giorno della memoria
Israeli Police officers wearing protective clothing, as a preventive measure against the coronavirus arrive to arrest a man who tested positive for coronavirus and escaped his quarantine, in the ultra orthodox Jewish neighborhood of Meah Shearim on April 6, 2020. Photo by Yonatan Sindel/Flash90

Consiglio UGEIUGEI29 Gennaio 2020
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di David Zebuloni

 

Intervistare Sami Modiano è un viaggio, nel tempo e nello spazio. Quando Sami racconta la sua storia ti porta con sé nei posti in cui ha vissuto, nella sua amata Rodi per esempio, di cui ne ricorda perfettamente gli odori e i colori. Le sue parole hanno il potere di entrarti dentro, di penetrarti la pelle. Così come riesce a fare il suo sguardo, talvolta stanco, talvolta munito di un particolare bagliore. Vengo accolto un venerdì mattina piovoso nella sua accogliente casa ad Ostia, dove abita con la moglie Selma da ormai molti anni. Insieme a noi la sua amica storica e “sorellina”, come la definisce lo stesso Sami, Elvira Di Cave. La presenza di entrambe, Selma ed Elvira, si rivela fondamentale per lo svolgimento dell’intervista. Sono loro infatti a colmare i miei silenzi di fronte al dolore, a completare le risposte di Sami interrotte dalle lacrime. Lacrime che pesano come macigni e che spiegano l’orrore nazista meglio di qualsiasi libro di storia. Sami ci insegna che l’orrore non si limita alla morte e alla distruzione. No, l’orrore è ben più subdolo. “Io non ho avuto un’istruzione come gli altri”, mi sussurra. “Io non ho potuto realizzarmi come gli altri”. Ferite che Sami si porta appresso e che non gli danno pace. Anche oggi, ad un passo dal suo novantesimo compleanno, non gli danno pace. Ferite diventate cicatrici. Sono queste infatti le tracce invisibili e indelebili di quel piano che aveva come unico obiettivo quello di rendere i prigionieri prima degli stück (pezzi) e poi cenere nel vento di Auschwitz. Sami è sopravvissuto all’inferno, è tornato nella sua amata Rodi, poi in Italia, ma una parte di lui è rimasta lì, nei lager. È forse questa la condanna dei superstiti? Rimanere prigionieri anche fuori dai campi? Rimanere degli stück anche da uomini liberi? Tanti sono gli interrogativi che tormentano il Testimone ed il suo interlocutore, ma poi arriva il suo abbraccio, caldo e paterno. E poi ancora il suo sorriso. Il sorriso inconfondibile di Sami, così disteso e raggiante. Beh, in quel momento capisci che forse la vita va avanti davvero, anche al di là del filo spinato.

Come stai Sami?

Sto bene ringraziando il Padre Eterno, ho i miei problemi di salute vista l’età, ma non mi lamento perché so che ci sono cose peggiori. Ogni tanto mi sento stanco. Ma la mia non è una stanchezza fisica, la mia è una stanchezza psicologica.

Sono tanti anni ormai che ti dedichi ai viaggi della memoria, accompagnando centinaia di giovani nei campi di Auschwitz-Birkenau. Cosa provi ogni volta che attraversi il filo spinato? Cosa vedono i tuoi occhi che gli altri non riescono a vedere?

La prima volta io non volevo andarci. Temevo di non essere creduto e per un testimone non essere creduto è un doppio dolore. Per evitare questo dolore rifiutavo. Poi mi hanno messo all’angolo come un pugile, dicendomi che i giovani hanno bisogno di me. Ci sono andato con mio fratello, il mio fratello adottivo, Piero Terracina, con cui ho condiviso la stessa storia e lo stesso dolore. Durante quel viaggio ho visto le lacrime dei ragazzi e quelle lacrime mi hanno aperto gli occhi. Sai, quando esci da quell’inferno vivo, nonostante l’unica via d’uscita possibile da lì sia la morte, cominci a domandarti perché. Perché Perché? Perché? Perché io, un ragazzino di tredici anni che stava per dare l’anima e invece si è trovato liberato. Com’è possibile che sopravvissi una volta, due volte, tre volte, mentre gli altri morivano a fianco a me? Ecco, quando ho visto le lacrime negli occhi dei ragazzi e delle ragazze ho capito perché sono sopravvissuto. Io sono sopravvissuto per testimoniare. Questa è la mia missione. Questo è ciò che Lui ha voluto per me. Questo è ciò che vedono i miei occhi nel campo: i ragazzi.

