Shoah

Consiglio UGEIUGEI29 Gennaio 2020
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di David Zebuloni

 

Intervistare Sami Modiano è un viaggio, nel tempo e nello spazio. Quando Sami racconta la sua storia ti porta con sé nei posti in cui ha vissuto, nella sua amata Rodi per esempio, di cui ne ricorda perfettamente gli odori e i colori. Le sue parole hanno il potere di entrarti dentro, di penetrarti la pelle. Così come riesce a fare il suo sguardo, talvolta stanco, talvolta munito di un particolare bagliore. Vengo accolto un venerdì mattina piovoso nella sua accogliente casa ad Ostia, dove abita con la moglie Selma da ormai molti anni. Insieme a noi la sua amica storica e “sorellina”, come la definisce lo stesso Sami, Elvira Di Cave. La presenza di entrambe, Selma ed Elvira, si rivela fondamentale per lo svolgimento dell’intervista. Sono loro infatti a colmare i miei silenzi di fronte al dolore, a completare le risposte di Sami interrotte dalle lacrime. Lacrime che pesano come macigni e che spiegano l’orrore nazista meglio di qualsiasi libro di storia. Sami ci insegna che l’orrore non si limita alla morte e alla distruzione. No, l’orrore è ben più subdolo. “Io non ho avuto un’istruzione come gli altri”, mi sussurra. “Io non ho potuto realizzarmi come gli altri”. Ferite che Sami si porta appresso e che non gli danno pace. Anche oggi, ad un passo dal suo novantesimo compleanno, non gli danno pace. Ferite diventate cicatrici. Sono queste infatti le tracce invisibili e indelebili di quel piano che aveva come unico obiettivo quello di rendere i prigionieri prima degli stück (pezzi) e poi cenere nel vento di Auschwitz. Sami è sopravvissuto all’inferno, è tornato nella sua amata Rodi, poi in Italia, ma una parte di lui è rimasta lì, nei lager. È forse questa la condanna dei superstiti? Rimanere prigionieri anche fuori dai campi? Rimanere degli stück anche da uomini liberi? Tanti sono gli interrogativi che tormentano il Testimone ed il suo interlocutore, ma poi arriva il suo abbraccio, caldo e paterno. E poi ancora il suo sorriso. Il sorriso inconfondibile di Sami, così disteso e raggiante. Beh, in quel momento capisci che forse la vita va avanti davvero, anche al di là del filo spinato.

Come stai Sami?

Sto bene ringraziando il Padre Eterno, ho i miei problemi di salute vista l’età, ma non mi lamento perché so che ci sono cose peggiori. Ogni tanto mi sento stanco. Ma la mia non è una stanchezza fisica, la mia è una stanchezza psicologica.

Sono tanti anni ormai che ti dedichi ai viaggi della memoria, accompagnando centinaia di giovani nei campi di Auschwitz-Birkenau. Cosa provi ogni volta che attraversi il filo spinato? Cosa vedono i tuoi occhi che gli altri non riescono a vedere?

La prima volta io non volevo andarci. Temevo di non essere creduto e per un testimone non essere creduto è un doppio dolore. Per evitare questo dolore rifiutavo. Poi mi hanno messo all’angolo come un pugile, dicendomi che i giovani hanno bisogno di me. Ci sono andato con mio fratello, il mio fratello adottivo, Piero Terracina, con cui ho condiviso la stessa storia e lo stesso dolore. Durante quel viaggio ho visto le lacrime dei ragazzi e quelle lacrime mi hanno aperto gli occhi. Sai, quando esci da quell’inferno vivo, nonostante l’unica via d’uscita possibile da lì sia la morte, cominci a domandarti perché. Perché Perché? Perché? Perché io, un ragazzino di tredici anni che stava per dare l’anima e invece si è trovato liberato. Com’è possibile che sopravvissi una volta, due volte, tre volte, mentre gli altri morivano a fianco a me? Ecco, quando ho visto le lacrime negli occhi dei ragazzi e delle ragazze ho capito perché sono sopravvissuto. Io sono sopravvissuto per testimoniare. Questa è la mia missione. Questo è ciò che Lui ha voluto per me. Questo è ciò che vedono i miei occhi nel campo: i ragazzi.

Spesso parli di Lui puntando il dito al cielo.

