Cultura

Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 Settembre 2019
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HaTikwa (D. Zebuloni) – Per quanto provino a farci credere diversamente, per quanto provino a convincerci che l’uomo in realtà sia un inesorabile pessimista cosmico, io credo che in fondo l’uomo sia profondamente ottimista. Abituato agli eroi dell’infanzia, che non si arrendevano nemmeno di fronte ad un drago sputafuoco, l’uomo continua a credere negli eroi in tutte le fasi della propria vita. Talvolta gli eroi son travestiti da calciatori che contro ogni previsione segnano un goal all’ultimo minuto, talvolta da cantanti che sognavano il palcoscenico mentre servivano i clienti al bar. La regola è una sola: un lieto fine garantito. Forse è per questo motivo che quando Hodaya Oliel ha acceso una delle dodici fiaccole nella cerimonia di Stato in onore del giorno dell’indipendenza israeliano, nemmeno uno spettatore è rimasto indifferente. Hodaya, che con il camice indosso fa impallidire tutti i Superman e le Wonder Woman di Hollywood. Hodaya, che nata con una paralisi celebrale non ha rinunciato a realizzare il suo sogno: diventare il primo medico disabile del paese. Hodaya, che non racconta le salite ignorando le cadute, che non finge un successo privo di difficoltà e ostacoli. Hodaya, che ha trovato il coraggio di chiedere aiuto. D’altronde, come dice lei, tutti noi in realtà abbiamo bisogno di essere aiutati in qualcosa.

Hodaya, cominciamo dall’inizio. Cosa ricordi del momento in cui hai deciso di diventare medico?

Ricordo che ero ricoverata e avevo  appena subito un complicato intervento alle ossa. Avevo tanto tempo libero per  pensare. Ero una bambina piccola, avevo dieci anni ed era la prima volta che affrontavo un intervento di quel genere. Ero ricoverata nel reparto ortopedico dei bambini e dall’altra parte della sala c’era il reparto neurologico dei bambini. Lì tutto mi sembrava più interessante e ricordo che in quel momento ci pensai per la prima volta, per un attimo soltanto. Poi negli anni ci furono altri interventi e altri ricoveri finché ho realizzato che, forse, per poter diventare un bravo medico dovevo prima capire cosa significasse stare dall’altra parte.

Da bambina sognatrice quale eri, immagino che la strada per diventare medico si sia rivelata più lunga e complicata del previsto. Come e dove hai trovato le forze per andare avanti?

Da sola, in me stessa. Non avendo trovato sempre qualcuno su cui appoggiarmi, nel tempo ho capito che infondo potevo contare solo su me stessa. Ovviamente i miei genitori hanno fatto tutto il possibile per sostenermi, ma nella quotidianità, nelle piccole cose, mi sono ritrovata a dover affrontare tutto da sola. Così mi sono creata dei piccoli riti, delle abitudini che riuscissero a darmi sollievo nei momenti difficili. Per esempio quando torno a casa dopo una lunga giornata mi preparo un bicchiere di Coca Cola con ghiaccio e limone e mi concedo dieci minuti di pace e tranquillità assoluta. Metto della musica di sottofondo e mi dimentico di tutto. Oppure ho trovato un metodo per trasferire il peso da una gamba all’altra e così alleviare il dolore quando devo stare in piedi a lungo.  E non rinuncio ad uscire con gli amici ogni tanto, nonostante ciò sia particolarmente impegnativo per me. In sostanza ho imparato a concedermi degli attimi semplici che mi restituiscono un po’ di forza. E poi sono una ragazza credente io, lascio che sia Dio a sostenermi quando nessuno sembra capire del mio dolore.

Presto parleremo anche della fede, ma prima vorrei chiederti cosa si prova a dover sempre chiedere soccorso. Intendo dire, cosa suscita in te la consapevolezza di essere nella posizione di chi deve costantemente essere aiutato?

Chiedere aiuto non è affatto facile. La cosa più importante è sapere a chi rivolgersi, trovare la persona giusta a cui chiedere aiuto. Ho capito nel tempo che per sopravvivere avrei sempre avuto bisogno di una mano e pertanto non mi sono mai concessa il lusso di vergognarmi di chiederla. Ho capito anche che in realtà tutti noi abbiamo bisogno di una mano in qualcosa. Nel mio caso questo è l’aiuto di cui necessito e va bene così, lo accetto, nessuno potrebbe farcela da solo. D’altronde anch’io cerco sempre di aiutare e rendermi disponibile al prossimo, sperando così di compensare i miei limiti e le mie mancanze. La cosa più difficile è senza dubbio rivolgersi ad un perfetto sconosciuto, quando mi guarda e cambia tono come se non capissi ciò che sta dicendo. Se invece vedo che il mio interlocutore mi tratta da pari, mi apro più facilmente e riesco a raccontargli un po’ di me.

Quando nella cerimonia in onore del Giorno dell’Indipendenza hai acceso una delle dodici fiaccole, hai detto che dedichi l’accensione della fiamma “a tutti i cittadini disabili che ogni mattina si svegliano per affrontare la battaglia per la propria indipendenza personale”. Qual è il significato profondo di questa frase?

Le persone disabili devono sforzarsi moltissimo per compiere azioni che agli altri risultano assolutamente scontate. Per esempio un’azione semplice come allacciarsi le scarpe richiede anni di tentativi e un grande impegno. Secondo me le persone dovrebbero imparare dai disabili cosa sia la determinazione e la costanza, imparare dai disabili a porsi degli obbiettivi e  araggiungerli. Ecco a cosa mi riferivo.

Nello stesso evento hai detto che “ogni bambino ha bisogno di un adulto che creda in lui”. In te chi ci ha creduto sin dall’inizio?

