possibilità di catalogare con ordine matematico. Io sono insieme italiano, ebreo e antifascista. Ebreo, italiano e antifascista. Le cose sono insieme, anche perché, come forse ci ha insegnato Primo Levi, l’osservazione della vita riserva più aree grigie che aree bianche e nere, dunque la nostra identità è comunque un cumulo di radici. Non potrei mai e per nessuna cosa al mondo, rinunciare alla mia radice ebraica, ma anche non rinuncerei alla mia radice italiana, né alla mia condizione antifascista. Vengo da una famiglia nella quale mio nonno, il papa di mio papa, era fascista. Mio nonno era stato prigioniero degli austriaci nella prima guerra mondiale. Era un combattente dell’esercito regio, orgoglioso di quelle battaglie, dunque aderì. Io non conosco la storia dei suoi sentimenti, ma aderì, come molti altri ebrei a quel partito, perché in Mussolini vedeva, forse prima anche in D’Annunzio, una forma, una idea, una capacità di riscatto di una frustrazione di coloro che erano tornati da quella guerra, vinta dall’Italia, ma che di quella vittoria, come dice D’Annunzio, mutilata, non avevano percepito l’esito positivo nei loro confronti. Lo dico perché la storia è strana: ovviamente mio nonno fu espulso 1938 dal partito nazionale fascista e gli stessi fascisti lo arrestarono nella primavera del 1944, lo incarcerarono nel carcere delle Murate a Firenze, lo portarono al campo di transito di Fossoli, lo consegnarono ai nazisti del comandante Tito di Fossoli, lo misero in viaggio verso Auschwitz e poi morì. Quindi le identità sono un fatto complesso non potrei mai rinunciare a nessuna di queste parti. Io non vengo da una famiglia comunista, no di sicuro: mio padre ha sempre votato repubblicano, mia madre socialista. Una famiglia di sentimenti progressisti, democratici, ma l’antifascismo non c’è dubbio che sia l’esito di ciò che il fascismo ha fatto a questo paese, ciò che ha fatto a noi. Quindi, l’adesione alla democrazia, secondo me, comporta con se l’antifascismo e l’anti totalitarismo in generale, perché non c’è solo il fascismo nel ‘900 come forma di totalitarismo.


EUROPA

Il 29 marzo i giovani sovranisti sbarcheranno a Roma, alla presenza di Matteo Salvini e di Marine Le Pen. Che cosa dovrebbe fare un giovane ebreo italiano secondo lei?
La manifestazioni sono libere e difese dalla nostra Costituzione. La signora Le Pen ha cercato di emendare la posizione post fascista di suo padre. Nell’ultima campagna elettorale disse una cosa terribile, che dimostra verso dove può portare il sovranismo,“Nessun poliziotto francese si macchiò di colpe nella deportazione degli ebrei dal Velodromo di inverno da Parigi”, esattamente il contrario di quello che è successo, perché purtroppo molti poliziotti francesi si  macchiarono invece di una terribile complicità. Spesso i sovranisti tendono a voler ripulire la storia del loro paese dalle colpe terribili, nel caso del periodo della seconda guerra mondiale e in generale di altre. Penso che l’idea del sovranismo, ovvero l’esaltazione di un’identità il più pura possibile dal meticciato, dalla mescolanza, sia un’idea molto pericolosa per l’identità ebraica. Gli ebrei hanno dimostrato per millenni della loro presenza in Europa una capacità difficile, molto rara: quella di integrarsi mantenendo la propria identità. Una battaglia contro l’assimilazione che non vuol dire incapacità di vivere seguendo le leggi del posto, che è un principio ebraico, che tu vivrai secondo la legge del luogo in cui vivi, senza perdere le nostre regole dell’Alachà  e ciò che ci viene dal nostro passato. Penso che il sovranismo abbia invece la caratteristica di voler considerare che esiste un confine entro il quale la tua identità è salvaguardata, oltre il quale non è salvaguardata. Io non credo che sia un caso che due tra i paesi che hanno i leader più sovranisti d’Europa, Orban in Ungheria e i leader polacchi, siano paesi nei quali i fenomeni antisemiti siano cosi tanto vividi. In Polonia ogni anno negli ultimi anni, nel giorno dell’anniversario dell’Indipendenza, si svolge una incredibile manifestazione dei movimenti neofascisti europei dove è possibile ascoltare anche slogan di carattere antisemita e anti islamico. E così nell’Ungheria di Orban, in altri momenti, i partiti alleati del partito di governo, hanno chiesto in quel parlamento la lista degli ebrei ungheresi, ricordando a noi cose terrificanti. Quindi l’idea che esista un’identità unica che tu devi preservare e che non devi confondere con altre identità è una caratteristica dei sovranisti che io combatto e che confligge con l’idea di libertà che esprime la capacità che hanno avuto gli ebrei nella storia, di mantenere la propria identità e di integrarsi nel posto dove vivono. Peraltro se noi guardiamo all’età d’oro della convivenza tra ebrei e islamici in Spagna, pensiamo ad una cosa che oggi ci appare impossibile, ma che prima della grande persecuzione, persecuzione cattolica, fino al 1492 in Spagna due culture cosi diverse potevano convivere. Io non penso che ci sia una difficoltà a poter dire che noi combattiamo, che va combattuto oggi, l’antisemitismo di origine islamica, che per esempio, in Francia produce una innumerevole serie di aggressioni personali, che poi ha portato ovviamente il terrorismo islamico dell’ISIS a compiere stragi terribili, e questa è una cosa molto preoccupante, anche se forse oggi la situazione dell’ISIS, per fortuna, è leggermente diversa, contemporaneamente penso che l’idea che sta attraversando l’Europa, frutto anche di quel problema complesso che è l’immigrazione, cioè lo sviluppo di idee sovraniste sia un pericolo per chi vuol difendere un’identità differente, ma che vuole convivere con le altre.

