Shoah

Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 Maggio 2019
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HaTikwa (N. Greppi) – Charlotte Salomon aveva solo 26 anni quando morì ad Auschwitz. Ma prima di essere deportata, questa giovane pittrice ebrea tedesca riuscì a consegnare a un amico tutti i suoi lavori, che in seguito vennero raccolti nell’opera Vità? O Teatro?, che dopo la morte la rese famosa in tutto il mondo. Sulla sua vita è uscita a gennaio la graphic novel Charlotte Salomon. I colori dell’anima, pubblicata da Beccogiallo. Gli autori dell’opera, la sceneggiatrice Ilaria Ferramosca e il disegnatore Gian Marco De Francisco, hanno gentilmente concesso un’intervista ad HaTikwa.

 

Come è nata l’idea del progetto?

Ferramosca: È nata nel 2013 da una chiacchierata con un’amica operatrice culturale, che conosceva bene la storia di Charlotte Salomon. La sua enfasi, la sua passione nel raccontarmela, me ne fecero innamorare; tanto più che la storia di Charlotte è ancora viva e attuale, ai nostri tempi più che mai: il clima in cui ci ritroviamo a livello internazionale, sta riproponendo semi di odio e inciviltà sempre più frequenti e credo che ci voglia un soffio a tornare indietro di ottant’anni, benché si cerchi di negare e sottovalutare il problema sotto le sue varie sfaccettature (sia antisemite che razziali in genere). C’è una frase di Paulina, la seconda madre di Charlotte, pronunciata nel fumetto e tratta dai suoi guazzi, che dice: “In una società civile come la nostra, certe forme d’odio sono inaccettabili da tutti, per cui un movimento come questo (quello nazionalsocialista) è destinato a spegnersi”. Un’affermazione che mi ha molto colpita, perché la società di allora era già considerata progredita, esattamente come la nostra, eppure intolleranza e avversione presero il sopravvento. Determinate manifestazioni non vanno mai minimizzate, neanche oggi siamo esenti da un possibile regresso.

De Francisco: Il progetto ha visto un’interlocuzione tra me, Ilaria e la casa editrice. Dovevamo proporre qualcosa di respiro internazionale, e tra le varie opzioni lei ha proposto questa storia che per la sua potenza ci ha colpito profondamente.

 

Tra il documentarsi sulla vita della Salomon, la stesura della sceneggiatura e i disegni quanto tempo è occorso prima che l’opera fosse conclusa?

Ferramosca: Circa un anno e mezzo.

De Francisco: Per i disegni 8-9 mesi, perché oltre alla documentazione storica della sceneggiatrice era importante anche che io mi facessi una documentazione visiva.

 

Durante il lavoro vi siete scambiati consigli oppure ognuno ha lavorato in autonomia?

Ferramosca: Un fumetto vive di due anime: la sceneggiatura e il disegno, che hanno necessità l’una dell’altra e non possono rimanere distinte, diversamente il fumetto non esisterebbe, sarebbe solo illustrazione o, di contro, narrativa scritta. Per questo motivo l’interazione tra sceneggiatore e disegnatore avviene con regolarità; nel nostro caso, prima che Gian Marco iniziasse a lavorare sulle tavole, ci siamo incontrati più volte per analizzare la sceneggiatura. In seguito abbiamo avuto scambi di email con tavole in allegato, magari per rendere più enfatica la recitazione dei personaggi in alcune vignette, o chiarire eventuali dubbi e gestire piccole incongruenze grafiche che, a volte, possono verificarsi sulle tavole.

De Francisco: Ormai noi siamo una coppia lavorativa già da molti anni, e quando la sceneggiatura è terminata Ilaria mi ha lasciato molta libertà.

 

C’è un episodio particolare della vita di Charlotte Salomon che vi ha particolarmente colpiti? Se si, quale?

Ferramosca: Non uno in particolare, mi ha colpita la grande forza di volontà, la sua determinazione (che tra le tante cose l’ha portata a essere l’unica studentessa ebrea ammessa in accademia, in quel periodo), la sua voglia di vita nonostante fosse circondata da una catena di lutti familiari e dall’orrore della guerra. Quella di Charlotte è anche una storia di depressione, quel male oscuro che è un altro degli aspetti che la rendono attuale, e ci dimostra che una grande passione, come quella per l’arte, può costituire una valida terapia per venirne fuori.

De Francisco: essendo padre, mi ha colpito la leggerezza con cui la figlia crede alla madre quando questa le dice che andrà in cielo, e quando i parenti sono in lutto lei li rimbrotta pensando che la madre sia diventata un angelo.

 

Due anni fa BeccoGiallo ha pubblicato una graphic novel su Primo Levi; avete avuto dei modelli di riferimento, tipo altri fumetti legati alla Shoah?

