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Consiglio UGEIConsiglio UGEI6 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Nathan Greppi

È opinione diffusa che americani e israeliani siano sempre stati fortemente alleati, soprattutto sul piano geopolitico. Ma se si guarda a cosa pensa al riguardo l’opinione pubblica dei due paesi, e in particolare quella americana, la questione si fa ben più complicata.

L’opinione pubblica americana

Partiamo dall’opinione pubblica americana: secondo un sondaggio pubblicato nel gennaio 2018 dal Pew Research Center (PRC), tra i più importanti centri di statistica al mondo, negli ultimi 40 anni l’opinione pubblica americana è rimasta stabilmente filoisraeliana: nel 1978 il 45% degli americani era più vicino a Israele che ai palestinesi, contro il 14% più filopalestinese e il restante 41% neutro; nel 2018, la percentuale di filoisraeliani era del 46%, contro un 16% di filopalestinesi.

Apparentemente non vi è stato un forte cambiamento, ma la realtà è ben diversa: se si va a guardare a come sono cambiate le opinioni in base agli schieramenti politici, emerge che tra i repubblicani la percentuale di filoisraeliani, dal 1978 al 2018, è salita dal 49% al 79%; tra i democratici, invece, nello stesso periodo la percentuale è calata dal 44% al 27%. Nello stesso arco di tempo si sono notati altri fenomeni particolari: tra la metà degli anni ’80 e i primi anni ’90 la percentuale di filoisraeliani crollò tra entrambi gli schieramenti, probabilmente a causa della vicenda di Jonathan Pollard, un analista dell’intelligence americana che in quegli anni aveva venduto a Israele documenti top secret. Fu a partire dal 2001, in seguito all’Attentato alle Torri Gemelle, che le opinioni su Israele si fecero sempre più polarizzate tra repubblicani e democratici.

Nel rapporto emergono anche altre differenze, ad esempio in base all’età e al tasso di istruzione, dove però i filoisraeliani prevalgono in tutte le fasce; riguardo all’età, ad esempio, il 56% degli americani dai 65 anni in su è filoisraeliano, contro il 32% di quelli dai 18 ai 29 anni, che però sono comunque di più dei filopalestinesi, che nella stessa fascia di età sono il 23%. Mentre per quanto riguarda l’istruzione, se tra chi non ha nemmeno il diploma i filoisraeliani sono il 51%, tra i laureati sono il 39%, contro un 22% di filopalestinesi. Mentre se si guarda alle differenze tra le varie fedi, i più vicini a Israele sono gli evangelici con una percentuale del 78%, contro il 43% dei cattolici e il 26% dei non credenti; quest’ultima categoria, quella che mette insieme atei e agnostici, è l’unica dove prevalgono i filopalestinesi, al 29%.

Gli ebrei americani e israeliani

Un altro sondaggio del PRC, uscito nell’ottobre 2013, spiegava che anche tra gli ebrei, come tra gli americani in generale, il sostegno a Israele aumentava di pari passo con l’età, con il 38% degli ebrei dai 65 anni in su “fortemente legati” a Israele e il 41% che si sentivano “abbastanza legati”, contro il 25% e il 35% nelle stesse categorie per gli ebrei sotto i 30 anni. E anche in questo caso i repubblicani erano nettamente più vicini a Israele dei democratici, con percentuali del 50% per i primi e del 25% per i secondi su chi aveva un legame forte.

Non c’erano invece grosse differenze in base all’istruzione, con i laureati e i senza diploma rispettivamente al 32% e al 30%; vi era invece una grossa differenza tra i vari tipi di ebraismo, con gli ortodossi al 61% fortemente legati a Israele contro il 24% dei riformati e il 16% dei non praticanti.

