Iniziative
Foto catalogo museo fischietto in terracotta Rutigliano Bari

Consiglio UGEIConsiglio UGEI14 Novembre 2019
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HaTikwa – Care ugeine, cari ugeini,

finalmente a mente fredda mi trovo a scrivervi questo messaggio. Avrei voluto farlo appena finito l’evento, ma la stanchezza accumulata ha avuto la meglio. Domenica si è concluso il JIR-Jewish International R(h)ome. Sono stati tre giorni indimenticabili che porterò sempre nel mio cuore.
Se a gennaio qualcuno avesse ipotizzato la realizzazione di questo evento, probabilmente sarei scoppiata a ridere. Il primo anno di presidenza, appena ventenne e con pochissimi contatti all’estero. Sarebbe stata una vera utopia. Però il network ebraico internazionale è sempre stato un punto fisso di questo Consiglio, per questo abbiamo deciso di inviare i nostri rappresentanti in giro per l’Europa durante tutto l’anno e comprendere come lavorano e collaborano le altre unioni ebraiche giovanili. E così da Zurigo passando per Malaga con scalo a Washington, qualcosa ha cominciato a cambiare. Le relazioni internazionali iniziavano a essere serrate, l’interesse dall’estero fondato, e tutto prendeva un’altra forma. Un grande evento internazionale promosso da UGEI non era così impossibile. Impegno e dedizione hanno portato i loro frutti. Ringrazio i miei consiglieri per lo sforzo e le pressioni che hanno dovuto sopportare per la realizzazione di questa manifestazione. E soprattutto, noi consiglieri tenevamo a ringraziare tutte e tutti voi per aver reso possibile e memorabile questo evento. Grazie per averci fatto assaporare quell’atmosfera serena e armoniosa che non si gustava da tempo. Grazie per averci fatto sentire una vera famiglia. Il vostro sorriso è la ricompensa più grande. Ci vediamo al Congresso.

 

Keren Perugia, Presidente UGEI


Consiglio UGEIConsiglio UGEI12 Novembre 2019
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HaTikwa – Un evento simile non si era ancora visto in Italia: la manifestazione internazionale J.I.R. Jewish International R(h)ome, che si è tenuta dall’8 al 10 novembre a Roma, promossa dall’Unione Giovani Ebrei d’Italia in collaborazione con EUJS European Union of Jewish Students, WUJS World Union of Jewish Students, ARIEL – Union of Jewish Students Geneva, RUJS Russian Union of Jewish Students, Delet Assessorato ai Giovani CER e Masa Israel ha contato centinaia di partecipanti attivi provenienti dalle varie comunità ebraiche italiane e da decine di altre comunità ebraiche europee.

Lo Shabbaton ha riunito infatti all’interno delle mura della Sala Pitigliani oltre 200 ragazze e ragazzi provenienti da 22 nazioni. Uno Shabbat dallo spirito ebraico e dal carattere internazionale, con workshop e attività numerose che hanno visto la partecipazione straordinaria del Presidente mondiale degli studenti ebrei (WUJS) Avigayil Bernstein, il neoeletto board dell’European Union of Jewish Students, il Presidente dei giovani russi, Shota Mirilashvili e il Consiglio giovanile ebraico di Ginevra.

I giovani partecipanti, europei e non, sono rimasti affascinati dalla ricchezza culturale che la Comunità ebraica di Roma ha avuto da offrire. Dalle preghiere svolte nel Tempio Maggiore, al tour nell’antico Ghetto, per continuare con le specialità culinarie tipiche della cucina giudaica romanesca.

Un traguardo altrettanto straordinario è stato raggiunto sabato sera al party conclusivo JIR Exclusive Party in collaborazione con Delet Assessorato ai Giovani C.E.R. che ha avuto luogo nell’elegante location Shari Vari, dove il numero di partecipanti si è raddoppiato. Da anni non si registrava tale mobilitazione, una partecipazione che ha superato ogni aspettativa.