Ferramosca: Quando si parla di fumetti sulla Shoah è inevitabile pensare a “Maus” di Spiegelman, primo punto di riferimento, ma grazie alla nostra prefatrice, Claudia Bourdin, ho scoperto che ne esisteva uno precedente, edito solo in Francia: “La bête est morte”. Senza contare che l’intera opera di Charlotte, “Vita? O teatro?” è realizzata come fosse un graphic novel: i guazzi sono in sequenza temporale e raccontano tutta la storia della sua vita. Inoltre alcune tavole contengono più momenti (quasi fossero vignette senza griglia) e figure in movimento, simili a dei piani sequenza; spesso, inoltre, ci sono testi inseriti. Già questo, quindi, era un modello di riferimento diretto, ma altri sono giunti, senza dubbio, dalla narrativa e dalla cinematografia, ricche di moltissime opere di enorme bellezza, nonostante descrivano un orrore di vaste dimensioni.

De Francisco: sapevamo di altri prodotti di BeccoGiallo, ma io non ho attinto a nulla per non farmi influenzare. Mi sono concentrato sulla produzione della Salomon.

 

Secondo voi oggi in Italia la Shoah viene trattata con più o meno serietà rispetto al passato?

Ferramosca: Viene trattata con più attenzione a livello mediatico e voglio sperare che questo porti a una sincera presa di consapevolezza, non a una sorta di obbligo passivo verso una ricorrenza prefissata. Nelle scuole in cui abbiamo presentato finora il libro, per esempio, abbiamo sì riscontrato serietà, ma in alcuni casi anche superficialità; inoltre siamo consci dei numerosi episodi di antisemitismo, in Italia come anche in Francia, segno che forse a livello culturale c’è ancora molto da fare.

De Francisco: certamente c’è più sensibilità oggi rispetto a quando io ero ragazzino (ha 43 anni, ndr), quando ero al liceo si parlava a stento della Seconda Guerra Mondiale, oggi i docenti sono più preparati. Di contro noto spesso nei ragazzi, quando presentiamo il libro, che sono molto più distratti e pieni di input. Per arrivare a loro, quando lo presentiamo cerchiamo di non parlare di masse e stermini, quanto della vita dei singoli individui, per coinvolgerli emotivamente.

 

Per concludere, un consiglio che vorreste dare a chi vorrebbe fare il fumettista?

Ferramosca: Munirsi di grande, enorme, pazienza! Per fare questo mestiere bisogna innanzitutto studiare molto, documentarsi in continuazione, “aprirsi alle storie” e approfondirle in diversi modi. Poi, nonostante questa sia già una fase complessa (parlo dal punto di vista dello sceneggiatore), ne arriva una che lo è altrettanto e cioè i contatti con gli editori. Non è semplice, non basta inviare un progetto, né recarsi alle fiere; esistono delle prassi da seguire in fiera e diverse modalità d’invio dei progetti in relazione alle varie politiche editoriali. Non è così facile farsi ascoltare e attrarre l’attenzione degli editori dinanzi alle numerose proposte dei colleghi, specie agli inizi. La classica gavetta da fare c’è ovunque, per cui: coraggio e determinazione e rialzarsi sempre, specie dinanzi alle porte sbattute in faccia.

De Francisco: leggere. Leggere tanto, e non solo fumetti, e disegnare molto. Molti vogliono produrre senza leggere i grandi maestri, e invece è necessario per avere dei punti di riferimento.

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 Marzo 2019
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HaTikwà (D.Zebuloni) – A presentarci è stata un’amica d’eccezione: la Senatrice a Vita, Liliana Segre. “Devi assolutamente conoscerla”, mi ha detto. “Ha un sorriso bellissimo”. E così è stato. Incontro Talia Bidussa, ex Presidente Ugei, al Memoriale della Shoah di Milano. Mi aggrego ad un gruppo di liceali guidato dalla stessa Talia e la sento raccontare: “La consapevolezza con cui uscirete da questo posto, nasce proprio dal fatto di vivere il luogo in cui sono avvenuti i fatti di cui parliamo. La vostra consapevolezza nasce dalle sensazioni che avvertirete. Ad esempio, tra un po’ sentirete il rumore di un treno che passa sopra di noi. Questo è esattamente il suono che sentivano i deportati prima di partire. Sentirete anche freddo, che è lo stesso freddo che sentivano i deportati. Avvertirete un senso di vuoto, che è l’esatto senso di vuoto che avvertivano i deportati. Questa è la differenza tra un museo ed un memoriale: la protagonista è la vostra sensazione; non le date, non i concetti”.

