Cultura

Consiglio UGEIConsiglio UGEI27 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Giorgio Berruto

E’ anche grazie alla Giornata della Memoria, di cui talvolta da parte ebraica si esagerano i limiti e si minimizza l’efficacia, se oggi Se questo è un uomo è un libro tanto conosciuto. Proprio perché la storia vissuta da Primo Levi, in fondo, almeno a grandi linee la sanno tutti, o quasi. Sospetto che sia più conosciuto che letto, ed è un errore grave, perché Se questo è un uomo è libro da tenere sempre sul comodino, da leggere e rileggere. Un errore non solo perché, in generale, la letteratura in quanto arte si occupa del come prima che del cosa, ma anche per motivi specifici che vorrei provare a passare in rassegna.

Se questo è un uomo esprime innanzitutto un’autentica fede nella letteratura, la più alta espressione di umanità. In questo senso è da leggere l’attenzione filologica alle parole e al linguaggio, che emerge peraltro anche in tutte le opere successive di Levi. Tra i primi elementi che colpiscono il giovane chimico deportato ecco la confusione delle lingue nel campo e l’importanza vitale di conoscere almeno i rudimenti del tedesco. Primo obiettivo del lager è sottrarre ai detenuti i nomi propri, mutare le persone in numeri e avviarne la trasformazione in “pezzi” nell’industria dello sterminio; e allora Se questo è un uomo, soprattutto nell’edizione definitiva Einaudi, è pieno di nomi propri, cognomi, soprannomi. Ma è anche la paura di non riuscire a comunicare il vissuto nel lager, tipica nei sopravvissuti, a sollecitare la fede nelle belle lettere, che non assume mai la forma dell’esercizio di stile e costituisce invece la materia grezza alla base del libro e la sua aspirazione ultima. E’ questa la risposta più limpida a chi, come Adorno, ha affermato la barbarie di scrivere poesia, cioè produrre arte, dopo Auschwitz.

Ma c’è di più: la scrittura di Primo Levi è cristallina in ogni dettaglio. Ogni parola, ogni aggettivo ha un posto preciso nella frase e nella pagina e chi legge ha la certezza che debba essere proprio quello. Stile lavorato ma non manierato, conciso ed efficace. E’, in estrema sintesi, la lingua del liceo classico italiano, frequentato a Torino dal chimico scrittore, una lingua in cui si impastano i classici greci e latini, la Bibbia e Dante, Leopardi e Manzoni.

Primo Levi, nelle sue stesse parole, cerca e trova “il linguaggio pacato e sobrio del testimone, non quello lamentevole della vittima né quello irato del vendicatore”. Se questo è un uomo viene evidentemente concepito come serie di racconti orali ed è a partire da frammenti diseguali di testo, talvolta poco più che aforismi, che l’autore costruisce le cornici narrative indispensabili per tenere insieme i diversi capitoli. A rendere omogeneo il libro interviene, ancora una volta, la lingua letteraria scelta e lavorata da Levi.

La fede nella letteratura è qui accompagnata da una irrefrenabile, impetuosa curiosità intellettuale. Anche in questo caso, si tratta di una cifra che torna nell’opera successiva dello scrittore ma che nelle condizioni del lager risalta con ineguagliata nitidezza. Curiosità nei confronti di ogni forma del sapere senza alcuna svalutazione verso il saper fare – le tecniche, le arti e la manualità dunque – di cui tanti anni dopo il Faussone della Chiave a stella sarà rappresentante. Curiosità e fede nella letteratura sono la base dell’umanesimo di cui Primo Levi diventa interprete ad Auschwitz. Il capitolo in cui racconta a un altro deportato, Pikolo, il canto dantesco di Ulisse è forse l’esempio più alto e commovente in cui questi elementi si saldano.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI18 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Marta Spizzichino

“Discutere il ruolo delle donne nella letteratura normativa ebraica è cosa delicata”. Questa è la premessa con cui il libro “Ascolta la sua voce. La donna nella legge ebraica” di Rav F. Haim Cipriani si apre.

