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Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 Ottobre 2019
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17min308

HaTikwa (D. Zebuloni) – Ori Itzchaki è un mondo da scoprire, una terra da esplorare. Prima ancora di trovare interessanti le sue risposte alle mie domande, ho trovato affascinante il suo modo di arrivare ad una risposta, partendo dalla domanda per poi intraprendere un lungo viaggio verso nuove mete. Ho trovato affascinante il suo modo di affrontare la realtà circostante. Per esempio, quando mi sono scusato per essere arrivato tardi al nostro incontro, giustificandomi con la solita scusa del parcheggio, Ori mi ha rassicurato dicendo che qualche giorno prima anche lui ha fatto tardi ad una visita dal medico e che in questo modo sente di aver pareggiato un conto lasciato in sospeso. Quando gli ho detto di scrivere per un pubblico di lettori italiani mi ha chiesto incredulo se so parlare la lingua italiana, se possiedo un passaporto italiano, se ho davvero abitato in Italia, se possiamo non svolgere l’intervista in italiano perché lui l’italiano non lo parla e non l’ha mai parlato. Quando mi sono presentato come David lui mi ha chiesto se può chiamarmi Dudi, e così ha fatto per tutta l’intervista. Quando gli ho chiesto quale sia il suo prossimo grande sogno da realizzare, Ori mi ha risposto che ha una mosca sulla gamba che non gli permette di concentrarsi e che per rispondere ad una domanda simile ci vuole una grande concentrazione. Ori è proprio un mondo da scoprire, un ragazzo sensibile e ambizioso di venticinque anni che non si vergogna di dire “Io sono autistico, l’autismo non è un insulto”. La sua storia comincia con un canale su YouTube che raccoglie le sue interviste a personaggi israeliani famosi quali attori, cantanti, calciatori e modelli. Alcuni dei quali, Ori racconta, hanno accettato volentieri di farsi intervistare da lui, altri invece hanno rifiutato categoricamente, bloccandolo su WhatsApp e su Instagram. La svolta avviene quando il giornalista e conduttore televisivo Guy Lerer scopre il talento di Ori e gli concede uno spazio nella sua trasmissione serale. Quando Guy chiede a Ori quale sia la sua intervista dei sogni, Ori risponde senza esitare che sogna di intervistare Gal Gadot. Per intenderci, da quando Gal Gadot è diventata Wonder Woman, non c’è giornalista israeliano che non sogni di intervistarla e, pertanto, non c’è giornalista israeliano che ci sia riuscito. Ori tuttavia non è un intervistatore qualsiasi. Quando Gal Gadot ha sentito del suo grande sogno non ha esitato ad accettare. I due si sono incontrati a Tel Aviv e il filmato della loro intervista ha superato le tre milioni di visualizzazioni sui social. Da allora Ori è una vera e propria star: tutti lo cercano, tutti lo seguono, tutti vogliono farsi intervistare da lui. Quando gli ho chiesto cos’abbia provato durante l’intervista a Wonder Woman, la sua risposta è stata semplice: “mi sono sentito Superman”.

Ori, tra tutti i mestieri che esistono, perché hai scelto proprio di voler fare l’intervistatore?

Ho scelto questo mestiere perché mi piace incontrare nuove persone, sono un ragazzo molto curioso. Voglio sempre sentire nuove storie e condividerle poi con gli altri. Attraverso queste storie imparo moltissimo, ne traggo ispirazione e sento che grazie ad esse divento una persona migliore.  

Sei passato in pochissimo tempo dall’anonimato alla celebrità. Cosa provi quando ti fermano per strada e ti chiedono un selfie?

Sorrido sempre a tutti e non rifiuto mai una fotografia a nessuno.

Ti rende felice ricevere questo calore dalle persone?

Sì, mi rende molto felice. Il segreto è saper restituire amore a chi te ne dona.

Cos’altro ti rende felice Ori?

Quando i miei genitori mi dicono che sono fieri di me mi rendono felice. E poi intervistare mi rende felice. E’ come ricevere una scarica elettrica. Le interviste sono il mio pane, il mio ossigeno.

Anche a me piace tanto intervistare, anche a me rende felice. Ma tu sei più sincero di me. Leggo su Facebook che condividi tutte le tue emozioni, tutti i tuoi stati d’animo senza filtri e senza maschere. La felicità, la tristezza, l’amore, la paura. Qual è la cosa che ti fa più paura?

Ho paura di non avere soldi in banca, di andare in rosso, di non essere indipendente.

E qual è la cosa invece che ti rende più triste?

Probabilmente se scoprissi di essere in rosso sarei molto triste. Forse mi metterei persino a piangere. Mi rattrista anche quando le ragazze mi spezzano il cuore.

Quando ti è successo?

Succede spesso. Una volta mi ero innamorato di una ragazza, ma lei mi ha detto di non condividere i miei sentimenti. Ho pianto.

Fa bene piangere, è liberatorio. Piangi spesso?

Ultimamente piango spesso, non so più tenere le emozioni dentro.

Prima hai detto di essere una persona molto curiosa. Cosa ti incuriosisce maggiormente durante un’intervista, quando sei seduto di fronte all’intervistato?

Mi interessa sapere cosa pensano gli intervistati degli autistici. Vorrei che ne sapessero di più. Quando intervisto i personaggi famosi pongo sempre loro questa domanda.