I ragazzi ascoltano in silenzio, cominciano a cogliere l’importanza storica del luogo in cui si trovano. Ad accoglierli all’ingresso vi è la celebre parete di cemento con sopra incisa la parola INDIFFERENZA, così fortemente voluta da Liliana Segre. “Perché non razzismo? Perché non guerra? Perché non uguaglianza?”, chiede Talia ai giovani visitatori. “L’indifferenza è il male vero da combattere, perché è ciò che permette di agire in maniera indisturbata. Anche oggi, pensate a quante morti noi ignoriamo, quante tragedie facciamo finta di non vedere. Di chi è la colpa? Solo di chi sta effettivamente mettendo in pratica la tragedia o è anche colpa nostra, che non facciamo nulla per evitarla? Ecco che l’indifferenza diventa la chiave a quello che è il percorso del Memoriale”. La visita prosegue. I ragazzi si lasciano accompagnare da Talia passo per passo, nella storia. Osservano affascinati, scattano qualche fotografia. “Questi vagoni sono un luogo non luogo”, spiega Talia. “Questa è la terra di mezzo, è già il campo ma al tempo stesso c’è ancora la speranza che il campo non sia quello che si dimostrerà essere. Questo stadio di incertezza contribuisce al panico generale. Questi vagoni sono parte del processo di distruzione di identità e di eliminazione dei più deboli”. La visita fa capolinea davanti ad una grande parete spoglia sulla quale vi sono proiettati i nomi dei deportati di quel primo convoglio partito dal binario 21. “Vi lancio una sfida”, conclude Talia. “Provate a scegliere un nome che non c’entri nulla con la vostra famiglia o con la famiglia di un amico. Un nome a voi sconosciuto. Ecco, scegliete un nome e provate a cercare la sua storia online. Provate ad immaginare quale fosse la sua vita, ancor più che la sua morte, immaginate com’è stata la sua vita”. I ragazzi la salutano, la ringraziano, le pongono le ultime domande. Io, invece, continuo a conversare con Talia nel suo ufficio.

Comincio complimentandomi per la visita, i ragazzi pendevano dalle tue labbra e non ho visto nemmeno un telefonino circolare. Oltre a guidare queste visite, qual è il tuo ruolo all’interno del Memoriale?
Io mi occupo della parte operativa, ovvero di tutto ciò che riguarda la realizzazione pratica di eventi, mostre e progetti culturali. Progetti per altro che sono stati richiesti dalla Fondazione Memoriale della Shoah, anche in seguito alla promessa di nuovi fondi da parte del Ministero. La Fondazione si è accorta di essere molto forte con gli studenti e con le scuole e ha deciso di potenziare il focus sul pubblico adulto. Io lavoro molto con Marco Vigevani che è un agente letterario che volontariamente si è prestato a dirigere la parte degli eventi e delle mostre insieme a Daniela Di Veroli, che è la coordinatrice del Memoriale.

Come nascono i vostri progetti?
Nel caso della rassegna “Premesso che non sono razzista”, inizialmente ci siamo posti la domanda: “Qual è il ruolo del Memoriale?”. Abbiamo capito che questo è un luogo in cui riflettere sul pregiudizio, su quelle cause che portano al verificarsi di situazioni simili. Nella prima parte abbiamo avuto una serie di incontri più psicologici, storici e filosofici in cui si andava ad analizzare che cos’è il pregiudizio. La seconda parte invece è più attualizzante, in quanto ci concentriamo più su quella che è la lingua, cercando di riconoscere quelle parole che pur sembrando innocenti in realtà nascondono dietro una storia di risentimento e sospetto.

Quindi uno degli obbiettivi del Memoriale è quello di attualizzare la storia e la memoria…
Sì, uno dei nostri focus è il presente ed il futuro. Il ricordo e la rielaborazione del ricordo. Ci chiediamo cosa oggi va evitato affinché non si attui un processo simile, sotto alcuni aspetti, a quello che è stato.

Ed i feedback come sono?
Molto positivi. Anche perché piano piano il Memoriale sta diventando un centro di cultura. Viviamo in una città che offre moltissime opportunità, quindi il fatto di affermarci sempre più come tale ci dà la misura di quanto sia efficace l’operato.

Prima sentivo che spiegavi ai ragazzi la differenza tra museo e memoriale. Puoi accennarmi ancora qualche parola?
L’idea è che il Memoriale è un contenitore, inteso come spazio che puoi riempire, ma è anche il contenuto stesso. Le sensazioni che questo luogo ti trasmette, i suoni che senti al suo interno, sono parte del contenuto. Inoltre, nel Memoriale il ricordo ha una funzione sociale. Non è solo il ricordo fine a se stesso, ma ha anche la funzione di farti prendere consapevolezza sul tuo ruolo sociale. Come hai potuto vedere, quando parliamo di indifferenza parliamo del ’38 e parliamo di oggi. Cosa io oggi faccio che mi rende indifferente nei confronti di una sofferenza altrui? Di una discriminazione altrui, di un’ingiustizia? Le conseguenze dell’indifferenza non finiscono nel momento in cui finisce l’ingiustizia, ma vanno avanti tutta la vita. Liliana spesso parla di quanto lei abbia continuato a soffrire anche negli anni successivi alla guerra.