“Siamo orgogliosi e molto soddisfatti del grandissimo successo che questo Shabbaton ha riscosso. La partecipazione sia dei ragazzi italiani che dei ragazzi stranieri è andata oltre ogni più rosea aspettativa. Per tutto il weekend abbiamo respirato un clima di gioia e lo Shabbat passato tutti insieme è stato davvero indimenticabile ed emozionante. Lo Shabbaton ha visto la sua massima partecipazione al grande party a cui hanno partecipato circa 400 persone”, ha dichiarato la Presidente dell’Ugei, Keren Perugia.

“Siamo felici e orgogliosi di aver accolto questo importante evento nella nostra Italia, nella Comunità ebraica più antica d’Europa. Siamo riusciti ad abbattere i confini, fisici e culturali, che esistevano tra noi. Siamo riusciti a connettere centinaia di giovani ebrei europei e gettare così le basi per un network vincente. Ma non è finita qui, siamo già all’opera per il prossimo evento. Seguiteci!”, ha aggiunto Ruben Spizzichino, Vicepresidente dell’Ugei.

“Obbiettivo raggiunto!”, ha concluso Raffaele Rubin, Assessore alle Politiche Giovanili della Comunità Ebraica di Roma. “Vogliamo dare sempre più strumenti ai nostri ragazzi, a breve si formerà la Commissione Giovani che per me è una parte fondamentale. Ho voglia di sentire i ragazzi, ho voglia di creare questo laboratorio di idee in cui ognuno potrà dire la sua. Già vi anticipo che l’obiettivo è di fare presto un altro evento per i ragazzi un pelino più grandi, proprio per pensare a tutti quanti.”


Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 Novembre 2019
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HaTikwa (N. Greppi) Anche quest’anno, dal 30 ottobre al 3 novembre, si è tenuta il celebre festival Lucca Comics & Games, che a ogni edizione porta circa 250.000 visitatori nella città toscana, facendone il più grande festival dei fumetti in Europa e il secondo del mondo dopo il Comiket di Tokyo. La fiera ha ospitato mostre, presentazioni, dibattiti, concorsi, concerti e spettacoli teatrali legati al mondo della cultura nerd: dai fumetti alle serie tv, dai videogiochi ai giochi da tavolo, senza dimenticare il cinema d’animazione.Anche quest’anno tra gli oltre 100 ospiti vi sono anche degli artisti ebrei; in particolare, tre hanno un rapporto più o meno stretto con le proprie origini.

Il primo è il fumettista Chris Claremont: nato a Londra nel 1950 e cresciuto a New York, è una leggenda tra i lettori dei fumetti Marvel; da oltre 50 anni lavora come sceneggiatore per gli albi della storica azienda fondata da Stan Lee, e in particolare alla serie degli X-Men, tanto che i suoi fumetti hanno venduto circa 750 milioni di copie in tutto il mondo. In particolare, è noto per le storie degli X-Men Giorni di un futuro passato (che ha ispirato l’omonimo film della saga del 2014, nel quale compare in un cameo) e per aver inventato il personaggio di Fenice Nera, alter ego malvagio della supereroina mutante Jean Grey.

Quello che non tutti sanno è che Claremont non solo è di origini ebraiche da parte materna, ma nel 1971 è andato a vivere per un breve periodo in Israele, nel kibbutz di Netiv HaLamed-Heh. Inoltre, è stato lui a modificare le origini di Magneto, storico antagonista della serie, in modo che in origine fosse un ebreo polacco che da piccolo è sopravvissuto ad Auschwitz, dove si sono manifestati per la prima volta i suoi poteri. Un elemento, questo, che compare anche all’inizio del primo film degli X-Men. Intervistato dalla rivista Vulture nel giugno 2019, Claremont ha spiegato che l’idea gli venne pensando ai superstiti della Shoah che aveva conosciuto nel kibbutz da ragazzo.

L’altra ospite di origini ebraiche è l’animatrice americana Rebecca Sugar: 32 anni, nata e cresciuta nel Maryland, nel 2013 ha creato per Cartoon Network la serie animata Steven Universe, tra quelle di maggior successo del canale negli ultimi anni. E a Lucca è venuta soprattutto per presentare il film musical animato Steven Universe: The Movie, tratto dalla serie.