Se in Italia dicono “Prima gli italiani”, in Francia “prima i francesi”, in Ungheria “prima gli ungheresi” e così via. Che fine farà l’Europa?
Sarà una fine. Sul tema dell’Europa io penso che noi dobbiamo batterci, noi che vogliamo gli Stati Uniti d’Europa, per l’elezione diretta del Presidente della Commissione Europea, altrimenti non c’è futuro. Fin quando la Commissione Europea sarà succube delle, anche legittime, necessità politiche elettorali dei singoli stati, per le quali la Merkel o piuttosto un Macron o Sanchez, devono prendere delle decisioni più in una certa direzione, perché magari in quel momento nel loro paese c’è un dibattito politico di un certo tipo; fintanto che la cessione di sovranità dei paesi europei per la costituzione di un unione europea vera, dunque nella dimensione degli Stati Uniti d’Europa, non ci sarà, si morirà. La stessa questione dell’immigrazione, trattata come è stata trattata fino adesso dall’Europa, è una gestione miope, debole. Come dire: se l’Unione Europea si mette d’accordo su una strategia, per esempio, della ridistribuzione dei migranti, ma poi i singoli stati si rifiutano di adempiere a quanto previsto dalla Commissione Europea, è ovvio che i cittadini europei, non importa di quali partito siano, certamente non importa di quali religione siano, si trovano a non credere a un’istituzione che non serve. Noi non dobbiamo mai dimenticare che questa istituzione ci ha consegnato oltre 70 anni di pace in questo continente, perché l’Europa è stata costruita perché venivamo da una guerra. I leader che lei ha citato, pensano invece che la cessione di sovranità non debba esserci e che ogni stato debba rispondere a se stesso. Io penso che questo, soprattutto nella dimensione globale che hanno oggi le economie, sia terrificante. Dall’altra parte, facciamo finta di non saperlo, ma l’andamento dell’economia italiana o europea dipende in maniera straordinaria da quello che succede in Cina oggi: se la Cina va bene o male, se la Cina è un mercato buono, se l’esportatore o l’importatore buono. Questo influisce sui regimi, sui valori di crescita o decrescita dell’economie europee. Pensare di affrontare questa dimensione globale da soli è sicuramente pericoloso e significa voler la fine dell’Europa.


ISRAELE

Netanyahu, all’indomani dell’attacco all’Hyper Cacher di Parigi nel 2015 disse: “A tutti gli ebrei d’Europa, voglio dire che Israele non è solamente il Paese nella cui direzione voi pregate, ma lo Stato di Israele è anche casa vostra”. Alla luce delle numerose migrazioni ebraiche verso Israele. Come giudica le parole dell’attuale primo ministro israeliano?
Io mi sento a casa mia in Italia, ma certamente quando sbarco in Israele sento di scendere in una comunità che anche è mia. Io mi sento cittadino italiano e cittadino europeo. L’appello di Netanyahu fatto in un momento in cui la paura ha serpeggiato fortissimo tra gli ebrei francesi e per questo era per dire “qui avete un porto sicuro”. E’ difficile ragionare di questioni che sono di sentimento, non solo di razionalità. La prima volta che sono andato in Israele nel 1973 con mio padre, sopravvissuto ad Auschwitz, vidi mio padre alla fine delle scalette inginocchiarsi e baciare l’asfalto dell’aeroporto di Lod e dire o pensare, non mi ricordo se in quel momento o dopo, che se Israele ci fosse stata all’epoca nel 1943-44, la sua mamma non sarebbe stata uccisa. Questo è un sentimento che razionalmente è difficile spiegarlo, perché l’offesa, la ferita, che noi abbiamo subito, è più grande della capacità razionale di spiegarlo. Mi è capitato un episodio nei giorni scorsi che mi ha messo molto in difficoltà: io ho reso noto il tweet del Senatore Lannutti, per il quale è stata aperta un’inchiesta per aver condiviso i protocolli dei Savi di Sion, il Corriere lo mise in prima pagina e poi la cosa è diventata di dominio pubblico. Dopo lui nei giorni successivi rispondendo a qualcuno disse “io mi sono scusato”, allora io gli ho risposto su twitter: “Ma tu pensi che basti scusarsi per aver condiviso il testo che è stato alla base dell’ideologia nazista che ha tentato di distruggere il mio popolo?” e qualcuno, non so chi, non conosco le persone, più di uno, se guardiamo i loro profili, persone provenienti dall’estrema destra, mi ha risposto “ma tu devi decidere. Perché scrivi “del mio popolo”. Tu sei italiano o ebreo?”. Dunque questa difficoltà a comprendere che l’identità personale possa essere complessa, è uno dei temi che riguarda anche la domanda che mi ha fatto prima sul sovranismo e anche alla domanda che riguarda Israele – parlo dello stato perché non parliamo all’adesione alle politiche dei governi d’Israele – per quanto riguarda lo stato, che ho vissuto in Israele, che ho una parte della famiglia in Israele, ho mio cognato in Israele, i miei fratelli hanno vissuto a lungo e si sono laureati in Israele, anche se adesso non abitano più lì, ho dei nipoti in Israele, tanti zii. Certo penso che sia in parte è anche casa nostra, ma io mi sento un cittadino italiano vivamente a tutto tondo fedele a queste istituzioni e a questa nazione. La frase di Netanyahu, se vuol dire non c’è speranza per l’ebraismo nella diaspora, non la condivido, se vuol dire che per gli ebrei ci sono diverse possibilità è un’altra frase. Mi ricordo anni fa un dibattito molto bello, ma molti anni fa, 30-35 anni fa, tra Avraham Bet Yehoshua, famoso e straordinario scrittore israeliano e Eugenio Gentili Tedeschi, un membro della comunità ebraica di Milano, grande architetto, intellettuale, amico di Primo Levi, ormai scomparso. In quella serata della comunità ebraica di Milano, Bet Yehoshua sosteneva sostanzialmente che non c’era speranza per l’ebraismo della diaspora. Ovviamente un ebreo italiano come Eugenio Gentili Tedeschi, che aveva partecipato alla resistenza, un grande intellettuale, che sentiva dentro di se insieme la radice ebraica e quella italiana, rispose che questa era un’offesa a millenni di presenza ebraica nella diaspora, che noi siamo un pezzo di questa Europa e di questa Italia e che abbiamo il diritto e il dovere di continuare questa radice e questa tradizione. Peraltro mi pare che questa sia venuta fuori anche nella Comunità Ebraica di Roma, quando il presidente della Comunità, Riccardo Pacifici, ci tenne a sottolineare la millenaria radice italiana della presenza ebraica a Roma. Le due cose convivono, non ci deve essere conflitto. Noi che siamo in Italia ci sentiamo italiani, completamente.