Innanzitutto i miei genitori, che sono persone fantastiche e mi hanno aiutato a superare infiniti ostacoli lungo tutto il cammino. Ma non sono gli unici, a sostenermi ci sono stati anche molti amici, i miei vicini di casa, i miei docenti universitari, i medici con cui ho collaborato. Tutti loro hanno visto in me un potenziale che andava oltre la disabilità. Devo quindi a queste persone lontane e vicine moltissimo, è anche grazie a loro se ce l’ho fatta.

Correggimi se sbaglio, ma credo che talvolta la voglia di farcela è accompagnata da molta rabbia. Hai mai nutrito sei sentimenti di rabbia nei confronti di te stessa o nei confronti di Dio?

E  a cosa mi servirebbe arrabbiarmi? Io non credo che Dio mi debba qualcosa e in generale la rabbia è un sentimento che non mi appartiene. Ciò non vuol dire che non preferirei essere come gli altri, significa piuttosto che ogni essere umano è arrivato in questo mondo con il proprio bagaglio di problemi e la rabbia in questo caso come negli altri non serve a nulla. Non riesco ad arrabbiarmi nemmeno con me stessa, perché sento di impiegare sempre il massimo delle mie possibilità.

Immagino che durante gli studi hai dovuto impegnarti molto più dei tuoi compagni di classe per dimostrare di non essere inferiore a loro. Ora che hai ufficialmente terminato gli studi di medicina con successo, pensi che sia finito anche il tempo di dimostrare a tutti chi sei e quanto vali o credi invece che dovrai sempre impegnarti un po’ di più dei tuoi colleghi?

 Non mi vedo diversa dagli altri, quindi questo bisogno di dimostrare non l’ho percepito come lo descrivi tu. D’altra parte gli studi di medicina sono effettivamente molto difficili e gli ho affrontati con il massimo impegno perché sapevo che per arrivare esattamente dove volevo arrivare non mi bastava essere semplicemente brava. Credo che alcuni dei miei compagni di classe abbiano colto tutto ciò e per questo hanno imparato nel tempo ad apprezzarmi e guardare oltre la mia diversità.

E che valore aggiunto pensi che possa dare la tua storia personale alla tua carriera da medico?

So cosa significhi stare dall’altra parte, ricordo molto bene il senso di paura, ansia e confusione che accompagna il periodo del ricovero. Cerco di non trascurare mai i sentimenti del paziente, cerco di essere più empatica, cerco di ascoltare chi ho difronte e dare quante più informazioni specifiche sui trattamenti e la cura più adatta.

Contro ogni previsione, hai dimostrato a te stessa e gli altri che con un pizzico di determinazione si può realizzare qualsiasi sogno. Pensi di avere ancora dei sogni da realizzare?

Ovviamente, la strada è ancora lunga!

Hodaya, vorrei terminare questa intervista dicendoti che sei ai miei occhi un’eroina e un simbolo di forza e grande coraggio, ma so che non ti piace essere definita così. So che non ti piace sentirti dire queste cose. Come mai?

Perché non credo di esserlo. Faccio tutto ciò che è nelle mie possibilità per realizzarmi come persona, ma credo che sia una cosa normale. Pensa, se avessi rinunciato ai miei sogni mi sarei solamente fatta un torto, mi sarei danneggiata. Il fatto che io cerchi di avere una vita normale nonostante la mia disabilità è in fondo una cosa logica. Tutti dovrebbero comportarsi così, senza aspettarsi di essere definiti eroi. Ma grazie comunque del complimento, questa volta lo accetto volentieri.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI11 Settembre 2019
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HaTikwa (S. Winkler) – La Galleria degli Uffizi di Firenze ospita per la prima volta alcuni tra i più preziosi e importanti tessuti ebraici provenienti dalle collezioni di musei italiani e stranieri. La mostra dal titolo Tutti i colori dell’Italia ebraica, curata da Dora Liscia Bemporad e Olga Melasecchi, resterà aperta al pubblico fino al 27 ottobre 2019, presso l’Aula Magliabecchiana del prestigioso museo fiorentino, dove sono esposti più di 100 tra tessuti, argenti, abiti, manoscritti, disegni e dipinti. Tra questi, vi è anche un Aròn ha-qòdesh, proveniente dalla più antica sinagoga di Pisa e realizzato nella seconda metà del XVI secolo, ridipinto nel XIX secolo, ma restaurato e rimesso nella sua fattura originale appositamente per la mostra.

Nel percorso della mostra si possono cogliere, oltre all’aspetto artistico, anche la storia delle Comunità della Penisola, i contatti reciproci stabiliti e i rapporti con il resto del mondo, che hanno determinato un crocevia di scambi che si protrae fino ai giorni nostri.

Protagonisti della mostra sono i tessuti, che hanno un valore specifico all’interno della sinagoga sin dai tempi più antichi: tra questi vi è la paròkhet, la tenda che copre e chiude l’Aròn ha-qòdesh, in cui vengono conservati i Sefer Torah, ognuno di essi protetto dal Me’ìl e dalla Mappah. La maggior parte dei tessuti qui esposti proviene dalle sinagoghe che erano situate all’interno dei ghetti italiani, istituiti nel corso del XVI secolo in molte città della Penisola, partendo da Venezia e proseguendo con quello di Roma, rispettivamente costituiti nel 1516 e nel 1555.

Proprio a causa delle restrizioni in ambito lavorativo e della soppressione dei banchi ebraici voluta da Papa Innocenzo XI, gli ebrei si dedicarono maggiormente alla realizzazione di stoffe e tessuti per nobili e cardinali, importando tessuti anche da paesi  lontani, beneficiando del commercio marittimo con l’Oriente: tra questi si possono citare un tappeto annodato in Egitto, realizzato nel XVI, e una manifattura di Macao, realizzata inizialmente come copritavolo; entrambi sono stati trasformati in paròkhet. Importante è ricordare che nel mondo dell’Antico Regime era ancora raro produrre manufatti nuovi, mentre era comune restaurare e riportare a nuova forma oggetti già prodotti.