La ragione di queste divergenze è che nel corso dei decenni gli ebrei israeliani e americani sono diventati sempre più lontani per orientamento politico: infatti, secondo un sondaggio del gennaio 2017, gli ebrei israeliani che si consideravano di destra e di centro erano rispettivamente il 37% e il 55%, contro un 19% di destra e un 29% di centro tra gli ebrei americani. Sul fronte opposto, gli ebrei americani che si consideravano di sinistra erano il 49%, contro l’8% degli ebrei israeliani. Ciò ha portato anche a divergenze di opinioni sui temi più delicati: il 61% degli ebrei americani era convinto che uno stato ebraico e uno palestinese potessero convivere vicini, mentre tra gli ebrei israeliani la percentuale scendeva al 43%. E se il 52% degli ebrei israeliani pensava che gli USA non aiutassero abbastanza Israele, tra gli ebrei americani la percentuale era del 31%.

Dopo l’elezione di Donald Trump questo divario sembra essersi allargato ulteriormente, tanto che gli ebrei americani sembrano essere diventati meno filoisraeliani dei loro connazionali cristiani: nel maggio 2019, il PRC rivelava che il 42% degli ebrei americani pensava che Trump favorisse troppo Israele, contro il 22% dei protestanti e il 34% dei cattolici.

In conclusione, dai dati emerge chiaramente che l’opinione pubblica americana, e in particolare quella ebraica, ha un approccio molto più eterogeneo nei confronti di Israele di quanto si sia portati a pensare. Tuttavia, è chiaro che le giovani generazioni di americani siano sempre meno amiche dello Stato Ebraico, e bisogna sperare che prima o poi vi sia un’inversione di tendenza.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI27 Novembre 2019
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HaTikwa (N. Greppi) – Ha fatto molto parlare di sé il discorso tenuto dall’attore e comico britannico Sacha Baron Cohen il 21 novembre, quando ha ricevuto l’International Leadership Award dall’Anti-Defamation League (ADL), organizzazione ebraica impegnata nel combattere il razzismo e l’antisionismo. Durante la cerimonia, Cohen ha lanciato una dura invettiva contro i colossi della Silicon Valley, e in particolare contro Facebook, che ha accusato di permettere al razzismo di diffondersi pur di fare profitti. “Se Facebook fosse esistito negli anni ‘30,” ha affermato, “avrebbe permesso a Hitler di pubblicare annunci sulla ‘soluzione’ al ‘problema ebraico’.”

Per chi da anni conosce i suoi film è difficile credere che quello fosse lo stesso Baron Cohen che ha interpretato personaggi come Ali G e Borat, tra i più politicamente scorretti del cinema anglosassone degli ultimi 20 anni. È anche vero che negli ultimi tempi il comico inglese, nato a Londra nel 1971 da genitori ebrei ortodossi, sembra aver deciso di impegnarsi in ruoli più seri, di cui l’ultimo è quello della spia israeliana Eli Cohen che ha interpretato nella miniserie The Spy, uscita a settembre su Netflix.

Ma c’è un altro film, tra i suoi più celebri, che andrebbe ricordato soprattutto perché rivederlo oggi, a 7 anni da quando è uscito nelle sale, ci dice molto su come è cambiato lo scenario politico: Il dittatore.

La trama (attenti agli spoiler)

Il dittatore, uscito nel 2012, narra la storia dell’Ammiraglio Generale Aladeen, dittatore dello stato fittizio nordafricano di Wadiya: infantile, autoritario, narcisista, razzista, antisemita e misogino, viene costretto dalle pressioni internazionali a recarsi a New York per parlare alle Nazioni Unite. Una notte, viene fatto rapire per ordine di Tamir, suo zio e consigliere che intende sostituirlo con un sosia per trasformare Wadiya in una democrazia, il che in realtà è solo un pretesto per svendere il petrolio del paese a potenze straniere.

Aladeen riesce a fuggire, ma prima gli viene tagliata la folta barba senza la quale nessuno lo riconosce. A dare una svolta ai suoi piani di riconquista del potere saranno gli incontri con Nadal, che a Wadiya era a capo delle ricerche sulle armi nucleari ma era fuggito negli USA dopo che Aladeen aveva dato l’ordine di giustiziarlo, e Zoey, un’attivista per i diritti umani per la quale Aladeen inizierà a provare qualcosa. In quei giorni, Aladeen farà di tutto per tornare al potere e impedire alla democrazia di sorgere nel suo paese.

