Shoah

Consiglio UGEIConsiglio UGEI23 Febbraio 2020
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HaTikwa, di Luca Spizzichino

Milena Santerini, nata a Roma nel 1953, è docente di Pedagogia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, vicepresidente della Fondazione Memoriale della Shoah di Milano e componente del Consiglio Didattico Nazionale della Fondazione Museo della Shoah di Roma. Come scrive nel suo sito internet, “considera necessario vincere i processi di discriminazione contro i più deboli e le minoranze contrastando razzismo, antisemitismo, islamofobia, antigitanismo”. Già deputata alla Camera nella XVII Legislatura nel gruppo Demos-Centro Democratico, lo scorso 16 gennaio è stata nominata dal Governo Conte per il delicato ruolo di Coordinatrice Nazionale per la lotta contro l’Antisemitismo. Per questa intervista esclusiva rilasciata ai ragazzi dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia, si è discusso del crescente odio antisemita in Italia, della trasmissione della Memoria e di molto altro.

Buongiorno Professoressa Santerini, innanzitutto la ringraziamo per questa occasione. Per noi di HaTikwa, organo di stampa dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia, è un onore poter intervistare una figura come la sua. Quale è stata la sua reazione alla nomina per un ruolo così delicato?

Ho sentito un senso di grande responsabilità, perché questo ruolo significa innanzitutto un maggiore impegno del Governo contro l’antisemitismo, e poi vuol dire anche una richiesta di coordinare le tante azioni che già si fanno. E per me vuol dire anche avere un maggiore impegno nel tessere rapporti, reti, dialogare e far dialogare. Quindi da un lato sento un forte senso di responsabilità, perché i problemi sono piuttosto gravi, e dall’altro un impegno nel tessere maggiormente i rapporti prima con le comunità ebraiche, e poi con le istituzioni e la società civile.

Quali sono gli obiettivi che si prefigge, nel breve e nel lungo periodo, nella lotta all’antisemitismo?

È bene distinguere tra breve e lungo periodo. A breve devo rispondere al mandato che mi è stato dato dal governo, ovvero quello di effettuare una ricognizione, per vedere gli orientamenti e le possibili applicazioni della definizione di antisemitismo data dall’IHRA. Come sapete, dal 2016 una task force di 31 paesi da tutto il mondo ha proposto un documento all’interno del quale c’è anche una definizione di antisemitismo con alcuni esempi, che è stato accolto dal Governo il 27 gennaio, proprio nel Giorno della Memoria. Mi è stato dato il compito di capire quali possono esserne in Italia le possibili applicazioni. Nel medio e lungo termine invece c’è un enorme lavoro da fare di tipo culturale, sociale e normativo, per capire come contrastare l’antisemitismo; questo intendo farlo a 360 gradi, lavorando con le comunità ebraiche, lavorando sull’informazione, la cultura, la scuola, a livello normativo, a livello sportivo e soprattutto a livello dei media e dei social media, contro l’hate speech.

 Nell’ultimo mese, c’è stato un aumento repentino degli atti antisemiti nel nostro Paese. Secondo Lei, quali sono le cause?

Questa è una domanda molto seria. Dal punto di vista delle statistiche, i dati dell’Osservatorio Antisemitismo del CDEC ci dicono che in realtà tutti gli anni, in prossimità del Giorno della Memoria, c’è un intensificarsi di questi gesti, però quest’anno ci troviamo purtroppo in un trend negativo, perché già il 2019 ha visto un aumento degli atti di antisemitismo, e per due terzi online. Ma qui stiamo parlando di gesti compiuti fuori dal web, di persone che escono, prendono la vernice e vanno a imbrattare le porte e scrivono cose ingiuriose, e quindi aspettiamo di capire qual è l’andamento, dei numeri degli atti di antisemitismo in Italia. Però una cosa la possiamo dire, ovvero che vi è il rischio che dal linguaggio d’odio poi si possa passare facilmente a dei gesti, fino ad arrivare, e speriamo di no, ad una vera e propria violenza. Siamo ancora in tempo per prevenire questi fenomeni.

La Memoria sta perdendo la sua forza?