Se vengono assassinati innocenti in Europa si parla e si scrive terrorismo, mentre se lo stesso accade in Israele si parla di resistenza?
Perché c’è un pregiudizio, tendenzialmente antiebraico. Poi ci sono delle persone che giustamente rivendicano di non essere antisemiti, ma di essere contro Israele, poi li entriamo in una discussione, ma sicuramente perché c’è un pregiudizio: certamente chi uccide un civile per seminare il terrore compie un atto, a prescindere dalla latitudine del mondo in cui lo compie, noi lo facciamo cadere sotto la definizione di terrorismo. Fa parte anche di un’ideologia presente in un pezzo della sinistra, non nel Partito Democratico, per la quale Israele è uno stato usurpatore, addirittura in alcuni casi folli, paragonabili all’occupante nazista in Italia. Quei palestinesi che si ribellano nei territori occupati sono paragonati alla resistenza italiana e ai partigiani. Tutto questo non ha un fondamento storico, questo non vuol dire che io non voglia che in Israele sorga un giorno la pace per uno Stato palestinese democratico accanto ad uno stato israeliano. Io mi sono illuso che il progetto di Rabin e Peres potesse andare avanti, così come gli accordi di Oslo. Mi sono illuso perché poi son successe cose terribili, tra cui l’assassinio per mano ebraica di Rabin e molte altre cose che abbiamo scoperto di Arafat, che a quell’epoca stipulò con Rabin gli accordi di Oslo. Questo non permette di scrivere cose inenarrabili ed ingiustificabili o di paragonare Israele ai nazisti per una miriade di cose che possiamo raccontare: la prima è che Israele sorge per un voto dell’Onu che Israele accettò mentre il mondo arabo no e da lì è cominciato un conflitto. Se il mondo arabo avesse accettato questa presenza ebraica che è continuativa e che l’Onu e le nazioni del mondo sancivano come possibile coesistente di un’altra nazione arabo-palestinese, in quel caso, tutto ciò non sarebbe successo. Poi ci sono stati i territori occupati, la guerra del ’67 ed un’oggettiva necessità di risolvere la condizione esistenziale e nazionale del popolo palestinese. Il popolo palestinese, così come quello ebraico, non è un’unica cosa. C’è Hamas che ha uno statuto nel quale si espongono teorie sterminazioniste nei confronti degli ebrei nel mondo e si dichiara che la Humma non potrà mai essere divisa perché altrimenti si infrangerebbe la legge coranica. Hamas è stato sicuramente finanziato da coloro che vogliono la distruzione dello stato d’Israele: l’Iran. Quello che un tempo era un conflitto solamente territoriale, su come dividere il territorio, i territori occupati, dove far sorgere uno stato palestinese, come difendere la sicurezza di quello d’Israele, oggi non lo è più. L’Iran non ha nessuna rivendicazione territoriale nei confronti dello stato d’Israele, è uno stato che vuole l’eliminazione dello stato d’Israele e degli ebrei che vivono lì. L’Iran finanzia Hezbollah nel sud del Libano, che ha lo stesso proposito, la distruzione dello stato ebraico, e che non ha alcuna rivendicazione territoriale. I palestinesi di Hamas che ricordo vivono in una striscia in condizioni sociali e umane disperate, sono un’organizzazione politica che, dopo il massacro degli esponenti di Fatah durante le elezioni che fecero vincere Hamas, ha preso il potere nella striscia, utilizzando il denaro che viene dall’estero non per asili e ospedali, ma per costruire tunnel per far penetrare in Israele i terroristi. La storia va raccontata tutta, io mi batterò sempre per la coesistenza tra due stati, per due popoli, in quella terra, ma non accetterò mai che la storia venga travisata. Quando il governo d’Israele fa cose che io non condivido, lo dico, quando i palestinesi si comportano da terroristi e uccidono i civili, io lo dico.