Analisi (sempre attenti agli spoiler)

Il film, diretto da Larry Charles e in cui Cohen è anche co-sceneggiatore oltre che attore protagonista, fece parlare di sé per l’alto tasso di battute politicamente scorrette sia sulle minoranze etniche e sulle donne, sia sulle questioni geopolitiche; a pesare fu anche il fatto che alla cerimonia degli Oscar di quell’anno Cohen si era recato vestito da Aladeen e portando con sé un urna che secondo lui conteneva le ceneri del dittatore nordcoreano Kim Jong-il, che rovesciò addosso a un giornalista. Ovviamente non erano vere ceneri, ma lo scherzo ebbe comunque il risultato di fare pubblicità al film.

Nonostante le critiche che ricevette, Il dittatore ebbe un merito non indifferente: esso è riuscito a prendere in giro a 360 gradi tutte le maggiori forme di estremismo politico di quegli anni. Infatti non è solo una parodia dei regimi autoritari di Gheddafi e Saddam (analogamente a un altro film, Il grande dittatore in cui nel 1940 Charlie Chaplin faceva la parodia di Hitler), ma mette anche in luce le ipocrisie e le contraddizioni del politicamente corretto, incarnato dal personaggio di Zoey: la ragazza gestisce un negozio di prodotti vegani, dove lavorano solo rifugiati di paesi del Terzo Mondo e ci sono anche i bagni per le lesbiche. Per dimostrare di non essere razzista, la ragazza gli dice: “Pensa che non vado a letto con un bianco dalle superiori”, il che però sarebbe comunque razzista ma verso i bianchi.

A essere prese in giro sono anche le concezioni che abbiamo di democrazie e dittature, e il desiderio delle prime di imporre il loro modello con la forza alle seconde. Ciò emerge soprattutto nella scena in cui Aladeen parla alle Nazioni Unite, quando per glorificare il modello della dittatura ne elenca i presunti pregi: un sistema dove l’1% della popolazione è più ricco di tutti gli altri, dove si possono intercettare le comunicazioni delle persone e creare false emergenze attraverso media solo apparentemente liberi: tutte cose, se uno ci fa caso, che sono state fatte dagli Stati Uniti.

In Italia il film si distinse per una censura nel doppiaggio, nella scena in cui Aladeen ha appena finito di avere un rapporto sessuale con Megan Fox: nella versione originale lei gli dice che dopo doveva andare con “the Italian Prime Minister”, il Primo Ministro italiano, un chiaro riferimento a Berlusconi (che era Primo Ministro durante le riprese, ma già rimpiazzato da Monti quando il film uscì al cinema).

Confronto con l’attualità (stavolta niente spoiler)

Rivedere oggi Il dittatore ci dice molto su cosa è cambiato sul piano geopolitico negli ultimi anni: se allora negli USA erano in molti, sia a destra che a sinistra, e ritenere giusto rovesciare i dittatori tramite gli interventi della NATO, oggi chiaramente non è più così, tutt’altro: da quando Donald Trump è alla Casa Bianca, l’America sta rinunciando sempre di più a esercitare la propria influenza in Medio Oriente, con tutti i pro e i contro che ne derivano.

In Medioriente ci sono stati degli sviluppi che hanno messo in discussione tutto ciò che si diceva nel 2012: solo un anno prima erano scoppiate le Primavere Arabe, che in un primo momento si pensava avrebbero portato libertà e democrazia, ma non è andata così: molti paesi della regione, Siria e Libia in primis, sono finiti nel caos; Assad, che si dava quasi per scontato che sarebbe stato rovesciato, oggi è più forte che mai anche grazie all’appoggio della Russia e dell’Iran; in seno alle guerre civili scoppiate nella regione è nato l’ISIS, che ha compiuto attentati anche in Europa.