Da un’indagine della rivista ebraica Forward, è emerso che i personaggi della serie sono ispirati alle origini della Sugar, figlia di una coppia mista: il protagonista, Steven Universe, è un essere per metà umano e per metà una “gemma vivente”, ed è ispirato al fratello dell’autrice, anch’egli di nome Steven, che come il personaggio ha genitori che appartengono a popoli diversi.

A parte i fumettisti, anche lo scrittore statunitense Daniel Abraham, membro assieme a Ty Franck del duo artistico James S.A. Corey, è ebreo: i due sono noti soprattutto per la serie di romanzi di fantascienza The Expanse, inaugurata nel 2011 con il romanzo Leviathan – Il risveglio dal quale nel 2015 è stata tratta una serie televisiva. Non a caso a Lucca hanno presentato l’ottavo libro della saga, L’ira di Tiamat.

Ma tra gli ospiti c’è anche chi, pur non essendo ebreo, ha dimostrato nella sua carriera un grande amore per la storia e la cultura ebraica, più di tanti ebrei: tra questi vi è senza dubbio Vittorio Giardino, fumettista bolognese classe 1946, che ha creato due celebri personaggi del fumetto italiano: Max Fridman, agente dei servizi segreti francesi nel 1938, e Jonas Fink, un ebreo di Praga che negli anni del comunismo assiste alle purghe contro la borghesia ebraica.

Giardino è, assieme a Hugo Pratt, l’unico autore italiano che dal 2008 compare nella mostra itinerante De Superman au Chat du Rabbin, dedicata al legame tra ebraismo e fumetti. Come raccontava Moked nell’agosto 2018, il suo interesse deriva dal fatto che la moglie fa parte dei Formiggini, un’antica famiglia ebraica della provincia di Modena, e conoscendone la famiglia Giardino ha iniziato a interessarsi alle loro storie: “Ho scoperto le vicende di tanti ebrei italiani. Cittadini del mondo, viaggiatori, imprenditori, sperimentatori. Eppure sempre legati all’identità originaria. Da Leopoli a Trieste, da Gerusalemme a Bologna. Legami forti, ma che non portano mai al provincialismo, al familismo.”

 

 

 

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 Ottobre 2019
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HaTikwa (D. Zebuloni) – Ori Itzchaki è un mondo da scoprire, una terra da esplorare. Prima ancora di trovare interessanti le sue risposte alle mie domande, ho trovato affascinante il suo modo di arrivare ad una risposta, partendo dalla domanda per poi intraprendere un lungo viaggio verso nuove mete. Ho trovato affascinante il suo modo di affrontare la realtà circostante. Per esempio, quando mi sono scusato per essere arrivato tardi al nostro incontro, giustificandomi con la solita scusa del parcheggio, Ori mi ha rassicurato dicendo che qualche giorno prima anche lui ha fatto tardi ad una visita dal medico e che in questo modo sente di aver pareggiato un conto lasciato in sospeso. Quando gli ho detto di scrivere per un pubblico di lettori italiani mi ha chiesto incredulo se so parlare la lingua italiana, se possiedo un passaporto italiano, se ho davvero abitato in Italia, se possiamo non svolgere l’intervista in italiano perché lui l’italiano non lo parla e non l’ha mai parlato. Quando mi sono presentato come David lui mi ha chiesto se può chiamarmi Dudi, e così ha fatto per tutta l’intervista. Quando gli ho chiesto quale sia il suo prossimo grande sogno da realizzare, Ori mi ha risposto che ha una mosca sulla gamba che non gli permette di concentrarsi e che per rispondere ad una domanda simile ci vuole una grande concentrazione. Ori è proprio un mondo da scoprire, un ragazzo sensibile e ambizioso di venticinque anni che non si vergogna di dire “Io sono autistico, l’autismo non è un insulto”. La sua storia comincia con un canale su YouTube che raccoglie le sue interviste a personaggi israeliani famosi quali attori, cantanti, calciatori e modelli. Alcuni dei quali, Ori racconta, hanno accettato volentieri di farsi intervistare da lui, altri invece hanno rifiutato categoricamente, bloccandolo su WhatsApp e su Instagram. La svolta avviene quando il giornalista e conduttore televisivo Guy Lerer scopre il talento di Ori e gli concede uno spazio nella sua trasmissione serale. Quando Guy chiede a Ori quale sia la sua intervista dei sogni, Ori risponde senza esitare che sogna di intervistare Gal Gadot. Per intenderci, da quando Gal Gadot è diventata Wonder Woman, non c’è giornalista israeliano che non sogni di intervistarla e, pertanto, non c’è giornalista israeliano che ci sia riuscito. Ori tuttavia non è un intervistatore qualsiasi. Quando Gal Gadot ha sentito del suo grande sogno non ha esitato ad accettare. I due si sono incontrati a Tel Aviv e il filmato della loro intervista ha superato le tre milioni di visualizzazioni sui social. Da allora Ori è una vera e propria star: tutti lo cercano, tutti lo seguono, tutti vogliono farsi intervistare da lui. Quando gli ho chiesto cos’abbia provato durante l’intervista a Wonder Woman, la sua risposta è stata semplice: “mi sono sentito Superman”.