La tua è una sorta di battaglia. Vuoi sconfiggere i pregiudizi, giusto? 

Giusto.

Pensi di riuscire a vincere la battaglia?

Sì.

Lo penso anch’io Ori.

Grazie.

Pensi che in Israele le persone siano abbastanza pronte ad ascoltare?

Si può sempre fare meglio, ma credo che la situazione sia abbastanza positiva.

Cosa possiamo ancora fare per migliorarci?

Bisognerebbe assumere più persone autistiche. Bisognerebbe arruolare più ragazzi autistici nell’esercito. Bisognerebbe vedere più autistici nel mondo dello sport. Nel calcio, nel tennis, nella pallacanestro. La verità è che le persone temono ancora gli autistici, non li capiscono fino in fondo, non hanno pazienza per loro. Non voglio parlare di politica, ma penso che anche lo Stato debba investire di più in noi.

C’è un messaggio che vorresti trasmettere a chi legge queste parole?

Sì, vorrei dire loro che a perderci è solo chi non sa accettare il diverso. Che io sono autistico e che l’autismo non è una parolaccia. E poi vorrei anche dire ai lettori che non devono arrendersi mai. Che con un po’ di forza di volontà si può ottenere tutto. Io ne sono la prova.

Racconti spesso di essere stato respinto, vorrei sentire invece di una reazione o di un messaggio che hai ricevuto e che ti ha emozionato.

L’altro giorno ho ricevuto un messaggio che mi ha commosso. Una ragazza mi ha scritto: “vederti e sentirti mi fa ricordare chi sono veramente”.

Vedi? Sai entrare nel cuore delle persone. Se siamo seduti oggi a fare questa intervista è forse perché sei entrato un po’ anche nel mio di cuore.

Sì, ricevo tanti bei messaggi, ma anch’io ne mando tanti, altrettanto belli. Ogni venerdì mattina per esempio invio un messaggio a decine di amici in cui auguro loro un buon weekend. D’ora in poi lo manderò anche a te Dudi. Tutto ciò che voglio fare è seminare un po’ di amore in giro. Amore gratuito, senza ricevere nulla in cambio.

Parliamo un po’ di Gal Gadot?

Sì.

Si è parlato molto del vostro incontro, cosa vorresti raccontarmi che ancora non si sa?

Credo che il mio incontro con lei sia stato il momento più felice che io abbia vissuto nell’ultimo decennio.

Cosa ha reso quel momento tanto felice?

Ho sognato di incontrarla e intervistarla. Il mio sogno si è realizzato.

Dimentichiamoci per un attimo di Gal Gadot, com’è stato intervistare Wonder Woman?

Vicino a lei mi sono sentito Superman.

Direi che per alcuni bambini sei davvero un supereroe, un modello da seguire. Guarda dove sei arrivato con le tue sole forze.

A volte mi sento così, le persone mi fanno sentire così. Conosci Adi Shpigelman? E’ una giocatrice di tennis e una modella. Ecco, per esempio lei mi ha scritto che sono un eroe. Leggere quella frase mi ha fatto sentire davvero speciale.

E qual è il prossimo grande sogno da realizzare?

Aspetta, ho una mosca sulla gamba e non riesco a concentrarmi. Per rispondere a questa domanda ho bisogno di una grande concentrazione.

Certo, prenditi tutto il tempo che vuoi, non ho fretta.

Ecco, se n’è andata. Il prossimo sogno da realizzare è intervistare Ronaldinho.

E cosa vorresti chiedergli?

Non lo so. Non mi piace preparare le domande prima dell’intervista. Mi piace improvvisare.

Beh, allora sei proprio un professionista Ori.

Grazie Dudi, anche tu.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI21 Agosto 2019
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7min331

HaTikwa (L. Clementi) – La vicenda in pillole: due deputate statunitensi musulmane, Ilhan Omar e Rashida Tlaib, hanno annunciato di volersi recare in Israele e in ‘’Palestina’’ per conoscere la realtà locale. Lori Lowenthal Marcus e Jerome M. Marcus affermano, in un articolo scritto il 26 luglio scorso su Jns.org, che l’Ambasciatore israeliano negli Usa Ron Dermer ha detto che Israele non avrebbe impedito alle due congressiste di entrare nel paese, nonostante siano entrambe dichiarate sostenitrici del movimento BDS (campagna per Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni contro lo Stato d’Israele). Esiste una legge del 2017 che impedisce l’ingresso a cittadini stranieri che hanno compiuto pubblicamente azioni di boicottaggio ai danni dello Stato ebraico; il ministero degli Esteri, tuttavia, può raccomandare una deroga per motivi diplomatici.

Recentemente Israele, con l’appoggio del Presidente USA Donald Trump, ha invece negato alle due il permesso di ingresso nel Paese. ‘’Non consentiremo l’ingresso a chi nega il nostro diritto di esistere nel mondo’’ ha detto il Vice Ministro degli Esteri Tzipi Hotovely. E ancora, il Primo Ministro Netanyahu: ‘’Non c’è altro Paese al mondo che rispetta gli Stati Uniti e il Congresso americano più di Israele, ma l’itinerario previsto per la visita dimostra che l’unica intenzione delle due deputate era di danneggiare Israele.’’
Lo stesso Presidente Trump ha scritto su Twitter: “Odiano Israele e tutti gli ebrei e non c’è nulla che possa essere detto o fatto per far cambiare loro idea.’’ Successivamente, Tlaib ha richiesto e ottenuto un permesso d’ingresso per motivi umanitari, per andare a visitare la nonna ormai novantenne, affermando durante il suo viaggio di non promuovere alcuna campagna contro lo Stato. La deputata ha poi ritrattato, definendo ‘’opprimenti’’ le politiche israeliane.

