Cultura

Consiglio UGEIConsiglio UGEI6 Novembre 2019
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HaTikwà (Redazione) – Lo scorso venerdì 25 ottobre ha aperto i lavori la storica manifestazione “Spirito di Assisi”, tenuto per la prima volta nella città d’Assisi il 27 ottobre 1986 su istanza di Papa Paolo Giovanni II e giunto alla sua 33° edizione. L’iniziativa è frutto dell’incontro tra i rappresentanti delle diverse religioni riunite assieme con lo scopo comune di pregare per la pace.

La tre giorni interreligiosa è iniziata venerdì 25 ottobre alle 10:15 presso il Salone papale del Sacro Convento, Basilica di San Francesco, con il panel “Quale Economia a partire dalle fedi“. Tra i relatori della tavola rotonda Alessandro Busti per la fede Baha’i, Yasmin Doghri  in rappresentanza dell’Islam, Alessio Lanfaloni per i cattolici e Graziano Di Nepi, Tesoriere dell’Unione Giovani Ebrei d’italia.

Il dibattito è stato preceduto dal vivace scambio di idee tra il Vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, Mons. Domenico Sorrentino e la Prof.ssa Annarita Caponera, docente di Ecumenismo e Dialogo Interreligioso, la quale ha evidenziato l’importanza dei precetti religiosi nel circuito economico odierno e come ricercare un’economia alternativa a quella di mercato dominante.

La conversazione entra nel vivo quando il moderatore, Tonio Dell’Olio, Presidente della Commissione Spirito di Assisi, pone a Graziano Di Nepi la seguente domanda: “Il popolo ebraico è spesso oggetto di caricature e barzellette in temi patrimoniali, io ritengo che questo non abbia fondamento storico, ma  perché si è sviluppata questa idea?”. Per il Tesoriere dell’UGEI, tale pregiudizio è fortemente radicato nella storia: il Popolo Ebraico è sempre stato per antonomasia errante e sempre costretto a dover cambiare regione in modo estremamente repentino. A tal proposito, la maggior parte dei mezzi economici e di pagamento dovevano avere la peculiarità di essere perfettamente mobili e di non essere soggetti a confische ed espropri. Inoltre – prosegue Di Nepi – gli unici lavori permessi agli ebrei durante il periodo del Ghetto erano la vendita di stracci e l’usura. Quest’ultima ha certamente incentivato una visione collettiva miope e bigotta. “Nonostante le mura dei ghetti siano state abbattute, le mura più difficili da distruggere sono quelle dei pregiudizi”, ha concluso il giovane Tesoriere.

La discussione è proseguita con domande di carattere generale rivolte alla fede Baha’i e poi con la spiegazione da parte di Yasmin Doghri sulle dinamiche islamiche in campo economico e in particolare sul principio della “Zakat”,  l’obbligo religioso prescritto dal Corano di “purificazione” della propria ricchezza tramite donazione di una piccola quota del proprio patrimonio.

In conclusione è stato ripreso il tema dell’economie alternative a quelle di mercato. Lampante è l’esempio citato da Di Nepi:” In Israele  è stata attuata per un periodo la logica del Kibbutz, una piccola società basata sul capitale umano dei partecipanti con scambi esterni ridotti al minimo. Le regole economiche sarebbero in realtà già scritte nei testi sacri bisognerebbe solamente applicarle con cognizione di causa”.

 

E così, tra la meraviglia e la soddisfazione della folta platea, volge al termine la tavola rotonda dei giovani leader religiosi. Con la consapevolezza che solo attraverso un impegno comune potremo costruire un mondo migliore.

 

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 Novembre 2019
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HaTikwa (N. Greppi) Anche quest’anno, dal 30 ottobre al 3 novembre, si è tenuta il celebre festival Lucca Comics & Games, che a ogni edizione porta circa 250.000 visitatori nella città toscana, facendone il più grande festival dei fumetti in Europa e il secondo del mondo dopo il Comiket di Tokyo. La fiera ha ospitato mostre, presentazioni, dibattiti, concorsi, concerti e spettacoli teatrali legati al mondo della cultura nerd: dai fumetti alle serie tv, dai videogiochi ai giochi da tavolo, senza dimenticare il cinema d’animazione.Anche quest’anno tra gli oltre 100 ospiti vi sono anche degli artisti ebrei; in particolare, tre hanno un rapporto più o meno stretto con le proprie origini.