Sì, sono molto fiero della mia fede, ma ci sono stati dei momenti in cui mi sono molto arrabbiato con Lui, è naturale. I miei occhi hanno visto delle cose che non potevo sopportare. Glielo chiedo ancora oggi: “come puoi lasciar morire dei bambini innocenti?”. No, questo è un dolore fisico che non posso sopportare. Come vuoi che non abbia una reazione? Sono scoppiato, ecco, ma poi mi sono sempre ripreso. Lui sa quel che fa.

Sono tanti i testimoni che si domandano perché guardando il cielo. Ti consolerebbe davvero sapere il motivo per il quale Dio l’ha fatto? Esiste forse un motivo valido abbastanza per riuscire a giustificarlo?

No no no. Questo però lo lascio a Lui, io non posso esprimermi su questo.

Sei un uomo felice Sami? Un superstite può mai definirsi veramente felice?

Io sono l’uomo più felice del mondo. Quando verrà il mio momento io me ne andrò in pace, perché so di aver compiuto la mia missione. Non sai quante lettere ricevo dai ragazzi che mi ascoltano. Loro mi danno la forza di andare avanti. Mi dico: “Sami, non ti devi fermare, è un peccato fermarti. Lo so che è doloroso, che è straziante, che hai sofferto, ma non ti fermare”.

La storia di Sami è un po’ la storia dell’ebreo nella storia. Prima la deportazione da Rodi, poi dall’Italia, dopo ancora la fuga dal Congo. Pensi che sia il nostro destino dover fuggire?

No, ma ciò che io ho subito probabilmente era scritto in questo modo. E non posso dire di aver solo sofferto. Io sono nato a Rodi ed ero un bambino felice, con una famiglia bellissima, a fianco di una grande comunità che ormai non c’è più. Sono stato educato benissimo. Eravamo tutti fratelli. Ma poi sono arrivate le leggi razziali, leggi che non mi hanno permesso di esprimermi culturalmente; né a me, né a mia sorella, né agli altri ragazzi. Però Lui ha voluto così e io lo accetto.

Nell’ultimo periodo si parla molto di una crescita dell’antisemitismo in Italia, in Europa e nel mondo. Credi davvero che gli ebrei siano in pericolo o sono solo i fantasmi del passato a farcelo credere?

Ho saputo che molti ragazzi in Italia o in Francia lasciano il loro paese per andare altrove. Se lo fanno vuol dire che un motivo c’è e questo motivo io lo seguo. Lo seguo e mi dispiace perché mi ricorda ciò che è successo a Rodi. Noi a Rodi eravamo in seimila, ma ne hanno deportati solo duemila. Gli altri quattromila avevano lasciato Rodi quando Mussolini era salito al potere perché sentivano che un giorno sarebbe successo qualcosa. Sono i giovani ad andare via, i vecchi rimangono. Vedi, è una storia che si sta ripetendo e ripetendo. Vedremo quando si fermerà, ma grazie a Dio adesso abbiamo uno Stato e questo è un qualcosa che ci dà la forza.

Racconti sempre nelle tue testimonianze che tu e Selma non siete riusciti ad avere figli, ma che avete avuto la fortuna di avere tanti nipoti.

I ragazzi, quando li incontriamo, diventano subito nipotini nostri. Gli vogliamo bene da morire, viviamo per loro. È un istinto naturale quello che abbiamo io e lei.

E che responsabilità comporta essere nonni? Cosa senti di dover trasmettere?

Vorrei trasmettere solo allegria, come fa un nonno normale. Abbracciarli, parlare con loro, fare loro domande curiose.

Cosa pensi che devono imparare questi giovani dalla vita che ancora non sanno?  

I giovani sono interessati a tutto, lo vedo durante i nostri viaggi insieme. Sono anche molto educati e in gamba; impareranno.

Nei tuoi racconti ritorni sempre alla tua Rodi, perché?

Io sono legatissimo alla mia Rodi, perché là sono cresciuto, là ho mosso i miei primi passi. Lì ero felice, felicissimo. C’era una bella comunità che prima della mia nascita aveva già una storia importante, culturalmente ed economicamente. Io ho trovato già tutto pronto. C’era un collegio rabbinico importantissimo, avevamo degli insegnanti preparatissimi da tutti i punti di vista. E poi c’era la fratellanza. Il figlio del banchiere e il figlio del ciabattino erano perfettamente uguali. Il banchiere era felice di essere banchiere e il ciabattino era felice di essere ciabattino perché entrambi sapevano di avere alle spalle una comunità che dava loro gli stessi diritti. Ecco, io crescevo così. Io potevo entrare in qualsiasi casa a Rodi ed ero come un figlio. Per questo mi addolora aver perso questa comunità, perché ho perso una grande famiglia.