Questo è un discorso molto complesso. A mio parere dobbiamo distinguere tra gli adulti e i giovani; per quanto riguarda gli adulti, anche i sondaggi SWG ci dicono questo: da un lato ci sono persone che cominciano a dire che si stancano, che la Memoria è sempre ripetuta e così via, ma abbiamo anche visto una versione opposta, cioè un aumento del numero delle persone che dicono che invece è ancor più giusto e ancor più necessario. Si sta sviluppando in Italia questo dibattito, e quindi dobbiamo rinnovare la Memoria, rinnovare il senso del perché è importante non tanto ripetere stancamente cosa è avvenuto, quanto far capire il senso che ha per noi oggi. Per quanto riguarda i giovani è un discorso diverso, i giovani non fanno e quindi occorre ovviamente un lavoro enorme di informazione, fatta non solo sui numeri e sulle cifre, e quindi ripetitivo, ma facendo capire l’enormità di ciò che è successo e anche facendo porre delle domande sul presente agli stessi ragazzi. La Memoria non ha perso la sua forza, il problema è che noi adulti dobbiamo riuscire a far capire ai giovani perché bisogna soffrire un po’ quando si sentono queste testimonianze. I giovani si chiedono “ma io che c’entro? Perché devo soffrire per quello che è successo quando io non c’ero?”. È come se non capissero che dalla sofferenza delle generazioni precedenti può nascere un impegno dei giovani oggi. Ecco, questo è un discorso che i testimoni, come Liliana Segre ed altri, fanno molto bene quando chiedono ai ragazzi di essere loro oggi quelli che sentono la testimonianza, affinché possano impedire che ciò che è successo allora non riaccada in altre forme in futuro.

Quindi alla fine occorre lasciare un senso di responsabilità ai giovani, che sono il futuro…

Una responsabilità che non li schiacci però, come avviene in Germania, dove le giovani generazioni si chiedono: “Noi che c’entriamo?  Questo non l’abbiamo fatto noi, perché dobbiamo soffrire noi oggi per ciò che fecero gli adulti in quegli anni bui?”. Bisogna lasciare una responsabilità in positivo, non una sofferenza non spiegata, che spesso i giovani vogliono evitare, perché è questo il problema. Quando vediamo i giovani che non capiscono la testimonianza, oppure nelle grandi platee troviamo qualcuno che ride, in realtà non è soltanto superficialità, ma è un po’ una fuga dai grandi problemi della vita, un modo per rimuovere dei giovani. Noi dobbiamo aiutarli a porli di fronte alle grandi domande sul senso della vita, come capire cos’è il bene e cos’è il male, senza però schiacciarli.

In Italia si sta facendo abbastanza per combattere questo clima d’odio? Nel caso, ci sono margini per migliorare?

Certamente non si fa mai abbastanza e dobbiamo anche intensificare l’impegno, a tutti i livelli. Da un lato, parliamo della comunicazione, dei media, dove c’è un linguaggio che è banalizzato, normale, spesso contro alcuni gruppi, o pensiamo all’abitudine ad usare parole derisorie contro il mondo ebraico. Oggi tutto questo è tollerato, quando in realtà non è tollerabile. C’è quindi molto lavoro da fare nel quotidiano. Ma c’è anche molto lavoro da fare sul web, dove circolano immagini e percezioni che dobbiamo contrastare, o a scuola dove spesso la Shoah si studia poco o male, oppure non si studia l’ebraismo italiano prima della Shoah; a volte millenni di storia ebraica in Italia sembrano non esserci mai stati, soprattutto nei libri di testo dove non suscitano interesse. Dobbiamo inoltre impegnarci affinché gli atti antisemiti non siano tollerati, non considerandoli normali o sottovalutarli definendoli delle ragazzate. Questo perché ci possono essere delle reti, spero di no, che fanno reati o azioni eversive dietro alcuni gesti antisemiti o razzisti, e che possono sfociare nella violenza, come con la strage avvenuta in Germania (ad Hanau, ndr). Gli estremisti spesso si nascondono per poi emergere all’improvviso con una violenza intollerabile. Pertanto dobbiamo agire in tutti questi livelli, anche se ovviamente non si fa mai abbastanza.

Cosa ne pensa del modo attuale di ricordare la nostra storia? Pensa debba essere rinnovato in qualche modo? Se sì, come?