E proprio in Europa l’aumento del terrorismo islamico e la mancanza di una reazione adeguata da parte delle istituzioni è stato tra i vari fattori che hanno sdoganato i partiti nazionalisti in tutto il continente, tanto che concetti come “populismo” e “sovranismo”, che fino a pochi anni fa erano ai margini del dibattito pubblico, oggi ne sono al centro.

E qui arriviamo all’argomento più recente, ovvero i social: perché nel 2012 erano molto meno pervasivi rispetto ad oggi nella nostra società, e vi era ancora chi fosse convinto che avrebbero portato alla creazione di una comunità globale dove tutti vivono in armonia. Invece i social si sono rivelati un luogo dove le posizioni si sono fatte sempre più polarizzate, tanto da creare delle divisioni quasi tribali nella società. In questa situazione, da un lato risorgono gli episodi di razzismo e antisemitismo, dall’altro anche il politicamente corretto si è manifestato con toni molto più violenti di quelli descritti nel film: basti pensare a quando, negli Stati Uniti, dopo l’elezione di Trump numerosi attivisti di estrema sinistra hanno iniziato a distruggere le statue dei generali sudisti o, come a Los Angeles, a rimuovere statue di Cristoforo Colombo.

In conclusione, rivedendo questo film nel 2019 si impara una lezione importante: che il futuro è molto più imprevedibile di quanto pensiamo, e che non è detto che la storia vada sempre nella direzione da noi voluta.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI25 Novembre 2019
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HaTikwa (D. Fiorentini) – Arriva con un tempismo eccezionale la storica decisione degli USA di riconoscere gli insediamenti ebraici in Giudea e Samaria, ponendo fine all’ambiguità americana circa la legalità delle cosiddette colonie israeliane.

Una disputa che nasce nel lontano ’67 a seguito della vittoria riportata da Israele nella Guerra dei Sei Giorni e la relativa conquista della Giudea e della Samaria, quando per delegittimare lo Stato ebraico i paesi arabi hanno cominciato una campagna internazionale per rendere Israele agli occhi dell’opinione pubblica come una forza bruta e imperialista.

“E’ infatti dal (quel) momento in cui Israele viene considerato forza occupante all’interno di territori catturati”, scrive il giornalista Niram Ferretti, che sottolinea come questa prospettiva distorta del conflitto abbia radici tanto profonde da convincere la Corte di Giustizia Europa e l’Ufficio dell’Alto Rappresentante degli Affari Esteri.

In questo contesto discriminatorio e ispirato dai movimenti di boicottaggio si colloca la recente decisione dell’Unione Europea di etichettare gli articoli provenienti dalla Giudea e dalla Samaria come “prodotti in territori occupati da Israele“. Un ulteriore tentativo di delegittimazione dello Stato d’Israele, che va ad aggiungersi alle ben otto risoluzioni votate dall’ONU nei scorsi giorni che condannano Israele e non riconoscono i suoi confini.

L’accusa principale è quella di aver permesso, senza averne il diritto, la proliferazione di insediamenti ebraici in Giudea e Samaria. Oltre a trascurare la millenaria presenza di storiche comunità ebraiche come Gerico e Hebron, non sono state tenute in conto numerose accordi e numerose norme del diritto internazionale.

In primis il Mandato Britannico per la Palestina del 1922, che la Gran Bretagna, potenza vincitrice della Prima Guerra Mondiale, ha stipulato alle spese del collassato Impero ottomano, stabilì il diritto degli ebrei di dimorare in tutti i territori a occidente del fiume Giordano. Tale documento venne ratificato all’unanimità dalla Società delle Nazioni, una sorta di progenitore dell’ONU, ricevendo l’approvazione anche della Comunità Internazionale. “Esso non è mai decaduto, non è mai stato abrogato, e dal punto di vista del diritto internazionale è l’architrave su cui poggia tutto il resto. Non a caso, uno dei maggiori giuristi americani del secolo scorso, nonché uno degli architetti della Risoluzione 242, Eugene W. Rostow, lo specificava chiaramente in un suo importante articolo”

