Cultura

Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 Aprile 2020
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HaTikwa, di Nathan Greppi

Nell’ultimo decennio, l’industria videoludica ha visto una crescita esponenziale: nel 2018 aveva un fatturato globale di 137,9 miliardi di dollari, superando il fatturato del cinema (42 miliardi) e della musica (37 miliardi).

Tralasciando il fattore economico, è innegabile che i videogiochi abbiano lasciato un segno indelebile nelle vite di molti di noi: quanti non hanno giocato almeno una volta ai Pokemon, a Kingdom Hearts o a Ratchet & Clank? Quanti non sono mai stati sgridati dai loro genitori perché passavano troppo tempo al Gameboy o alla Playstation? Ma soprattutto quanti, giocando a Grand Theft Auto 4, non hanno fatto attenzione a non investire gli ebrei ortodossi? Se si facesse un sondaggio in merito, pochi nell’UGEI potrebbero dire di non avere alcuna familiarità con le situazioni sopra elencate.

A questo punto vale la pena di chiedersi se ci sono ebrei che hanno dato un contributo a quella che ormai sta venendo sempre più riconosciuta come una forma d’arte, oltreché come un’industria. Di seguito elencheremo gli esempi più importanti.

I pionieri

Partendo dalle origini non si può non parlare di Josef Kates (1921 – 2018): nato a Vienna da genitori ebrei, emigrò prima in Italia e poi in Inghilterra per sfuggire ai nazisti. Tuttavia, venne arrestato dai britannici assieme a circa 2300 emigranti austriaci e tedeschi poiché visti come potenziali spie e deportato in Canada, dove venne internato in un campo di prigionia per quasi due anni.

In seguito lavorò a Toronto come ingegnere, e nel 1950 inventò Bertie the Brain: come spiega il libro Il videogioco del critico videoludico Lorenzo Mosna, questo fu il primo videogioco dotato di un software di intelligenza artificiale capace di compiere delle mosse per cercare di battere il giocatore, oltre ad avere vari livelli di difficoltà. Purtroppo, il gioco ebbe vita breve, poiché fu presente e operativo solo dal 25 agosto al 9 settembre di quell’anno a un’importante fiera di Toronto, per poi essere smantellato. Infatti, il computer su cui era programmato Bertie the Brain era alto 4 metri, e fu successivamente usato dal suo inventore per altri scopi.

Un precursore delle odierne console fu invece Ralph Baer (1922 – 2014): nato in Germania, anch’egli come Kates fuggì con la famiglia, emigrando a New York. Qui aveva già immaginato negli anni ’60 un sistema per “giocare con la televisione”, e il primo risultato concreto fu un apparecchio chiamato Brown Box, realizzato nel 1968: il nome è dovuto al fatto che la parte esteriore era stata fabbricata in legno marrone chiaro, così come la parte esteriore dei primi joystick.

Quando Baer tentò di proporlo alle aziende televisive, ci vollero 4 anni e numerosi rifiuti prima che una società, la Magnavox, acquistasse i diritti per realizzarne una nuova versione: nel settembre 1972 venne così messa sul mercato la Magnavox Odissey, la prima console. Rimase in commercio solo 3 anni, anche perché non avevano ancora capito quale sarebbe stato, sul lungo termine, il pubblico di riferimento di questi prodotti: bambini e adolescenti.

Gli attuali protagonisti

Tra gli ebrei che in anni più recenti hanno svolto ruoli chiave nell’industria videoludica vi è l’americano Jason Rubin, che nel 1985 fondò, all’età di soli 15 anni, la società Naughty Dog assieme all’amico Andy Gavin. Dal 1996 i due sono famosi soprattutto per essere gli autori della celebre saga di Crash Bandicoot, dove si impersona un marsupiale antropomorfo che deve affrontare un perfido scienziato pazzo. Rubin ha lasciato la Naughty Dog nel 2004, tre anni dopo averla ceduta al gruppo Sony. Dal 2012 lavora per Oculus VR, società appartenente a Facebook che si occupa di realtà virtuale.