La questione ha spaccato l’opinione pubblica: chi accusa lo Stato ebraico di illiberalismo e di servilismo nei confronti del Governo americano, chi ne difende le ragioni accusando le due deputate di voler soltanto gettar fango su Israele. Il pensiero dei primi può riassumersi nella dichiarazione in merito dello speaker Dem del Congresso USA Nancy Pelosi: la decisione di negare l’ingresso a due parlamentari americane “non è degna del grande Stato di Israele” e il fatto che il presidente Donald Trump abbia incoraggiato Israele a negare l’ingresso alle due parlamentari “è un segno di ignoranza e mancanza di rispetto”. Dunque può uno stato democratico e liberale come Israele negare l’ingresso a due deputate americane se anti-Sioniste? Per i secondi, assolutamente sì. Innanzitutto affrontiamo la questione sulla Legge BDS del 2017. Precludere l’entrata allo straniero che danneggia e boicotta pubblicamente lo Stato è previsto dalla legge. Dunque è scorretto parlare di servilismo nei confronti degli USA, in quanto è lo stesso ordinamento israeliano a prevedere un tale comportamento. A questo punto si direbbe: ‘’Si, ma la legge è giusta? Può uno Stato democratico bandire dal proprio territorio stranieri che sostengono attivamente il BDS?’’

Le ragioni di una Legge simile devono essere trovate nel continuo bombardamento mediatico a cui è sottoposto lo Stato d’Israele: boicottaggi, manifestazioni, dissensi. Un filo-Sionista potrebbe tranquillamente chiedersi se talvolta i manifestanti spostano lo sguardo verso alcuni paesi arabi, all’interno dei quali un normale cittadino israeliano non può entrare, e un cittadino del resto del mondo con visto israeliano fa meglio a cambiare passaporto. Giustamente si potrebbe rispondere: ‘’Ma Israele non è l’avanguardia del Medio-Oriente, il grande Faro di Democrazia che tanto millantate? Mica può essere paragonato all’Arabia Saudita’’. Infatti non può essere paragonato all’Arabia Saudita. Tant’è che con gli investimenti nel campo della ricerca, la potenza nucleare e militare non si spiega come sia possibile che chi costruisce tunnel, accoltella e bombarda con i Qassam un giorno sì e l’altro pure sia ancora tranquillamente lì a costruire tunnel, accoltellare e bombardare con i Qassam.

‘’Poi parlano di risposta eccessiva e di Stato oppressore…’’ pensa tra sé e sé il filo-Sionista ‘’Chissà se conoscono l’Iron Dome…’’
Dunque mentre i primi affermano che rifiutare due deputate americane che vogliono andare in visita è un atteggiamento non rispettoso e non democratico, i secondi rispondono che essere democratici in Medio-Oriente non è così facile come esserlo in Italia, specie se ci si chiama Israele. Gli israeliani hanno accolto 70 membri del Congresso americano, democratici e repubblicani. Cosa avranno queste due di diverso? Musulmane? Macché, c’è addirittura un partito arabo e anti-Sionista in Knesset, ‘’Balad’’.
L’itinerario per il viaggio è intitolato: “US Congressional Delegation to Palestine”, e avrebbe condotto Omar e Tlaib attraverso i maggiori centri palestinesi in Gerusalemme e in West Bank. Non è stato previsto alcun incontro con un funzionario israeliano, di nessun credo politico: perlopiù Associazioni no-profit palestinesi e attivisti per i diritti umani. ‘’The Times of Israel’’ afferma che le deputate avrebbero incontrato Hanan Ashrawi, membro del comitato esecutivo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.

Scrive sempre il ‘’Times of Israel’’ che il viaggio è stato organizzato da ‘’Miftah’’, una ONG palestinese con a capo Ashrawi. ‘’Miftah’’ supporta il boicottaggio di Israele, loda i kamikaze palestinesi ed è nota per aver pubblicato accuse antisemite, poi ritrattate. Un suo membro dello staff, Nawaf Al Zaru, nel 2013 ha inoltre postato un articolo di critica nei confronti dell’allora Presidente USA Barack Obama per aver ospitato un Seder di Pesach alla Casa Bianca, in quanto – afferma – gli Ebrei uccidono i bambini non Ebrei usando il loro sangue per rituali religiosi. A questo punto si attende la risposta dei primi.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI31 Luglio 2019
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14min1624

HaTikwa (N. Greppi) – Negli ultimi mesi sono scoppiate due grosse polemiche che hanno coinvolto il mondo dei fumetti da un lato e il mondo ebraico dall’altro: la prima, che ha avuto risonanza a livello internazionale, riguarda la decisione del New York Times, avvenuta a giugno, di non pubblicare più vignette politiche sull’edizione internazionale dopo che, ad aprile, ne aveva pubblicata una accusata di antisemitismo in quanto ritraeva Netanyahu come un cane con la medaglietta a forma di Magen David che fa da guida a un cieco Trump con la kippah in testa. Ciò ha causato il licenziamento di diversi vignettisti affermati(1).