Il primo è il fumettista Chris Claremont: nato a Londra nel 1950 e cresciuto a New York, è una leggenda tra i lettori dei fumetti Marvel; da oltre 50 anni lavora come sceneggiatore per gli albi della storica azienda fondata da Stan Lee, e in particolare alla serie degli X-Men, tanto che i suoi fumetti hanno venduto circa 750 milioni di copie in tutto il mondo. In particolare, è noto per le storie degli X-Men Giorni di un futuro passato (che ha ispirato l’omonimo film della saga del 2014, nel quale compare in un cameo) e per aver inventato il personaggio di Fenice Nera, alter ego malvagio della supereroina mutante Jean Grey.

Quello che non tutti sanno è che Claremont non solo è di origini ebraiche da parte materna, ma nel 1971 è andato a vivere per un breve periodo in Israele, nel kibbutz di Netiv HaLamed-Heh. Inoltre, è stato lui a modificare le origini di Magneto, storico antagonista della serie, in modo che in origine fosse un ebreo polacco che da piccolo è sopravvissuto ad Auschwitz, dove si sono manifestati per la prima volta i suoi poteri. Un elemento, questo, che compare anche all’inizio del primo film degli X-Men. Intervistato dalla rivista Vulture nel giugno 2019, Claremont ha spiegato che l’idea gli venne pensando ai superstiti della Shoah che aveva conosciuto nel kibbutz da ragazzo.

L’altra ospite di origini ebraiche è l’animatrice americana Rebecca Sugar: 32 anni, nata e cresciuta nel Maryland, nel 2013 ha creato per Cartoon Network la serie animata Steven Universe, tra quelle di maggior successo del canale negli ultimi anni. E a Lucca è venuta soprattutto per presentare il film musical animato Steven Universe: The Movie, tratto dalla serie.

Da un’indagine della rivista ebraica Forward, è emerso che i personaggi della serie sono ispirati alle origini della Sugar, figlia di una coppia mista: il protagonista, Steven Universe, è un essere per metà umano e per metà una “gemma vivente”, ed è ispirato al fratello dell’autrice, anch’egli di nome Steven, che come il personaggio ha genitori che appartengono a popoli diversi.

A parte i fumettisti, anche lo scrittore statunitense Daniel Abraham, membro assieme a Ty Franck del duo artistico James S.A. Corey, è ebreo: i due sono noti soprattutto per la serie di romanzi di fantascienza The Expanse, inaugurata nel 2011 con il romanzo Leviathan – Il risveglio dal quale nel 2015 è stata tratta una serie televisiva. Non a caso a Lucca hanno presentato l’ottavo libro della saga, L’ira di Tiamat.

Ma tra gli ospiti c’è anche chi, pur non essendo ebreo, ha dimostrato nella sua carriera un grande amore per la storia e la cultura ebraica, più di tanti ebrei: tra questi vi è senza dubbio Vittorio Giardino, fumettista bolognese classe 1946, che ha creato due celebri personaggi del fumetto italiano: Max Fridman, agente dei servizi segreti francesi nel 1938, e Jonas Fink, un ebreo di Praga che negli anni del comunismo assiste alle purghe contro la borghesia ebraica.

Giardino è, assieme a Hugo Pratt, l’unico autore italiano che dal 2008 compare nella mostra itinerante De Superman au Chat du Rabbin, dedicata al legame tra ebraismo e fumetti. Come raccontava Moked nell’agosto 2018, il suo interesse deriva dal fatto che la moglie fa parte dei Formiggini, un’antica famiglia ebraica della provincia di Modena, e conoscendone la famiglia Giardino ha iniziato a interessarsi alle loro storie: “Ho scoperto le vicende di tanti ebrei italiani. Cittadini del mondo, viaggiatori, imprenditori, sperimentatori. Eppure sempre legati all’identità originaria. Da Leopoli a Trieste, da Gerusalemme a Bologna. Legami forti, ma che non portano mai al provincialismo, al familismo.”