Ci accontentiamo di dare delle emozioni, evocando il clima dei lager, di tutti i fenomeni della deportazione, di colpire i giovani. Ma è un’emozione che a volte non mette radici, o perché c’è una fuga della sofferenza, oppure perché ci si commuove ma poi non si passa a farsi una domanda etica, su sé stessi e su cosa sia il bene e il male, oltreché sui fenomeni di emarginazione, di razzismo, di antisemitismo e di esclusione degli altri che ci sono oggi. La domanda di fondo da fare, ma che qualche volta non si fa, è: “Come persone normali accettino quello che è successo?”. Ci interessa relativamente la personalità del carnefice, mentre ci deve interessare soprattutto la gente comune, come questa sia arrivata a una cecità morale, e ad accettare la discriminazione, l’individuazione, l’esclusione e infine la violenza. Questa è la domanda da far arrivare alla coscienza delle future generazioni: “Questo può accadere di nuovo?”. La Shoah in quanto tale è unica, ma i meccanismi che l’hanno prodotta si possono ripetere.

Qual deve essere l’approccio delle scuole al fenomeno dell’antisemitismo?

Abbiamo due problemi: il primo è che dobbiamo continuare sia la storia che la memoria, mentre troppo spesso ho visto distinguere i due aspetti, cioè la storia intesa come i luoghi, le date e le conoscenze, e la memoria intesa come le testimonianze, la singola storia o vita. Invece sono due cose molto diverse, ma al tempo stesso complementari, che vanno insieme. Io non posso sentire le storie di Sami Modiano, di Piero Terracina e di altri, che possono far commuovere, senza capirne il contesto, ho bisogno di un quadro storico che mi spieghi perché è accaduto. Al tempo stesso, una narrazione fredda e oggettiva non fa capire cos’è successo alla vita delle persone. Il secondo problema sta nel separare la storia della Shoah dall’antisemitismo, è come una censura, quindi ci porta a non capire i problemi di oggi, come se fosse un evento avvenuto nella nebbia, un fatto terribile che rischia di affascinare in modo morboso. Poi non si coglie il perché dell’antisemitismo, e magari si riesce anche a piangere sulla Shoah ed essere al tempo stesso antisemiti. O come è accaduto con alcune forze politiche, le quali dicono che la Shoah è un male e al tempo stesso si astengono sulla proposta della Commissione sull’intolleranza e l’odio proposta dalla Senatrice Segre. È chiaro che questi due aspetti non devono essere in contradizione, la Shoah è nata da un antisemitismo profondo, da un desiderio di annullare il popolo ebraico, e quindi dobbiamo andare alle radici di questo tipo di scelta discriminatoria, perché può ripetersi e continuare sotto altre forme.

In molti interventi Lei ha sottolineato come l’antisemitismo negli anni si sia evoluto. Ci potrebbe spiegare in che modo? Lei pensa che stia diventando sempre più insidioso e difficile da contrastare?

L’antisemitismo assume forme diverse a seconda dei contesti storici, dall’antigiudaismo cristiano si è poi evoluto in un odio di tipo “razziale”, poi sostenuto dall’antisemitismo “scientifico”, che di scientifico non aveva nulla e ha permesso il genocidio del popolo ebraico. Oggi abbiamo forme molto diverse, il conflitto israelo-palestinese ad esempio ha sicuramente contribuito a far creare nuove forme di ostilità nei confronti degli ebrei, che spesso sono al confine, e la posizione che prendiamo oggi di tipo politico può diventare anche una forma diversa di antisemitismo rispetto al passato. Ci sono modi diversi, perché le generazioni cambiano, perché il contesto sociopolitico in cui siamo cambia. Così rimangono le vecchie forme e al tempo stesso se ne aggiungono di nuove.

Noi, come giovani ebrei italiani, cosa possiamo fare per far capire ai nostri coetanei quanto sia semplice oltrepassare la sottile linea grigia che divide la critica politica allo Stato d’Israele da un commento di tipo antisemita?