Quali sono le mitzvot che la donna è tenuta ad osservare? In quale misura può autodeterminarsi nel totale rispetto della Legge? C’è o non c’è per lei spazio di manovra? È giusto riformulare oggi dei precetti che non sono più al passo con la realtà in cui viviamo? Molte domande scaturiscono dalla lettura di questo libro che mette a confronto le opinioni di  rabbini contemporanei e non, cercando nelle loro affermazioni le motivazioni più convincenti e chiedendo alle Scritture alcune chiarificazioni.

Nel 1992 il filosofo Yeshayahu Leibowitz si pronunciava così riguardo al tema: ”Quello che è certo è che l’ebraismo […] è obbligato a modificare dalle fondamenta la posizione della donna nella società. Altrimenti, per l’ebraismo chiamato ortodosso non vi è futuro, perché d’ora in poi non sarà possibile una società umana corretta nella quale la donna non sia parte integrante della cultura e della vita politica e sociale”.

Ricordiamo che l’ebraismo delle origini si propose come cultura religiosa collettiva, che necessitava del contributo dei suoi membri per esprimersi a pieno. L’assenza di clero e caste, eccetto che per un breve periodo all’interno del tempio babilonese, ne è un indizio. Cosa cambiò di lì a poco? L’ebraismo non era e non è mai stato autoreferenziale, ieri forse meno di oggi. E se così fosse stato sarebbe imploso su se stesso molto tempo fa. Esso non fu dunque esentato dall’influenza delle culture e religioni circostanti, incluso il cristianesimo che, da quando divenne religione dell’impero romano, contribuì enormemente alla creazione della cultura occidentale, e dunque indirettamente anche di quella ebraica. Fu Paolo di Tarso a gettare le basi per una condizione ancillare della donna, nei vangeli  – documenti più ebraici che cristiani – non si trova infatti nulla di tutto ciò. Le discriminazioni si estesero così a diverse sfere: rituale, legale fino a questioni di vita e di morte.

Il tema però è più complesso di così, perché non ci sono frizioni solo tra le varie epoche, ma anche tra le scritture di periodi differenti e tra rabbini attivi nello stesso periodo di tempo ma lontani geograficamente. Maimonide, punto di riferimento per le scuole sefardite, fu probabilmente condizionato dalla visione della donna derivante dalla cultura islamica al contrario del suo commentatore Raavad, operante in Provenza ed esempio per le scuole rabbiniche ashkenazite.

Un altro esempio è offerto dallo scarto tra la posizione sociale e la considerazione di cui godevano le donne in epoca biblica e in epoca talmudica. Le donne della Torà sono presentate come attive e influenti. Le matriarche talvolta consigliano i patriarchi e diventano persino profetesse, come Miriam e Debora.

Soffermarsi su come l’ebraismo abbia fatto proprie le istanze delle culture con cui si è interfacciato è dunque necessario, così come lo è storicizzare e contestualizzare la nascita di alcuni pregiudizi e atteggiamenti. Accettare tutti gli aspetti solo perché divenuti tradizione è un insulto intellettuale, e come tale va corretto. L’alternativa, eticamente scorretta, sarebbe giustificare in nome della religione atteggiamenti discriminatori.

La capacità di adattamento che l’ebraismo ha mostrato per diversi secoli gli ha permesso di sopravvivere e dunque di modificarsi, e non si comprende perché non dovrebbe continuare ad agire in questa direzione. Discernere cosa è sbagliato ora da cosa forse non lo era ieri, scontrarsi con le proprie mancanze, rivisitare alcuni aspetti della tradizione in nome di un principio è sintomo di forza. L’ebraismo è stato forte per secoli, perché non dovrebbe più esserlo?


Consiglio UGEIConsiglio UGEI16 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Daphne Zelnick

Ieri è stata firmata una convenzione tra Jaques Fredj, direttore del Memorial de la Shoah di Parigi, Roberto Jarach, Presidente del Memoriale della Shoah di Milano e Giorgio Sacerdoti, presidente della fondazione CDEC.

Questa collaborazione, che si incrementerà sempre di più, avrà fondamentalmente due tematiche: la prima è quella della formazione nell’insegnamento, cioè condividere quelli che sono gli strumenti e le modalità formative agli insegnanti e alle guide che condurranno le visite presso i memoriali. L’altro, invece, consiste nel rendere sempre disponibili gli archivi storici dell’epoca.