Ma anche in seguito i prodotti della Naughty Dog hanno continuato a riscuotere successo, e in parte il merito è dell’attuale vicepresidente, Neil Druckmann: di origini israeliane, è noto per aver sviluppato e co-scritto la serie di videogiochi d’avventura Uncharted, uscita tra il 2007 e il 2016, che racconta le gesta di Nathan Drake, cercatore di tesori che afferma di essere un discendente del noto pirata Francis Drake. Nel 2013 Druckmann è stato anche autore e direttore creativo del post-apocalittico The Last of Us, il titolo per la Playstation 3 più venduto di quell’anno e dal quale a breve verrà tratta una serie televisiva.

Altro imprenditore di origini ebraiche è Ken Levine, fondatore nel 1997 della società Irrational Games, che ha chiuso nel 2014. Levine è stato autore di diversi videogiochi d’azione, tra cui Bioshock, uscito nel 2008 e tra i giochi d’azione di maggior successo di quel periodo. Nonostante non sia credente, Levine ha attinto fortemente alle sue radici ebraiche per il suo lavoro, tanto che in Bioshock diversi personaggi hanno origini ebraiche. Mentre tra gli sceneggiatori ebrei va annoverato anche Jeffrey Yohalem, noto per aver scritto parte delle sceneggiature della celebre serie Assassin’s Creed.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI31 Marzo 2020
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HaTikwa, di Revital Rahmani

Credito revisione: Micol Meghnagi

 

Dopo aver finito la mia prima laurea di Comunicazione e Sociologia al Bar Ilan, ho deciso di volare a Londra a continuare i miei studi nel campo televisivo. Sono nata e cresciuta a Milano ma sempre stata legata ad Israele così, una volta finito il liceo, ho deciso di fare l’Alyah.

Mi trovo attualmente a Londra, città dalla quale non posso e non voglio muovervi e, come me, centinaia di altri connazionali coetanei.

Inizialmente nessuno aveva realmente compreso la gravità della situazione, soprattutto a causa del sovraccarico di informazione, che spesso dilagava in una non-informazione e creava confusione. Soltanto poche settimane fa attendevo a braccia aperte i miei genitori che avevano in programma di venirmi a trovare Londra.

Purim, i festeggiamenti, il ricongiungimento familiare.

Con il passare dei giorni, e con l’aggravarsi della situazione a livello mondiale, ci siamo resi conto che non ci trovavamo di fronte ad una semplice “febbre e mal di gola”. Non poter essere vicino ai propri cari in momenti del genere non è mai facile. Si susseguono sentimenti alternanti che vanno dalla paura e l’angoscia alla speranza e ad una ingenua positività da parte della gente intorno a me.

Questa nuova consapevolezza ha portato a un necessario stravolgimento delle percezioni nella quotidianità. Uscire di casa, prendere il treno o la metro, ed allo stesso tempo dover evitare il contatto fisico di ogni tipo.

Mentre la situazione andava ad aggravarsi sempre di più in Italia e nel resto del mondo, Londra sembrava non vivere in modo coscienzioso il dramma del Covid19. Le metro stracolme di persone e il normale svolgimento della vita di tutti i giorni portava gli italiani, come me, ad una condizione di totale scissione comportamentale ed emotiva. Da un lato eravamo consapevoli della gravità della situazione, passando ore e ore al telefono con amici e parenti, a cacciare via le paure che pian piano si fondevano con la solitudine. Dall’altro eravamo costretti a continuare la nostra vita come se nulla stesse accadendo.

In tutto questo non ero sola, come me, amici e amiche condividevano lo stesso stato emotivo: “tornare o rimanere?”. In questi casi ogni giorno è un’incognita.

Tornare in Italia e con l’obbligo di quarantena nella stessa dimora dei propri genitori, oppure rimanere, evitando di prendere aerei e di diventare potenziali portatori del virus?

Da qui a pochi giorni avevo in programma un volo direzione Tel Aviv. Dovevo partire in Israele e festeggiare Pesach con il resto della mia famiglia. Ad eccezione di mio fratello, che è a Londra qui con me, tutta la mia famiglia si trova attualmente in Israele. Tel Aviv e Londra sono per certi versi agli antipodi. Due grandi metropoli, sì, ma estremamente differenti tra loro.

La coscienza collettiva deve sempre venire prima degli egoismi individuali, e dal momento in cui il mio ritorno avrebbe potuto compromettere la salute delle persone che amo- e non solo- ho deciso di rimanere.