La realizzazione dei manufatti era ad opera delle donne ebree che abitavano nei serragli (come venivano chiamati i ghetti) e lavoravano tutto il giorno alla finestra, cercando di sfruttare ogni raggio di sole che riusciva a penetrare tra gli stretti vicoli dei ghetti. Le ricamatrici ebree erano ricercate anche al di fuori delle mura dei ghetti, perché erano capaci di nascondere lo stacco tra due tessuti realizzando punti molto piccoli. La loro clientela era quindi estremamente variegata, ma lavoravano anche per i membri della loro famiglia: le spose indossavano abiti colorati che poi trasformavano in paròkhet da donare alla Scola d’appartenenza, impreziosite dagli stemmi di famiglia, definiti parlanti perché rappresentano visivamente il cognome (due esempi possono essere il barattolo di miele con le api per la famiglia Mieli e il leone dormiente per la famiglia Sonnino); le giovani promesse spose regalavano al futuro marito un Talled ricamato.

I tessuti in mostra non provengono soltanto dalle sinagoghe e dai musei ebraici italiani, ma nel percorso è possibile ammirare alcuni frammenti ricamati provenienti dal Museum of Fine Arts di Cleveland, rappresentanti scene tratte dall’Haggadàh, due paròkhet dal Jewish Museum di New York e una dal Victoria and Albert Museum di Londra.

Accanto a questi paramenti, vi sono esposti alcuni dipinti che rappresentano appieno il valore dato agli abiti e alle decorazioni preziose alla moda nel corso dei secoli: tra questi c’è il dipinto La festa di Simchàt Toràh nella sinagoga di Livorno realizzato dal pittore ebreo inglese Solomon Hart, ambientato proprio nella città toscana, una tra le poche della Penisola a non aver istituito un serraglio. Gli ebrei livornesi erano principalmente mercanti e potevano commerciare con tutto il Mediterraneo: riferendosi al dipinto, si notano i ricchi abiti del Rabbino e dei fedeli e i paramenti con cui la Sinagoga di Livorno fu decorata per la celebrazione.

La mostra tratta anche dell’emancipazione degli ebrei dopo l’apertura delle porte dei ghetti, concludendo il percorso con la moda del prêt-à-porter, che si sviluppa nel corso del XX secolo, anche grazie all’apporto dato dai cittadini italiani di religione ebraica.

Chiude il percorso di questa interessante mostra, vi è un lungo fregio realizzato da Lele Luzzati con le raffigurazioni delle scene della Commedia dell’Arte Italiana, realizzato per il transatlantico americano Oceanic.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI31 Luglio 2019
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HaTikwa (N. Greppi) – Negli ultimi mesi sono scoppiate due grosse polemiche che hanno coinvolto il mondo dei fumetti da un lato e il mondo ebraico dall’altro: la prima, che ha avuto risonanza a livello internazionale, riguarda la decisione del New York Times, avvenuta a giugno, di non pubblicare più vignette politiche sull’edizione internazionale dopo che, ad aprile, ne aveva pubblicata una accusata di antisemitismo in quanto ritraeva Netanyahu come un cane con la medaglietta a forma di Magen David che fa da guida a un cieco Trump con la kippah in testa. Ciò ha causato il licenziamento di diversi vignettisti affermati(1).

 La seconda polemica, che riguarda solo l’Italia, è legata al fumettista Gianluca Costantini, celebre per i suoi lavori nel campo del graphic journalism, il giornalismo a fumetti, che è stato anche premiato da Amnesty International; il 17 luglio, questi ha rivelato sul suo blog di essere stato licenziato nell’ottobre 2018 dalla CNN, per la quale pubblicava vignette sullo sport, dopo aver ricevuto accuse di antisemitismo per una vignetta del 2015 in cui un terrorista dell’ISIS si toglie una maschera da Netanyahu. Costantini si è difeso attribuendo le accuse a troll di estrema destra(2).

 

Il contesto generale

Apparentemente sconnesse, queste due polemiche rientrano entrambe in uno spettro più ampio: infatti il mondo del graphic journalism è da sempre fortemente schierato contro Israele. Basti pensare che l’autore maltese-americano Joe Sacco, ritenuto da molti il padre del genere, è salito alla ribalta grazie a opere come Palestina: una nazione occupata e Gaza 1956, dove il conflitto israelo-palestinese viene narrato unicamente dal punto di vista dei palestinesi, mentre gli israeliani sono ritratti quasi come dei mostri.

Un altro esempio lampante è quello del diario a fumetti Cronache da Gerusalemme del franco-canadese Guy Delisle, che nel 2012 vinse il primo premio al Festival di Angouleme, tra i più importanti al mondo per i fumetti: Delisle, sebbene sia meno schierato di Sacco, tende a privilegiare il punto di vista dei palestinesi, tanto da credere persino all’accusa secondo cui i soldati israeliani ruberebbero gli organi dei palestinesi morti. E se si prova a cercare le principali opere sull’argomento su qualunque sito specializzato, si vedrà che quasi tutti i fumetti sul conflitto tendono a prendere posizioni filopalestinesi (salvo poche eccezioni, come La Brigata Ebraica del fumettista belga Marvano).