Spesso parli di Lui puntando il dito al cielo.

Sì, sono molto fiero della mia fede, ma ci sono stati dei momenti in cui mi sono molto arrabbiato con Lui, è naturale. I miei occhi hanno visto delle cose che non potevo sopportare. Glielo chiedo ancora oggi: “come puoi lasciar morire dei bambini innocenti?”. No, questo è un dolore fisico che non posso sopportare. Come vuoi che non abbia una reazione? Sono scoppiato, ecco, ma poi mi sono sempre ripreso. Lui sa quel che fa.

Sono tanti i testimoni che si domandano perché guardando il cielo. Ti consolerebbe davvero sapere il motivo per il quale Dio l’ha fatto? Esiste forse un motivo valido abbastanza per riuscire a giustificarlo?

No no no. Questo però lo lascio a Lui, io non posso esprimermi su questo.

Sei un uomo felice Sami? Un superstite può mai definirsi veramente felice?

Io sono l’uomo più felice del mondo. Quando verrà il mio momento io me ne andrò in pace, perché so di aver compiuto la mia missione. Non sai quante lettere ricevo dai ragazzi che mi ascoltano. Loro mi danno la forza di andare avanti. Mi dico: “Sami, non ti devi fermare, è un peccato fermarti. Lo so che è doloroso, che è straziante, che hai sofferto, ma non ti fermare”.

La storia di Sami è un po’ la storia dell’ebreo nella storia. Prima la deportazione da Rodi, poi dall’Italia, dopo ancora la fuga dal Congo. Pensi che sia il nostro destino dover fuggire?

No, ma ciò che io ho subito probabilmente era scritto in questo modo. E non posso dire di aver solo sofferto. Io sono nato a Rodi ed ero un bambino felice, con una famiglia bellissima, a fianco di una grande comunità che ormai non c’è più. Sono stato educato benissimo. Eravamo tutti fratelli. Ma poi sono arrivate le leggi razziali, leggi che non mi hanno permesso di esprimermi culturalmente; né a me, né a mia sorella, né agli altri ragazzi. Però Lui ha voluto così e io lo accetto.

Nell’ultimo periodo si parla molto di una crescita dell’antisemitismo in Italia, in Europa e nel mondo. Credi davvero che gli ebrei siano in pericolo o sono solo i fantasmi del passato a farcelo credere?

Ho saputo che molti ragazzi in Italia o in Francia lasciano il loro paese per andare altrove. Se lo fanno vuol dire che un motivo c’è e questo motivo io lo seguo. Lo seguo e mi dispiace perché mi ricorda ciò che è successo a Rodi. Noi a Rodi eravamo in seimila, ma ne hanno deportati solo duemila. Gli altri quattromila avevano lasciato Rodi quando Mussolini era salito al potere perché sentivano che un giorno sarebbe successo qualcosa. Sono i giovani ad andare via, i vecchi rimangono. Vedi, è una storia che si sta ripetendo e ripetendo. Vedremo quando si fermerà, ma grazie a Dio adesso abbiamo uno Stato e questo è un qualcosa che ci dà la forza.

Racconti sempre nelle tue testimonianze che tu e Selma non siete riusciti ad avere figli, ma che avete avuto la fortuna di avere tanti nipoti.

I ragazzi, quando li incontriamo, diventano subito nipotini nostri. Gli vogliamo bene da morire, viviamo per loro. È un istinto naturale quello che abbiamo io e lei.

E che responsabilità comporta essere nonni? Cosa senti di dover trasmettere?

Vorrei trasmettere solo allegria, come fa un nonno normale. Abbracciarli, parlare con loro, fare loro domande curiose.

Cosa pensi che devono imparare questi giovani dalla vita che ancora non sanno?  