Io spero che voi mi aiutiate, e io ovviamente aiuterò voi. Spero che collaboreremo molto e che ci siano iniziative che faremo insieme, perché c’è bisogno di andare a parlare nelle scuole, nelle classi, presentando un modo diverso di parlare della Shoah, affrontando certe resistenze dei giovani. Spero di poter fare ciò insieme alle organizzazioni giovanili ebraiche. Quello che dovremmo fare insieme è spiegare ai giovani il confine tra una critica, a volte legittima, e un’ostilità, che è vero e proprio antisemitismo. Io credo ci debba essere un colloquio franco con i giovani, non bisogna nasconderli questi problemi, bensì affrontarli, a partire dalla vostra esperienza, di giovani che non difendete solo voi stessi, ma anche un modo civile di convivere in pace, insieme.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI29 Gennaio 2020
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HaTikwa, di David Zebuloni

Intervistare Sami Modiano è un viaggio, nel tempo e nello spazio. Quando Sami racconta la sua storia ti porta con sé nei posti in cui ha vissuto, nella sua amata Rodi per esempio, di cui ne ricorda perfettamente gli odori e i colori. Le sue parole hanno il potere di entrarti dentro, di penetrarti la pelle. Così come riesce a fare il suo sguardo, talvolta stanco, talvolta munito di un particolare bagliore. Vengo accolto un venerdì mattina piovoso nella sua accogliente casa ad Ostia, dove abita con la moglie Selma da ormai molti anni. Insieme a noi la sua amica storica e “sorellina”, come la definisce lo stesso Sami, Elvira Di Cave. La presenza di entrambe, Selma ed Elvira, si rivela fondamentale per lo svolgimento dell’intervista. Sono loro infatti a colmare i miei silenzi di fronte al dolore, a completare le risposte di Sami interrotte dalle lacrime. Lacrime che pesano come macigni e che spiegano l’orrore nazista meglio di qualsiasi libro di storia. Sami ci insegna che l’orrore non si limita alla morte e alla distruzione. No, l’orrore è ben più subdolo. “Io non ho avuto un’istruzione come gli altri”, mi sussurra. “Io non ho potuto realizzarmi come gli altri”. Ferite che Sami si porta appresso e che non gli danno pace. Anche oggi, ad un passo dal suo novantesimo compleanno, non gli danno pace. Ferite diventate cicatrici. Sono queste infatti le tracce invisibili e indelebili di quel piano che aveva come unico obiettivo quello di rendere i prigionieri prima degli stück (pezzi) e poi cenere nel vento di Auschwitz. Sami è sopravvissuto all’inferno, è tornato nella sua amata Rodi, poi in Italia, ma una parte di lui è rimasta lì, nei lager. È forse questa la condanna dei superstiti? Rimanere prigionieri anche fuori dai campi? Rimanere degli stück anche da uomini liberi? Tanti sono gli interrogativi che tormentano il Testimone ed il suo interlocutore, ma poi arriva il suo abbraccio, caldo e paterno. E poi ancora il suo sorriso. Il sorriso inconfondibile di Sami, così disteso e raggiante. Beh, in quel momento capisci che forse la vita va avanti davvero, anche al di là del filo spinato.

Come stai Sami?

Sto bene ringraziando il Padre Eterno, ho i miei problemi di salute vista l’età, ma non mi lamento perché so che ci sono cose peggiori. Ogni tanto mi sento stanco. Ma la mia non è una stanchezza fisica, la mia è una stanchezza psicologica.

Sono tanti anni ormai che ti dedichi ai viaggi della memoria, accompagnando centinaia di giovani nei campi di Auschwitz-Birkenau. Cosa provi ogni volta che attraversi il filo spinato? Cosa vedono i tuoi occhi che gli altri non riescono a vedere?

La prima volta io non volevo andarci. Temevo di non essere creduto e per un testimone non essere creduto è un doppio dolore. Per evitare questo dolore rifiutavo. Poi mi hanno messo all’angolo come un pugile, dicendomi che i giovani hanno bisogno di me. Ci sono andato con mio fratello, il mio fratello adottivo, Piero Terracina, con cui ho condiviso la stessa storia e lo stesso dolore. Durante quel viaggio ho visto le lacrime dei ragazzi e quelle lacrime mi hanno aperto gli occhi. Sai, quando esci da quell’inferno vivo, nonostante l’unica via d’uscita possibile da lì sia la morte, cominci a domandarti perché. Perché Perché? Perché? Perché io, un ragazzino di tredici anni che stava per dare l’anima e invece si è trovato liberato. Com’è possibile che sopravvissi una volta, due volte, tre volte, mentre gli altri morivano a fianco a me? Ecco, quando ho visto le lacrime negli occhi dei ragazzi e delle ragazze ho capito perché sono sopravvissuto. Io sono sopravvissuto per testimoniare. Questa è la mia missione. Questo è ciò che Lui ha voluto per me. Questo è ciò che vedono i miei occhi nel campo: i ragazzi.