Sono trascorsi diversi anni dalla mia ultima visita al Memoriale e, come spesso mi capita, mi sono perso tra le vie di Milano prima di riuscire a trovare la meta. La grande sorpresa è stata che alla domanda “Mi scusi, saprebbe indicarmi dove si trova il Memoriale della Shoah?”, in molti hanno saputo darmi una risposta. Sono stato solo fortunato o i milanesi stanno davvero imparando a conoscere questo luogo?
C’è ancora un po’ di lavoro da fare, però l’anno scorso la Fondazione ha cercato di coinvolgere quante più ali di interesse. Per esempio hanno organizzato una visita per duecento tassisti, appunto perché non sapevano dove di trovasse il Memoriale. Adesso stiamo pensando ad una campagna pubblicitaria per fare il passo successivo e fare in modo che tutti i cittadini conoscano il luogo.

E quali sono i vostri progetti futuri? Ho notato che ci sono aree del Memoriale ancora in allestimento…
Sì, mancano ancora la biblioteca, l’aula studio, la Agorà e la sala multimediale, che è quasi ultimata.

Immagino che il lavoro al Memoriale preveda anche incontri molto toccanti, c’è un episodio che ricordi con particolare emozione?
Di momenti toccanti ce ne sono moltissimi, specialmente quando arrivano in visita delle persone che hanno una storia famigliare legata alla deportazione. Mi interessa molto sentire i loro racconti e vedere il legame che creano con il luogo. Sono sempre molto contenta quando, durante le visite, emergono i pregiudizi. Per esempio quando ho chiesto prima ai ragazzi cosa sapessero sugli ebrei hanno risposto “sono ricchi”. Paradossalmente questo mi fa particolarmente piacere perché significa che si sentono abbastanza a loro agio da poter dire ciò che probabilmente tutti pensano ma nessuno dice, e poi perché mi dà l’opportunità di andare alla radice del pregiudizio e distruggerlo.

Si tratta di episodi sporadici o è un fenomeno che si manifesta con frequenza?
Succede quasi sempre. Non parlo di frasi dette con un intento negativo. A volte pensano di fare un complimento dicendo “ce l’avevano con gli ebrei per invidia perché erano ricchi”.

Succede solo con i giovani o anche gli adulti sanno rendersi così trasparenti?
Gli adulti sono un po’ più consapevoli, ma spesso svelano anche loro gli stessi preconcetti. I visitatori conoscono solo l’ebreo della Shoah o conoscono anche l’ebreo di oggi? Tendenzialmente cerco di non toccare troppo l’argomento perché ciò che più mi preme è riconoscere quelli che sono gli schemi mentali e comportamentali che si ripetono. Però comincio sempre le visite chiedendo ai ragazzi se sanno quanti ebrei ci sono oggi in Italia e scopro ogni volta che i numeri vengono sempre gonfiati nelle loro menti. Pensano che siamo in molti di più. Alcuni invece nominano Israele, ma noi cerchiamo di non parlarne perché si tratta di un argomento che non c’entra nel contesto, che rischia solo di confondere ulteriormente. Meglio meno concetti ma chiari, che molti e confusi.

Riconosci dunque una certa difficoltà nel distinguere l’ebreo dall’israeliano…
Gli adulti che vengono qua fanno una scelta consapevole, cioè scelgono di passare un’ora del loro pomeriggio al Memoriale. Ovviamente i preconcetti ci sono sempre, ma probabilmente sono meno acuiti rispetto a quelli che potresti incontrare per strada. A me non è mai capitato che durante una visita un partecipante dicesse frasi quali “voi state facendo lo stesso con i palestinesi”, ma so che ad altre guide è successo. La risposta solitamente è “di questo ne parliamo fuori”. Non è una minaccia ovviamente, è solo un modo per distinguere i due argomenti, anche solo fisicamente. Dicendo “qui parliamo di questo e fuori parliamo di altro” in realtà spieghiamo che si stanno trattando due argomenti completamente diversi tra loro.

Tornando ai tanti eventi che state organizzando, ce n’è qualcuno in particolare che pensi possa interessare ai nostri giovani lettori?
Secondo me un evento molto interessante è quello che tratta del colonialismo italiano, di cui non se ne parla mai. L’incontro dal nome “Faccetta nera: dal colonialismo al post colonialismo” avviene il 14 Marzo e vede come relatori Guido Barbujani e Francesca Melandri. Ci sono altri incontri che sento particolarmente vicini, per esempio l’incontro con Donald Sassoon, il 4 di Marzo, che tratta degli estremismi in Europa. Penso sia importante specialmente per quei giovani che si apprestano a votare alle europee, alcuni per la prima volta. Parlare di estremismo è estremamente importante, ovviamente rimanendo sempre sul concetto e non parlando del singolo rappresentante politico. Anche perché molto spesso il singolo è solo un sintomo, sono le migliaia di persone che gli mettono like su Facebook il vero problema, come abbiamo visto nel caso di Lannutti che ha citato sul suo profilo i Protocolli dei Savi di Sion.