Ma ci sono stati diversi casi in cui i fumettisti più schierati hanno anche preso parte a iniziative ancora più ostili, come aderire al movimento BDS che vuole boicottare Israele sia sul piano economico che su quello culturale: tra il 2014 e il 2015, ad esempio, decine di fumettisti a livello internazionale hanno inviato due petizioni al delegato generale del Festival di Angouleme, Franck Bondoux, per dirgli di rinunciare alla sponsorizzazione del festival da parte di Sodastream, azienda israeliana attiva nel campo dell’acqua minerale; sponsorizzazione interrottasi nel 2016 proprio a causa delle petizioni(3). Tra i firmatari italiani vi era il già citato Costantini.

Un altro caso, più recente, riguarda il celebre fumettista Zerocalcare, che nel dicembre 2016 ha aderito a una campagna del BDS per boicottare i prodotti dell’azienda informatica HP, accusata di fornire le proprie tecnologie all’esercito israeliano(4).

 

Le radici dell’odio

Ma da dove nasce tanto astio, in questo ambiente culturale, nei confronti dello Stato Ebraico? È qualcosa che non si può spiegare semplicemente con accuse di antisemitismo, anche perché nel mondo dei fumetti, soprattutto negli USA, gli ebrei hanno avuto un ruolo centrale: erano ebrei i creatori di Superman, Jerry Siegel e Joe Shuster, come lo erano quelli di Batman, Bob Kane e Bill Finger, e lo erano anche Stan Lee e Jack Kirby, creatori dei più famosi supereroi Marvel. E non va dimenticato che erano ebrei anche E.C. Segar, creatore di Braccio di Ferro, e Will Eisner, ritenuto da molti l’inventore delle graphic novel. E anche i maggiori fumettisti israeliani, come Rutu Modan e i gemelli Hanuka, in genere sono ben accolti nei nostri festival e dalla nostra critica.

La vera radice dell’antisionismo presente in questo ambiente non va cercata nell’antisemitismo, perlomeno non del tutto, ma nel fatto che la maggior parte dei fumettisti, in Occidente, è politicamente vicina all’estrema sinistra terzomondista, quella che considera l’Europa e gli USA le cause di tutti i mali: basti pensare alla vicinanza di Zerocalcare al mondo dei centri sociali, che tra i suoi colleghi non è un’eccezione bensì la regola.

È significativa in tal senso la graphic novel Capire Israele in 60 giorni (e anche meno) dell’autrice ebrea americana Sarah Glidden: la sua opera è il resoconto a fumetti di un viaggio in Israele con il progetto Taglit, che riavvicina i giovani ebrei alle loro origini. Nell’opera si vede come la Glidden, partendo da pregiudizi tipicamente di sinistra nei confronti di Israele, nel corso del viaggio arriva pian piano a vedere la complessità del conflitto, e alla fine è costretta a mettere in discussione i suoi pregiudizi.

In Italia, invece, da un’inchiesta del settimanale Panorama è emerso che per decenni le case editrici che pubblicano fumetti “impegnati” sono sempre state tutte vicine alla sinistra radicale, e le uniche eccezioni sono costituite da opere in parte vicine al neofascismo(5). In altre parole, nel fumetto italiano dominano gli estremi, e le posizioni moderate faticano a trovare spazio. Il critico Giuseppe Pollicelli, tra i maggiori esperti di fumetto in Italia, già nel 2016 spiegava in un’intervista a Il Foglio che in Italia anche nel mondo della satira prevale il politicamente corretto(6).

 

Considerazioni

Tornando alle due polemiche di cui si è parlato all’inizio dell’articolo: in seguito ai fatti relativi al New York Times, va detto chiaramente che, sebbene la vignetta fosse di pessimo gusto, è una follia anche solo pensare di licenziare un intero staff di vignettisti per l’operato di uno solo. Ciò infatti ha suscitato numerose reazioni indignate in tutto il mondo, soprattutto considerando che in molti paesi un vignettista può anche rischiare la vita per il suo lavoro (vedi Charlie Hebdo)(7). Inoltre, censurando tutte le vignette politiche si rischia di alimentare quello stesso antisemitismo che chi ha denunciato la vignetta vorrebbe contrastare, in quanto si alimenta lo stereotipo delle lobby ebraiche che controllano tutto.

Per Costantini invece il discorso è diverso: dopo il licenziamento dalla CNN si è detto convinto che nei suoi disegni “non esiste razzismo, antisemitismo o pregiudizio, ma solo critiche contro un governo.”(8) Tuttavia, nel maggio 2018, durante i disordini al confine con la Striscia di Gaza per la “Marcia del Ritorno”, egli pubblicò sulla sua pagina Facebook una serie di vignette ben più vergognose di quella per cui è stato licenziato: in una si vede un bambino che urina sulla bandiera israeliana(9), mentre un’altra ritrae un bambino israeliano con la kippah e la scritta “futuro assassino.”(10) Su quest’ultima vale la pena porsi una domanda: se qualcuno avesse postato una vignetta su un bambino musulmano con la scritta “futuro terrorista”, come sarebbe stata recepita? In molti l’avrebbero accusata di islamofobia, e forse sarebbe stata censurata da Facebook. Per la vignetta di Costantini invece nessuno si è indignato. Qualcosa che dovrebbe far riflettere soprattutto chi lo difende dalle accuse di antisemitismo.

Ma anche se i fumettisti che hanno preso queste posizioni non sono antisemiti, le ragioni che li spingono a odiare Israele sono comunque sbagliate: semplicemente, anziché odiare gli israeliani in quanto ebrei li odiano in quanto “occidentali” che vivono in terra araba. Perciò, anche se Costantini lo nega, in realtà i suoi disegni sono pieni di pregiudizio, solo che non lo ammette nemmeno a sé stesso.