Le vacanze semestrali erano ormai alle porte. Amici e amiche da ogni parte del mondo rientravano a casa con la paura di non poter più riabbracciare le proprie famiglie per mesi. Londra continuava ad essere una bolla all’interno della quale la vita continuava a svolgersi nella –quasi- normalità. Qualcuno cominciava timidamente ad uscire di casa con una mascherina che gli copriva il viso, qualcun altro cominciava a prendere quelle distanze di sicurezza-umana.

L’apice è arrivato con Il discorso di Boris Johnson, dove “Immunità di gregge” e “Abituatevi a perdere i vostri cari” erano diventati il motto della sua campagna contro il Covid19. Pochi giorni dopo ritrattato, il discorso di Boris Johnson ha avuto però un impatto psicologico di grande importanza sulla vita di ognuno di noi, e gli ultimi che erano rimasti, hanno deciso così di partire.

In questi giorni di isolamento, lontana da Tel Aviv e lontana da Milano, non riesco a far altro che pensare alla mia comunità, a coloro che non ce l’hanno fatta, a coloro che lottano tra la vita e la morte.  I miei pensieri vanno ai miei amici, alla mia famiglia, alle persone che amo – ma non solo. Vanno a tutti quei volti sconosciuti, che in questo momento vivono in quello stato di incertezza e paura che caratterizza le mie giornate. Ai medici, agli infermieri, ai volontari e a tutti coloro che stanno rischiando la propria vita per salvare quella degli altri. Agli emarginati, che oggi, a casa non possono starci. Perché un tetto sicuro dove ripararsi non lo hanno.

In questi giorni di isolamento ho riscoperto la semplicità di un affetto sincero, di una carezza mancata, di un abbraccio non dato. Ho fatto mio il dolore che sta vivendo la mia comunità. A loro va il mio affetto più sincero.

E mentre i pensieri scorrono veloci nella mente, faccio i bagagli, esco di casa e busso alla porta di mio fratello e sua moglie. Insieme è più facile.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI29 Marzo 2020
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HaTikwa, di Elisabetta Pichini

In un’epoca in cui ci sentiamo costantemente sommersi dalla quotidianità, soffocati dalla frenesia giornaliera, decisi una mattina di attraversare quella linea rettilinea che molti chiamano ‘vita’ con la stessa spensieratezza di un bambino, indossando le sue vesti, guardando il mondo attraverso lenti infanti.

In un’epoca in cui tutti interpretiamo giorno dopo giorno la parte del Bianconiglio di Alice nel Paese delle Meraviglie, con l’orologio nella mano e l’ansia nel cuore, decido quella mattina di ritrovare dentro di me quella sensibilità che ci permetteva di soffermarci sulle piccole cose.

Senza avere limiti di tempo stavolta, né scadenze, o qualcuno che ci corra dietro e ci metta il fiato sul collo.

Rallento il passo, e con la serenità nel petto mi trovo da sola ad attraversare un lungo corridoio dalle pareti spesse in cemento di una piccola galleria d’arte a Trastevere, Roma.

Questa volta nella mano destra un caffè bollente da portar via, e in quella sinistra un blocco con qualche appunto.

Camminavo facendomi trasportare dai colori brillanti dei quadri di Edward Hopper.

I suoi quadri rappresentano spesso scene deserte, immerse nel silenzio; raramente vi è più di una figura umana, e quando ve ne è, sembra emergere una drammatica estraneità e incomunicabilità tra i soggetti.

Il mio sguardo viene catturato da un quadro in particolare: Morning sun, 1952.

Ritrae una donna seduta su un materasso in una stanza priva di decori, le ginocchia portate al petto e circondate dalle braccia, lo sguardo perso fuori dalla finestra di fronte a sé.

Mi sento pervadere da un senso di smarrimento, di alienazione totale di fronte a questo quadro. Sento di essere di troppo, come se il mio sguardo potesse disturbare la donna impressa nel suo viaggio metafisico al di fuori del cornicione.

Così continuo a camminare, getto l’involucro di polistirolo contenete il caffè ormai finito, ripongo il blocco nella borsa, e passeggio con le mani dietro la schiena.