Un esempio di questa mistificazione possiamo rintracciarla in alcuni media: “Ministra Israele, pena di morte per l’assassino della figlia di un rabbino”,“Israele, la ministra della Giustizia: ‘Pena di morte per il palestinese che ha ucciso la ragazza ebrea”. Secondo lei sono corretti questi titoli?
No. Non so cosa ci sia nell’articolo o in un precedente titolo, ma leggete i miei post, io sono intervenuto più volte per dire come la storia qui viene raccontata, anche di fatti complessi, credo di averne parlato l’ultima volta per gli incendi causati dalle mongolfiere e gli aquiloni dei palestinesi che hanno distrutto molti ettari di coltivazioni. La storia va raccontata tutta. Io ho detto che ho cognizione di quanto sia terribile la vita a Gaza, ma devi raccontare che un Generale israeliano di nome Sharon, poi diventato Primo Ministro, ha deciso di far uscire tutti i civili e le presenza militari israeliane. Gli israeliani non ci sono. Mi si risponde che però viene controllato il confine. Sì, c’è un confine tra un’identità nazionale, quella di Gaza, e lo stato d’Israele. Israele deve difendersi. Ci sono delle cose che Israele ha fatto che esulano dal comportamento corretto di un esercito, è possibile, io non sono per assolvere nessuno. Per esempio Gaza ha un altro confine con l’Egitto. Quando quel confine non funziona, nessun giornale ne scrive. Quando cibo, medicinali, aiuti o scambi economici non funzionano nel confine con l’Egitto, che è un paese che oggi, al contrario di anni fa, combatte i Fratelli Musulmani, quindi la componente islamista dell’Egitto, che ha una connessione ideologica storica con il movimento di Hamas, qui dentro non si scrive. Io sono per raccontarla tutta la storia, quando l’operazione Piombo Fuso, il conflitto più grande che c’è stato tra Israele e Gaza, provocò morti civili copiosi tra i palestinesi, io lo dissi. Per me i bambini palestinesi morti sono come i bambini israeliani morti. Non ammetto differenze in questo. Se tu racconti dell’azione militare israeliana a Gaza devi raccontare anche delle migliaia di missili palestinesi piovuti sulle comunità residenziali israeliane. Io sono stato a vederle con un viaggio parlamentare tanti anni fa, li ho visti i missili ficcati sui tetti degli asili israeliani. Certo gli israeliani hanno sviluppato un sistema di allarme di sicurezza che ha permesso in questi anni un numero limitato di vittime, ma non vuol dire che puoi raccontare solamente della reazione israeliana. Che cosa farebbe qualsiasi altro paese, membro dell’Onu, se gli sparassero dei missili, che sono lì da vedere, sono giganti. Sono artigianali? Possono uccidere i civili residenti. Altro sarebbe se avessimo attacchi missilistici che vanno a segno solamente contro basi militari. Si tratterebbe di un conflitto. Sono a conoscenza del fatto che a Gaza sono stati utilizzati i civili a scudo delle operazioni militari palestinesi e della presenza di batterie di missili, ma non toglie che io pianga sempre le vittime civili. I civili non hanno la responsabilità che hanno i militari o i paramilitari. Penso e l’ho scritto più volte che la stampa italiana, la radiotelevisione pubblica, non abbia affatto sempre una modalità di cronaca equilibrata nei confronti di Israele.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 Febbraio 2019
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HaTikwà (N.Greppi) – Nell’ultimo decennio il cinema israeliano ha assistito a un considerevole aumento di produzioni di film legati a un genere che, fino ad oggi, non era mai stato molto presente nello Stato Ebraico: gli horror. A testimoniare l’importanza che questo genere di film sta cominciando ad avere in Israele, il quotidiano Haaretz gli ha dedicato un lungo approfondimento.

Tutto è iniziato con Kalevet, un film del 2010 diretto da Aharon Keshales e Navot Papushado. Tre anni dopo, i due salirono alla ribalta a livello internazionale con Big Bad Wolves, che fu definito dal regista americano Quentin Tarantinoil miglior film uscito nel 2013” (quest’ultimo tra l’altro si è sposato a novembre con una cantante israeliana, Daniella Pick, NdR). Big Bad Wolves parla di un professore accusato di violentare e uccidere ragazzine che viene sequestrato dal padre di una delle vittime che, in cerca di vendetta, lo sottopone a ogni genere di tortura per farlo confessare.