Ori, tra tutti i mestieri che esistono, perché hai scelto proprio di voler fare l’intervistatore?

Ho scelto questo mestiere perché mi piace incontrare nuove persone, sono un ragazzo molto curioso. Voglio sempre sentire nuove storie e condividerle poi con gli altri. Attraverso queste storie imparo moltissimo, ne traggo ispirazione e sento che grazie ad esse divento una persona migliore.  

Sei passato in pochissimo tempo dall’anonimato alla celebrità. Cosa provi quando ti fermano per strada e ti chiedono un selfie?

Sorrido sempre a tutti e non rifiuto mai una fotografia a nessuno.

Ti rende felice ricevere questo calore dalle persone?

Sì, mi rende molto felice. Il segreto è saper restituire amore a chi te ne dona.

Cos’altro ti rende felice Ori?

Quando i miei genitori mi dicono che sono fieri di me mi rendono felice. E poi intervistare mi rende felice. E’ come ricevere una scarica elettrica. Le interviste sono il mio pane, il mio ossigeno.

Anche a me piace tanto intervistare, anche a me rende felice. Ma tu sei più sincero di me. Leggo su Facebook che condividi tutte le tue emozioni, tutti i tuoi stati d’animo senza filtri e senza maschere. La felicità, la tristezza, l’amore, la paura. Qual è la cosa che ti fa più paura?

Ho paura di non avere soldi in banca, di andare in rosso, di non essere indipendente.

E qual è la cosa invece che ti rende più triste?

Probabilmente se scoprissi di essere in rosso sarei molto triste. Forse mi metterei persino a piangere. Mi rattrista anche quando le ragazze mi spezzano il cuore.

Quando ti è successo?

Succede spesso. Una volta mi ero innamorato di una ragazza, ma lei mi ha detto di non condividere i miei sentimenti. Ho pianto.

Fa bene piangere, è liberatorio. Piangi spesso?

Ultimamente piango spesso, non so più tenere le emozioni dentro.

Prima hai detto di essere una persona molto curiosa. Cosa ti incuriosisce maggiormente durante un’intervista, quando sei seduto di fronte all’intervistato?

Mi interessa sapere cosa pensano gli intervistati degli autistici. Vorrei che ne sapessero di più. Quando intervisto i personaggi famosi pongo sempre loro questa domanda.

La tua è una sorta di battaglia. Vuoi sconfiggere i pregiudizi, giusto? 

Giusto.

Pensi di riuscire a vincere la battaglia?

Sì.

Lo penso anch’io Ori.

Grazie.

Pensi che in Israele le persone siano abbastanza pronte ad ascoltare?

Si può sempre fare meglio, ma credo che la situazione sia abbastanza positiva.

Cosa possiamo ancora fare per migliorarci?