Un’ultima domanda. Qual è il tuo coinvolgimento personale in quello che è il grande progetto chiamato Memoriale?
Il progetto Memoriale mi piace molto perché penso che sia un luogo in cui si vedono esattamente tutte le varie tipologie di responsabilità: la responsabilità personale, la responsabilità del luogo comune, la responsabilità dell’appartenente ad un gruppo sociale. Credo che sia una tematica molto importante e molto attuale, perché viviamo in un periodo in cui i sentimenti estremi sono tornati di moda, in un senso e nell’altro. Ci sono vari esempi nella storia di periodi che se ne vanno e poi ritornano. Penso che sia importante riconoscerne i segnali e il Memoriale è il luogo perfetto in cui parlarne. Per questo motivo credo tanto nel nostro progetto.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 Febbraio 2019
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HaTikwà (K.Perugia) – Lo scorso 22 gennaio sono stata invitata al Teatro della Scala di Milano dall’Associazione Figli della Shoah, dove si è tenuta una conferenza con la senatrice Liliana Segre in occasione della Giornata della Memoria. L’incontro è stato introdotto dai saluti del vicesindaco di Milano, del presidente ANPI e del vicepresidente dell’Associazione Figli della Shoah. È stata suonata da un pianoforte e un violoncello Kol Nidrei, formula con la quale inizia Yom Kippur, musica composta da Max Bruch, musicista e direttore d’orchestra tedesco. Non ero la sola ragazza ad ascoltare la testimonianza. C’erano molti giovani, alcuni accompagnati dai propri insegnanti, altri lì da soli, ma tutti lì per ascoltare ciò che è stato. Il giornalista Enrico Mentana ha poi introdotto la testimonianza dicendo: “Ricordatevi sempre quello che sentirete stamattina da Liliana, sarete voi i portatori di questo ricordo, di questa lezione”. È fondamentale passare tutti questi messaggi a noi giovani. È e sarà nostro compito tramandare ciò che è stato, soprattutto quando queste persone non saranno più in grado di raccontare

“Sono una nonna che racconta purtroppo in prima persona di quando era bambina […] io sono quella bambina diventata vecchia a cui è stata chiusa la porta della scuola di via Ruffini”. È così che Liliana Segre ha iniziato la sua testimonianza. Liliana Segre nasce a Milano da una famiglia ebraica borghese. È importante ricordare che gli ebrei, anche allora erano perfettamente integrati nel tessuto sociale e professionale del paese in cui vivevano, vantavano inoltre eccellenze in campo artistico, scientifico e più in generale culturale. La sua famiglia era atea, solo con le Leggi Razziali Liliana viene messa davanti alla realtà di essere ebrea. Da quel giorno inizia per Liliana e il suo adorato padre Alberto un periodo tremendo che durerà dal 1938 fino al giorno della loro deportazione ad Auschwitz-Birkenau. Liliana e suo padre trovano diversi rifugi presso amici di famiglia, finché decidono tentare la fuga a Lugano: “Io lo so cosa vuol dire negare l’asilo, io sono stata clandestina, io sono stata una richiedente asilo che mi è stato negato”. Il giorno dopo venne catturata e portata nel carcere di Varese, in quello di Como e poi in quello di San VittoreCome si va in carcere a tredici anni, cosa ho fatto per essere io a tredici anni in prigione?”. Il 30 gennaio del 1944 viene caricata sui convogli e, dalla stazione di Milano arriva ad Auschwitz-Birkenau. I prigionieri caricati sui carri bestiame in condizioni igieniche tremende; alcuni cantavano le lodi a D-o o pregavano D-o, ma, come dice Liliana “D-o era distratto”. E qui l’argomento irrisolto, lacerante, dibattuto, tragico su “il silenzio di D-o” ma che prova anche come il rapporto tra D-o e gli Ebrei sia esclusivo, senza frapposizioni, ognuno si rivolgeva a Lui in maniera diversa, chi si reca nelle camere a gas intonando Ani Maamin, io credo e chi perde completamente la fede. Appena arrivata viene divisa dal padre, che sarà mandato immediatamente nelle camere a gas: “tutti calmi, vi dobbiamo solo registrare; beh ci abbiamo creduto, io ci ho creduto e spero che anche mio padre ci avesse creduto” La senatrice racconta poi la sua vita nel campo, le atrocità viste e subite. Sono rimasta molto colpita dalla sua lucidità e dall’oggettività con cui è riuscita a raccontare la sua storia, come se la stesse analizzando punto per punto. Un episodio continua ad ossessionarla in modo particolare. Liliana viene assegnata al lavoro in fabbrica, aveva conosciuto una ragazza francese di nome Janine, la macchina le aveva tranciato due falangi durante il lavoro. Nei giorni seguenti ci fu la selezione, Liliana riuscì a passarla ma Janine no: “Io non mi voltai, non le dissi ti voglio bene, fatti coraggio, ma cominciai a chiamarla Janine, Janine! Vorrei che vi ricordaste di Janine, perché solo io mi ricordo di lei e trasmetto questo nome a voi, prendetelo per favore per mano”. Liliana rimane nel campo fino alla Marcia della Morte. È il suo attaccamento alla vita, la sua voglia di vivere che le permette di uscirne viva: “Hai voglia di vivere. Tu cammini, una gamba davanti all’altra”, continua, “la vita è una cosa meravigliosa, e noi volevamo resistere con tutte le forze”.