 

Note:

1)      “Il New York Times non pubblicherà più vignette che parlano di politica”, Il Post, 11/06/2019

2)      “La reputazione del web: un modo diverso di dire censura”, Gianluca Costantini, gianlucacostantini.com, 17/07/2019

3)      “Dopo le proteste dei fumettisti Angoulême cessa i rapporti con Sodastream”, Fumettologica, 14/01/2016

4)      “Zerocalcare aderisce alla campagna #IoNonComproHP, la tecnologia dell’apartheid israeliana”, bdsitalia.org, 11/12/2016

5)      “La politica? È tutta un fumetto”, Francesco Borgonovo, Panorama, 08/05/2019

6)      “Vignettisti prudenti e comici pol. corr. In Italia la satira ha smesso di aggredire?”, Simonetta Sciandivasci, Il Foglio, 22/05/2016

7)      “New York Times, basta vignette: vince il politically correct”, Roberto Vivaldelli, Inside Over, 13/06/2019

8)      “Gianluca Costantini, accusato di antisemitismo su Twitter, perde il lavoro alla CNN: ‘Vale più la reputazione social della verità’”, Ravennanotizie.it, 23/07/2019

9)      https://www.facebook.com/gianlucacostantini.drawing/photos/a.1669412593106952/1669412686440276/?type=3&theater

10)   https://www.facebook.com/gianlucacostantini.drawing/photos/a.1669412593106952/1669413306440214/?type=3&theater

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI31 Luglio 2019
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HaTikwa (D. Zebuloni) –  Prima ancora di essere Rabbino Capo della Comunità ebraica di Milano, Rav Arbib è un maestro. Un maestro inteso come intendiamo oggi i maestri del Talmud: severi e paterni al punto giusto, dalle parole semplici, prive di alcuna retorica. Un maestro di Halachà (la legge ebraica) e un maestro di Mussar (l’etica ebraica). Un maestro di vita. Ho avuto il privilegio di studiare con Rav Arbib decine e decine di volte, in contesti e periodi diversi. Ricordo con particolare nostalgia i pomeriggi trascorsi con il gruppo del collegio rabbinico, seduti nell’ufficio del Rav intorno alla grande scrivania di legno, a studiare la matrice della sofferenza di Giobbe e la logica risoluta che si cela dietro i trattati della Ghemarà. Oggi torno nello stesso ufficio per intervistarlo, seduto alla stessa scrivania di legno, circondato dagli stessi libri dall’aspetto secolare e con lo stesso desiderio di apprendere.

Rav, vorrei cominciare l’intervista con un mio ricordo lontano. Un ricordo lontano, ma straordinariamente nitido e ben impresso nella mia mente. Un ricordo che risale al 2005, quando frequentavo la quarta elementare e scrivevo per il giornalino della scuola. Ricordo che venni con due compagni di classe da lei in ufficio per intervistarla. Ricordo che all’epoca lei riponeva molta speranza in questa Comunità. Beh, immagino siano cambiate molte cose da allora, ma a distanza di quattordici anni, sente di nutrire la stessa speranza per il futuro che ci attende?

Io credo che la Comunità ebraica di Milano sia una delle Comunità ebraiche più vitali d’Europa, anche se a volte non ce ne rendiamo conto. Ci sono delle Comunità in giro per l’Europa con gli stessi numeri di iscritti che abbiamo qui a Milano e che non fanno nemmeno la metà di ciò che riusciamo a fare noi. Per esempio abbiamo a Milano molti templi attivi in cui pregare, un numero che negli ultimi anni è addirittura in crescita. Molto spesso sento dire che ciò è causa divisione, ma io penso che sia un segno di grande vitalità. Basta pensare alle piccole Comunità d’Italia, in cui è rimasto un solo tempio attivo in cui pregare, e possiamo capire come la situazione qui a Milano sia diversa. Inoltre il numero di templi che è aumentato a Milano ha segnato anche un aumento delle persone che partecipano alle preghiere. I numeri ci dimostrano che al posto di togliersi persone a vicenda se ne aggiungono sempre di più e questo è a mio avviso un fenomeno importantissimo. A volte riconosco un eccesso di litigiosità interna, una litigiosità che rischia di limitare la nostra possibilità di miglioramento interno. A volte dovremmo riuscire a superare le polemiche e le tensioni, ma nonostante ciò io rimango molto ottimista perché credo che abbiamo delle grandi potenzialità: in parte espresse, in parte che devono ancora esprimersi.

 

Nel 2005 la nominavano Rabbino capo di Milano. Sente di aver raggiunto gli obiettivi che si era posto il giorno in cui le riferirono del nuovo incarico?

Non mi piace giudicare me stesso, è una cosa che tendo a non fare. Preferisco far giudicare agli altri. Credo tuttavia che ci siano diverse cose buone che si sono sviluppate nel tempo. Faccio un esempio. Questa scuola in cui ci troviamo adesso, nonostante i suoi difetti è senza dubbio un elemento di grande unità. Io tengo a questa scuola in modo particolare, ho trascorso al suo interno i miei ultimi trent’anni e ci sono particolarmente affezionato. Penso che abbiamo il compito di conservarla con grande forza e con grande impegno. Nella Torah c’è un personaggio che non muore. Ecco, questo personaggio è Chanoch, che ha la stessa radice di Chinuch – educazione. Credo che il messaggio sia proprio questo: l’educazione è l’unica garanzia di eternità che abbiamo. Porto un altro esempio semplice e banale. Ci sono moltissime Comunità ebraiche nel mondo, persino in Israele, in cui la Kashrut del rabbinato locale viene considerata di seconda o di terza categoria. Da noi a Milano la Kashrut del Rabbinato viene normalmente accettata. Credo sia questo un elemento importante e positivo, che indica oltretutto l’unità all’interno della Comunità.

 

Desidero portarla ancora un po’ indietro nel tempo Rav. Lei lasciò Tripoli all’età di nove anni, dopo la Guerra dei sei giorni. Cosa conserva ancora oggi delle sue origini libiche?