 

 

 

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI18 Ottobre 2019
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HaTikwa – Il popolo ebraico nel percorso del primo mese dell’anno attraversa tre momenti fondamentali di incontro: a Capodanno celebriamo la Creazione divina dell’universo. Nel giorno del Kippur, dell’Espiazione, o meglio della cancellazione delle colpe, l’ebreo recupera la dimensione interiore della coscienza riconciliandosi con se stesso, con la comunità e con il mondo.
A Succot, la festa delle Capanne, fissata dal Levitico cinque giorni dopo il Kippur, si esce dalla propria casa, o meglio, dal proprio ego, per gioire all’ombra della divina presenza in una fragile capanna.
Se a Capodanno ascoltiamo il suono dello Shofar con la nostra coscienza e la nostra mente, se a Kippur digiuniamo per elevare al Signore i nostri sentimenti di riconciliazione, arriviamo a Succot pronti a gioire ed eseguire il precetto della capanna con tutto il nostro corpo, consumando quattordici pasti all’ombra della protezione divina.
Appena finito il digiuno passiamo da un precetto all’altro per costruire la capanna, legando così la gioia del Perdono a quella della libertà dal bisogno.
Nel ciclo agricolo l’autunno è la festa del raccolto, motivo della gioia del nostro risultato, ma anche pericolosa occasione per insuperbirsi e rinchiudersi nel proprio ambito dimenticando la collettività.

Vediamo insieme i particolari di una capanna che rappresenta nei suoi dettagli l’Arca santa, per trasmettere all’uomo la sensazione che possiamo servirci della Natura solo per stabilire un equilibrio tra Sole ed ombra. Il tetto deve essere costruito esclusivamente con vegetali staccati dal terreno per dimostrare la sua temporaneità.
Inoltre il tetto deve essere abbastanza folto da realizzare un’ombra maggiore della parte assolata, ma nello stesso tempo occorre che lasci vedere le stelle.
L’uomo spesso rischia una sovraesposizione mediatica che gli fa dimenticare la capacità di cercare se stesso: l’ombra invece rappresenta un momento di ripiegamento, di riflessione, dal quale poi ripartire per alzare gli occhi al Cielo, cercare le stelle che indicano in alto la strada da seguire.
“Abiterete nelle capanne sette giorni perché ho fatto abitare nelle capanne i figli di Israele quando gli ho fatti uscire dalla terra d’Egitto”.

I Maestri affermano che la festa delle Capanne e’ stata fissata in autunno e non in primavera in prossimità della Pasqua per  ricordarci che non costruiamo la capanna per godere l’ombra delle sue frasche per il nostro piacere, ma al contrario delle abitudini degli altri popoli, la costruiamo in autunno  dimostrando la volontà di eseguire un precetto divino.
La capanna è un simbolo di sicurezza nella protezione divina, paradossalmente proprio attraverso la sua fragilità.
Il libro biblico dell’Ecclesiaste accompagna la festa di Sukkot per ricordare come ogni elemento della natura umana sia temporaneo e destinato a lasciar posto ad altri con il volgere dei tempi.
Nello stesso modo l’Ecclesiaste conclude positivamente la riflessione pessimistica offrendo una via di uscita nell’adesione al precetto
L’ospitalità è un sentimento ed un valore talmente radicato nel popolo ebraico da immaginare di avere ospiti fissi, uno per ciascuno giorno di festa da Abramo a David. Il ruolo di queste sette guide fedeli corrisponde ciascuno a qualità umane e sfere mistiche alle quali ispirare il comportamento individuale e collettivo .
A Succot non solo il passato è il protagonista della festa, ma il simbolismo della capanna deve sollecitare l’uomo, e non solo l’ebreo, a volgere il pensiero, anzi ad identificarsi completamente per sette giorni con chi vive tutto l’anno senza la stabilita’ di una casa o di un lavoro.
In questi giorni difficili per l’Europa, offrire una riflessione, anzi una testimonianza di sapersi confrontare sul tema dell’accoglienza e dell’ospitalità costituisce un prezioso spunto di confronto e di dialogo. La dimensione universale viene evidenziata dal numero delle offerte corrispondente ai settanta popoli della terra per chiedere l’abbondanza derivata dalle piogge.
I temi recenti dell’Expo con molteplici proposte per nutrire il pianeta sembrano essere riassunte nella liturgia ebraica che benedice il Signore che fa soffiare il vento e fa scendere la pioggia come segno della Sua speciale benedizione per il genere umano e per la Terra di Israele.
Un altro precetto specifico di Succot è quello del Lulav: “prenderete per voi rami di palma, un frutto di bell’aspetto, rami di mirto e di salice”.
Leggendo l’Hallel, i Salmi di lode, con in mano questo mazzo di vegetali, chiediamo al Signore di ascoltare le nostre suppliche ed inviare le giuste piogge per far crescere piante e frutta.
Ancora il ciclo della natura con il numero sette come i sette elementi del Lulav necessita di un intervento dell’uomo per elevarlo al sovrannaturale.
Ogni punto cardinale viene benedetto dal movimento dell’uomo che intende abbracciare la realtà attraverso il precetto, sacralizzando lo spazio con un gesto umano per volgere a sé la volontà divina.
Con la festa di Succot incontriamo nello stesso tempo Natura e collettività per proiettarci con l’unità del genere umano verso i giorni nei quali sapremo convivere in unica capanna nella quale sviluppare il benessere materiale nella gioia di un anno pieno di benedizioni.
Rav Dr. Umberto Piperno