Bisognerebbe assumere più persone autistiche. Bisognerebbe arruolare più ragazzi autistici nell’esercito. Bisognerebbe vedere più autistici nel mondo dello sport. Nel calcio, nel tennis, nella pallacanestro. La verità è che le persone temono ancora gli autistici, non li capiscono fino in fondo, non hanno pazienza per loro. Non voglio parlare di politica, ma penso che anche lo Stato debba investire di più in noi.

C’è un messaggio che vorresti trasmettere a chi legge queste parole?

Sì, vorrei dire loro che a perderci è solo chi non sa accettare il diverso. Che io sono autistico e che l’autismo non è una parolaccia. E poi vorrei anche dire ai lettori che non devono arrendersi mai. Che con un po’ di forza di volontà si può ottenere tutto. Io ne sono la prova.

Racconti spesso di essere stato respinto, vorrei sentire invece di una reazione o di un messaggio che hai ricevuto e che ti ha emozionato.

L’altro giorno ho ricevuto un messaggio che mi ha commosso. Una ragazza mi ha scritto: “vederti e sentirti mi fa ricordare chi sono veramente”.

Vedi? Sai entrare nel cuore delle persone. Se siamo seduti oggi a fare questa intervista è forse perché sei entrato un po’ anche nel mio di cuore.

Sì, ricevo tanti bei messaggi, ma anch’io ne mando tanti, altrettanto belli. Ogni venerdì mattina per esempio invio un messaggio a decine di amici in cui auguro loro un buon weekend. D’ora in poi lo manderò anche a te Dudi. Tutto ciò che voglio fare è seminare un po’ di amore in giro. Amore gratuito, senza ricevere nulla in cambio.

Parliamo un po’ di Gal Gadot?

Sì.

Si è parlato molto del vostro incontro, cosa vorresti raccontarmi che ancora non si sa?

Credo che il mio incontro con lei sia stato il momento più felice che io abbia vissuto nell’ultimo decennio.

Cosa ha reso quel momento tanto felice?

Ho sognato di incontrarla e intervistarla. Il mio sogno si è realizzato.

Dimentichiamoci per un attimo di Gal Gadot, com’è stato intervistare Wonder Woman?

Vicino a lei mi sono sentito Superman.

Direi che per alcuni bambini sei davvero un supereroe, un modello da seguire. Guarda dove sei arrivato con le tue sole forze.

A volte mi sento così, le persone mi fanno sentire così. Conosci Adi Shpigelman? E’ una giocatrice di tennis e una modella. Ecco, per esempio lei mi ha scritto che sono un eroe. Leggere quella frase mi ha fatto sentire davvero speciale.

E qual è il prossimo grande sogno da realizzare?

Aspetta, ho una mosca sulla gamba e non riesco a concentrarmi. Per rispondere a questa domanda ho bisogno di una grande concentrazione.

Certo, prenditi tutto il tempo che vuoi, non ho fretta.

Ecco, se n’è andata. Il prossimo sogno da realizzare è intervistare Ronaldinho.

E cosa vorresti chiedergli?

Non lo so. Non mi piace preparare le domande prima dell’intervista. Mi piace improvvisare.

Beh, allora sei proprio un professionista Ori.

Grazie Dudi, anche tu.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI11 Settembre 2019
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HaTikwa (S. Winkler) – La Galleria degli Uffizi di Firenze ospita per la prima volta alcuni tra i più preziosi e importanti tessuti ebraici provenienti dalle collezioni di musei italiani e stranieri. La mostra dal titolo Tutti i colori dell’Italia ebraica, curata da Dora Liscia Bemporad e Olga Melasecchi, resterà aperta al pubblico fino al 27 ottobre 2019, presso l’Aula Magliabecchiana del prestigioso museo fiorentino, dove sono esposti più di 100 tra tessuti, argenti, abiti, manoscritti, disegni e dipinti. Tra questi, vi è anche un Aròn ha-qòdesh, proveniente dalla più antica sinagoga di Pisa e realizzato nella seconda metà del XVI secolo, ridipinto nel XIX secolo, ma restaurato e rimesso nella sua fattura originale appositamente per la mostra.