Spesso parli di Lui puntando il dito al cielo.

Sì, sono molto fiero della mia fede, ma ci sono stati dei momenti in cui mi sono molto arrabbiato con Lui, è naturale. I miei occhi hanno visto delle cose che non potevo sopportare. Glielo chiedo ancora oggi: “come puoi lasciar morire dei bambini innocenti?”. No, questo è un dolore fisico che non posso sopportare. Come vuoi che non abbia una reazione? Sono scoppiato, ecco, ma poi mi sono sempre ripreso. Lui sa quel che fa.

Sono tanti i testimoni che si domandano perché guardando il cielo. Ti consolerebbe davvero sapere il motivo per il quale Dio l’ha fatto? Esiste forse un motivo valido abbastanza per riuscire a giustificarlo?

No no no. Questo però lo lascio a Lui, io non posso esprimermi su questo.

Sei un uomo felice Sami? Un superstite può mai definirsi veramente felice?

Io sono l’uomo più felice del mondo. Quando verrà il mio momento io me ne andrò in pace, perché so di aver compiuto la mia missione. Non sai quante lettere ricevo dai ragazzi che mi ascoltano. Loro mi danno la forza di andare avanti. Mi dico: “Sami, non ti devi fermare, è un peccato fermarti. Lo so che è doloroso, che è straziante, che hai sofferto, ma non ti fermare”.

La storia di Sami è un po’ la storia dell’ebreo nella storia. Prima la deportazione da Rodi, poi dall’Italia, dopo ancora la fuga dal Congo. Pensi che sia il nostro destino dover fuggire?

No, ma ciò che io ho subito probabilmente era scritto in questo modo. E non posso dire di aver solo sofferto. Io sono nato a Rodi ed ero un bambino felice, con una famiglia bellissima, a fianco di una grande comunità che ormai non c’è più. Sono stato educato benissimo. Eravamo tutti fratelli. Ma poi sono arrivate le leggi razziali, leggi che non mi hanno permesso di esprimermi culturalmente; né a me, né a mia sorella, né agli altri ragazzi. Però Lui ha voluto così e io lo accetto.

Nell’ultimo periodo si parla molto di una crescita dell’antisemitismo in Italia, in Europa e nel mondo. Credi davvero che gli ebrei siano in pericolo o sono solo i fantasmi del passato a farcelo credere?

Ho saputo che molti ragazzi in Italia o in Francia lasciano il loro paese per andare altrove. Se lo fanno vuol dire che un motivo c’è e questo motivo io lo seguo. Lo seguo e mi dispiace perché mi ricorda ciò che è successo a Rodi. Noi a Rodi eravamo in seimila, ma ne hanno deportati solo duemila. Gli altri quattromila avevano lasciato Rodi quando Mussolini era salito al potere perché sentivano che un giorno sarebbe successo qualcosa. Sono i giovani ad andare via, i vecchi rimangono. Vedi, è una storia che si sta ripetendo e ripetendo. Vedremo quando si fermerà, ma grazie a Dio adesso abbiamo uno Stato e questo è un qualcosa che ci dà la forza.

Racconti sempre nelle tue testimonianze che tu e Selma non siete riusciti ad avere figli, ma che avete avuto la fortuna di avere tanti nipoti.

I ragazzi, quando li incontriamo, diventano subito nipotini nostri. Gli vogliamo bene da morire, viviamo per loro. È un istinto naturale quello che abbiamo io e lei.

E che responsabilità comporta essere nonni? Cosa senti di dover trasmettere?

Vorrei trasmettere solo allegria, come fa un nonno normale. Abbracciarli, parlare con loro, fare loro domande curiose.

Cosa pensi che devono imparare questi giovani dalla vita che ancora non sanno?  

I giovani sono interessati a tutto, lo vedo durante i nostri viaggi insieme. Sono anche molto educati e in gamba; impareranno.

Nei tuoi racconti ritorni sempre alla tua Rodi, perché?