Io sono arrivato qui che avevo nove anni, ero piccolo, ma credo che ci siano alcune cose che mi siano rimaste di Tripoli. Innanzitutto le usanze, per esempio faccio il Seder di Pesach secondo le tradizioni di mio padre, compresi alcuni passi della Hagadah che leggiamo in arabo. Poi credo che gli studi che ho fatto al Talmud Torah di Tripoli siano stati fondamentali. Lì ho imparato a leggere bene, cosa che ormai è difficile da raggiungere. Magari si parla benissimo l’ebraico, ma lo si legge male. Io leggo adesso come leggevo a nove anni, nel senso che già a quella età sapevo leggere in modo preciso, grazie agli insegnamenti che avevo ricevuto. Sono impronte importanti queste, come quelle che mi ha lasciato mia madre, che quando siamo arrivati in Italia mi ha subito iscritto al Talmud Torah, nonostante avessimo necessità più impellenti. Vedere l’ebraismo come punto centrale è una cosa che devo ai miei genitori e all’influenza della tradizione tripolina.

 

In un’intervista per la medesima testata, il Rabbino capo di Roma ha affermato che “L’ebraismo va difeso”. Non le domando se si trova d’accordo con Rav Di Segni in quanto immagino che la risposta sia affermativa. Vorrei chiederle piuttosto quale sia secondo lei il modo giusto per difendere l’ebraismo. 

Confesso i miei peccati: non ho letto l’intervista a Rav Di Segni, dunque non so a cosa si riferisse quando ha detto questa frase. Dico ciò che penso io. L’ebraismo va difeso da diversi punti di vista, va difeso innanzitutto dagli attacchi esterni. Stiamo vivendo un periodo di rinascita dell’antisemitismo. Un risveglio a cui non eravamo preparati perché molto banalmente non ce lo aspettavamo. Ciò che sta accadendo in Belgio, in Francia, in Svezia è davvero impressionante. Dobbiamo renderci contro che i bei tempi sono finiti e che dobbiamo difenderci. Difenderci con intelligenza ovviamente, senza isteria. Poi credo che l’ebraismo vada difeso dall’assimilazione, un problema enorme che ha colpito il popolo ebraico in varie epoche, ma che negli ultimi due secoli è diventato molto più forte, molto più ampio. Dobbiamo prendere coscienza di questo problema, dobbiamo capire che c’è anche se a volte viene negato. Oggi abbiamo due tendenze parallele molto forti: quella dell’allontanamento dall’ebraismo e quella del ritorno all’ebraismo. Gestire queste due tendenze non è facile, perché le reazioni non sono sempre entusiaste, ma abbiamo il dovere di fare del nostro meglio. L’avvicinamento non si compie dicendo “no” ad ogni cosa. Il riavvicinamento deve avvenire in modo positivo, dobbiamo riappropriarci della tradizione ebraica e soprattutto dello studio della Torah, che dà la visione dell’insieme. Una visione di cui abbiamo bisogno.

 

Qual è dunque la maggiore minaccia dell’ebraismo italiano? E non mi riferisco necessariamente all’ebraismo italiano inteso come ebraismo comunitario. Mi riferisco a quell’ebraismo italiano inteso come ebraismo identitario.

Come già detto, l’assimilazione. Dobbiamo anche renderci conto che quando parliamo dell’assimilazione parliamo della normalità. Tutti i popoli si sono assimilati nell’arco della storia, ma tutti i popoli sono poi anche spariti. I popoli vengono normalmente assorbiti nella cultura di maggioranza. Noi cerchiamo di andare controcorrente rispetto al processo naturale, questa è la difficoltà. Una difficoltà stimolante, che ha generato un qualcosa di grandioso, una cultura che si studia in tutto il mondo. Nessuno mette in dubbio che la cultura ebraica sia straordinaria. Ecco, dobbiamo recuperate l’orgoglio per questa cultura, per la nostra identità. Una cultura che è fatta di pratica e di azione, non solo di pensiero. C’è un passo del Sefer HaChinuch che dice: “dietro le azioni vengono attirati i cuori”. Dobbiamo recuperare il legame con l’ebraismo tradizionale, perché è ricchissimo ed estremamente moderno, nonostante non ce ne rendiamo sempre conto. Credo  che questa sia la grande sfida della nostra epoca.

 

Poco prima di terminare il liceo, lei mi regalò un libro che conservo ancora oggi con grande cura. Un libro al quale tengo moltissimo in quanto mi ha permesso di portare a termine la stesura della mia tesi d’esame. Mi riferisco al saggio “Dove si arrende la notte”, testo straordinario in cui Elie Wiesel è messo a confronto con il teologo cattolico Johann Baptist Metz. Lei crede all’importanza e all’efficacia del dialogo interreligioso? 

Il dialogo interreligioso è stato secondo me fondamentale per combattere l’antisemitismo. Forse non ci ricordiamo più quanto fosse pesante l’antisemitismo di matrice religiosa. Un antisemitismo virulento in cui l’ebreo era l’incarnazione del male. Dal dialogo interreligioso in poi la Chiesa Cattolica si è impegnata molto contro l’antisemitismo. Questo è un cambiamento epocale, importantissimo. Quando il dialogo invece diventa teologico tutto si complica, in quanto il dialogo deve rispettare le identità diverse, senza cercare di influenzare l’identità religiosa dell’interlocutore. In questo il cristianesimo ha fatto dei grandi passi, ma ogni tanto la tendenza conversionistica si ripresenta. Ad oggi il problema principale del dialogo interreligioso consiste nel rapporto con Israele, in quanto la Chiesa Cattolica si dimostra ancora ambigua a riguardo. Nell’ultima visita del Papa al Tempio Maggiore di Roma, Israele non è mai stata citata in quanto “Terra di Israele”, ma sempre come “Terra Santa”. Non credo che ciò sia casuale, credo che il Papa scelga bene le parole da utilizzare. Tuttavia, anche su questo fronte credo che sia innegabile che ci sia un progresso.