Verranno inoltre effettuati degli scambi di lavori francesi in Italia e lavori Italiani in Francia. La ricerca sull’antisemitismo, in Italia e altrove, è iniziata dopo la Seconda Guerra Mondiale, e grazie ai due memoriali e al CDEC si continueranno a svolgere ricerche e scambi di informazioni. Anche se c’è sempre stato questo rapporto tra il memoriale e il CDEC, formalizzarlo è un passo in più per rendere più efficaci le attività congiunte. Quello che vorrebbero fare è ampliare le ricerche su altri genocidi che riguardano altre popolazioni in quanto la Shoah non è stato l’unico.

Ha preso poi la parola Daniela Tedeschi, direttrice della Associazione Figli della Shoah che ha presentato Antonella Salomoni, professoressa dell’Università della Calabria, che ha parlato di nuove ricerche sulle prospettive della Shoah invitando ad avere uno sguardo sul luogo del genocidio. La nuova ricerca è stata modificata in quanto si sono sviluppate delle negoziazioni di etica, politica, storia e altri temi che risultarono indispensabili per riportare la memoria del passato. 

La professoressa in forma di proemio ricorda le parole dell’orazione di uno scrittore di lingua yiddish, in occasione del terzo anniversario del massacro in Ucraina del 1944 “ogni pietra ogni granello di sabbia era intriso di sangue degli ebrei”. Per ricordare Come disse Julian Tuwim: “il modo migliore per mantenere viva ed eterna la memoria del popolo massacrato tra le generazioni future era quello di preservare il luogo”.

L’evento si è concluso con una tavola rotonda tra Jacques Fredj, la docente di pedagogia dell’Università Cattolica di Milano Milena Santerini e il direttore del CDEC Gadi Luzzato: “Cosa si comunica alle nuove generazioni? In quale clima culturale ripensiamo all’Olocausto senza strumentalizzarlo? Si ricorda la memoria con un evento senza discutere di esso, come un evento di parte, come un qualcosa di mitologico. Quindi si ricorda una memoria simulata, vuota in quanto non spiegata e questo sarebbe un rischio per le nuove generazioni. Sarebbe giusto ricordare, ricostruendo da capo il genocidio.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI14 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Nathan Greppi 

A differenza dell’Italia, uno dei paesi dove si vendono più fumetti al mondo, Israele non ha una grande industria del fumetto. Ma nonostante ciò, anche lo Stato Ebraico nel corso dei decenni ha saputo produrre artisti di grande talento, soprattutto nel campo della satira. Ed è soprattutto alla satira che in Israele è stato dedicato un intero museo, l’Israeli Cartoon Museum, situato nella città di Holon.

Il museo, fondato nel 2007 grazie a una collaborazione tra il comune di Holon e l’Associazione Vignettisti Israeliani (AKI in ebraico), ospita al suo interno varie mostre su diversi artisti, oltre a ospitare un padiglione che racconta la storia del disegno dalle pitture rupestri ai giorni nostri. Inoltre, vengono organizzati corsi, workshop e visite guidate per bambini e ragazzi. Ogni anno accoglie una media di 20.000 visitatori.

All’inizio di gennaio, ad esempio, sono state organizzate delle mostre sui disegnatori Erez Zadok, che su Instagram conta oltre 110.000 follower, e Danny Kerman, che dagli anni ’80 ai primi anni 2000 ha diretto la rivista satirica Davar Acher e ha illustrato quasi 500 libri per bambini. Inoltre, è stata allestita una mostra di vari vignettisti che commentano l’attualità politica israeliana più recente, come le continue nuove elezioni e le indagini dei magistrati su Netanyahu.

Il museo ha anche creato il Golden Pencil Award, un premio annuale alla carriera per quei vignettisti che hanno lasciato il segno nella memoria collettiva e che sono di ispirazione per le future generazioni di disegnatori israeliani. Su un muro del museo compaiono le foto di tutti i vincitori del premio, di cui l’ultimo nel 2019 è stato il già citato Danny Kerman.