Nel percorso della mostra si possono cogliere, oltre all’aspetto artistico, anche la storia delle Comunità della Penisola, i contatti reciproci stabiliti e i rapporti con il resto del mondo, che hanno determinato un crocevia di scambi che si protrae fino ai giorni nostri.

Protagonisti della mostra sono i tessuti, che hanno un valore specifico all’interno della sinagoga sin dai tempi più antichi: tra questi vi è la paròkhet, la tenda che copre e chiude l’Aròn ha-qòdesh, in cui vengono conservati i Sefer Torah, ognuno di essi protetto dal Me’ìl e dalla Mappah. La maggior parte dei tessuti qui esposti proviene dalle sinagoghe che erano situate all’interno dei ghetti italiani, istituiti nel corso del XVI secolo in molte città della Penisola, partendo da Venezia e proseguendo con quello di Roma, rispettivamente costituiti nel 1516 e nel 1555.

Proprio a causa delle restrizioni in ambito lavorativo e della soppressione dei banchi ebraici voluta da Papa Innocenzo XI, gli ebrei si dedicarono maggiormente alla realizzazione di stoffe e tessuti per nobili e cardinali, importando tessuti anche da paesi  lontani, beneficiando del commercio marittimo con l’Oriente: tra questi si possono citare un tappeto annodato in Egitto, realizzato nel XVI, e una manifattura di Macao, realizzata inizialmente come copritavolo; entrambi sono stati trasformati in paròkhet. Importante è ricordare che nel mondo dell’Antico Regime era ancora raro produrre manufatti nuovi, mentre era comune restaurare e riportare a nuova forma oggetti già prodotti.

La realizzazione dei manufatti era ad opera delle donne ebree che abitavano nei serragli (come venivano chiamati i ghetti) e lavoravano tutto il giorno alla finestra, cercando di sfruttare ogni raggio di sole che riusciva a penetrare tra gli stretti vicoli dei ghetti. Le ricamatrici ebree erano ricercate anche al di fuori delle mura dei ghetti, perché erano capaci di nascondere lo stacco tra due tessuti realizzando punti molto piccoli. La loro clientela era quindi estremamente variegata, ma lavoravano anche per i membri della loro famiglia: le spose indossavano abiti colorati che poi trasformavano in paròkhet da donare alla Scola d’appartenenza, impreziosite dagli stemmi di famiglia, definiti parlanti perché rappresentano visivamente il cognome (due esempi possono essere il barattolo di miele con le api per la famiglia Mieli e il leone dormiente per la famiglia Sonnino); le giovani promesse spose regalavano al futuro marito un Talled ricamato.

I tessuti in mostra non provengono soltanto dalle sinagoghe e dai musei ebraici italiani, ma nel percorso è possibile ammirare alcuni frammenti ricamati provenienti dal Museum of Fine Arts di Cleveland, rappresentanti scene tratte dall’Haggadàh, due paròkhet dal Jewish Museum di New York e una dal Victoria and Albert Museum di Londra.

Accanto a questi paramenti, vi sono esposti alcuni dipinti che rappresentano appieno il valore dato agli abiti e alle decorazioni preziose alla moda nel corso dei secoli: tra questi c’è il dipinto La festa di Simchàt Toràh nella sinagoga di Livorno realizzato dal pittore ebreo inglese Solomon Hart, ambientato proprio nella città toscana, una tra le poche della Penisola a non aver istituito un serraglio. Gli ebrei livornesi erano principalmente mercanti e potevano commerciare con tutto il Mediterraneo: riferendosi al dipinto, si notano i ricchi abiti del Rabbino e dei fedeli e i paramenti con cui la Sinagoga di Livorno fu decorata per la celebrazione.

La mostra tratta anche dell’emancipazione degli ebrei dopo l’apertura delle porte dei ghetti, concludendo il percorso con la moda del prêt-à-porter, che si sviluppa nel corso del XX secolo, anche grazie all’apporto dato dai cittadini italiani di religione ebraica.

Chiude il percorso di questa interessante mostra, vi è un lungo fregio realizzato da Lele Luzzati con le raffigurazioni delle scene della Commedia dell’Arte Italiana, realizzato per il transatlantico americano Oceanic.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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