Io sono legatissimo alla mia Rodi, perché là sono cresciuto, là ho mosso i miei primi passi. Lì ero felice, felicissimo. C’era una bella comunità che prima della mia nascita aveva già una storia importante, culturalmente ed economicamente. Io ho trovato già tutto pronto. C’era un collegio rabbinico importantissimo, avevamo degli insegnanti preparatissimi da tutti i punti di vista. E poi c’era la fratellanza. Il figlio del banchiere e il figlio del ciabattino erano perfettamente uguali. Il banchiere era felice di essere banchiere e il ciabattino era felice di essere ciabattino perché entrambi sapevano di avere alle spalle una comunità che dava loro gli stessi diritti. Ecco, io crescevo così. Io potevo entrare in qualsiasi casa a Rodi ed ero come un figlio. Per questo mi addolora aver perso questa comunità, perché ho perso una grande famiglia.

Un’altra figura che torna sempre nei tuoi racconti è quella di tua sorella Lucia.

Mia sorella aveva un cuore d’oro. Da quando avevamo perso la mamma, lei mi aveva fatto da mamma e da sorella. Cercava di parlarmi con delle parole dolci, di tenermi pulito. Aveva preso la casa in mano, quando vedeva che io non mi saziavo con quel poco che c’era a tavola, me ne dava ancora. Non si dimenticano questi gesti, non si possono dimenticare, nel tempo li prendo sempre più in considerazione.

Assumono ancora più valore.

Sì, non si cancellano. Rimangono.

Cosa le diresti oggi che Sami non è riuscito a dirle a tredici anni?

Che hanno ammazzato una persona che sarebbe diventata qualcuno. Era molto intelligente, era l’orgoglio di mio papà, era l’orgoglio del nome che portava. Io sono orgoglioso di avere una sorella così.

E che cosa vorresti dire a Selma, l’altra donna della tua vita, seduta qui di fronte a te?

Che l’unica cosa buona che mi ha dato il Padre Eterno è stata incontrare questa fanciulla. La mia compagna, mia moglie. Io le ho fatto un giuramento al matrimonio, e credo di averlo mantenuto. L’abbiamo mantenuto. Stiamo insieme da più di sessant’anni e ogni anno ci vogliamo più bene. Quando la perdo di vista mi fermo e se non è vicino a me, io non continuo.

Le cicatrici si rimarginano mai Sami?

Molti mi dicono: “sei un sopravvissuto, sei uscito dai campi”. No, io sono ancora là. Io non uscirò mai da Auschwitz, non potrò mai cancellare tutto ciò che ho visto. Non sarò mai una persona normale. Ho questa piaga, ho delle visioni e ci sono dei momenti in cui mi rivedo tutto davanti. I miei occhi hanno visto ammazzare. Io e Piero levavamo i cadaveri dal filo spinato. La morte era davanti a noi ogni giorno.

Ti sei mai rammaricato di essere nato ebreo?

Mai. Ne sono fiero, lo dico ad alta voce.

Un’ultima domanda Sami. Pensi che ci sia qualcosa riguardante la Shoah che non sia ancora stato detto? Qualcosa che dobbiamo sapere prima che l’ultimo dei sopravvissuti ci abbia lasciato?

Più o meno si è spiegato tutto o quasi tutto. Molti sono usciti da quell’inferno e hanno testimoniato ciò che succedeva, anche nelle camere a gas. Un esempio sono le fotografie che ci ha fatto vedere Marcello Pezzetti, che sono state ritrovate cinque anni fa. Fotografie che sono state scattate nella fossa comune di Auschwitz. Duecentoquarantamila ne hanno ammazzati in quella fossa e io ho portato della legna per bruciare i cadaveri. Ecco, questa è una cosa che non volevo dire, ma la dico. Loro usavano noi, manodopera, per aiutarli. Non è che i tedeschi prendevano il cadavere e lo buttavano. No, loro usavano noi. Fratelli. Ci facevano portare la legna.

È una cosa che non hai mai raccontato.

Ci sono molte altre cose, ma non posso dirle, non si dicono. Sono uscite fuori queste fotografie. Lo dicono loro, non lo dico io. Può darsi che se le dicevo io non ci avreste creduto, e sarebbe stato un dolore per me. Io ho portato della legna, sì. Mi hanno obbligato. Non l’ho fatto perché lo volevo io, loro stavano lì con il fucile spianato, dovevo farlo. Si servivano di noi per far funzionare la loro fabbrica della morte. Ciò che mi ha tenuto in vita sono le parole di mio papà: “Tu devi vivere Sami, tieni duro, tu devi vivere”. Lui mi ha messo al mondo, lui mi ha educato e io non voglio deluderlo. Mai.