“Molti credono che il mandato palestinese ha avuto termine nel 1947 quando il governo britannico si dimise da potentato mandatario. Errato. Un accordo non cessa quando il fiduciario muore, si dimette, sottrae la proprietà affidata o è licenziato. L’autorità responsabile dell’accordo nomina un nuovo fiduciario o in alternativa dispone per l’adempimento dell’accordo… In Palestina il mandato britannico ha cessato di essere operativo relativamente ai territori di Israele e della Giordania quando questi due stati vennero creati e riconosciuti dalla comunità internazionale. Ma le sue normative sono ancora effettive relativamente alla West Bank e alla Striscia di Gaza, le quali non sono ancora state allocate a Israele, alla Giordania o a uno stato indipendente“.

Da notare che questo intervento fu fatto nel 1990, prima ancora degli Accordi di Oslo del 1993-1995, in cui per l’appunto vennero risolte tutte le perplessità riguardo i territori della Giudea e Samaria. I suddetti accordi stabilirono tre zone di pertinenza, la zona A sotto il controllo dell’Autorità Palestinese, la zona B e la Zona C a controllo israeliano. Il piano ed i suoi numerosi dettagli allegati furono approvati e riconosciuti dall’Autorità Palestinese, per cui non solo Israele ha il pieno di diritto di fondare nuovi insediamenti nelle sue aree di pertinenza, ma ha assolutamente fondamento l’accusa di discriminazione e boicottaggio mossa da Israele verso l’Unione Europea. 

Grazie all’amministrazione Trump, dopo il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico, il riconoscimento della sovranità sul Golan e adesso il riconoscimento della legalità degli insediamenti nelle aree C della Giudea e della Samaria, si sta delineando un nuovo scenario geo-politico in cui stanno venendo meno i capisaldi della propaganda araba contro la legittimità di Israele. Inoltre, “assicurando ad Israele garanzie di sicurezza tali da rendere possibili le concessioni necessarie per arrivare ad un accordo di pace permanente capace di rispondere anche alla richiesta dei palestinesi di avere un proprio stato”.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI17 Novembre 2019
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HaTikwa (N. Greppi) – Quello dell’antisemitismo di estrema destra è un tema che a più riprese torna a far parlare di sé soprattutto dopo fatti atroci, l’ultimo dei quali è stato l’attentato davanti alla sinagoga di Halle in Germania. Per capire meglio l’argomento, HaTikwa ha deciso di sentire due esperti con opinioni molto diverse tra loro: Elia Rosati, docente a contratto di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, esperto di neofascismo, autore dei saggi Storia di Ordine Nuovo e Casapound Italia; e Francesco Giubilei, editore e presidente della Fondazione Tatarella, esperto di conservatorismo, i cui ultimi libri sono Europa Sovranista e Storia della cultura di destra.

Cosa pensate dell’attentato di Halle? È un caso isolato o rientra in uno schema più grande?

Giubilei: Non è un caso isolato, rientra senza dubbio a un attacco generale alle religioni. Siamo in una società sempre più secolarizzata, e ciò comporta che vi siano attentati contro cristiani, musulmani o ebrei come in questo caso. In secondo luogo è evidente come vi sia un accanimento contro le radici giudaico-cristiane dell’Occidente, che si manifestano in questo modo. Il problema è che mentre fino a poco tempo fa gli attacchi contro cristiani ed ebrei avvenivano soprattutto dove questi sono minoranze, come in Medio Oriente, adesso avvengono anche in Occidente.

Rosati: Non è isolato, ma occorre comprendere bene il fenomeno dei “lupi solitari”. Non vi è un’organizzazione internazionale dietro a questi assassini neonazisti, ma è un fenomeno con più cause: la prima è un imbarbarimento generale del dibattito pubblico, anche in relazione allo hate speech; un’altra è la costante sottovalutazione delle organizzazioni giovanili neofasciste. Il lupo solitario è frutto di una larga diffusione di determinate idee su internet e/o nel dibattito mainstream, e di un contesto politico e culturale che non estromette i discorsi d’odio e le posizioni esplicitamente o cripticamente fasciste. A volte i terroristi di questo tipo sono sì delle persone emotivamente disturbate, che però sono passate attraverso movimenti forum su internet o partiti di destra: Luca Traini, l’attentatore di Macerata, era stato candidato con la Lega nel suo paese e aveva frequentato manifestazioni di gruppi neofascisti come CasaPound, mentre lo stragista norvegese Anders Breivik era stato iscritto al Partito del Progresso, la più importante formazione razzista del suo parlamento nazionale.