Un’altra figura che torna sempre nei tuoi racconti è quella di tua sorella Lucia.

Mia sorella aveva un cuore d’oro. Da quando avevamo perso la mamma, lei mi aveva fatto da mamma e da sorella. Cercava di parlarmi con delle parole dolci, di tenermi pulito. Aveva preso la casa in mano, quando vedeva che io non mi saziavo con quel poco che c’era a tavola, me ne dava ancora. Non si dimenticano questi gesti, non si possono dimenticare, nel tempo li prendo sempre più in considerazione.

Assumono ancora più valore.

Sì, non si cancellano. Rimangono.

Cosa le diresti oggi che Sami non è riuscito a dirle a tredici anni?

Che hanno ammazzato una persona che sarebbe diventata qualcuno. Era molto intelligente, era l’orgoglio di mio papà, era l’orgoglio del nome che portava. Io sono orgoglioso di avere una sorella così.

E che cosa vorresti dire a Selma, l’altra donna della tua vita, seduta qui di fronte a te?

Che l’unica cosa buona che mi ha dato il Padre Eterno è stata incontrare questa fanciulla. La mia compagna, mia moglie. Io le ho fatto un giuramento al matrimonio, e credo di averlo mantenuto. L’abbiamo mantenuto. Stiamo insieme da più di sessant’anni e ogni anno ci vogliamo più bene. Quando la perdo di vista mi fermo e se non è vicino a me, io non continuo.

Le cicatrici si rimarginano mai Sami?

Molti mi dicono: “sei un sopravvissuto, sei uscito dai campi”. No, io sono ancora là. Io non uscirò mai da Auschwitz, non potrò mai cancellare tutto ciò che ho visto. Non sarò mai una persona normale. Ho questa piaga, ho delle visioni e ci sono dei momenti in cui mi rivedo tutto davanti. I miei occhi hanno visto ammazzare. Io e Piero levavamo i cadaveri dal filo spinato. La morte era davanti a noi ogni giorno.

Ti sei mai rammaricato di essere nato ebreo?

Mai. Ne sono fiero, lo dico ad alta voce.

Un’ultima domanda Sami. Pensi che ci sia qualcosa riguardante la Shoah che non sia ancora stato detto? Qualcosa che dobbiamo sapere prima che l’ultimo dei sopravvissuti ci abbia lasciato?

Più o meno si è spiegato tutto o quasi tutto. Molti sono usciti da quell’inferno e hanno testimoniato ciò che succedeva, anche nelle camere a gas. Un esempio sono le fotografie che ci ha fatto vedere Marcello Pezzetti, che sono state ritrovate cinque anni fa. Fotografie che sono state scattate nella fossa comune di Auschwitz. Duecentoquarantamila ne hanno ammazzati in quella fossa e io ho portato della legna per bruciare i cadaveri. Ecco, questa è una cosa che non volevo dire, ma la dico. Loro usavano noi, manodopera, per aiutarli. Non è che i tedeschi prendevano il cadavere e lo buttavano. No, loro usavano noi. Fratelli. Ci facevano portare la legna.

È una cosa che non hai mai raccontato.

Ci sono molte altre cose, ma non posso dirle, non si dicono. Sono uscite fuori queste fotografie. Lo dicono loro, non lo dico io. Può darsi che se le dicevo io non ci avreste creduto, e sarebbe stato un dolore per me. Io ho portato della legna, sì. Mi hanno obbligato. Non l’ho fatto perché lo volevo io, loro stavano lì con il fucile spianato, dovevo farlo. Si servivano di noi per far funzionare la loro fabbrica della morte. Ciò che mi ha tenuto in vita sono le parole di mio papà: “Tu devi vivere Sami, tieni duro, tu devi vivere”. Lui mi ha messo al mondo, lui mi ha educato e io non voglio deluderlo. Mai.

Ma tu non ci rimani ad Auschwitz Sami, tu torni indietro.

Io sono là.

 

 


Consiglio UGEIUGEI28 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Nathan Greppi

Quando si hanno 14 anni raramente si ha il talento e il desiderio per comprendere a fondo la storia e raccontarla con eleganza: eppure questo è il caso di Eleonora Spezzano, bimba prodigio che ha recentemente scritto il romanzo storico Hans Mayer e la bambina ebrea, pubblicato da Bonfirraro Editore e incentrato sulla Shoah.