Ma tu non ci rimani ad Auschwitz Sami, tu torni indietro.

Io sono là.

 

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Nathan Greppi

Quando si hanno 14 anni raramente si ha il talento e il desiderio per comprendere a fondo la storia e raccontarla con eleganza: eppure questo è il caso di Eleonora Spezzano, bimba prodigio che ha recentemente scritto il romanzo storico Hans Mayer e la bambina ebrea, pubblicato da Bonfirraro Editore e incentrato sulla Shoah.

La storia si svolge a Varsavia, nell’autunno del 1941: Hans Mayer è un giovane ufficiale dell’esercito tedesco, che pur non credendo appieno nell’ideologia nazista non esita a eseguire gli ordini, anche quando si tratta di catturare e mandare a morire degli innocenti. Tutto questo cambia il giorno che incontra Marie, una bambina ebrea di soli 4 anni sfuggita alle SS, che ne hanno deportato tutta la famiglia ad Auschwitz. Spinto dalla compassione, Hans decide di nasconderla in casa sua, rischiando così la propria vita ma cercando di salvare la propria dignità.

La storia è narrata in prima persona dallo stesso Hans, che non nasconde minimamente al lettore le proprie emozioni: il senso di colpa per tutti gli ebrei che ha fatto deportare, la rabbia per una guerra inutile e insensata, l’affetto quasi paterno che inizia gradualmente a provare per la bambina. Infatti lei, se da un lato gli fa rischiare la vita qualora venisse scoperto, dall’altro gli da una ragione per vivere, poiché salvandola egli cerca di espiare le proprie colpe.

Il romanzo riesce a catturare l’attenzione per la forte carica emotiva che racchiude, e spinge il lettore a non fermarsi pur di sapere come va a finire. Una storia triste, che però spinge a non perdere mai la fiducia nel genere umano.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI27 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Giorgio Berruto

E’ anche grazie alla Giornata della Memoria, di cui talvolta da parte ebraica si esagerano i limiti e si minimizza l’efficacia, se oggi Se questo è un uomo è un libro tanto conosciuto. Proprio perché la storia vissuta da Primo Levi, in fondo, almeno a grandi linee la sanno tutti, o quasi. Sospetto che sia più conosciuto che letto, ed è un errore grave, perché Se questo è un uomo è libro da tenere sempre sul comodino, da leggere e rileggere. Un errore non solo perché, in generale, la letteratura in quanto arte si occupa del come prima che del cosa, ma anche per motivi specifici che vorrei provare a passare in rassegna.

Se questo è un uomo esprime innanzitutto un’autentica fede nella letteratura, la più alta espressione di umanità. In questo senso è da leggere l’attenzione filologica alle parole e al linguaggio, che emerge peraltro anche in tutte le opere successive di Levi. Tra i primi elementi che colpiscono il giovane chimico deportato ecco la confusione delle lingue nel campo e l’importanza vitale di conoscere almeno i rudimenti del tedesco. Primo obiettivo del lager è sottrarre ai detenuti i nomi propri, mutare le persone in numeri e avviarne la trasformazione in “pezzi” nell’industria dello sterminio; e allora Se questo è un uomo, soprattutto nell’edizione definitiva Einaudi, è pieno di nomi propri, cognomi, soprannomi. Ma è anche la paura di non riuscire a comunicare il vissuto nel lager, tipica nei sopravvissuti, a sollecitare la fede nelle belle lettere, che non assume mai la forma dell’esercizio di stile e costituisce invece la materia grezza alla base del libro e la sua aspirazione ultima. E’ questa la risposta più limpida a chi, come Adorno, ha affermato la barbarie di scrivere poesia, cioè produrre arte, dopo Auschwitz.

Ma c’è di più: la scrittura di Primo Levi è cristallina in ogni dettaglio. Ogni parola, ogni aggettivo ha un posto preciso nella frase e nella pagina e chi legge ha la certezza che debba essere proprio quello. Stile lavorato ma non manierato, conciso ed efficace. E’, in estrema sintesi, la lingua del liceo classico italiano, frequentato a Torino dal chimico scrittore, una lingua in cui si impastano i classici greci e latini, la Bibbia e Dante, Leopardi e Manzoni.