 La seconda polemica, che riguarda solo l’Italia, è legata al fumettista Gianluca Costantini, celebre per i suoi lavori nel campo del graphic journalism, il giornalismo a fumetti, che è stato anche premiato da Amnesty International; il 17 luglio, questi ha rivelato sul suo blog di essere stato licenziato nell’ottobre 2018 dalla CNN, per la quale pubblicava vignette sullo sport, dopo aver ricevuto accuse di antisemitismo per una vignetta del 2015 in cui un terrorista dell’ISIS si toglie una maschera da Netanyahu. Costantini si è difeso attribuendo le accuse a troll di estrema destra(2).

 

Il contesto generale

Apparentemente sconnesse, queste due polemiche rientrano entrambe in uno spettro più ampio: infatti il mondo del graphic journalism è da sempre fortemente schierato contro Israele. Basti pensare che l’autore maltese-americano Joe Sacco, ritenuto da molti il padre del genere, è salito alla ribalta grazie a opere come Palestina: una nazione occupata e Gaza 1956, dove il conflitto israelo-palestinese viene narrato unicamente dal punto di vista dei palestinesi, mentre gli israeliani sono ritratti quasi come dei mostri.

Un altro esempio lampante è quello del diario a fumetti Cronache da Gerusalemme del franco-canadese Guy Delisle, che nel 2012 vinse il primo premio al Festival di Angouleme, tra i più importanti al mondo per i fumetti: Delisle, sebbene sia meno schierato di Sacco, tende a privilegiare il punto di vista dei palestinesi, tanto da credere persino all’accusa secondo cui i soldati israeliani ruberebbero gli organi dei palestinesi morti. E se si prova a cercare le principali opere sull’argomento su qualunque sito specializzato, si vedrà che quasi tutti i fumetti sul conflitto tendono a prendere posizioni filopalestinesi (salvo poche eccezioni, come La Brigata Ebraica del fumettista belga Marvano).

Ma ci sono stati diversi casi in cui i fumettisti più schierati hanno anche preso parte a iniziative ancora più ostili, come aderire al movimento BDS che vuole boicottare Israele sia sul piano economico che su quello culturale: tra il 2014 e il 2015, ad esempio, decine di fumettisti a livello internazionale hanno inviato due petizioni al delegato generale del Festival di Angouleme, Franck Bondoux, per dirgli di rinunciare alla sponsorizzazione del festival da parte di Sodastream, azienda israeliana attiva nel campo dell’acqua minerale; sponsorizzazione interrottasi nel 2016 proprio a causa delle petizioni(3). Tra i firmatari italiani vi era il già citato Costantini.

Un altro caso, più recente, riguarda il celebre fumettista Zerocalcare, che nel dicembre 2016 ha aderito a una campagna del BDS per boicottare i prodotti dell’azienda informatica HP, accusata di fornire le proprie tecnologie all’esercito israeliano(4).

 

Le radici dell’odio

Ma da dove nasce tanto astio, in questo ambiente culturale, nei confronti dello Stato Ebraico? È qualcosa che non si può spiegare semplicemente con accuse di antisemitismo, anche perché nel mondo dei fumetti, soprattutto negli USA, gli ebrei hanno avuto un ruolo centrale: erano ebrei i creatori di Superman, Jerry Siegel e Joe Shuster, come lo erano quelli di Batman, Bob Kane e Bill Finger, e lo erano anche Stan Lee e Jack Kirby, creatori dei più famosi supereroi Marvel. E non va dimenticato che erano ebrei anche E.C. Segar, creatore di Braccio di Ferro, e Will Eisner, ritenuto da molti l’inventore delle graphic novel. E anche i maggiori fumettisti israeliani, come Rutu Modan e i gemelli Hanuka, in genere sono ben accolti nei nostri festival e dalla nostra critica.

La vera radice dell’antisionismo presente in questo ambiente non va cercata nell’antisemitismo, perlomeno non del tutto, ma nel fatto che la maggior parte dei fumettisti, in Occidente, è politicamente vicina all’estrema sinistra terzomondista, quella che considera l’Europa e gli USA le cause di tutti i mali: basti pensare alla vicinanza di Zerocalcare al mondo dei centri sociali, che tra i suoi colleghi non è un’eccezione bensì la regola.

È significativa in tal senso la graphic novel Capire Israele in 60 giorni (e anche meno) dell’autrice ebrea americana Sarah Glidden: la sua opera è il resoconto a fumetti di un viaggio in Israele con il progetto Taglit, che riavvicina i giovani ebrei alle loro origini. Nell’opera si vede come la Glidden, partendo da pregiudizi tipicamente di sinistra nei confronti di Israele, nel corso del viaggio arriva pian piano a vedere la complessità del conflitto, e alla fine è costretta a mettere in discussione i suoi pregiudizi.

In Italia, invece, da un’inchiesta del settimanale Panorama è emerso che per decenni le case editrici che pubblicano fumetti “impegnati” sono sempre state tutte vicine alla sinistra radicale, e le uniche eccezioni sono costituite da opere in parte vicine al neofascismo(5). In altre parole, nel fumetto italiano dominano gli estremi, e le posizioni moderate faticano a trovare spazio. Il critico Giuseppe Pollicelli, tra i maggiori esperti di fumetto in Italia, già nel 2016 spiegava in un’intervista a Il Foglio che in Italia anche nel mondo della satira prevale il politicamente corretto(6).