 

Rav, recentemente ha ricevuto uno dei massimi riconoscimenti esistenti all’interno del mondo ebraico. Il Premio della Katz Foundation. Cosa rappresenta per lei questo traguardo?

Mi ha fatto molto piacere, è stata una bella sorpresa. Non me lo aspettavo assolutamente. Ho ricevuto la chiamata quando ero ad Anversa per un congresso di Rabbini europei e all’inizio non ci credevo. Mi sento molto onorato. La cosa più importante ai miei occhi è che questo premio sia stato assegnato per un motivo preciso, ovvero quello di riuscire ad applicare l’Halachà, la legge ebraica, nel mondo moderno. Diciamo che è ciò che tentiamo tutti di fare, a volte con successo, a volte con meno successo, a volte magari un po’ arrabbiandoci, però tentiamo tutti di farlo. Ecco, credo che questo sia il riconoscimento dello sforzo. D’altronde questo è il mondo in cui viviamo, la cosa più semplice sarebbe isolarci, ma noi apparteniamo a questo mondo e tentiamo pertanto di portare la tradizione ebraica in questo mondo. Credo che questo sia il compito di un Rav, questo è ciò che tento di fare. Quanto io ci riesca poi realmente è una bella domanda, a cui non so dare una risposta, però mi fa piacere che sia riconosciuto lo sforzo.

 

Prima di lei hanno vinto il medesimo Premio anche Rav Soloveitchik, Rav Steinsaltz e Rav Sachs. Che effetto le fa appartenere a questa lista di colossi della legge ebraica nell’era moderna?

Non ne faccio assolutamente parte. Riesco ancora a mantenere il senso delle proporzioni. Questi sono dei giganti e io sono molto piccolo, questo è fuori discussione.

 

Con lei ho studiato la Mishnà, il Mussar, la Ghemarà, il Tanach. Ricordo sempre le lezioni sul libro di Giobbe, il martedì pomeriggio dopo scuola. Qual è il testo che preferisce trattare con gli studenti? 

E’ una bella domanda… Dipende dove, dipende con che ragazzi… A scuola credo che lo studio che riesce meglio sia quello del Tanach legato al Mussar. Quando invece insegno a gruppi più piccoli e non in una classe, credo che lo studio fondamentale sia e debba essere quello della Halachà e della Ghemara.

 

Rav, in questi anni lei ha educato migliaia di giovani ragazzi e ragazze, tra i quali appunto vi sono anch’io. Se le chiedessi di scegliere un solo insegnamento tra i tanti da lei trasmessi, quale vorrebbe che non dimenticassimo mai?

Vorrei citare un passo che dice: “Educa il ragazzo secondo la sua strada così che, anche quando invecchierà, non si staccherà da essa”. Questo passo viene normalmente interpretato dicendo che l’educazione deve essere individuale in quanto tutti gli allievi sono diversi. Ogni ragazzo ha una sensibilità e un’intelligenza singolare e, pertanto, deve studiare ciò che è adatto a lui. A me personalmente piace un’altra interpretazione che viene data da un grande Maestro del novecento, Rabbi Yitzhak Hutner. Secondo la sua interpretazione, bisogna educare il ragazzo secondo la sua strada in modo tale che egli non si staccherà da essa. Ma da cosa esattamente non si staccherà? Non dalla strada che gli hai insegnato, bensì dall’educazione stessa. Dal fatto che è necessario continuare ad autoeducarsi. Che non si finisce mai di imparare. Se riuscissimo a trasmettere questo ai nostri allievi, significherebbe che siamo riusciti a trasmettere l’elemento fondamentale dell’insegnamento stesso, perché di fatto non possiamo sperare di riuscire ad insegnare ai nostri allievi tutti i concetti dell’ebraismo. L’unica cosa su cui possiamo scommettere è che l’allievo non smetterà mai di imparare. Se dunque riuscissimo a trasmettere la necessità di non smettere mai di studiare, significherebbe che abbiamo avuto successo come insegnanti.

 

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 Luglio 2019
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HaTikwa (C. Cognini) – A metà luglio ho avuto l’opportunità di partecipare ad un seminario organizzato da EUJS (European Union of Jewish Students), intitolato “EUJS Ambassadors to the UN”. La città che ha fatto da cornice al programma è stata Ginevra, sede delle più importanti ONG ed organizzazioni umanitarie a livello globale. Il periodo in cui si è svolto il seminario non è casuale, infatti proprio dall’8 al 11 luglio si riuniva anche l’Assemblea Generale dei Diritti Umani delle Nazioni Unite.

EUJS, oltre ad aver offerto un seminario ricco di contenuti ed incontri con personalità importanti, ha dato la possibilità a due giovani studenti partecipanti al programma, previa selezione, di fare un intervento presso la Plenaria dell’Assemblea Generale, che ha avuto luogo in quegli stessi giorni. I giovani partecipanti potevano scegliere l’argomento da trattare tra 3 dei 10 punti dell’Agenda del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, ossia 7, 8 e 9.

Punto 7. Situazione dei diritti umani in Palestina e in altri territori arabi occupati

Punto 8. Seguito e attuazione della Dichiarazione di Vienna e del Programma d’azione

Punto 9. Razzismo, discriminazione razziale, xenofobia e forme di intolleranza correlate, seguito e attuazione di la Dichiarazione di Durban e il Programma d’azione

Grazie a EUJS, ho potuto intervenire nella Plenaria sul punto 7, unico punto di tutta l’Agenda che attacca singolarmente un unico stato, ossia Israele. Ho avuto modo di assistere a tutto il cosiddetto General Debate, durante il quale Siria, Iran, Venezuela, Pakistan e Cile hanno tenuto discorsi all’insegna della retorica contro Israele, unici Paesi ad intervenire, in quanto gli Stati dell’Unione Europea ed Israele ed altri hanno deciso di boicottare l’assurdo argomento dell’Agenda del Consiglio dei Diritti Umani, non presentandosi alla plenaria o non prendendo la parola.