Cosa pensate degli attacchi diretti a Liliana Segre? Secondo voi esiste un problema di antisemitismo in Italia?

Giubilei: Io credo che la stragrande maggioranza degli italiani sia fatta da gente perbene che rispetta il popolo ebraico. Poi ci sono sempre dei fanatici che esprimono posizioni offensive che purtroppo vengono spesso amplificate dal web.

Rosati: In Italia vi è un grave problema di xenofobia e razzismo, dovuti alla crisi economica. In questo contesto l’antisemitismo è nuovamente tornato attraverso una narrazione distorta della difficile fase socio-economica, per cui si è passati dal criticare aspramente “l’usura” delle banche ad attaccare le oscure “elite” finanziarie, e in particolare personaggi di origine ebraica come George Soros, accusato di voler distruggere l’identità europea finanziando le Ong, i partiti e i giornali a favore della “Grande Sostituzione Etnica”, del “Complotto Gender” o del “Globalismo”. Oppure basta vedere come vengono trattati giornalisti come Gad Lerner quando provano a fare reportage sulle formazioni di destra, in primis La Lega.

Come si fa a distinguere la destra radicale da quella moderata?

Giubilei: Come spiegava lo scrittore e giornalista Giuseppe Prezzolini, non esiste una sola destra ma tante destre, spesso divise sui temi economici o sulla politica estera; oggi, in particolare, sono divise su quali rapporti avere con gli Stati Uniti e sulla questione israelo-palestinese.

Rosati: Negli ultimi 15-20 anni si è ridotto il confine tra destra conservatrice e radicale; in Occidente questo processo è iniziato dopo l’11 Settembre, in Italia dalla metà degli anni ’90 (con la vittoria della coalizione di destra plurale di Berlusconi-Bossi-Fini), per cui idee che una volta erano limitate a piccoli circoli di destra radicale oggi sono al centro dei programmi dei maggiori partiti, come la Lega o tra i Repubblicani americani sotto Trump.

Hatikwa è una rivista giovanile: quali dovrebbero essere le maggiori preoccupazioni dei giovani ebrei italiani?

Giubilei: Come per tutti i giovani italiani, le grandi sfide sono da un lato il problema del lavoro, e dall’altro la perdita dell’identità.

Rosati: Dovrebbero preoccuparsi del fatto che oggi è difficile staccare il razzismo da posizioni antisemite contemporanee e negazioniste, perché parliamo di un unico blocco di pensiero molto radicato nella cultura di destra occidentale e che ha contagiato, purtroppo, la narrazione mainstream della crisi economica e della globalizzazione.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 Ottobre 2019
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17min629