L’unico difetto del museo è che quasi tutto è scritto in ebraico, e ci sono pochissime informazioni in inglese per i turisti stranieri. Ma anche tenendo conto di ciò, rimane comunque un luogo che chiunque coltivi una passione per i fumetti e il disegno potrà apprezzare.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 Gennaio 2020
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HaTikwa, di David Zebuloni 

Rav Meir Shapiro (1887-1933), presidente dell’Agudat Israel polacca e Rosh Yeshiva dei Chahmei Lublin, introdusse la rivoluzionaria idea del Daf Yomi, lo studio di una pagina al giorno del Talmud Babilonese, con il fine di completarlo in sette anni e mezzo. La conclusione dello studio si celebra con un evento chiamato Sium HaShas. Il primo ciclo di studio iniziò a Rosh HaShana del 1923, con l’intento che ogni ebreo del mondo studiasse lo stesso foglio nello stesso giorno, globalizzando così il sapere millenario ebraico.

“Storicamente lo studio del Talmud è stato per eccellenza riservato ai soli uomini”, racconta Letizia Fargion, “ma il tredicesimo ciclo, che si è concluso qualche giorno fa, ha portato con sé una novità assoluta: la partecipazione significativa dello studio della Ghemarà allargato al pubblico femminile“. Insieme a centinaia di celebrazioni che si sono tenute in tutto il mondo del Sium HaShas, ce n’è stata una in particolare, organizzata dall’organizzazione Hadran (Advancing Talmud study for Women), a catturare l’attenzione pubblica. “Sono state 3,500 le donne arrivate da tutta Israele, e non solo, per riunirsi a Biniane HaHuma a Yerushalaim, per celebrare e festeggiare questo momento”, continua Letizia Fargion, anche lei presente all’evento. “Tutte insieme abbiamo letto l’ultimo brano di Masechet Nidda, emozionate di essere giunte a tale traguardo“.

“E’ un momento epocale assistere alla partecipazione allo studio di tutto il popolo comprese le donne che, con serietà e dedizione, hanno portato a termine il progetto del Daf Yomi”, ha detto Rav Saks da Londra. Grandi personalità come Rav Benny Lau, la Rabanit Michelle Cohen Ferber (fondatrice del Daf Yomi femminile) la Rabanit Dr. Michal Tikochinsky, la rabanit Malke Bina (fondatrice della yeshiva femminile Matan) sono intervenuti sottolineando l’importanza della divulgazione del sapere presso tutto il popolo ebraico. La Rabbanit Esti Rosemberg, nipote del grande Rav Soleveichik, ha detto come suo nonno, fin dagli Anni Sessanta, iniziò a insegnare Ghemarà anche alle donne. Tra gli ospiti d’onore Jaine Shottenstein, che con l’edizione sponsorizzata dalla sua famiglia, ha contribuito notevolmente allo studio e diffusione del Talmud in questi ultimi anni.

“La serata si è conclusa con l’augurio che lo studio sia la luce che guidi la nostra vita: Torah shel chaim e chaim shel Torah (Torah per la vita e vita per la Torah) e una coinvolgente performance corale del pubblico con la canzone guidata da kululam”, racconta emozionata Letizia, originaria di Milano e israeliana dal ’94, di professione organizzatrice di eventi. “E’ stato emozionante partecipare a questo evento che ha celebrato il trionfo dello studio e del sapere anche come strumento di emancipazione della figura della donna nell’ebraismo. Oggi chi vuole studiare ha sicuramente molti più strumenti di un tempo. Basti pensare all’edizione Shottenstein o alle lezioni a disposizione su Hadran.org.il. In generale sento che a Gerusalemme si avvisano segni di apertura di più ampio respiro dell’ebraismo modern-orthodox. Molte Sinagoghe ortodosse, per esempio, permettono minianim di sole donne che leggono la Meghilat Esther e fanno Dvar Torah. Sono traguardi importanti questi!”, conclude Letizia sorridendo. “Yerushalaim rimane comunque per me la città delle grandi contraddizioni dove convivono realtà diverse. Sempre più attuale diventa il verso di Isaia: Da Sion uscirà la Torah e la parola di Dio da Gerusalemme, כי מציון תצא תורה ודבר ה׳ מירושלים.”



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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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