Conclude la testimonianza con un episodio particolare su cui tutti dovremmo riflettere. Liliana Segre vede il comandante dell’ultimo campo, una SS terribile e crudele, buttare la sua arma per terra. Ha la tentazione di prendere la pistola e sparargli, vuole farsi giustizia per le violenze subite. In quel momento capisce però di non essere come lui, di non avere il diritto di togliere la vita a nessuno. Supremo ed eccellente esempio di persona che preserva la sua integrità morale nonostante tutto. Voglio concludere con una considerazione personale. Liliana Segre e gli altri sopravvissuti sono una ricchezza preziosa per tutti noi. Nonostante le violenze fisiche e psicologiche subite sono riusciti a rialzarsi, costruirsi un futuro ed hanno trovato la forza di raccontare la loro storia. Per noi ebrei la memoria è uno dei fondamenti della nostra vita: “ricordati di ciò che ti ha fatto Amalek”; ogni giorno ricordiamo di ciò che ci è accaduto, ma sempre con uno sguardo rivolto al futuro. Ed è proprio la memoria che consente al popolo ebraico di avere una straordinaria capacità reattiva che ci ha permesso, nel corso dei secoli, di rialzarci da ogni persecuzione più forti di prima.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI30 Gennaio 2019
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HaTikwà – Spesso per ricordare abbiamo bisogno di qualche aiuto, una foto, un testo o di un suono. Un supporto che ci aiuti a rievocare o semplicemente a immaginare quella parte di tempo ormai passata.

In una piccola bottega di Tel Aviv c’è un uomo che si è posto come ragione di vita lo scopo di ridonare la “voce” a oggetti ormai muti. Amnon Winstein è un liutaio israeliano che da circa venti anni si occupa di restaurare violini appartenuti ai musicisti vittime della Shoah. Amnon nasce a Tel Aviv nel 1939, un anno dopo il trasferimento dei genitori, Moshe e Golda, dalla Polonia. Solo a guerra conclusa, la famiglia Winstein scoprirà di aver perso tra nonni, zii e cugini, più di quattrocento parenti. La vita per il giovane liutaio prosegue e diviene uno dei produttori di violini più rispettati al mondo. Amnon così, conciliando la sua professione con il desiderio di recuperare la sua eredità perduta, inizia a localizzare i violini suonati dagli ebrei nei campi e nei ghetti, ricostruendoli con cura per poterli riportare in vita. Negli ultimi anni Winstein, insieme ad organizzazioni di tutto il mondo, è riuscito a organizzare concerti utilizzando gli stessi violini da lui ristrutturati. Quando aprii uno dei primi violini che mi consegnò un nipote di un deportato, trovai all’interno della sottile polvere nera; erano le ceneri cadute dalle nubi emesse dai forni crematori, così ricorda Amnon il primo impatto.

Sono diversi i ruoli assunti dal violino nella Shoah: come colonna sonora profondamente drammatica, che accompagnava i deportati verso la morte o come gioco malvagio dei nazisti, che facevano trovare una piccola orchestra di deportati in stazione per per illudere e disorientare i nuovi prigionieri. Se solo tutti quei violini potessero raccontare ciò che hanno visto, narrerebbero storie incredibili, storie di lotte, di sopravvivenza, di rese, in una lingua da tutti conosciuta: la musica. Grazie per aver donato una “voce” a coloro che non possono più raccontare.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 Gennaio 2019
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HaTikwà – L’intervista è del 1979, porta la firma di Giorgio Segre ed è stata pubblicata su HaTikwà, una volta cartaceo. Per la Giornata della Memoria abbiamo pensato di pubblicarla nuovamente, in modo da renderla più fruibile e per far leggere nuovamente le parole di Primo Levi, sopravvissuto alla Shoah, partigiano, nonché chimico e scrittore. Le sue parole:

Ritiene che esista attualmente una cultura ebraica diaspora? E se sì, nel campo letterario gli esponenti di questa possono essere rapportati, sia pure con le ovvie varianti soggettive, a comuni denominatori?
Direi senza esitare di sì. Direi che esiste una cultura ebraica diasporica. Basta dare un’occhiata all’elenco dei premi Nobel. Esiste una presenza ebraica in tutti i rami della cultura. In tutti i paesi esistono tuttora colonie ebraiche consapevoli di esserlo, esiste nelle scienze umane, nelle lettere, nelle arti figurative, nelle scienze esatte, nelle scienze naturali. Direi che non manca in nessun luogo. Se poi veramente ci siano dei comuni denominatori, direi di sì. Ma con molte riserve, può essere molto piccolo il denominatore comune. Sarebbe interessante scavare e vedere che cosa c’è di ebraico in Saba, in Moravia per esempio: che cosa c’è di ebraico in non ebrei. Sarebbe molto interessante vederlo. Come è noto, negli Stati Uniti la letteratura è impregnata di ebraismo di oggi; e non soltanto da parte di autori ebrei, ma di tutti. L’America è il baricentro della cultura ebraica oramai. Si può dire che in tutti gli Stati Uniti c’è questa presenza differenziata, segmentata in una quantità di segmenti, che vanno dal classicismo addirittura, fino all’ebraismo più laico di Bellow, per intenderci. E’ curioso come sia un fenomeno di grande scala questa trasmigrazione, non dico dell’ebraismo, ma del baricentro dell’ebraismo, che non è più in Polonia, in Russia Bianca, in Ucrania, in Lituania. Ma è a New York. Ma non ha perso nulla per la strada: anzi si è arricchito. Addirittura l’yiddish, lingua straordinaria, meravigliosa, che in Italia è sconosciuta, sta facendo una capriola ulteriore: dopo aver attinto al tedesco, all’ebraico, al russo, al polacco, al lituano, adesso diventa English e attinge dell’inglese. Fenomeni che sono preziosi per i linguisti, perché assistono veramente ad una lingua che è la lingua più ibrida del mondo, vive proprio perché è ibrida. E’ una follia pensare a lingue pure. Pensi quanto è ibrido l’inglese. L’yiddish è ancora più ibrido dell’inglese, per lo meno ha un ibridismo più recente perché continua a trasformarsi. L’inglese è ormai bloccato dalla sua letteratura. L’yiddish ha una letteratura gloriosa, ma piccola, scarsa come volume, in proporzione, non è così appesantita. E’ in grado di continuare a evolversi con neologismi straordinari.

Che cosa ci può dire della cultura ebraica israeliana? 

Della cultura ebraica israeliana so molto poco. Ho l’impressione che non sia molto vitale, per lo meno che sia un po’ provinciale. E’ un’affermazione che butto lì, senza saperla giustificare, perché non ho sentito parlare di una letteratura israeliana moderna. So che c’è qualcuno che scrive: la figlia di Dayan, per esempio. Non ho letto i suoi libri: quindi non so pronunciarmi. Ho l’impressione che Israele tenda, come del resto è giusto che sia, a diventare un paese del Medio Oriente, quindi a recidere i suoi legami con la cultura europea ed occidentale in genere. Mi si dice che le nuove generazioni israeliane non siano più poliglotte. Parlano l’ebraico e forse l’inglese imparato a scuola, quando va bene; mentre invece la mia generazione, i miei coetanei israeliani, parlano quattro o cinque lingue, perché hanno conservato tutte le loro radici. Penso che in queste condizioni possa esistere, possa magari nascere una cultura specifica israeliana con caratteristiche diverse, cioè molto più mediorientale. Il che non è un insulto: vuol dire nuovi legami, legami col mondo arabo, col mondo islamico addirittura. Perché no? Mi risulta che la musica è già così: la musica israeliana di oggi ha attinto attivamente, e in modo fecondo, alla musica araba. Molto di più non saprei dire. Io sono un ebreo diasporico, e mi sento molto di più legato alla cultura occidentale. Non so molto di questa cultura nuova. Le cose che ho detto sono da prendere con riserva.