Primo Levi, nelle sue stesse parole, cerca e trova “il linguaggio pacato e sobrio del testimone, non quello lamentevole della vittima né quello irato del vendicatore”. Se questo è un uomo viene evidentemente concepito come serie di racconti orali ed è a partire da frammenti diseguali di testo, talvolta poco più che aforismi, che l’autore costruisce le cornici narrative indispensabili per tenere insieme i diversi capitoli. A rendere omogeneo il libro interviene, ancora una volta, la lingua letteraria scelta e lavorata da Levi.

La fede nella letteratura è qui accompagnata da una irrefrenabile, impetuosa curiosità intellettuale. Anche in questo caso, si tratta di una cifra che torna nell’opera successiva dello scrittore ma che nelle condizioni del lager risalta con ineguagliata nitidezza. Curiosità nei confronti di ogni forma del sapere senza alcuna svalutazione verso il saper fare – le tecniche, le arti e la manualità dunque – di cui tanti anni dopo il Faussone della Chiave a stella sarà rappresentante. Curiosità e fede nella letteratura sono la base dell’umanesimo di cui Primo Levi diventa interprete ad Auschwitz. Il capitolo in cui racconta a un altro deportato, Pikolo, il canto dantesco di Ulisse è forse l’esempio più alto e commovente in cui questi elementi si saldano.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI16 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Daphne Zelnick

Ieri è stata firmata una convenzione tra Jaques Fredj, direttore del Memorial de la Shoah di Parigi, Roberto Jarach, Presidente del Memoriale della Shoah di Milano e Giorgio Sacerdoti, presidente della fondazione CDEC.

Questa collaborazione, che si incrementerà sempre di più, avrà fondamentalmente due tematiche: la prima è quella della formazione nell’insegnamento, cioè condividere quelli che sono gli strumenti e le modalità formative agli insegnanti e alle guide che condurranno le visite presso i memoriali. L’altro, invece, consiste nel rendere sempre disponibili gli archivi storici dell’epoca.

Verranno inoltre effettuati degli scambi di lavori francesi in Italia e lavori Italiani in Francia. La ricerca sull’antisemitismo, in Italia e altrove, è iniziata dopo la Seconda Guerra Mondiale, e grazie ai due memoriali e al CDEC si continueranno a svolgere ricerche e scambi di informazioni. Anche se c’è sempre stato questo rapporto tra il memoriale e il CDEC, formalizzarlo è un passo in più per rendere più efficaci le attività congiunte. Quello che vorrebbero fare è ampliare le ricerche su altri genocidi che riguardano altre popolazioni in quanto la Shoah non è stato l’unico.

Ha preso poi la parola Daniela Tedeschi, direttrice della Associazione Figli della Shoah che ha presentato Antonella Salomoni, professoressa dell’Università della Calabria, che ha parlato di nuove ricerche sulle prospettive della Shoah invitando ad avere uno sguardo sul luogo del genocidio. La nuova ricerca è stata modificata in quanto si sono sviluppate delle negoziazioni di etica, politica, storia e altri temi che risultarono indispensabili per riportare la memoria del passato. 

La professoressa in forma di proemio ricorda le parole dell’orazione di uno scrittore di lingua yiddish, in occasione del terzo anniversario del massacro in Ucraina del 1944 “ogni pietra ogni granello di sabbia era intriso di sangue degli ebrei”. Per ricordare Come disse Julian Tuwim: “il modo migliore per mantenere viva ed eterna la memoria del popolo massacrato tra le generazioni future era quello di preservare il luogo”.

L’evento si è concluso con una tavola rotonda tra Jacques Fredj, la docente di pedagogia dell’Università Cattolica di Milano Milena Santerini e il direttore del CDEC Gadi Luzzato: “Cosa si comunica alle nuove generazioni? In quale clima culturale ripensiamo all’Olocausto senza strumentalizzarlo? Si ricorda la memoria con un evento senza discutere di esso, come un evento di parte, come un qualcosa di mitologico. Quindi si ricorda una memoria simulata, vuota in quanto non spiegata e questo sarebbe un rischio per le nuove generazioni. Sarebbe giusto ricordare, ricostruendo da capo il genocidio.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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