Segue un altro quadro, dal titolo Sun in an empty Room, 1963.

Questa volta il raggio di luce entra violento attraversando una finestra in una stanza vista di scorcio, battendo sulle pareti ocra tracciando figure geometriche.

Di nuovo percepisco lo stesso senso di alienazione ma, questa volta, incuriosita decido di voler far parte di quella dimensione onirica.

Cosi chiudo gli occhi, provo ad immaginarmi all’interno di quel mondo.

Immagino di aggrapparmi con entrambe le mani alla cornice del quadro e, cosi come in Narnia, entro in quella dimensione parallela.

Mi avvicino con passo felpato verso la grande fonte di luce, fino ad arrivare al cornicione della grande finestra, e finisco per sedermi a scrutare l’orizzonte.

Un silenzio assordante riempie la stanza, forse autunno, il fascio di luce si trasforma in un sole caldo che mi bacia la guancia, le foglie danzano con il vento, pennellate impressioniste.

Provo ad immaginare un mondo così, in silenzio.

Immagino un mondo in cui, come quelle foglie, anche noi balliamo frenetici sulla scia del vento, di sottofondo la stessa canzone. ‘un, due, tre- di nuovo- un, due, tre’ come un valzer infinito ruotiamo e ruotiamo senza fermarci mai.

E quel silenzio abbraccia ora una nuova armonia, che porta caldo e colore.

Con le braccia alte, le mie dita si muovono all’unisono con le foglie, come fossero tasti di una pianola infinita, e io divento maestro d’orchestra.

Ma d’un tratto questa brezza autunnale cessa, viene sostituita dall’arrivo improvviso di un vento secco.

Le mie dita si paralizzano, non danzano più sugli infiniti tasti bianchi e neri, e le foglie cessano con loro.

Un’entità cambia canzone e questa rabbuia la vista, opacizza i colori, di nuovo il vuoto fuori e dentro di me che mi pervade.

Di nuovo il silenzio, questa volta assordante tanto che mi porta a tapparmi le orecchie.

Cerco di respirare a pieni polmoni, lasciare che l’aria entri attraverso le narici portando quiete.

Ma proprio in quel momento, un grande uomo nero si palesa alle mie spalle e con mano violenta mi tappa la bocca con un nastro celeste, decide che ora non parlerò più.

Provo ad immaginare chi sia questa entità, come sia entrato, come fosse arrivato così dal nulla, e mi interrogo sul perché non lo avessi visto arrivare.

Si palesa poi davanti a me, si muove schivo tra le fessure delle pareti, senza forma e dimensione si sposta di soppiatto. Provo a prenderlo, eppure è più veloce, mi cinge la vita da dietro, mi lega le braccia.

Provo a dimenarmi per uscire da questa gabbia a colori.

Ma più mi dimeno, e più i miei sforzi risultano vani.

Sento che ora è dentro di me, come fosse un virus letale.

Riesco a liberarmi dalla bestia, e mi ritiro nella stanza color ocra chiudendo le porte vetrate.

Poso il viso e le mani contro il vetro, i miei occhi si posano giù per le strade.

Immagino questo uomo nero arrivare fin laggiù, ora sinistra poi destra, cosi avanza il serpente.

Immagino strade vuote, volti impauriti, una foschia che viaggia per i cunicoli.

Il mio sguardo si perde di nuovo.

Immagino un mondo visto dalla finestra.

Immagino un mondo in cui la paura di un’entità sconosciuta abbia offuscato le menti, in cui ansia e tremore siano il pane quotidiano.

Immagino un mondo in cui il singolo sia chiuso come un bocciolo nella propria dimora.

Ma questa volta, qualcosa cambia.

Questa volta il silenzio è antagonista per i cunicoli, e riecheggia la risata di un bambino.

Ride forte, ride di cuore, riesco quasi ad intravedere le piccole fossette che si creano ad ogni rido.

Di nuovo sento una musica dolce, che mi culla.

In questo mondo tutto raggiunge quiete.

Incredula che la magia sia tornata, e con lei la musica e la frenesia di quell’attimo, cerco di tornare a varcare di nuovo la soglia.

Ma proprio in quel momento, l’uomo nero torna a farmi visita chiudendo con mano funesta le vetrate.