 

Considerazioni

Tornando alle due polemiche di cui si è parlato all’inizio dell’articolo: in seguito ai fatti relativi al New York Times, va detto chiaramente che, sebbene la vignetta fosse di pessimo gusto, è una follia anche solo pensare di licenziare un intero staff di vignettisti per l’operato di uno solo. Ciò infatti ha suscitato numerose reazioni indignate in tutto il mondo, soprattutto considerando che in molti paesi un vignettista può anche rischiare la vita per il suo lavoro (vedi Charlie Hebdo)(7). Inoltre, censurando tutte le vignette politiche si rischia di alimentare quello stesso antisemitismo che chi ha denunciato la vignetta vorrebbe contrastare, in quanto si alimenta lo stereotipo delle lobby ebraiche che controllano tutto.

Per Costantini invece il discorso è diverso: dopo il licenziamento dalla CNN si è detto convinto che nei suoi disegni “non esiste razzismo, antisemitismo o pregiudizio, ma solo critiche contro un governo.”(8) Tuttavia, nel maggio 2018, durante i disordini al confine con la Striscia di Gaza per la “Marcia del Ritorno”, egli pubblicò sulla sua pagina Facebook una serie di vignette ben più vergognose di quella per cui è stato licenziato: in una si vede un bambino che urina sulla bandiera israeliana(9), mentre un’altra ritrae un bambino israeliano con la kippah e la scritta “futuro assassino.”(10) Su quest’ultima vale la pena porsi una domanda: se qualcuno avesse postato una vignetta su un bambino musulmano con la scritta “futuro terrorista”, come sarebbe stata recepita? In molti l’avrebbero accusata di islamofobia, e forse sarebbe stata censurata da Facebook. Per la vignetta di Costantini invece nessuno si è indignato. Qualcosa che dovrebbe far riflettere soprattutto chi lo difende dalle accuse di antisemitismo.

Ma anche se i fumettisti che hanno preso queste posizioni non sono antisemiti, le ragioni che li spingono a odiare Israele sono comunque sbagliate: semplicemente, anziché odiare gli israeliani in quanto ebrei li odiano in quanto “occidentali” che vivono in terra araba. Perciò, anche se Costantini lo nega, in realtà i suoi disegni sono pieni di pregiudizio, solo che non lo ammette nemmeno a sé stesso.

 

Note:

1)      “Il New York Times non pubblicherà più vignette che parlano di politica”, Il Post, 11/06/2019

2)      “La reputazione del web: un modo diverso di dire censura”, Gianluca Costantini, gianlucacostantini.com, 17/07/2019

3)      “Dopo le proteste dei fumettisti Angoulême cessa i rapporti con Sodastream”, Fumettologica, 14/01/2016

4)      “Zerocalcare aderisce alla campagna #IoNonComproHP, la tecnologia dell’apartheid israeliana”, bdsitalia.org, 11/12/2016

5)      “La politica? È tutta un fumetto”, Francesco Borgonovo, Panorama, 08/05/2019

6)      “Vignettisti prudenti e comici pol. corr. In Italia la satira ha smesso di aggredire?”, Simonetta Sciandivasci, Il Foglio, 22/05/2016

7)      “New York Times, basta vignette: vince il politically correct”, Roberto Vivaldelli, Inside Over, 13/06/2019

8)      “Gianluca Costantini, accusato di antisemitismo su Twitter, perde il lavoro alla CNN: ‘Vale più la reputazione social della verità’”, Ravennanotizie.it, 23/07/2019

9)      https://www.facebook.com/gianlucacostantini.drawing/photos/a.1669412593106952/1669412686440276/?type=3&theater

10)   https://www.facebook.com/gianlucacostantini.drawing/photos/a.1669412593106952/1669413306440214/?type=3&theater

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 Luglio 2019
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11min296

HaTikwa (C. Cognini) – A metà luglio ho avuto l’opportunità di partecipare ad un seminario organizzato da EUJS (European Union of Jewish Students), intitolato “EUJS Ambassadors to the UN”. La città che ha fatto da cornice al programma è stata Ginevra, sede delle più importanti ONG ed organizzazioni umanitarie a livello globale. Il periodo in cui si è svolto il seminario non è casuale, infatti proprio dall’8 al 11 luglio si riuniva anche l’Assemblea Generale dei Diritti Umani delle Nazioni Unite.

EUJS, oltre ad aver offerto un seminario ricco di contenuti ed incontri con personalità importanti, ha dato la possibilità a due giovani studenti partecipanti al programma, previa selezione, di fare un intervento presso la Plenaria dell’Assemblea Generale, che ha avuto luogo in quegli stessi giorni. I giovani partecipanti potevano scegliere l’argomento da trattare tra 3 dei 10 punti dell’Agenda del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, ossia 7, 8 e 9.