Un aspetto importante che viene messo in luce dall’articolo di Haaretz sta nel fatto che molti film horror israeliani sono legati all’esercito: per la precisione, 6 degli 11 film horror usciti in Israele negli ultimi dieci anni sono ambientati in contesti militari. Ad esempio, Basar Totahim è un horror del 2013 diretto da Eitan Gafny, che parla di un gruppo di soldati inviati in Libano per una missione che si imbattono in un esercito di zombie. Sempre di zombie parla Muralim, un corto di Didi Lubetzky uscito anch’esso nel 2013 che parla di un giovane militare che deve trascorrere la sera di Pesach a lavorare in una base militare; a un certo punto, viene coinvolto in una feroce lotta per la sopravvivenza dopo che il grosso delle truppe d’elite presenti nella base sono state trasformate in morti viventi.

Intervistato da Haaretz, lo storico del cinema Ido Rosen ha ipotizzato che questa ascesa degli horror con un’ambientazione militare sia dovuta al fatto che in questi film si cerca di rielaborare i timori e le preoccupazioni vissute da soldati: “Coprire l’argomento con la ‘fantascienza’ e altri generi presumibilmente ‘d’evasione’ gli permette di tirare fuori il senso di paura, per affrontare la morte e le ferite di guerra“. A pensarla così è anche il regista Lubetzky: “Mi piace prendere un genere che è molto americano, con le sue regole e convenzioni, inserirlo qui e vedere come gli israeliani reagiscono alla situazione. Molti film horror americani sono ambientati nel college, dove ha luogo l’esperienza formativa per molti americani. Quindi per me è stato logico prendere questo stile e trasferirlo nell’IDF.”

L’articolo di Haaretz non è certo il primo che si occupa degli horror israeliani: già nel maggio 2016 se n’era occupato un articolo della rivista ebraica milanese Mosaico, che faceva notare come questi film nello Stato Ebraico rispecchiavano in chiave surreale fatti di cronaca molto comuni: come Freak Out, commedia horror diretta da Boaz Armoni che parla di un soldato imbranato che si ritrova da solo in una basa a dover fronteggiare un gruppo di terroristi. “Mettiamo in scena i timori della cultura israeliana e della sua società”, dichiarò all’epoca Boaz Armoni. “Come il timore nei confronti degli Arabi, per esempio. Non abbiamo incentrato il film sul forte, eroico esercito. Si vuole raccontare solo della vicenda di un piccolo, codardo soldato in un posto pericoloso.” Ma ci sono stati anche casi di israeliani che si sono distinti in questo genere al di fuori del loro paese, e in particolare ad Hollywood: in questo senso, il più importante è sicuramente il regista Oren Peli, autore del film culto Paranormal Activity.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 Febbraio 2019
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HaTikwà (A.T.) – Da sempre in ogni posto del mondo ci sono ebrei disposti a sacrificare tempo e denaro per dedicarlo alla loro comunità sotto forma di volontariato. E’ lo spirito con cui tanti vengono cresciuti. Solitamente è una questione ereditaria: i genitori possono trasmetterti tante cose, tra le quali, cultura, morale e valori. La dedizione e la passione che ogni ebreo investe nel volontariato è il risultato degli insegnamenti assorbiti dalla famiglia e dalle vecchie generazioni.

Nonostante la natura dell’itnavdut, ci sono, per fortuna, anche delle eccezioni piacevoli e sorprendenti di ebrei volti al volontariato spontaneamente, senza alcuna influenza familiare o esterna. Questo, in prospettiva futura, ovvero la nascita di un nuovo ciclo di famiglie con mentalità da volontari, non può che riempirci il cuore di gioia. Non c’è felicità più grande della consapevolezza di essere d’aiuto al prossimo, facendo risparmiare dal bilancio comunitario una bella fetta di denaro, potendolo impiegare per altre necessità. Siamo giovani, uomini e donne impegnati mensilmente, settimanalmente o su chiamata, dal giorno alla notte, al servizio di qualsiasi istituzione ebraica. Ho visto amici partire da Roma di notte per andare a seppellire uomini e donne ebree in tutta Italia in accordo con l’halakhà; il giorno della morte dell’ex Capo Rabbino Toaff, ho visto uomini partire per Livorno, lasciare lavoro e famiglia per quasi 24 ore per onorare la Sua memoria.

Ho visto correligionari con disponibilità economica ristrutturare il giardino dell’asilo rendendolo un ambiente sicuro e felice; ho visto con i miei occhi genitori che non hanno mai dato Berachot ai figli durante i Moadim e figli che non ne hanno mai ricevute; ho visto medici ebrei lasciare il proprio lavoro per dedicarsi alla cura di altri correligionari; ho visto ragazzi salvare pezzi pregiati del Museo Ebraico di Roma durante una giornata dove il fiume Tevere faceva paura sul serio. Neve, pioggia, vento o sole, non c’è alcuna differenza: i volontari sono lì. Tutto questo è un patrimonio prezioso che dovrebbe essere salvaguardato con mille attenzioni e ringraziamenti affinché le prossime generazioni possano beneficiare della presenza di questi angeli. Ringrazio di cuore chi continuamente e costantemente dedica alle Comunità del tempo in maniera volontaria togliendolo dal proprio lavoro e dalla propria famiglia.