I giovani sono interessati a tutto, lo vedo durante i nostri viaggi insieme. Sono anche molto educati e in gamba; impareranno.

Nei tuoi racconti ritorni sempre alla tua Rodi, perché?

Io sono legatissimo alla mia Rodi, perché là sono cresciuto, là ho mosso i miei primi passi. Lì ero felice, felicissimo. C’era una bella comunità che prima della mia nascita aveva già una storia importante, culturalmente ed economicamente. Io ho trovato già tutto pronto. C’era un collegio rabbinico importantissimo, avevamo degli insegnanti preparatissimi da tutti i punti di vista. E poi c’era la fratellanza. Il figlio del banchiere e il figlio del ciabattino erano perfettamente uguali. Il banchiere era felice di essere banchiere e il ciabattino era felice di essere ciabattino perché entrambi sapevano di avere alle spalle una comunità che dava loro gli stessi diritti. Ecco, io crescevo così. Io potevo entrare in qualsiasi casa a Rodi ed ero come un figlio. Per questo mi addolora aver perso questa comunità, perché ho perso una grande famiglia.

Un’altra figura che torna sempre nei tuoi racconti è quella di tua sorella Lucia.

Mia sorella aveva un cuore d’oro. Da quando avevamo perso la mamma, lei mi aveva fatto da mamma e da sorella. Cercava di parlarmi con delle parole dolci, di tenermi pulito. Aveva preso la casa in mano, quando vedeva che io non mi saziavo con quel poco che c’era a tavola, me ne dava ancora. Non si dimenticano questi gesti, non si possono dimenticare, nel tempo li prendo sempre più in considerazione.

Assumono ancora più valore.

Sì, non si cancellano. Rimangono.

Cosa le diresti oggi che Sami non è riuscito a dirle a tredici anni?

Che hanno ammazzato una persona che sarebbe diventata qualcuno. Era molto intelligente, era l’orgoglio di mio papà, era l’orgoglio del nome che portava. Io sono orgoglioso di avere una sorella così.

E che cosa vorresti dire a Selma, l’altra donna della tua vita, seduta qui di fronte a te?

Che l’unica cosa buona che mi ha dato il Padre Eterno è stata incontrare questa fanciulla. La mia compagna, mia moglie. Io le ho fatto un giuramento al matrimonio, e credo di averlo mantenuto. L’abbiamo mantenuto. Stiamo insieme da più di sessant’anni e ogni anno ci vogliamo più bene. Quando la perdo di vista mi fermo e se non è vicino a me, io non continuo.

Le cicatrici si rimarginano mai Sami?

Molti mi dicono: “sei un sopravvissuto, sei uscito dai campi”. No, io sono ancora là. Io non uscirò mai da Auschwitz, non potrò mai cancellare tutto ciò che ho visto. Non sarò mai una persona normale. Ho questa piaga, ho delle visioni e ci sono dei momenti in cui mi rivedo tutto davanti. I miei occhi hanno visto ammazzare. Io e Piero levavamo i cadaveri dal filo spinato. La morte era davanti a noi ogni giorno.

Ti sei mai rammaricato di essere nato ebreo?

Mai. Ne sono fiero, lo dico ad alta voce.

Un’ultima domanda Sami. Pensi che ci sia qualcosa riguardante la Shoah che non sia ancora stato detto? Qualcosa che dobbiamo sapere prima che l’ultimo dei sopravvissuti ci abbia lasciato?

Più o meno si è spiegato tutto o quasi tutto. Molti sono usciti da quell’inferno e hanno testimoniato ciò che succedeva, anche nelle camere a gas. Un esempio sono le fotografie che ci ha fatto vedere Marcello Pezzetti, che sono state ritrovate cinque anni fa. Fotografie che sono state scattate nella fossa comune di Auschwitz. Duecentoquarantamila ne hanno ammazzati in quella fossa e io ho portato della legna per bruciare i cadaveri. Ecco, questa è una cosa che non volevo dire, ma la dico. Loro usavano noi, manodopera, per aiutarli. Non è che i tedeschi prendevano il cadavere e lo buttavano. No, loro usavano noi. Fratelli. Ci facevano portare la legna.