Punto 7. Situazione dei diritti umani in Palestina e in altri territori arabi occupati

Punto 8. Seguito e attuazione della Dichiarazione di Vienna e del Programma d’azione

Punto 9. Razzismo, discriminazione razziale, xenofobia e forme di intolleranza correlate, seguito e attuazione di la Dichiarazione di Durban e il Programma d’azione

Grazie a EUJS, ho potuto intervenire nella Plenaria sul punto 7, unico punto di tutta l’Agenda che attacca singolarmente un unico stato, ossia Israele. Ho avuto modo di assistere a tutto il cosiddetto General Debate, durante il quale Siria, Iran, Venezuela, Pakistan e Cile hanno tenuto discorsi all’insegna della retorica contro Israele, unici Paesi ad intervenire, in quanto gli Stati dell’Unione Europea ed Israele ed altri hanno deciso di boicottare l’assurdo argomento dell’Agenda del Consiglio dei Diritti Umani, non presentandosi alla plenaria o non prendendo la parola.

Partecipare al General Debate, ha concretizzato il mio ‘disincanto’ per organizzazioni come le Nazioni Unite, che agli occhi dei cittadini appaiono come fari di giustizia e imparzialità, mentre, nella realtà, sono strumenti di mediazione in cui prevalgono interessi economici e alleanze da rispettare. Nel mio intervento (di seguito riporto la traduzione in italiano) ho potuto mettere in luce il comportamento non-imparziale delle Nazioni Unite riguardo a Israele e la situazione del conflitto israelo-palestinese, che influenza negativamente non solo l’immagine dei cittadini israeliani, ma anche di ogni altro ebreo nel mondo. Il giorno successivo, un altro partecipante al seminario, giovane studente universitario francese, ha avuto l’occasione di fare un intervento sul punto 8, riguardo il crescente antisemitismo che si sta diffondendo non solo in Francia, ma in tutta Europa, in modo allarmante e sempre più palese.

Fin dal primo giorno del seminario abbiamo potuto ascoltare e conoscere persone che si sono distinte per il loro impegno nell’ambito dei diritti umani ed Israele: uno di questi è Hillel Neuer, avvocato internazionale canadese e direttore esecutivo di UN Watch, organizzazione non governativa per i diritti umani e gruppo di sorveglianza delle Nazioni Unite con sede a Ginevra. Durante il nostro incontro, egli ha esposto il lavoro della sua ONG e le difficoltà che si incontrano quotidianamente quando si vuole difendere Israele in un ambiente talmente polarizzato e schierato.

Il giorno seguente, dopo aver fatto i nostri interventi al Consiglio dei Diritti umani, abbiamo incontrato Leon Saltiel, diplomatico che ha lavorato in passato con il World Jewish Congress, che ha tenuto una lezione sulla struttura e organizzazione delle Nazioni Unite. Il terzo giorno è stata la volta dell’Ambasciatrice israeliana alle Nazioni Unite, Aviva Raz Shechter, che ci ha parlato della sua esperienza come una delle prime donne ambasciatrici e diplomatiche e del rapporto che intercorre tra Israele e le Nazioni Unite. Successivamente, presso la Commissione dei Diritti Umani di Ginevra, Yuval Shany, accademico israeliano e Presidente della Commissione, ha messo in luce in ruolo dell’organismo per cui lavora. La Commissione opera per risolvere, attraverso la diplomazia, situazioni di crisi che hanno a che fare con i diritti umani, dialogando con il singolo Stato interessato. L’ultimo giorno, grazie all’avvocato internazionale Ido Rosenzweig, siamo stati introdotti al Diritto Internazionale umanitario, che si applica nelle situazioni di crisi e guerre, attraverso una simulazione che ci ha permesso di interfacciarci in prima persona con le numerose difficoltà e problematiche che bisogna affrontare sul campo.

Come ogni altro programma proposto da EUJS, trovo che quest’esperienza sia stata formativa ed unica per le opportunità che ha offerto a noi giovani studenti interessati ad approfondire quest’ambito lavorativo. Avere l’occasione di intervenire al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a soli 19 anni è stato per me un privilegio, ma lo è stato ancor di più il poter rappresentare i 160 mila giovani ebrei europei che ogni giorno combattono per poter esprimere la loro identità.

 

L’intervento:  

“Grazie Signor Presidente,

Mi chiamo Caterina Cognini, sono membro dell’Unione dei giovani ebrei italiani e parlo oggi a nome dell’Unione europea degli studenti ebrei, l’organizzazione ombrello per 35 Unioni nazionali di studenti ebrei in tutta Europa.

All’inizio di maggio, ho stretto i pugni, vedendo amici e familiari in Israele cercare riparo mentre Hamas lanciava oltre 600 razzi verso Israele in non più di 30 ore. Strinsi i pugni quando venni a sapere che decine di migliaia di israeliani si affollavano in rifugi antiaerei.

Mentre tutto questo stava accadendo, i media internazionali e la comunità globale delle nazioni era quasi completamente silenziosa. Nessuna protesta, nessuna condanna, nessuna sessione dell’ONU di emergenza.

Come giovane ebrea che vive in Europa, posso attestare in prima persona l’effetto che questo silenzio, questa incapacità di richiamare attacchi così violenti, non ha solo sugli israeliani, ma sugli ebrei di tutto il mondo.

L’indagine del 2018 di EU Fundamental Rights Agency (Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali) sulle percezioni dell’antisemitismo tra gli ebrei mostra che la maggioranza degli intervistati afferma che il conflitto arabo-israeliano influisce sui loro sentimenti di sicurezza proprio qui in Europa.