“Rimani tra queste mura,” mi chiede con voce tremante, fa una piccola pausa, e riprende: “Ritrova quella melodia che tanto desideri dentro le quattro mura domestiche, queste pareti color pastello.

Io vi conosco bene, voi ancora non conoscete me.

Provengo da un mondo lontano e vi osservo da tempo, seguivo i vostri movimenti, i vostri passi, la vostra quotidianità.

Come Robert Doisneau, un famoso fotografo francese, mi appostavo in strada finché immobile non facevo parte del paesaggio cittadino, e da li fermo quando ormai non vedeva più nessuno scattavo le mie foto.”

Mi spiega come ogni individuo viva due vite parallele; -ora gattoni, ora piano alzati in piedi… si, così, prima il destro e poi il sinistro, il destro e poi il sinistro, e pian piano imparerai a camminare’.- una volta imparato come gestire tutto questo, nella mano destra avrai uno smartphone, e nell’altra un paio di cuffie, cosi che potrai isolarti per bene.

E seguendo il ritmo come un soldato, inizi a percorrere il lungo corridoio della vita, e quando prenderai il via, nessuno ti fermerà.

Passo, dopo passo, dopo passo.

Il problema sta nel fatto che questa concentrazione porterà l’automa a creare in torno a sé come una placenta dorata, isolandosi da tutto ciò che lo circonda, vivendo nella propria bolla.

Ma ad un certo punto, incontrerà uno scoglio, qualcosa di appuntito che farà esplodere questo scudo di sapone, e lo renderà fragile.

“Ora, voi, siete fragili.” E se ne andò così come era arrivato, come una brezza improvvisa nella giornata più torbida d’estate.

Con la testa china poggiata sul palmo della mano, guardai di nuovo in strada.

Questa volta vedo la donna del palazzo di fronte, al quarto piano, che cucina per i propri figli, e questi ridono di cuore.

Vedo una famiglia attorno ad un grande tavolo, un sorriso dipinto sulla faccia di tutti i componenti, mentre cercano di completare un puzzle.

Vedo una mamma ed una figlia che insieme accendono le candele dello shabbat, scaldano la stanza, e come una lucciola quella finestra diventa un punto caldo per tutto il vicinato.

Vedo una bambina che porta orgogliosa tra le mani le challot fatte da lei, il giorno prima. Riesco perfino a sentire il profumo di famiglia.

Vedo una signora anziana dal volto triste nel suo soggiorno, vedo i suoi pensieri che lontani viaggiano verso Pesach, verso un Seder vuoto, un Seder in silenzio.

Ma vedo subito dopo il marito che la abbraccia, e le ricorda che domani torneranno a cantare più forte di prima.

Vedo un mondo in silenzio, che cerca una nuova melodia.

Ed immagino un mondo che della sua fragilità ne ha fatto la sua più grande armatura.

Immagino, ora, l’uomo nero tenderci la mano in segno di pace, e consegnarci la chiave per tornare alla realtà.

Un modo per riprenderci il nostro tempo, per iniziare a prenderci cura dell’altro, per goderci attimo dopo attimo.

Immagino domani, una danza in cui balliamo di nuovo sulle note di quella vecchia canzone che, ora più lenta, ora con una nuova consapevolezza, ascoltiamo.

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI24 Marzo 2020
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HaTikwa, di Michelle Zarfati

La situazione delicata dovuta all’emergenza Covid19 ci obbliga a rimanere chiusi in casa per contenere, quanto più possibile, questo virus che sta causando dei danni enormi in Italia nel mondo. Tuttavia, come si suol dire, “non tutto il male viene per nuocere” dunque come in tutte le situazioni più tristi si può di certo cercare il lato positivo.

Esser chiusi in casa ci spinge a fare tutte quelle cose che durante la nostra frenetica vita non riusciamo mai, ma vorremmo: cucinare un bel dolce, sistemare gli armadi, ma soprattutto leggere. Godersi un bel viaggio a km 0 rimanendo seduti sulla poltrona di casa. Del resto da i libri accompagnano l’umanità da secoli e oggi più che mai sono un faro di luce e speranza in questa buia e preoccupante situazione. Per questo ho stilato una lista dei top 5 libri da leggere in quarantena divisi chiaramente in generi e temi. Ce ne sono per tutti i gusti, dai gialli alle spy story fino ad arrivare al classico romanzo.