È una cosa che non hai mai raccontato.

Ci sono molte altre cose, ma non posso dirle, non si dicono. Sono uscite fuori queste fotografie. Lo dicono loro, non lo dico io. Può darsi che se le dicevo io non ci avreste creduto, e sarebbe stato un dolore per me. Io ho portato della legna, sì. Mi hanno obbligato. Non l’ho fatto perché lo volevo io, loro stavano lì con il fucile spianato, dovevo farlo. Si servivano di noi per far funzionare la loro fabbrica della morte. Ciò che mi ha tenuto in vita sono le parole di mio papà: “Tu devi vivere Sami, tieni duro, tu devi vivere”. Lui mi ha messo al mondo, lui mi ha educato e io non voglio deluderlo. Mai.

Ma tu non ci rimani ad Auschwitz Sami, tu torni indietro.

Io sono là.

 

 


Consiglio UGEIUGEI28 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Nathan Greppi

Quando si hanno 14 anni raramente si ha il talento e il desiderio per comprendere a fondo la storia e raccontarla con eleganza: eppure questo è il caso di Eleonora Spezzano, bimba prodigio che ha recentemente scritto il romanzo storico Hans Mayer e la bambina ebrea, pubblicato da Bonfirraro Editore e incentrato sulla Shoah.

La storia si svolge a Varsavia, nell’autunno del 1941: Hans Mayer è un giovane ufficiale dell’esercito tedesco, che pur non credendo appieno nell’ideologia nazista non esita a eseguire gli ordini, anche quando si tratta di catturare e mandare a morire degli innocenti. Tutto questo cambia il giorno che incontra Marie, una bambina ebrea di soli 4 anni sfuggita alle SS, che ne hanno deportato tutta la famiglia ad Auschwitz. Spinto dalla compassione, Hans decide di nasconderla in casa sua, rischiando così la propria vita ma cercando di salvare la propria dignità.

La storia è narrata in prima persona dallo stesso Hans, che non nasconde minimamente al lettore le proprie emozioni: il senso di colpa per tutti gli ebrei che ha fatto deportare, la rabbia per una guerra inutile e insensata, l’affetto quasi paterno che inizia gradualmente a provare per la bambina. Infatti lei, se da un lato gli fa rischiare la vita qualora venisse scoperto, dall’altro gli da una ragione per vivere, poiché salvandola egli cerca di espiare le proprie colpe.

Il romanzo riesce a catturare l’attenzione per la forte carica emotiva che racchiude, e spinge il lettore a non fermarsi pur di sapere come va a finire. Una storia triste, che però spinge a non perdere mai la fiducia nel genere umano.


Consiglio UGEIUGEI27 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Giorgio Berruto

E’ anche grazie alla Giornata della Memoria, di cui talvolta da parte ebraica si esagerano i limiti e si minimizza l’efficacia, se oggi Se questo è un uomo è un libro tanto conosciuto. Proprio perché la storia vissuta da Primo Levi, in fondo, almeno a grandi linee la sanno tutti, o quasi. Sospetto che sia più conosciuto che letto, ed è un errore grave, perché Se questo è un uomo è libro da tenere sempre sul comodino, da leggere e rileggere. Un errore non solo perché, in generale, la letteratura in quanto arte si occupa del come prima che del cosa, ma anche per motivi specifici che vorrei provare a passare in rassegna.

Se questo è un uomo esprime innanzitutto un’autentica fede nella letteratura, la più alta espressione di umanità. In questo senso è da leggere l’attenzione filologica alle parole e al linguaggio, che emerge peraltro anche in tutte le opere successive di Levi. Tra i primi elementi che colpiscono il giovane chimico deportato ecco la confusione delle lingue nel campo e l’importanza vitale di conoscere almeno i rudimenti del tedesco. Primo obiettivo del lager è sottrarre ai detenuti i nomi propri, mutare le persone in numeri e avviarne la trasformazione in “pezzi” nell’industria dello sterminio; e allora Se questo è un uomo, soprattutto nell’edizione definitiva Einaudi, è pieno di nomi propri, cognomi, soprannomi. Ma è anche la paura di non riuscire a comunicare il vissuto nel lager, tipica nei sopravvissuti, a sollecitare la fede nelle belle lettere, che non assume mai la forma dell’esercizio di stile e costituisce invece la materia grezza alla base del libro e la sua aspirazione ultima. E’ questa la risposta più limpida a chi, come Adorno, ha affermato la barbarie di scrivere poesia, cioè produrre arte, dopo Auschwitz.