Questo Consiglio, attraverso punto 7, puntando Israele, sta solo legittimando questa dinamica, promuovendo un latente antisionismo, che potrebbe alimentare un sentimento comune di antisemitismo.

Chiedo a questo Consiglio come è possibile che, al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, un punto dell’ordine del giorno sia totalmente dedicato a un solo Stato, lo Stato ebraico, l’unico Paese del Medio Oriente che può essere concretamente democratico?

Signore e signori, il parziale (biased) punto 7 dell’agenda sta solo appoggiando il silenzio clamoroso, lasciato indietro dopo i colpi di razzo e le sirene d’allarme.

Grazie, signor Presidente”

 

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI21 Maggio 2019
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HaTikwa (D. Fiorentini) – Di fronte al crescente antisemitismo, mascherato abilmente da antisionismo e da una semplice avversione politica a Israele; la nuova frontiera su cui è necessario difendere gli inalienabili diritti degli ebrei è diventata addirittura l’Organizzazione delle Nazioni Unite. In particolare, oltre alle rinomate Assemblea Generale e Consiglio di Sicurezza, dal 2006 è stato creato un nuovo scenario: il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. L’ente, nato con finalità nobili e ammirevoli come la salvaguardia dei Diritti Umani in tutto il mondo, è composto da 47 delle 193 nazioni rappresentate all’ONU. Dal momento della sua fondazione però, complice la presenza di stati come l’Arabia Saudita o l’Iraq (1), abbiamo assistito un chiaro accanimento nei confronti di Israele. Infatti dal 2006 a oggi sono state ben 62 le risoluzioni che condannano lo Stato Ebraico(2), decisamente di più in confronto ad altri Paesi che notoriamente hanno qualche problema interno non da poco: Siria, Iraq, Iran, Corea del Nord combinati assieme infatti contano soltanto 30 risoluzioni. Inoltre, questo trend è ripreso dalla stessa Assemblea Generale che nella sola 73esima seduta (2018-2019) ha promulgato 21 risoluzioni contro Israele, mentre solo 6 contro tutte le altre nazioni del mondo messe insieme(3).

Una vera e propria ossessione, che ha raggiunto il culmine il 18 Marzo 2019 in cui in una sola volta sono state approvate ben 5 condanne allo Stato che di fatto è l’unica libera democrazia del Medio Oriente. “Gli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati, incluso Gerusalemme Est, e nel Golan siriano occupato”, “La situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, incluso Gerusalemme Est”, “Il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione” , “I diritti umani nel Golan siriano occupato”, “Assicurando responsabilità e giustizia per tutte violazioni del diritto internazionale nei territori palestinesi occupati, incluso Gerusalemme Est””, titoli angoscianti, che non solo denunciano una situazione umanitaria devastante, ma sottointendono la presenza di una forza occupante spietata e belligerante. Senza entrare nei dettagli specifici di ogni risoluzione, vorrei sottolineare come tutte e 5 le risoluzioni convergano in poche e semplici massime come: “l’urgenza di ottenere senza ulteriori ritardi la fine dell’occupazione israeliana, che cominciò nel 1967, e affermando che ciò è necessario per garantire diritti umani e le convenzioni internazionali” (4) oppure “condanna l’uso intenzionale di misure letali o eccessivamente forti da parte di Israele, la forza occupante, contro civili, compreso contro quei civili con uno status di protezione speciale sotto il diritto internazionale, nella fattispecie bambini, giornalisti, personale medico e persone disabili che non possono costituire un pericolo mortale” (4), oppure perle come “(l’HRC) richiede che Israele (…) termini immediatamente la costruzione del muro nei territori palestinesi occupati, incluso Gerusalemme Est, smantelli con effetto immediato le strutture situate all’interno di questi, rimuovere o rendere ineffettive tutte le legislazioni e gli atti regolatori relativi a quei territori e che ripari tutto il danno causato dalla costruzione del suddetto muro, che ha avuto un grave impatto sui diritti umani e le condizioni socio-economiche del popolo palestinese”. (5) Queste sono solo alcune delle condanne volte a Israele in queste numerose pagine, che frase dopo frase hanno sempre più dell’assurdo.

Innanzitutto la presenza israeliana nei territori di Giudea, Samaria, Golan non è stata ottenuta con una manifestazione di forza bruta contro un popolo di poveri indifesi, ma è il risultato di un conflitto, durato incredibilmente 6 giorni, cominciato per di più dalla parte araba, che contava ben 4 eserciti alleati contro il solo Stato d’Israele. Come in ogni guerra, ai trattati di pace vengono stipulati accordi e concessioni; da questi Israele ottenne la penisola del Sinai e la Striscia di Gaza dall’Egitto, la Cisgiordania e Gerusalemme Est dalla Giordania e le alture del Golan dalla Siria. Con l’intento di mantenere rapporti diplomatici e preservare la pace, Israele negli anni si ritirò dalla penisola del Sinai e dalla Striscia di Gaza, lasciando la prima alla giurisdizione egiziana e la seconda ai “palestinesi”, con la speranza che quest’ultimi potessero fondare il proprio Stato e vivere in armonia. Ciò non accadde, anzi si creò un nemico ancora più vicino a Israele e più imprevedibile, visto che dopo false elezioni prese il potere il gruppo terroristico Hamas. Dopo ormai 14 anni e migliaia di razzi, aquiloni infuocati e attacchi suicidi lanciati verso Israele, è ragionevole concludere che la concessione di terre ai palestinesi non ha avuto l’effetto sperato, per cui è irrazionale e assurdo pretendere che Israele torni ai confini pre 1967 (rinunciando tra l’altro a luoghi sacri come il Muro del Pianto), poiché questo non porterà altro che una maggiore capacità di attacco da parte dei palestinesi e dei loro alleati arabi.