Lei ha parlato di argomenti dolorosi, come il rapporto fra l’oppressore e l’oppresso nei campi di sterminio e della figura stessa dell’aguzzino, perché, secondo lei, bisognerebbe indagare su come l’aguzzino giunge a fare determinate cose, che forse non avrebbe fatto in altre occasioni. Vorremmo che lei ci specificasse meglio il suo punto di vista.
Se sono stato vago in quell’intervista è perché sono tuttora vago su questo argomento. Non ho ancora le idee chiare su quello che farò o quello che vorrei fare. All’ingrosso si tratta di questo. La situazione della persecuzione ebraica, dell’Olocausto, ormai il termine è prevalso, tende a schematizzarsi, come tutto tende a schematizzarsi. Siamo degli animali, noi tutti esseri umani, che preferiscono le cose semplici. Ma le cose non sono semplici. Sono sempre complesse. Mi piacerebbe contribuire a un’analisi, diciamo sociologica. Io non sono un sociologo, o sono un sociologo dilettante. Ma comunque sono un testimone, l’esperienza l’ho conosciuta, l’ho attraversata. Mi piacerebbe ristabilirla nei suoi termini. Per cui questo binomio, la vittima e l’aguzzino, va studiato. Bisogna capire perché l’aguzzino è diventato aguzzino. Per quali vie. Se veramente era un aguzzino o forse invece no. Forse era uno che eseguiva tutti i compiti, tutti i gesti, tutti gli atti dell’aguzzino. Ma era uno come noi. E’ molto probabile ed è molto importante. E’ molto triste. E’ la tesi di Haren, questa della banalità del male. Questa tesi assomiglia a quella che sto dicendo. Cioè era molto più importante l’ambiente che non la natura umana interna. Non si parla di mostri. Io di mostri non ne ho visti neanche uno. Era gente come noi che agiva in quel certo modo per il fatto che esisteva un fascismo e un nazismo in Germania. Se tornasse un fascismo o un nazismo, dovunque si troverebbero persone che agirebbero in questo modo; e un discorso parallelo si può fare sulla vittima, sul perché di certi comportamenti, su cui molte cose si sono dette. Tipicamente le obiezioni che fanno i giovani israeliani si basano su “Noi non lo faremmo”. Ed è vero. Loro non lo farebbero, Ma se fossero nati quaranta anni prima lo avrebbero fatto. Si sarebbero comportati esattamente come gli ebrei deportati si sono comportati; e del resto anche i russi deportati, anche gli italiani deportati.

Cosa pensa delle varie manifestazioni e prese di posizione antisemite che si vanno intensificando in Italia e in Europa?
E’ difficile dire delle cose che non siano ovvie. E’ chiaro che davanti a fatti come quelli di Varese (*1) si prova dolore, si prova scandalo. Vorrei aggiungere una cosa. Mi sembra di poter distinguere un legame tra l’episodio dell’Express, l’intervista a Darquier de Pellepoix (*2), e l’intervista su Le Monde a Faurisson (*3) e questo fatto di Varese. E’ una tesi che propongo. Andrebbe discussa, dibattuta. Si direbbe: i tre episodi sono collegati da un’estrema stupidità. Non era cosi nella Germania di Hitler. Si potrebbero dire molte cose contro i nazisti, ma non che fossero tanto stupidi. Qui invece direbbe che c’è una delega agli idioti. E’ idiota perché è senile Darquier de Pellepoix. Idiota, bisogna parlare con rispetto dei malati di mente, ma è un malato di mente Faurisson? E questi di Varese, a quanto pare, erano dei ragazzini abbastanza inconsapevoli di quello che facevano. E’ probabile. Certamente è la delega agli idioti. I deleganti non è detto che lo siano, idioti, probabilmente non lo sono. E’ da valutarsi che non trovino di meglio tutti, anche in Francia, e usino gente di questo tipo.


(*1): 7 marzo a Varese. Al Palazzetto dello Sport, durante I’incontro di Pallacanestro tra la squadra locale Emerson e la squadra israeliana Maccabi, un gruppo di tifosi ha steso davanti a sé uno striscione con la scritta “1-10-100 Mauthausen”, inalberando delle croci che poi, spezzate in seguito all’intervento della polizia, sono state lanciate sul campo. Ostentando il saluto romano, sono state lanciate grida, quali “saponette, saponette”, “Ebrei ai forni”, “Adolf Hitler ce lo ha insegnato uccidere gli ebrei non è reato”, “Sieg Heil”, “Non facciamo parlare gli sporchi ebrei” eccetera. Arrestate 5 persone del gruppo, quasi tutti appartenenti alla sezione locale del Fronte della Gioventù (organizzazione giovanile del MSI).

(*2): Nel 1978, durante un’intervista rilasciata a L’Express dopo l’ennesimo rifiuto spagnolo ad estradarlo, Darquier de Pellepoix dichiarò: “Vi voglio dire cosa successe davvero ad Auschwitz. Sì, fu usato il gas, è vero. Ma per gassare i pidocchi”.

(3*): Nel 1978 fu pubblicato su Le Monde uno dei testi di Faurisson, intitolato «Le problème des chambres a gaz», cui seguirà un confronto sulle pagine del celebre quotidiano, l’opzione negazionista farà, seppure momentaneamente, la sua apparizione nel dibattito intellettuale, tentando di trovare spazio e legittimazione all’interno di una sedicente «battaglia delle idee». Dopo Faurisson, una lunga serie di storici dilettanti, privi di alcuna reale competenza in materia, come di documenti, materiali o testimonianze a sostegno delle loro posizioni, tenteranno di accreditare una tesi ripugnante in base alla quale la verità della Shoah corrisponderebbe invece alla «menzogna del XX secolo».



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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