Ma c’è di più: la scrittura di Primo Levi è cristallina in ogni dettaglio. Ogni parola, ogni aggettivo ha un posto preciso nella frase e nella pagina e chi legge ha la certezza che debba essere proprio quello. Stile lavorato ma non manierato, conciso ed efficace. E’, in estrema sintesi, la lingua del liceo classico italiano, frequentato a Torino dal chimico scrittore, una lingua in cui si impastano i classici greci e latini, la Bibbia e Dante, Leopardi e Manzoni.

Primo Levi, nelle sue stesse parole, cerca e trova “il linguaggio pacato e sobrio del testimone, non quello lamentevole della vittima né quello irato del vendicatore”. Se questo è un uomo viene evidentemente concepito come serie di racconti orali ed è a partire da frammenti diseguali di testo, talvolta poco più che aforismi, che l’autore costruisce le cornici narrative indispensabili per tenere insieme i diversi capitoli. A rendere omogeneo il libro interviene, ancora una volta, la lingua letteraria scelta e lavorata da Levi.

La fede nella letteratura è qui accompagnata da una irrefrenabile, impetuosa curiosità intellettuale. Anche in questo caso, si tratta di una cifra che torna nell’opera successiva dello scrittore ma che nelle condizioni del lager risalta con ineguagliata nitidezza. Curiosità nei confronti di ogni forma del sapere senza alcuna svalutazione verso il saper fare – le tecniche, le arti e la manualità dunque – di cui tanti anni dopo il Faussone della Chiave a stella sarà rappresentante. Curiosità e fede nella letteratura sono la base dell’umanesimo di cui Primo Levi diventa interprete ad Auschwitz. Il capitolo in cui racconta a un altro deportato, Pikolo, il canto dantesco di Ulisse è forse l’esempio più alto e commovente in cui questi elementi si saldano.


Consiglio UGEIUGEI20 Gennaio 2019
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di David Zebuloni

 

I percorsi sono due, uno da quattro e l’altro da dieci chilometri. Le tappe sono sette e rappresentano i luoghi della Memoria della città di Torino. L’iniziativa è tanto semplice quanto straordinaria: una maratona per ricordare la Shoah e conoscere la strada verso il futuro. Il 27 Gennaio si terrà l’evento Run for MEM, per il terzo anno consecutivo, organizzato dall’UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) in collaborazione con la Comunità Ebraica di Torino e con il prezioso contributo dell’UGEI (Unione Giovani Ebrei d’Italia) che ha finanziato, per tutti i giovani che desiderassero aderire, il biglietto per il trasferimento dalla comunità di origine a Torino. Un’iniziativa ambiziosa, estremamente importante considerati i toni retorici che negli ultimi anni hanno accompagnato il Giorno della Memoria. Si corre per ricordare, per stare uniti, non per vincere. La Run for MEM è una corsa sportiva non competitiva, una gara che non vede vincitori né vinti, ma solo migliaia di partecipanti che hanno come unico obiettivo quello di dimostrare che la fiamma della memoria è ancora accesa. E arde. La partenza è prevista per ambedue i percorsi in Piazza Madama Cristina, a Torino. Vi sono alcune tappe comuni in cui è previsto un atto commemorativo, tra esse la Sinagoga in Piazzetta Primo Levi, Piazza Carlo Felice, Piazza CLN, il Rettorato in Via Verdi e Piazza Carlo Emanuele II (ex Ghetto). Il punto d’arrivo è Piazza San Carlo.