HaTikwa (D. Zebuloni) – Ori Itzchaki è un mondo da scoprire, una terra da esplorare. Prima ancora di trovare interessanti le sue risposte alle mie domande, ho trovato affascinante il suo modo di arrivare ad una risposta, partendo dalla domanda per poi intraprendere un lungo viaggio verso nuove mete. Ho trovato affascinante il suo modo di affrontare la realtà circostante. Per esempio, quando mi sono scusato per essere arrivato tardi al nostro incontro, giustificandomi con la solita scusa del parcheggio, Ori mi ha rassicurato dicendo che qualche giorno prima anche lui ha fatto tardi ad una visita dal medico e che in questo modo sente di aver pareggiato un conto lasciato in sospeso. Quando gli ho detto di scrivere per un pubblico di lettori italiani mi ha chiesto incredulo se so parlare la lingua italiana, se possiedo un passaporto italiano, se ho davvero abitato in Italia, se possiamo non svolgere l’intervista in italiano perché lui l’italiano non lo parla e non l’ha mai parlato. Quando mi sono presentato come David lui mi ha chiesto se può chiamarmi Dudi, e così ha fatto per tutta l’intervista. Quando gli ho chiesto quale sia il suo prossimo grande sogno da realizzare, Ori mi ha risposto che ha una mosca sulla gamba che non gli permette di concentrarsi e che per rispondere ad una domanda simile ci vuole una grande concentrazione. Ori è proprio un mondo da scoprire, un ragazzo sensibile e ambizioso di venticinque anni che non si vergogna di dire “Io sono autistico, l’autismo non è un insulto”. La sua storia comincia con un canale su YouTube che raccoglie le sue interviste a personaggi israeliani famosi quali attori, cantanti, calciatori e modelli. Alcuni dei quali, Ori racconta, hanno accettato volentieri di farsi intervistare da lui, altri invece hanno rifiutato categoricamente, bloccandolo su WhatsApp e su Instagram. La svolta avviene quando il giornalista e conduttore televisivo Guy Lerer scopre il talento di Ori e gli concede uno spazio nella sua trasmissione serale. Quando Guy chiede a Ori quale sia la sua intervista dei sogni, Ori risponde senza esitare che sogna di intervistare Gal Gadot. Per intenderci, da quando Gal Gadot è diventata Wonder Woman, non c’è giornalista israeliano che non sogni di intervistarla e, pertanto, non c’è giornalista israeliano che ci sia riuscito. Ori tuttavia non è un intervistatore qualsiasi. Quando Gal Gadot ha sentito del suo grande sogno non ha esitato ad accettare. I due si sono incontrati a Tel Aviv e il filmato della loro intervista ha superato le tre milioni di visualizzazioni sui social. Da allora Ori è una vera e propria star: tutti lo cercano, tutti lo seguono, tutti vogliono farsi intervistare da lui. Quando gli ho chiesto cos’abbia provato durante l’intervista a Wonder Woman, la sua risposta è stata semplice: “mi sono sentito Superman”.

Ori, tra tutti i mestieri che esistono, perché hai scelto proprio di voler fare l’intervistatore?

Ho scelto questo mestiere perché mi piace incontrare nuove persone, sono un ragazzo molto curioso. Voglio sempre sentire nuove storie e condividerle poi con gli altri. Attraverso queste storie imparo moltissimo, ne traggo ispirazione e sento che grazie ad esse divento una persona migliore.  

Sei passato in pochissimo tempo dall’anonimato alla celebrità. Cosa provi quando ti fermano per strada e ti chiedono un selfie?

Sorrido sempre a tutti e non rifiuto mai una fotografia a nessuno.

Ti rende felice ricevere questo calore dalle persone?

Sì, mi rende molto felice. Il segreto è saper restituire amore a chi te ne dona.

Cos’altro ti rende felice Ori?

Quando i miei genitori mi dicono che sono fieri di me mi rendono felice. E poi intervistare mi rende felice. E’ come ricevere una scarica elettrica. Le interviste sono il mio pane, il mio ossigeno.

Anche a me piace tanto intervistare, anche a me rende felice. Ma tu sei più sincero di me. Leggo su Facebook che condividi tutte le tue emozioni, tutti i tuoi stati d’animo senza filtri e senza maschere. La felicità, la tristezza, l’amore, la paura. Qual è la cosa che ti fa più paura?

Ho paura di non avere soldi in banca, di andare in rosso, di non essere indipendente.

E qual è la cosa invece che ti rende più triste?

Probabilmente se scoprissi di essere in rosso sarei molto triste. Forse mi metterei persino a piangere. Mi rattrista anche quando le ragazze mi spezzano il cuore.

Quando ti è successo?

Succede spesso. Una volta mi ero innamorato di una ragazza, ma lei mi ha detto di non condividere i miei sentimenti. Ho pianto.

Fa bene piangere, è liberatorio. Piangi spesso?

Ultimamente piango spesso, non so più tenere le emozioni dentro.