Consiglio UGEIConsiglio UGEI8 Ottobre 2019
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HaTikwa – “E-L norà alilah – D-o venerato per le Tue opere prodigiose, concedi a noi il perdono,  nell’ora  della Neilà!”

L’ultima preghiera di Yom Kippur è detta Neilà che significa “ Chiusura”, per ricordarci che le porte del pentimento, le porte del perdono che sono aperte dal Signore con particolare generosità in questo giorno, stanno per chiudersi, è tempo di affrettarsi senza distrazioni per cogliere questa disponibilità dell’Eterno. Il verbo “noel”, da cui il vocabolo “ Neilà” può anche esprimere il concetto di racchiudersi in un intimo colloquio, il ritrovarsi in un dialogo sincero con noi stessi, con il coraggio di guardare veramente dentro di noi con sincerità, per assumerci pienamente le nostre responsabilità, per guardare cosa c’è alle nostre spalle e quale futuro stiamo cercando di costruire, un colloquio che tanto più è intimo e profondo tanto più diviene anche un dialogo con Hashem, con il Signore, perché la Sua voce è dentro di noi ed è dentro di noi innanzitutto che possiamo cercare di metterci in ascolto per comprendere verso cosa Egli ci indirizzi, sempre lasciandoci la libertà di scegliere.
La preghiera di Neilà ha inizio con il suggestivo canto “E-L norà alilah”, che ci dà modo di sviluppare alcune riflessioni:
“ Metè mispar keruim…”- “Coloro che vengono chiamati “popolo poco numeroso” a Te rivolgono gli occhi   e con sacro timore Ti invocano nell’ora della Neilà.
Queste parole evocano una realtà che ci inquieta sul nostro futuro; che fossimo un piccolo popolo ce lo dice già la Torà “ Non certo perché siete più numerosi degli altri popoli vi ha amati e scelti il Signore, poiché voi siete il più piccolo fra i popoli( (Deut 7,7) però la dispersione e le persecuzioni hanno via via ridotto la consistenza numerica delle nostre comunità, poi le tragedie della Shoà,  le Aliot che hanno portato milioni di ebrei in Israele, gli inarrestabili processi di assimilazione che fanno perdere al popolo ebraico un numero crescente di nostri fratelli , a tutto questo  si aggiungono  il risorgere di antisemitismo, gravi eventi di carattere economico e sociale che in vario modificano il quadro generale delle società in tante parti del mondo; in questo contesto non parliamo solo più di “popolo poco numeroso” ma di intere comunità ebraiche, che rischiano propriamente di estinguersi. Lo viviamo direttamente con preoccupazione a volte con angoscia in molte delle nelle nostre comunità, sulle cui possibilità futuro esistono molti punti interrogativi. Cosa possiamo fare? Innanzitutto dobbiamo impegnarci tutti quanti a cercare di riavvicinare persone che sono lontane dalla vita comunitaria, spesso tali situazioni di presa di distanza non sono dovute a scelte ideologiche, tanto meno a vero e proprio rifiuto dell’identità ebraica, quanto a varie motivazioni che possono essere problemi di carattere personali, contrasti o screzi avuti con esponenti comunitari, scarso interesse nella vita e nelle attività comunitaria, in questo stato di cose ciascuno di noi, con parole appropriate, con un invito personalizzato, con semplici gesti di attenzione, può costituire l’occasione, lo stimolo a ritrovare legami e riannodare fili dispersi con la Comunità. Questo però non è sufficiente. Il testo del nostro inno dice “ Coloro che sono detti “popolo poco numeroso”, a Te rivolgono gli occhi”; rivolgersi a D-o significa certamente, innanzitutto, cercare l’aiuto del Signore, ma in questo gesto che il poeta descrive ci pare di scorgere insieme agli  