Partecipare al General Debate, ha concretizzato il mio ‘disincanto’ per organizzazioni come le Nazioni Unite, che agli occhi dei cittadini appaiono come fari di giustizia e imparzialità, mentre, nella realtà, sono strumenti di mediazione in cui prevalgono interessi economici e alleanze da rispettare. Nel mio intervento (di seguito riporto la traduzione in italiano) ho potuto mettere in luce il comportamento non-imparziale delle Nazioni Unite riguardo a Israele e la situazione del conflitto israelo-palestinese, che influenza negativamente non solo l’immagine dei cittadini israeliani, ma anche di ogni altro ebreo nel mondo. Il giorno successivo, un altro partecipante al seminario, giovane studente universitario francese, ha avuto l’occasione di fare un intervento sul punto 8, riguardo il crescente antisemitismo che si sta diffondendo non solo in Francia, ma in tutta Europa, in modo allarmante e sempre più palese.

Fin dal primo giorno del seminario abbiamo potuto ascoltare e conoscere persone che si sono distinte per il loro impegno nell’ambito dei diritti umani ed Israele: uno di questi è Hillel Neuer, avvocato internazionale canadese e direttore esecutivo di UN Watch, organizzazione non governativa per i diritti umani e gruppo di sorveglianza delle Nazioni Unite con sede a Ginevra. Durante il nostro incontro, egli ha esposto il lavoro della sua ONG e le difficoltà che si incontrano quotidianamente quando si vuole difendere Israele in un ambiente talmente polarizzato e schierato.

Il giorno seguente, dopo aver fatto i nostri interventi al Consiglio dei Diritti umani, abbiamo incontrato Leon Saltiel, diplomatico che ha lavorato in passato con il World Jewish Congress, che ha tenuto una lezione sulla struttura e organizzazione delle Nazioni Unite. Il terzo giorno è stata la volta dell’Ambasciatrice israeliana alle Nazioni Unite, Aviva Raz Shechter, che ci ha parlato della sua esperienza come una delle prime donne ambasciatrici e diplomatiche e del rapporto che intercorre tra Israele e le Nazioni Unite. Successivamente, presso la Commissione dei Diritti Umani di Ginevra, Yuval Shany, accademico israeliano e Presidente della Commissione, ha messo in luce in ruolo dell’organismo per cui lavora. La Commissione opera per risolvere, attraverso la diplomazia, situazioni di crisi che hanno a che fare con i diritti umani, dialogando con il singolo Stato interessato. L’ultimo giorno, grazie all’avvocato internazionale Ido Rosenzweig, siamo stati introdotti al Diritto Internazionale umanitario, che si applica nelle situazioni di crisi e guerre, attraverso una simulazione che ci ha permesso di interfacciarci in prima persona con le numerose difficoltà e problematiche che bisogna affrontare sul campo.

Come ogni altro programma proposto da EUJS, trovo che quest’esperienza sia stata formativa ed unica per le opportunità che ha offerto a noi giovani studenti interessati ad approfondire quest’ambito lavorativo. Avere l’occasione di intervenire al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a soli 19 anni è stato per me un privilegio, ma lo è stato ancor di più il poter rappresentare i 160 mila giovani ebrei europei che ogni giorno combattono per poter esprimere la loro identità.

 

L’intervento:  

“Grazie Signor Presidente,

Mi chiamo Caterina Cognini, sono membro dell’Unione dei giovani ebrei italiani e parlo oggi a nome dell’Unione europea degli studenti ebrei, l’organizzazione ombrello per 35 Unioni nazionali di studenti ebrei in tutta Europa.

All’inizio di maggio, ho stretto i pugni, vedendo amici e familiari in Israele cercare riparo mentre Hamas lanciava oltre 600 razzi verso Israele in non più di 30 ore. Strinsi i pugni quando venni a sapere che decine di migliaia di israeliani si affollavano in rifugi antiaerei.

Mentre tutto questo stava accadendo, i media internazionali e la comunità globale delle nazioni era quasi completamente silenziosa. Nessuna protesta, nessuna condanna, nessuna sessione dell’ONU di emergenza.

Come giovane ebrea che vive in Europa, posso attestare in prima persona l’effetto che questo silenzio, questa incapacità di richiamare attacchi così violenti, non ha solo sugli israeliani, ma sugli ebrei di tutto il mondo.

L’indagine del 2018 di EU Fundamental Rights Agency (Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali) sulle percezioni dell’antisemitismo tra gli ebrei mostra che la maggioranza degli intervistati afferma che il conflitto arabo-israeliano influisce sui loro sentimenti di sicurezza proprio qui in Europa.

Questo Consiglio, attraverso punto 7, puntando Israele, sta solo legittimando questa dinamica, promuovendo un latente antisionismo, che potrebbe alimentare un sentimento comune di antisemitismo.

Chiedo a questo Consiglio come è possibile che, al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, un punto dell’ordine del giorno sia totalmente dedicato a un solo Stato, lo Stato ebraico, l’unico Paese del Medio Oriente che può essere concretamente democratico?

Signore e signori, il parziale (biased) punto 7 dell’agenda sta solo appoggiando il silenzio clamoroso, lasciato indietro dopo i colpi di razzo e le sirene d’allarme.

Grazie, signor Presidente”