Sicuramente se stavate pensando di leggere un libro questo è il momento di farlo!

  1. Spy Story: Roberto Costantini torna a stupire i suoi lettori con il suo attesissimo nuovo libro e con un nuovo personaggio, donna per giunta, Aba Abate. Una spia dell’intelligence Italiana profondamente divisa tra famiglia e lavoro. In continuo equilibrio tra madre, moglie e spia del governo. Riuscirà Aba a dividersi tra i suoi ruoli mantenendo entrambe le identità? Se avete voglia di un po’ di Suspance e adrenalina vi consiglio: “Una donna normale” di Roberto Costantini
  2. Romanzo Storico: Vincitore del premio Strega, “ figlio del secolo”  è un vero lavoro di introspezione in prima persona di una delle figure più dibattute del secolo appunto, Benito Mussolini. Un intreccio di storie da Gabriele D’annunzio a Margherita Sarfatti fino ad arrivare a Mussolini stesso, un viaggio storico raccontato da i protagonisti stessi che ci porterà attraverso la narrazione a capire fino infondo le premesse della grande guerra e il vero passato di Mussolini raccontato in maniera lucida e asettica  “M. figlio del secolo” di Antonio Scurati.
  3. Romanzo: Gianrico Carofiglio, per chi non la conoscesse ha una scrittura a tratti poetica e sa raccontare profondamente del dolore toccando le corde della nostra anima e rendendoci tutti uguali davanti ai grandi drammi della vita e i sentimenti che proviamo. Una storia di un papà e un figlio lo spazio di una notte per ritrovare un legame mai scoperto se volete emozionarvi e riflettere profondamente sul tempo “Le tre del mattino” è il libro che fa per voi.
  4. Grande Classico: Ci sono libri che vanno letti almeno una volta nella vita sicuramente “Delitto e castigo” di Fedor Dostoevskij è uno di questi che insieme a “Guerra e pace” di Lev Tolstoj. Fanno parte dei romanzi russi più influenti e acclamati di tutti i tempi.  Ambientato a San Pietroburgo nel corso di una torrida estate. Tema chiave del romanzo duplice omicidio perpetrato dal giovane studente Raskol’Nikov e della conseguente crisi introspettiva all’interno del suo io sicuramente un grande classico che non può mancare nella libreria. “Delitto e Castigo” di Fedor Dostoevskij.
  5. Giallo: Il misterioso omicidio di una donna con tre anomale ferite e catene di omicidi che riaffiorano dal passato come un fantasma. Riuscirà il commisario Adamsberg a uscire vincitore da questo caso? Adasmberg conosce il tridente ma il tridente conosce Adamsberg.  Un libro pieno di climax e colpi di scena che riuscirà come un vero giallo che si rispetti a farvi dubitare davvero su tutto. “Sotto i venti di nettuno” di  Fred Vargas.

Consiglio UGEIConsiglio UGEI24 Marzo 2020
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HaTikwa, di Sharon Zarfati

Cosa hanno in comune Frida Kahlo, Rita Levi Montalcini e Nelson Mandela? In questi giorni di quarantena, siamo stati tutti costretti ad una condizione di tempo libero forzato. Perciò sono andata a scavare nella memoria delle biografie che ho letto negli ultimi tempi, e mi sono saltati alla mente questi tre nomi. Non riporterò l’interezza delle loro biografie, perché sicuramente le conoscerete già.

 

Frida Kahlo

La Kahlo è conosciuta universalmente come simbolo della rivoluzione messicana, icona della seconda metà del ventesimo secolo. La sua storia è l’immagine di una voglia incredibile di “prendere la vita a morsi”1.

A sei anni si ammalò di poliomielite, il ché le impedì di camminare agevolmente come i suoi compagni di scuola. Ma la sua vera condanna arrivò a diciotto anni: in un giorno di pioggia, mentre tornava in bus verso Coyocan, alla Casa Azul all’angolo del mercato di San Juan un incidente mortale le cambiò la vita; e questa volta per davvero. Un’apocalisse le piombò addosso: un corrimano del tram con cui si scontrò le trafisse da parte a parte il fianco. Fu un uomo di nome Alejandro a poggiarle un ginocchio in petto e a sfilare con un gesto deciso il pezzo di ferro che, una volta estratto, sancì per sempre la sua disabilità e sterilità.