Un’altra questione presa in considerazione è quella della presunta eccessiva reazione da parte di Israele, che, riassumendo i vari punti delle cinque risoluzioni, bombarda a tappeto, rade al suolo case e villaggi, costruisce muri in territori fuori dalla propria giurisdizione, costringe numerose persone a fuggire e ferisce classi sociali indifese come bambini, anziani e disabili; mentre invece i palestinesi si dilettano in proteste pacifiche e in casi estremi osano lanciare qualche sassolino. In primo luogo, è da sottolineare il fatto che queste proteste, in teoria agitate a causa della mancanza di aiuti umanitari, sono rivolte unicamente sui confini con Israele (che ogni giorno fornisce acqua, corrente elettrica, viveri e medicine) e non sui confini con l’Egitto, che come Israele ha stabilito una rigida frontiera, ma al contrario dello Stato Ebraico, non concedono nemmeno supporto economico o umanitario. Come mai? Entrando nel merito della questione, lasciando perdere come i vicini di casa si relazionino con questi nuovi inquilini, è risaputo che Israele agisca in modo chirurgico quando si trova costretto ad intervenire nei territori a giurisdizione palestinese, in modo da limitare le ripercussioni sui civili. Le case demolite o i villaggi bombardati a cui si fa riferimento sono unicamente quelli chiaramente riconducibili a leader terroristi. Inoltre prima di effettuare una di queste due azioni belliche, vengono mandati avvisi o messaggi radio in arabo così da allertare i civili e affinché questi possano allontanarsi in tempo ed evitare di venire colpiti. Al contrario da Gaza vengono costantemente lanciati migliaia di missili verso Israele, in modo completamente aleatorio, tanto che spesso capita che colpiscano persino il territorio relativo a Gaza. Per di più, le “proteste pacifiche” che ormai quotidianamente si svolgono al confine tra Israele e Gaza, non sono altro che scorribande violente ed incivili, di numerosi terroristi che cercano, con i mezzi artigianali a disposizione, di causare più danni possibili agli israeliani circostanti. L’arma più di tendenza degli ultimi mesi è l’aquilone incendiario. Questa arma, spesso decorata da una svastica, ha causato danni ambientali clamorosi: interi campi e raccolti dati alle fiamme, numerose case rovinate e ingenti risorse idriche sprecate per sedare gli incendi.

Il vero squallore però deve ancora venire; infatti i “civili più deboli”, nella fattispecie bambini, vengono forzati a partecipare alle proteste, e sono sfruttati per creare uno scudo umano che renda ancora più difficile l’identificazione dei terroristi palestinesi che, nel frattempo, cercano di penetrare nel territorio israeliano. In altre parole, queste affermazioni promulgate dall’UNHRC sono molto distanti dalla realtà, ma sarebbero solo carta straccia se nessuno le desse peso; purtroppo questo genere di risoluzione riscuote sempre un enorme successo anche durante le sedute dell’Assemblea Generale. Infatti sono circa 150/160 gli Stati che si esprimono costantemente contro Israele, mentre sono solo una manciata quelli che invece si prodigano a favore di Israele. Solamente l’Australia, il Canada e in particolare gli Stati Uniti, non fanno mai mancare il loro supporto; tanto che, visto lo scempio delle ultime risoluzioni, gli USA hanno persino deciso, in segno di protesta, di abbandonare il loro seggio presso l’UNHRC. Purtroppo anche la nostra amata Italia, insieme a tutta l’UE, è partecipe a questo triste spettacolo. Sia per interessi commerciali con i Paesi Arabi, sia per le direttive UE promosse dall’Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri Federica Mogherini, l’Italia, nonostante il forte legame culturale e religioso con Israele, ha spesso voltato le spalle allo Stato Ebraico. In conclusione, sulla base delle suddette considerazioni, una soluzione che potrebbe risollevare i rapporti tra Israele e l’ONU, potrebbe essere un esito favorevole delle prossime elezioni europee, sperando che la disastrosa politica anti-israeliana dell’Alto Rappresentante Mogherini possa essere sostituita da un nuovo approccio pro-Israele, che oltre a portare benefici in termini di collaborazione tecnologica, economica e culturale, possa invertire il trend di votazioni presso le Nazioni Unite, cosicché possa essere riconosciuta verità e obiettività nella valutazione del conflitto arabo-israeliano.

Note

1. https://www.ohchr.org/en/hrbodies/hrc/pages/membership.aspx

2. http://ap.ohchr.org/documents/sdpage_e.aspx?b=10&c=89&t=4

3. https://www.unwatch.org/2018-un-general-assembly-resolutions-singling-israel-textsvotes-analysis/

4. A/HRC/40/L.25

5. A/HRC/40/L.27



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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