occhi, anche gli  sguardi, i volti di persone che insieme  compiono un medesimo gesto di preghiera,  condividono sentimenti,  preoccupazioni e speranze, momenti più e meno lieti, insieme cercano, tanti o pochi, di essere comunità; così anche noi cerchiamo di ispirarci e sviluppare questa immagine simbolica, anche noi cerchiamo di essere comunità  privilegiando ciò che ci unisce nella nostra identità ebraica rispetto a ciò che ci divide , coltivando fra di noi legami di amicizia, manifestando pazienza e comprensione verso le debolezze altrui. Se apriamo i nostri cuori scopriamo di condividere molto di più di quanto crediamo,  tante preoccupazioni ,certo, ma anche la fierezza dell’essere ebrei, di quello che l’ebraismo ha dato e ancora darà all’umanità tutta, quello che potrà dare l’ebraismo se ciascuno di noi si impegna a non considerarlo come un’eredità scontata ma un terreno che può continuare a dare i suoi frutti nella misura in cui viene coltivato, tenendo presente che coltivare l’ebraismo significa innanzitutto  – Talmud Torah – lo studio di Torah, da piccoli, da adulti , in ogni età. Da questo impegno a ritrovare nello studio di Torà l’elemento vitale dell’ebraismo, possono scaturire la forza della convinzione e la chiarezza di idee  per il nostro futuro , necessarie a compiere le scelte determinanti  che portano a formare nuove famiglie ebraiche.
“ Shofekhim Lekhà nafhsham… A Te essi riversano il loro cuore, cancella le loro colpe e le loro mancanze , fa conseguire loro il perdono nell’ora di Neilà”.
A D.O  chiediamo  perdono per le nostre colpe e le nostre mancanze che sono verso di Lui, verso altre persone ma che, alla fine dei conti, le une e le altre, sono anche verso noi stessi perché rischiano di renderci aridi nell’anima  e insensibili verso il prossimo. Le colpe verso il prossimo, sulle quali i nostri Maestri ci impongono di intervenire e porre rimedio personalmente sono qui ricordate con il termine “kachash”; nella Torah (nella Parashà di Vaikrà, Lev. 5,20-22) questo vocabolo ricorre tra l’altro per indicare tutta una serie di trasgressioni colle quali una persona nega al prossimo quanto dovutogli, ad esempio la restituzione di beni ricevuti in prestito o in deposito, oppure la consegna di un oggetto rinvenuto e reclamato dal legittimo proprietario, il pagamento di un debito regolarmente contratto o il salario pattuito con il lavoratore. Potremmo dire che nella nostra preghiera di Neilà questo vocabolo ci solleciti a ricordare in generale quello che sarebbe stato nostro dovere compiere verso altre persone, per impegni espressamente presi o perché avremmo potuto essere maggiormente solleciti alle altrui necessità, rispondendo ad un aiuto espressamente richiestoci e mostrandoci abbastanza sensibili da comprendere uno stato di necessità anche quando  la persona, per pudore o vergogna, non ce lo chiede esplicitamente.
“Chon otam verakhem”… Abbi pietà e compassione di loro, fa giustizia dei loro oppressori e aggressori, nell’ora della Neilà.
Queste parole ci portano a concentrare il nostro pensiero sul ricordo delle persecuzioni subite e sulla amara constatazione di come a tutt’oggi popoli nemici desiderano ed agiscono con crudeltà per la distruzione dello Stato d’Israele. Dobbiamo sentire che il nostro essere ebrei , qua nella diaspora, è anche segno di condivisione di una comune lotta per l’esistenza che continua purtroppo a coinvolgere in prima linea i nostri fratelli nello Stato d’Israele. Noi chiediamo al Signore di proteggerci dai nemici ed in modo particolare da coloro che incessantemente mirano alla