I media partner TV coinvolti nell’evento sono Sky Sport e La Stampa, il Testimonial d’eccezione invece sarà Shaul Ladany – superstite della Shoah, campione olimpionico e testimone diretto dell’attentato avvenuto alle Olimpiadi di Monaco nel ’72. Un personaggio dal vissuto eccezionale, con un passato da campione olimpionico ed un presente da docente universitario presso la Ben Gurion University. All’età di 82 anni Ladany non smette di emozionare. “Lo sport ha la capacità di evidenziare la nostra umanità superando le distinzioni di religione, credo, cultura e di genere e l’incontro con l’altro; un momento importante per oltrepassare confini e barriere”, dichiarano i vertici dell’organizzazione. “L’idea è di affermare la vita, che continua nonostante tutti i tentativi che hanno cercato nei secoli di sterminare gli ebrei così come altre popolazioni, con genocidi e massacri. La vita continua e va trasmessa la forza di vivere, a volte di sopravvivere e di avere il coraggio di raccontare quanto accaduto affinché non si ripeta mai più”. Noemi Di Segni, Presidente dell’organizzazione UCEI, definisce l’evento “un impegno dello sport contro l’antisemitismo”. La giornalista Paola Chiaraluce scrive a proposito dell’iniziativa: Gli orrendi volantini antisemiti di cui si è avuta notizia ci ricordano quanto questo impegno sia attuale. E quanto lavoro ancora ci sia da fare. Sarebbe bello se quelle scritte fossero sostituite da un cartello con scritto #WeRemember. Almeno per un giorno.”

Se dunque è vero che ogni lungo viaggio inizia sempre con un piccolo passo, la Run for MEM ci ricorda che la strada per un futuro migliore non è poi tanto lontana. Talvolta, comincia proprio sotto casa nostra. Basta indossare un paio di scarpe comode e scendere in Piazza.


Consiglio UGEIUGEI26 Gennaio 2018
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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia con rammarico, sdegno, oltre che rabbia, apprende l’avvenuto svolgimento, il 24 gennaio 2018, dell’evento negazionista “Israele e lo sfruttamento dell’Olocausto”. Siamo esterrefatti sia stato consentito tale evento tra le mura dell’Università di Torino, nonostante gli appelli contrari di vari esponenti delle realtà ebraiche italiane, tra cui il nostro, nei giorni e settimane immediatamente precedenti.

La locandina che invitava a prender parte al convegno mette a confronto inequivocabilmente l’ideologia nazifascista con il sionismo, impregnandosi così, senza mezzi termini, di antisemitismo. Le accuse vergognose, mosse durante la conferenza, infangano e inventano e riscrivono la storia, condite da una patina, nemmeno poco spessa, del complotto demo-pluto-giudaico.

Il tutto, lo ricordiamo, si è svolto in un’aula universitaria. In quello che dovrebbe essere il santuario del sapere.

Il Giorno della Memoria è stato istituito per ricordare i milioni di vittime della Shoah, affinché ogni singola persona venga rispettata e onorata, e affinché non si ripeta mai una tragedia simile. È un giorno sacro, da dedicare alla commemorazione di chi ha perso la vita e alla celebrazione dei sopravvissuti, e aborriamo che venga utilizzato a fini di propaganda antiisraeliana, anzi antisemita.

Ci teniamo a ricordare che il sionismo nacque alla fine dell’800 come movimento collettivo di speranza. Ritenere che esso abbia contribuito allo sterminio degli ebrei durante la Shoah non solo è pericoloso, ma è puro revisionismo storico, è talmente assurdo ed aberrante che ci risulta anche difficile descriverlo a parole.

Ci appelliamo al Magnifico Rettore Gianmaria Ajani affinché si unisca, non solo a parole, al nostro sdegno di fronte a quanto avvenuto e affinché si assicuri che tali eventi non si svolgano più in futuro.

Ci appelliamo al Magnifico Rettore Gianmaria Ajani affinché non permetta che il negazionismo storico sia valorizzato nel suo Ateneo e che i suoi studenti apprendano una volta per tutte il valore della Memoria della Shoah.

La Presidente
Carlotta Micaela Jarach

I Consiglieri
Simone Israel
Alessandro Lovisolo
Alissa Pavia
Giulio Piperno
Luca Spizzichino
Ruben Spizzichino



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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