Di lì iniziò il calvario di ospedali, chirurgi e medici che dovettero fare un vero e proprio “collage”2 e la rinchiusero in un sarcofago di gesso e ferro che divenne presto la sua tela, il suo grido di libertà.

È proprio in queste giornate interminabili che la Kahlo ha iniziato a dipingere, prima i suoi busti, poi sé stessa, l’unica immagine che poteva vedere era quella del suo volto riflesso e trasandato per una donna della sua caratura. È così che si rimane aggrappati alla vita?

“Ho cominciato a dipingere sdraiata a letto. Sarei dovuta rimanere paralizzata, dicevano i medici. E invece mi sono rialzata. E un giorno sono andata da lui”3. Lui era Diego Rivera. Il suo secondo “incidente” di vita.
Il resto della storia probabilmente lo conoscerete già.

 

Rita Levi Montalcini

Una delle più celebri citazioni della Montalcini è: “Le leggi razziali del 1938 si sono rivelate la mia fortuna, perché mi hanno obbligata a costruirmi un laboratorio in camera da letto, dove ho cominciato le ricerche che mi hanno in seguito portato alla scoperta dell’NGF (Nerve Growth Factor)”4.

La Montalcini fu sicuramente una donna che ha cambiato il mondo. Concentrando i suoi studi sul sistema nervoso centrale, fa giusto in tempo a laurearsi con lode in Medicina nel ‘36, che nel 1938 tenta prima una fuga in Belgio per salvarsi dalle leggi razziali che la costringono a tornare nel 1940 a Torino, sua città natale, e poi a Firenze, dove opera come medico per le forze alleate partigiane.

È nella sua camera da letto che la Montalcini allestisce un laboratorio dove conduce minuziose ricerche per identificare il fattore di crescita delle cellule nervose e, assieme a Stanley Cohen, effettua la prima caratterizzazione biochimica del fattore di crescita. Questa scoperta le valse il Nobel per la Medicina nel 1986.

 

Nelson Mandela

Mandela ha vissuto per 27 anni in carcere, in una piccola cella che poteva essere percorsa in tre passi, dove le visite erano permesse una volta ogni sei mesi, e dove ogni giorno spaccava pietre che diventavano ghiaia, in silenzio. Il tutto essendo innocente.

In carcere Mandela leggeva, spesso la stessa poesia (che vi lascio qui sotto5), o scriveva lettere per i suoi affetti o per i membri della Lega Giovanile dell’ANC. Decise di vivere la prigionia come una preparazione per il tempo che avrebbe vissuto una volta uscito dalla cella. Ha saputo evadere con la mente ed essere un attivista per i diritti dei neri da dentro la cella, tanto è vero che nel 1990, quando il presidente Le Klerk lo liberò, fu colpito dalla folla che lo accolse e lo acclamò. Era composta di neri e di bianchi, vedeva un nuovo Sudafrica che era cambiato anche grazie a lui. Un anno dopo, nelle prime elezioni libere sudafricano viene eletto Presidente della Repubblica e Capo del governo.

 

È chiaro che gli esempi di vita che ho riportato non sono minimamente paragonabili alla nostra condizione, ma spero vi diano l’ispirazione per impiegare al meglio il tempo in queste giornate così strane.

Ora non è importante capire come e perché ci ritroviamo a vivere certe condizioni, quello ce lo diranno i numeri e gli storici tra diversi anni. Ciò che è importante capire ora è come investire il proprio tempo e trasformare una condizione in un’opportunità.

Essere resilienti alle situazioni, saper vedere l’opportunità dove non ve ne sono, è lo spirito che caratterizza i vincenti.

 

Citazioni

1,2,3 Pino Cacucci, ¡Viva la vida! – Feltrinelli Editore, 2010

4 Rita Levi-Montalcini, Elogio dell’imperfezione – Baldini Castoldi Dalai, 2010

5Invictus, in lingua originale https://www.youtube.com/watch?v=FozhZHuAcCs



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