fine di Israele e gioiscono in modo barbaro per i colpi cruenti  che mettono a segno; possiamo più intensamente chiedere aiuto all’Eterno nella misura in cui cerchiamo di metterci in sintonia con la Sua volontà; ricordiamo che è la Torah che ci rende popolo, è la Torah che fa si che Eretz Israel sia non solo territorio concreto dello Stato d’Israele, ma una Terra che in forma ideale  appartiene a tutto il popolo ebraico, è la Torah che ha alimentato la nostra storia di millenni, che ci ha conservato in vita, è proprio la Torà che, definendo l’appartenenza al popolo ebraico secondo le norme stabilite dai nostri Maestri, fa si che anche il più laico israeliano sia per noi un fratello come il chassid di Bene Berak e di Mea Shearim.
“Ricorda i meriti dei loro padri e rinnova i loro giorni come in antico, nell’ora della Neilà.”
Quando si parla di padri nelle preghiere ci si riferisce innanzitutto ai patriarchi Abramo Isacco e Giacobbe , tuttavia possiamo aggiungere a questo significato principale anche un aspetto più intimo e personali, i nostri genitori, i nostri maestri, le nostre guide spirituali, coloro che ci hanno dato l’esempio essenziale di vita, di valori, di ebraismo, in alcuni casi fino ad accettare l’estremo sacrificio per non rinnegare la propria fede, per non abbandonare i propri cari e la propria comunità. In questo momento di intimo e sincero raccoglimento in noi stessi, ci chiediamo se siamo degni loro figli, loro discepoli, se abbiamo mantenuto il patrimonio spirituale che ci hanno affidato; lasciamoci per qualche attimo trasportare da ricordi,vicini e lontani di queste figure essenziali della nostra vita, non per suggestioni nostalgiche fini a se stesse ma per riflettere seriamente su come attuare i loro insegnamenti in condizioni di vita evidentemente diverse; questo è sempre stato uno degli obiettivi dell’ebraismo: trasmettere di generazione in generazione norme, principi e modelli di vita con rinnovata fedeltà nel contesto di condizioni di vita sempre diverse.
“Tizkù leshanim rabbot habbanim im haavott…Possiate meritare molti anni, i padri insieme ai figli, con gioia e letizia, nell’ora della Neilà.”
Che cosa può significare nel concreto questo auspicio: “ meritare molti anni, padri insieme ai figli”? Il testo augura che l’incontro sia motivo e fonte di gioia e letizia;  la gioia e la letizia nell’incontro di padri e figli nel popolo ebraico è il sapere che c’è continuità, che c’è una famiglia ebraica,  una casa d’Israele, un esempio, una traccia che prosegue nel futuro, che non si perde che è come una sorgente incessante, continua, che alimenta con acque di vita il corso del popolo ebraico. E tuttavia, anche quando i figli hanno preso strade diverse, ogni ebreo è sempre  caro a D.O , tutti siamo come Suoi figli, Egli desidera il nostro bene ed attende pazientemente anche i più lontani, lasciando sempre una possibilità di riavvicinarsi. Infine nessuno di noi può sapere veramente quanto siamo più o meno vicini o lontani, poiché solo a D-o è veramente noto ogni nostro pensiero e solo Egli può giudicare a che punto siamo nel percorso della nostra vita.
Per questo ora sentiamo intensamente di essere uniti da un filo comune per il quale tutti insieme ci presentiamo al cospetto del Signore, tutti insieme riconosciamo i nostri errori, tutti insieme attendiamo e speriamo nel Suo perdono, tutti insieme, tutto il popolo d’Israele chiedendo a D-o” “Hashivenu HASHEM elekha venashuva – Fa o Signore che ritorniamo a Te e noi ritorneremo, rinnova la nostra vita come nei tempi antichi.”
Rav Giuseppe Momigliano

Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 Settembre 2019
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HaTikwa (N. Greppi) – Ha fatto molto discutere, negli ultimi giorni, una risoluzione approvata dall’Unione Europea il 19 settembre che mette sullo stesso piano le due peggiori ideologie totalitarie del ‘900: nazismo e comunismo.

Il documento, proposto per gli 80 anni dall’inizio della Seconda Guerra Mondiale, è stato approvato con una vasta maggioranza: 535 voti favorevoli, 66 contrari e 52 astenuti. Per quanto riguarda i partiti italiani, a votare a favore sono stati sia i partiti di centro-destra (Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia) sia il PD, mentre a opporsi sono stati i partiti della sinistra radicale (LeU, Potere al Popolo e il Partito Comunista di Marco Rizzo), e i 5 Stelle si sono astenuti. In seguito ai risultati del voto, sono scoppiate le proteste, oltre che dei partiti contrari e di singoli esponenti del PD, anche dell’ANPI e di molti media di sinistra, che hanno parlato di “riscrittura della storia” (cit. Fatto Quotidiano), facendo notare che l’URSS combatté la Germania Nazista.

Personalmente quando ho saputo della risoluzione non ho potuto fare a meno di gioire, soprattutto per ragioni familiari: infatti la mia famiglia materna in origine veniva dalla Lettonia, che nel 1941 fu annessa dall’Unione Sovietica e, salvo gli anni dell’occupazione nazista durante la guerra, fece parte dell’URSS fino allo scioglimento di questa, nei primi anni ’90. Al termine dell’occupazione, molti ebrei si illusero che sotto il dominio sovietico avrebbero trovato quella serenità che gli era stata negata sia sotto il nazismo sia da parte di un popolo, quello lettone, che era sempre stato fortemente antisemita, da molto prima che arrivassero i tedeschi; tra il novembre e il dicembre del 1941, furono circa 24.000 gli ebrei lettoni del Ghetto di Riga sterminati in quello che divenne noto come il Massacro di Rumbula, senza contare anche quelli deportati dalla Germania.

Ma nonostante nell’URSS non avvenissero pogrom o stragi premeditate, anche lì gli ebrei vivevano in condizioni disagiate: gli artigiani e i piccoli imprenditori si ritrovarono ben presto senza le loro proprietà perché confiscate dallo stato. Inoltre, a causa delle politiche antireligiose dei comunisti, gli ebrei poterono sempre meno praticare apertamente la loro fede, e molte sinagoghe vennero chiuse. Ma è nel dopoguerra che il regime di Stalin iniziò a diffondere una campagna antisemita in tutto il paese, che portò anche a diversi omicidi: tra questi vale la pena di ricordare l’evento noto come la Notte dei poeti assassinati, quando 13 intellettuali ebrei furono ingiustamente accusati di tradimento ed eliminati nel carcere della Lubjanka, il 12 agosto 1952.

Le cose iniziarono vagamente a migliorare quando, nei primi anni ’70, il leader sovietico Leonid Breznev concesse a migliaia di ebrei sovietici di emigrare in Israele; tra questi c’era anche mia madre. Su questo occorre ricordare una cosa: all’epoca non era come oggi che puoi viaggiare da un posto all’altro come se niente fosse, perché chi lasciava l’Unione Sovietica non avrebbe mai più potuto tornarci. Chi lasciava il paese lo faceva convinto che non avrebbe mai più rivisto né i suoi cari rimasti lì, né i luoghi dove era nato e cresciuto; ma per migliaia di ebrei le condizioni di vita fino a quel momento erano state tali che erano disposti a lasciarsi tutto alle spalle per vivere in un paese di cui in realtà non sapevano niente che non fosse filtrato dalla propaganda antisionista dell’URSS.

Anche mettendo da parte il fattore dell’antisemitismo, è innegabile che i regimi comunisti in giro per il mondo si macchiarono di crimini inenarrabili: le grandi purghe degli anni ’30 uccisero almeno 3 milioni di dissidenti politici, mentre in Cina le politiche agricole di Mao Tse-tung tra gli anni ’50 e ’60 fecero morire di fame decine di milioni di persone.

In sostanza, è un bene che l’UE abbia deciso di condannare allo stesso modo comunismo e nazismo; anche perché nel nostro paese, e non solo, per troppo tempo politici e intellettuali hanno cercato di sminuire i crimini di questa ideologia con la scusa che essa si fondasse su un sogno di uguaglianza e giustizia sociale. Ma proprio uno dei maggiori teorici del comunismo in Italia, Antonio Gramsci, diceva che “la storia insegna, ma non ha scolari.” La storia della mia famiglia mi ha insegnato che chi nasce sotto una dittatura, rossa o nera che sia, raramente riesce a vivere felice in quel paese; quasi tutti i miei parenti hanno trovato la felicità emigrando in paesi liberi e “capitalisti”, dove i problemi sociali ed economici incontrati sono niente in confronto a quelli che si sono lasciati alle spalle.

 



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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