Nel lontano ’95, avevo solo 6 anni, vidi mio padre sparire da casa per una giornata e solamente al suo ritorno mi spiegò che lui e suoi amici erano partiti da Roma per Jesi, con lo scopo di supportare un giocatore di basket di religione ebraica che aveva subito, nel girone di andata, insulti antisemiti. Mi fece sentire orgoglioso di essere ebreo. Il giorno dopo andai a scuola con la stessa maglietta con cui mio papà era andato lì: aveva un Maghen David celeste stampato sopra, mi arrivava alle ginocchia, ma quel giorno capii che era nato qualcosa dentro di me.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI31 Gennaio 2019
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HaTikwa (R. Mieli) – Il caso venezuelano sta monopolizzando l’attenzione dei media internazionali per la sua particolarità. Dopo che nei primi giorni di gennaio il Presidente eletto Nicolás Maduro aveva prestato giuramento, l’opposizione è scesa in piazza per sfidarne la legittima carica, già messa in discussione dalle autorità internazionali. Il risultato dei tumulti è stata l’autoproclamazione di Juan Guaidó, che adesso è considerato il nuovo presidente ad interim. La crisi venezuelana è una questione politica e geopolitica di grande rilevanza, coinvolge gli interessi americani, che da sempre si oppongono alla legittimazione di governi filo-russi in Sud America per effetto della rinnovata Dottrina Monroe, quelli italiani, in quanto vi sono ad oggi circa 140 mila italiani residenti in Venezuela che stanno attraversando questa incredibile crisi socio-politica, e chiaramente quelli di Israele, che considera il Venezuela di Maduro uno dei più accaniti alleati dell’Iran e di Hezbollah. Ne discute con HaTikwà il direttore di Report Difesa, Luca Tatarelli, che ha seguito da Caracas le ultime elezioni in Venezuela e che può aiutarci a fare luce sulla disputa.

Come sono composti gli schieramenti e quali sono le motivazioni portate avanti da Guaidó e da Maduro?
La nomina di Guaidó è stata accolta positivamente dagli Stati Uniti e dagli alleati americani nella regione, come il leader del Brasile Bolsonaro e l’argentino Macri. Guaidó, presidente dell’Assemblea Nazionale, ha assunto la carica dell’esecutivo in virtù di un’interpretazione dell’articolo 233 della Costituzione venezuelana, la quale delega proprio a questa figura il ruolo di Presidente nel caso non esista un presidente eletto. Tuttavia, a maggio il leader Maduro era stato riconfermato dalle elezioni nazionali, e votato da una larga fetta della popolazione – nonostante l’opposizione nonché gli osservatori occidentali ne contestino la validità per brogli elettorali e violenze.

Perché Maduro è stato accusato di aver vinto tramite brogli elettorali?
Si è votato con un sistema elettronico, che ripercorre automaticamente i conteggi. In questo modo non si possono verificare le schede, come potrebbe eventualmente avvenire in Italia. L’accusa è quindi quella di aver interferito nel sistema informatico dell’infrastruttura elettorale, causando una vittoria di fatto illegittima. Il problema dei Cyber-attacchi è che l’attribuzione è praticamente impossibile, quindi non ci sono prove della responsabilità di queste infiltrazioni, di conseguenza Maduro non è colpevole di fatto. Maduro è accusato inoltre di violare sistematicamente i diritti umani e i principi democratici. Oltretutto gli si attribuisce la responsabilità di aver mandato in default il paese e di aver affamato la popolazione.

Come è stata la sua esperienza a Caracas durante le elezioni, quali sono state le impressioni?
Come Report Difesa abbiamo partecipato alle riunioni del Consiglio Nazionale Elettorale, il quale ha il compito che le campagne elettorali, nonché la fase di voto e conteggio, siano portate avanti nel rispetto delle leggi nazionali. Abbiamo partecipato come osservatori internazionali, e insieme a noi c’erano diversi esponenti dei partiti di sinistra europei e italiani. Presente anche la Bolivia, l’Ecuador e una delegazione siriana, nonché diversi paesi dell’Unione Africana. Visitando i vari seggi abbiamo avuto modo di parlare con gli elettori, i rappresentanti di lista, i presidenti di seggio, e anche gli uomini della sicurezza. La mia impressione è stata quella di una grande affluenza a sostegno di Maduro.

La popolazione sostiene quindi un dittatore?
Per gli europei è difficile capire come funziona la leadership sudamericana, perché viviamo in un contesto diverso e dunque facciamo fatica a capire alcune questioni. Nei periodi di crisi, storicamente, i paesi del Sud America hanno sempre desiderato al potere leader politici forti militarmente e con un grande carisma. L’idea dell’uomo forte è presente nella cultura dei ceti sociali bassi, quindi della grande maggioranza. Ovviamente il “leader” forte va a contrastare l’esigenza statunitense di controllare il mercato petrolifero nell’area e il fatto che Maduro abbia fatto degli accordi con russi, cinesi e turchi non è stato gradito a Washington. In sostanza, l’America Latina è considerata “Il giardino di casa” degli Stati Uniti, e dalla Dottrina Monroe non si scappa.