Prima hai detto di essere una persona molto curiosa. Cosa ti incuriosisce maggiormente durante un’intervista, quando sei seduto di fronte all’intervistato?

Mi interessa sapere cosa pensano gli intervistati degli autistici. Vorrei che ne sapessero di più. Quando intervisto i personaggi famosi pongo sempre loro questa domanda.

La tua è una sorta di battaglia. Vuoi sconfiggere i pregiudizi, giusto? 

Giusto.

Pensi di riuscire a vincere la battaglia?

Sì.

Lo penso anch’io Ori.

Grazie.

Pensi che in Israele le persone siano abbastanza pronte ad ascoltare?

Si può sempre fare meglio, ma credo che la situazione sia abbastanza positiva.

Cosa possiamo ancora fare per migliorarci?

Bisognerebbe assumere più persone autistiche. Bisognerebbe arruolare più ragazzi autistici nell’esercito. Bisognerebbe vedere più autistici nel mondo dello sport. Nel calcio, nel tennis, nella pallacanestro. La verità è che le persone temono ancora gli autistici, non li capiscono fino in fondo, non hanno pazienza per loro. Non voglio parlare di politica, ma penso che anche lo Stato debba investire di più in noi.

C’è un messaggio che vorresti trasmettere a chi legge queste parole?

Sì, vorrei dire loro che a perderci è solo chi non sa accettare il diverso. Che io sono autistico e che l’autismo non è una parolaccia. E poi vorrei anche dire ai lettori che non devono arrendersi mai. Che con un po’ di forza di volontà si può ottenere tutto. Io ne sono la prova.

Racconti spesso di essere stato respinto, vorrei sentire invece di una reazione o di un messaggio che hai ricevuto e che ti ha emozionato.

L’altro giorno ho ricevuto un messaggio che mi ha commosso. Una ragazza mi ha scritto: “vederti e sentirti mi fa ricordare chi sono veramente”.

Vedi? Sai entrare nel cuore delle persone. Se siamo seduti oggi a fare questa intervista è forse perché sei entrato un po’ anche nel mio di cuore.

Sì, ricevo tanti bei messaggi, ma anch’io ne mando tanti, altrettanto belli. Ogni venerdì mattina per esempio invio un messaggio a decine di amici in cui auguro loro un buon weekend. D’ora in poi lo manderò anche a te Dudi. Tutto ciò che voglio fare è seminare un po’ di amore in giro. Amore gratuito, senza ricevere nulla in cambio.

Parliamo un po’ di Gal Gadot?

Sì.

Si è parlato molto del vostro incontro, cosa vorresti raccontarmi che ancora non si sa?

Credo che il mio incontro con lei sia stato il momento più felice che io abbia vissuto nell’ultimo decennio.

Cosa ha reso quel momento tanto felice?

Ho sognato di incontrarla e intervistarla. Il mio sogno si è realizzato.

Dimentichiamoci per un attimo di Gal Gadot, com’è stato intervistare Wonder Woman?

Vicino a lei mi sono sentito Superman.

Direi che per alcuni bambini sei davvero un supereroe, un modello da seguire. Guarda dove sei arrivato con le tue sole forze.

A volte mi sento così, le persone mi fanno sentire così. Conosci Adi Shpigelman? E’ una giocatrice di tennis e una modella. Ecco, per esempio lei mi ha scritto che sono un eroe. Leggere quella frase mi ha fatto sentire davvero speciale.

E qual è il prossimo grande sogno da realizzare?

Aspetta, ho una mosca sulla gamba e non riesco a concentrarmi. Per rispondere a questa domanda ho bisogno di una grande concentrazione.

Certo, prenditi tutto il tempo che vuoi, non ho fretta.

Ecco, se n’è andata. Il prossimo sogno da realizzare è intervistare Ronaldinho.

E cosa vorresti chiedergli?

Non lo so. Non mi piace preparare le domande prima dell’intervista. Mi piace improvvisare.

Beh, allora sei proprio un professionista Ori.

Grazie Dudi, anche tu.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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