Cultura

Consiglio UGEIUGEI17 Gennaio 2021
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di Redazione

 

Che gli israeliani mettessero tutto nella pita, il pane tipico della cucina arabo-israeliana, già lo sapevamo. I falafel, la shawarma, persino la pasta al ragù, in quella che è una delle ultime “invenzioni” dello chef Eyal Shani. Tuttavia, il nuovo tormentone culinario israeliano, non ha proprio nulla di rivoluzionario. Si affida invece alla cucina libanese e propone quella che è una delle loro pietanze più classiche ed apprezzate. Parliamo ovviamente dell’Arayes: una polpetta speziata cotta dentro la pita e poi arrostita sulla griglia. Un piatto che ha spopolato anche in Israele, conquistando così il palato e i cuori di tutti i cittadini dello Stato Ebraico. Una ricetta semplice e gustosa che arricchirà il vostro menu e le vostre tavole. Provare per credere!


Consiglio UGEIUGEI5 Gennaio 2021
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di Nathan Greppi 

 

Sebbene oggi abbiano un’importanza marginale per l’ebraismo italiano, c’è stato un tempo in cui le Marche ospitavano comunità molto importanti, da Ancona ad Urbino, da Fermo a Macerata: queste terre erano un punto d’incontro tra Oriente e Occidente, in quanto vi si trovavano ebrei romani, veneziani, dei paesi islamici, nonché i sefarditi che volevano fuggire lontano dall’Inquisizione che dava loro la caccia. Tante storie che riemergono nei 9 racconti racchiusi nel volume Il viaggio e l’ardimento, scritto da Vittorio Robiati Bendaud e pubblicato da Liberilibri.


Consiglio UGEIUGEI3 Gennaio 2021
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di David Zebuloni

 

Non tutti hanno il privilegio di chiamare “zia” un Premio Nobel per la medicina, eppure Piera Levi Montalcini pare farlo con estrema naturalezza. Cita “zia Rita” con tanta disinvoltura che, talvolta, ci dimentichiamo persino che la zia in questione sia una delle menti più geniali dell’ultimo secolo. Ci immaginiamo un’anziana signora impegnata a girare il ragù, invece scopriamo una figura epica, che ha lasciato un’impronta indelebile nel campo della ricerca neurologica. Parliamo ovviamente di Rita Levi Montalcini, non solo Premio Nobel per la medicina, ma anche Senatrice a Vita della Repubblica Italiana, nonché la prima donna scienziata a ricevere il prestigioso Premio Max Weinstein. Si potrebbe parlare per ore di quest’insolita zia e Piera lo fa sempre con grande piacere e con altrettanta nostalgia, ma anche con un profondo senso di responsabilità. Di professione ingegnere ed imprenditrice, Piera Levi Montalcini ha rinunciato agli studi di medicina per pietà di un gallo. “Lo usavano per le ricerche in laboratorio e mandava degli urli strazianti. Mi ha traumatizzato”, mi racconta ridendo. Eppure dietro il sorriso mite e intelligente si cela un piccolo rimpianto. Il rimpianto di non aver studiato la chimica e la biologia, materie necessarie per scoprire i segreti più nascosti di quella macchina perfetta chiamata essere umano. Una macchina che ancora oggi suscita in lei tanta curiosità. Per quanto riguarda l’inevitabile confronto con il Premio Nobel, invece, Piera mi rassicura. “Non sono gelosa di zia Rita, perché sono diversa da lei”, afferma. “Io ho fatto le cose che piacevano a me e lei ha fatto le cose che piacevano a lei”. È sincera quando lo dice. Piera ha fatto davvero ciò che più le piaceva. E lo fa tutt’ora, giorno e notte. Si dedica con passione all’incontro con i bambini nelle scuole, per trasmettere loro un po’ di quella curiosità di cui lei è tanto ghiotta. Si dedica poi con altrettanta passione alla valorizzazione del ricordo della sua amata famiglia, di cui zia Rita è l’assoluta protagonista. Lo scopo di Piera è semplice. “Non voglio lasciare morire un esempio”, mi confessa. L’esempio in questione è quello di Rita Levi Montalcini, una delle ricercatrici più brillanti che l’Italia abbia mai visto. O meglio, una delle donne più coraggiose che l’umanità abbia mai conosciuto.


Consiglio UGEIUGEI31 Dicembre 2020
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di Rebecca Locci 

 

«La ricchezza, la bellezza, tutto si può perdere, ma la gioia che hai nel cuore può essere soltanto offuscata: per tutta la vita tornerà a renderti felice. Prova, una volta che ti senti solo e infelice o di cattivo umore, a guardare fuori quando il tempo è così bello. Non le case e i tetti, ma il cielo. Finché potrai guardare il cielo senza timori, saprai di essere puro dentro e che tornerai a essere felice.»

 

A distanza di molti anni, il Diario di Anne Frank è uno dei simboli più importanti della Shoah nonché una testimonianza degli orrori nazisti. Ma per creare un messaggio di speranza tenendo viva la memoria storica, gli autori israeliani David Polonsky e Ari Folman hanno deciso di dar vita ad un progetto ambizioso e assolutamente originale: il Diario di Anne Frank adattato in una strepitosa graphic novel, pubblicata in Italia nel 2017 da Einaudi.


Consiglio UGEIUGEI28 Dicembre 2020
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di Michelle Zarfati

 

Ci sono scrittori che non hanno bisogno di parole né di presentazioni. La loro fama li precede, o semplicemente i capolavori che hanno scritto parlano per loro. Amos Oz è uno di questi, tanto da essere considerato una delle colonne portanti della narrativa israeliana. I suoi libri sono tradotti e conosciuti in tutto il mondo, e la sua scrittura evocativa, criptica e descrittiva ha reso la sua produzione un vero e proprio canone conosciuto ed apprezzato da molti lettori. Nei suoi libri ha trattato con maestria diversi temi: i conflitti e le contraddizioni dello Stato d’Israele, storie d’amore sofferenti e complesse, le cicatrici della Shoah che molti superstiti portavano quando il paese era appena nato. Stilare una classifica delle sue opere è impossibile, tanto sono pieni di realismo magico e capaci di prendere il lettore per mano, attraversando con lui una dimensione quasi mistica. Ho tuttavia selezionato alcuni dei suoi libri più potenti e profondi, che permettono attraverso la narrazione di conoscere a fondo questo meraviglioso scrittore.