Come si evolverà lo scenario?
Mentre lo schieramento di Guaidó (che comprende tutti i più vicini alleati degli Stati Uniti e tutti coloro che hanno interesse a prendere una posizione anti-russa, quindi anche Germania e Canada) si appella all’illegittimità delle elezioni a causa di questi presunti brogli elettorali, Mosca e Pechino hanno preso una posizione netta a favore di Maduro, i quali credono che la crisi sia scatenata dall’ingerenza americana negli affari sudamericani. Ora, lo scenario si potrà evolvere in diversi modi, potrebbe esserci una guerra civile in virtù delle disastrose condizioni in cui versa la popolazione, si potrebbe pensare ad un futuro intervento delle Nazioni Unite oppure gli Stati Uniti potrebbero convincere Brasile e Colombia ad intervenire militarmente a favore di Guaidó, e in quel caso ci aspettiamo che la Russia e la Cina sostengano anche militarmente Maduro. La migliore opzione, secondo me, è quella che è stata già avallata da Maduro, ovvero un accordo tra lui e le forze di opposizione. Israele dopo un primo momento di indecisione nel timore di ripercussioni verso la numerosa comunità ebraica in Venezuela – nonché del dialogo più o meno velato con il Cremlino – ha riconosciuto la legittimità della nuova leadership, mentre Hamas ed Hezbollah hanno emesso due comunicati a favore della posizione di Maduro.

Che legami ci sono tra la crisi del Venezuela e il Medio Oriente?
La Siria, Iran e Hezbollah hanno un rapporto privilegiato con il Venezuela. I primi due contano diversi accordi economici con Caracas di carattere industriale, agricolo, commerciale, energetico e scientifico-tecnologico. Presentano accordi militari da centinaia di milioni di dollari, e senza dubbio questa relazione rappresenta una minaccia per gli Stati Uniti, che si ritrova una “base” filo-iraniana nel “giardino di casa”. Oltre a questo, il Governo del Venezuela ha una relazione di lunga data con Hezbollah, relazioni che coinvolgono il traffico di droga che raggiunge non solo il Medio Oriente ma anche gli Stati Uniti. Alcune analisi sostengono addirittura che i proventi del Drug Trade tra Hezbollah e Venezuela (con Chavez) siano stati utili a sostenere l’Iran durante il periodo delle sanzioni statunitensi, un sostegno che secondo Israele ha permesso all’Iran di continuare a sviluppare il proprio programma nucleare. In tal senso, la posizione di Israele è coerente con quella americana, anche se così si rischia di abbattere un governo che, fino a prova contraria, è stato liberamente eletto dalla popolazione Venezuelana.


Rebecca Mieli é analista di politica internazionale e sicurezza globale. collabora con diversi think thank in Italia, Israele e Stati Uniti occupandosi di deterrenza nucleare, rischio CBRN, terrorismo e geopolitica del Medio Oriente, con un focus sul conflitto proxy tra Israele e Iran.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 Gennaio 2019
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HaTikwa (D.Zebuloni) – In mezzo a tutto il baccano, a quel brusio insopportabile al quale ci siamo abituati (o forse rassegnati), la voce di Elena Loewenthal è un faro di luce e verità. Una voce cosciente, che non cade mai nella retorica. Una voce fuori dal coro, ma non perché stonata. Giornalista, scrittrice, docente universitaria: i titoli di Elena sono numerosi ed importanti, ma è la sua identità da traduttrice che ci porta a ricordare l’amicizia avuta con Amos Oz, scomparso lo scorso 28 Dicembre all’età di 79 anni. Le sue parole:

Trovo doveroso cominciare questa intervista con un ricordo ad Amos Oz. C’è un momento che ti lega particolarmente a lui? Un aneddoto che ci puoi raccontare?
Di momenti particolari ce ne sono tanti, perché sono vent’anni che lo accompagno nelle traduzioni italiane. Ci sono tanti altri autori, ma con lui si era stabilita un’amicizia e un affetto veramente unici, tali per cui ogni esperienza di traduzione è stata particolare a suo modo. Soprattutto tutti gli incontri che ho avuto con lui, sia in Israele che in Italia, mi hanno lasciato un qualcosa di particolare in termini di riflessioni ed emozioni.

Quali sono state le difficoltà maggiori che hai incontrato traducendo i suoi testi?
Io sostengo che i libri belli siano molto più facili da tradurre dei libri brutti. Nel caso di Amos Oz tutto questo vale mille volte, perché i suoi libri sono tutti straordinari. Tradurre i suoi libri è sempre stato un qualcosa di intimo e spontaneo al tempo stesso. Le sue parole nel testo ebraico scorrono con una limpidezza unica, e per la traduzione questo è un gran dono.

C’è un libro di Oz che ti piace più degli altri?
Ogni libro mi ispira un rapporto diverso, un amore diverso. Certamente “Una storia di amore e di tenebra” è stata e resta per me l’avventura di traduzione più esaltante e complessa che io abbia mai avuto, perché la Feltrinelli voleva che la traduzione italiana fosse la prima in assoluto ad essere pubblicata. E così è stato. Ho lavorato sul dattiloscritto con le sue note scritte a mano e questo ha fatto sì che la versione uscita poi in ebraico fosse un po’ diversa. C’è addirittura un brano che io non ho avuto e che poi si è deciso di non inserire nemmeno nelle tantissime ristampe successive. Certamente questa totale immersione nel suo libro, nella sua vita, nella tragedia di sua madre mi hanno coinvolto in un modo indimenticabile.

Immagino che le sue opere abbiano influenzato non soltanto la Elena traduttrice, ma anche la Elena scrittrice. In che modo?
Oltre ai libri di Amos Oz, il lavoro di traduzione è di per sé una manna per la scrittura. Questo corpo a corpo con il testo ti permette di esplorare i lessico, la morfologia, la sintassi della frase in cui nulla ti può sfuggire. Questo appunto aiuta tantissimo nella scrittura in sé, nella ricerca di quella chiarezza, di quella precisione di cui la lingua scritta avrebbe sempre bisogno.

Esiste un momento preciso in cui hai capito di voler diventare scrittrice? Un attimo su cui puoi puntare il dito e dire: “ecco, lì tutto ha avuto inizio”?
Ho sempre amato molto scrivere, sin dalle elementari. I temi, i pensierini mi piacevano molto. Poi ad una certa età ho scoperto di essere in difetto, perché i miei compagni di classe del liceo non andavano in contro al tema con lo stesso entusiasmo con cui andavo in contro io. La giornata in cui c’era il tema o la traduzione dal greco o dal latino era una giornata in cui andavo a scuola più volentieri che mai, perché oltre all’impegno c’era sempre una dose di divertimento.

Hai scritto decine e decine di libri, qual è la tua maggior fonte d’ispirazione?
L’ispirazione è un qualcosa che riguarda la vita. Qualcosa che senti, che vedi, che ricordi. Credi di inventare, ma invece si tratta principalmente di ricordi. Le letture, le parole. Tutto è ispirazione. Per me qualunque esperienza è stata così, l’ultima fra tutte la morte di mio marito. Ho sentito la necessità di scrivere per capire, non il mistero della morte e della sofferenza ovviamente, ma più semplicemente quello che mi stava succedendo nella testa e nel cuore.

Possiamo allora affermare che ogni libro è un po’ autobiografico? Che ogni tuo libro porta dentro un pezzetto di te?
Questo no, non esattamente. “Lo specchio coperto”, di cui ti parlavo, in qualche misura lo è, ma cerco sempre di raccontare qualcosa che io possa condividere poi con il lettore. Non si tratta di parlare di me, si tratta di parlare di ciò che la vita mi porta a desiderare di raccontare.

C’è un libro, tra quelli che hai scritto, a cui sono particolarmente legato. Un libro che personalmente reputo debba diventare una lettura obbligatoria in tutte le scuole d’Italia. Parlo di “Contro il giorno della memoria”. Ricordo che più che un libro, ebbi la sensazione di leggere un lungo sfogo. Cos’hai provato scrivendolo?
Quel libro, il cui titolo è provocatorio ma efficace, nasce da una collaborazione che, a suo tempo, avevo avuto con il deputato Furio Colombo a favore del progetto di legge che ha portato poi all’istituzione della Giornata della Memoria. Negli ultimi anni tuttavia avevo cominciato a sentire un po’ di disagio quando venivo chiamata a parlare dell’argomento, così avevo deciso di cominciare a declinare questi inviti. Innanzitutto perché si tratta di una giornata che per me costa una grande sofferenza, ma poi perché sentivo emergere sempre più questa retorica sul ricordo che nasce da una considerazione fondamentalmente sbagliata. Mi spiego. Il Giorno della Memoria dovrebbe essere quel giorno in cui l’Europa e l’Italia ricordano la storia, la propria storia. Tuttavia negli ultimi anni stava diventando sempre più un atto di omaggio agli ebrei morti e non un’assunzione di responsabilità. Ecco il perché del mio rifiuto. Lo scopo di questa giornata doveva essere un altro. Penso che questa sia anche la causa degli atti di vandalismo anti-ebraico e di insulti sui social che puntualmente aumentano intorno al Giorno della Memoria. Questo libro, più che uno sfogo, è il risultato di una riflessione che mi ha portato a capire che c’è qualcosa che non funziona in questo rituale collettivo.

Il libro è stato pubblicato nel 2014. Reputi che qualcosa sia cambiato da allora?
Un po’ di dibattito c’è stato in questi ultimi anni, forse anche in seguito alla pubblicazione del mio libro, che sul momento ha destato molto scalpore. Ricordo che i giorni in cui il libro uscì fui molto discussa ed evocata. Poi questi ultimi due anni sono stata in Israele come addetto culturale dell’Ambasciata italiana, quindi ho un po’ perso la percezione.

Immagino che Israele la conoscessi già molto bene, come definiresti invece la tua esperienza nell’Ambasciata italiana?
Sì, Israele la conosco molto bene, il lavoro e la famiglia mi ci hanno sempre portata. L’esperienza in ambasciata invece è stata molto bella perché mi ha aperto le porte su mondi a me totalmente sconosciuti fino a quel momento. Mi ha permesso di imparare un sacco di cose, che alla mia età è un privilegio raro.

Un’ultima domanda Elena. HaTikwa è un giornale di giovani che parla ai giovani. C’è un qualche messaggio che reputi importante e che vorresti trasmettere alla nuova generazione ebraica italiana?
I messaggi sono sempre un po’ vacui. Vorrei invitare i ragazzi a non arrendersi mai di fronte a quelle realtà che ci sembrano nere o bianche. Di cercare sempre la complessità. C’è sempre qualche sfumatura che chiede l’interrogazione. D’altronde la nostra tradizione lavora da sempre sulla complessità, non si arrende mai al significato univoco. Cerca sempre il significato tra le righe, dentro le righe e negli spazi bianchi. Questo è un esercizio fondamentale, di coscienza e di emozioni. Ecco, cercate sempre la complessità.