La storia si svolge a Varsavia, nell’autunno del 1941: Hans Mayer è un giovane ufficiale dell’esercito tedesco, che pur non credendo appieno nell’ideologia nazista non esita a eseguire gli ordini, anche quando si tratta di catturare e mandare a morire degli innocenti. Tutto questo cambia il giorno che incontra Marie, una bambina ebrea di soli 4 anni sfuggita alle SS, che ne hanno deportato tutta la famiglia ad Auschwitz. Spinto dalla compassione, Hans decide di nasconderla in casa sua, rischiando così la propria vita ma cercando di salvare la propria dignità.

La storia è narrata in prima persona dallo stesso Hans, che non nasconde minimamente al lettore le proprie emozioni: il senso di colpa per tutti gli ebrei che ha fatto deportare, la rabbia per una guerra inutile e insensata, l’affetto quasi paterno che inizia gradualmente a provare per la bambina. Infatti lei, se da un lato gli fa rischiare la vita qualora venisse scoperto, dall’altro gli da una ragione per vivere, poiché salvandola egli cerca di espiare le proprie colpe.

Il romanzo riesce a catturare l’attenzione per la forte carica emotiva che racchiude, e spinge il lettore a non fermarsi pur di sapere come va a finire. Una storia triste, che però spinge a non perdere mai la fiducia nel genere umano.


Consiglio UGEIUGEI27 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Giorgio Berruto

E’ anche grazie alla Giornata della Memoria, di cui talvolta da parte ebraica si esagerano i limiti e si minimizza l’efficacia, se oggi Se questo è un uomo è un libro tanto conosciuto. Proprio perché la storia vissuta da Primo Levi, in fondo, almeno a grandi linee la sanno tutti, o quasi. Sospetto che sia più conosciuto che letto, ed è un errore grave, perché Se questo è un uomo è libro da tenere sempre sul comodino, da leggere e rileggere. Un errore non solo perché, in generale, la letteratura in quanto arte si occupa del come prima che del cosa, ma anche per motivi specifici che vorrei provare a passare in rassegna.

Se questo è un uomo esprime innanzitutto un’autentica fede nella letteratura, la più alta espressione di umanità. In questo senso è da leggere l’attenzione filologica alle parole e al linguaggio, che emerge peraltro anche in tutte le opere successive di Levi. Tra i primi elementi che colpiscono il giovane chimico deportato ecco la confusione delle lingue nel campo e l’importanza vitale di conoscere almeno i rudimenti del tedesco. Primo obiettivo del lager è sottrarre ai detenuti i nomi propri, mutare le persone in numeri e avviarne la trasformazione in “pezzi” nell’industria dello sterminio; e allora Se questo è un uomo, soprattutto nell’edizione definitiva Einaudi, è pieno di nomi propri, cognomi, soprannomi. Ma è anche la paura di non riuscire a comunicare il vissuto nel lager, tipica nei sopravvissuti, a sollecitare la fede nelle belle lettere, che non assume mai la forma dell’esercizio di stile e costituisce invece la materia grezza alla base del libro e la sua aspirazione ultima. E’ questa la risposta più limpida a chi, come Adorno, ha affermato la barbarie di scrivere poesia, cioè produrre arte, dopo Auschwitz.

Ma c’è di più: la scrittura di Primo Levi è cristallina in ogni dettaglio. Ogni parola, ogni aggettivo ha un posto preciso nella frase e nella pagina e chi legge ha la certezza che debba essere proprio quello. Stile lavorato ma non manierato, conciso ed efficace. E’, in estrema sintesi, la lingua del liceo classico italiano, frequentato a Torino dal chimico scrittore, una lingua in cui si impastano i classici greci e latini, la Bibbia e Dante, Leopardi e Manzoni.

Primo Levi, nelle sue stesse parole, cerca e trova “il linguaggio pacato e sobrio del testimone, non quello lamentevole della vittima né quello irato del vendicatore”. Se questo è un uomo viene evidentemente concepito come serie di racconti orali ed è a partire da frammenti diseguali di testo, talvolta poco più che aforismi, che l’autore costruisce le cornici narrative indispensabili per tenere insieme i diversi capitoli. A rendere omogeneo il libro interviene, ancora una volta, la lingua letteraria scelta e lavorata da Levi.

La fede nella letteratura è qui accompagnata da una irrefrenabile, impetuosa curiosità intellettuale. Anche in questo caso, si tratta di una cifra che torna nell’opera successiva dello scrittore ma che nelle condizioni del lager risalta con ineguagliata nitidezza. Curiosità nei confronti di ogni forma del sapere senza alcuna svalutazione verso il saper fare – le tecniche, le arti e la manualità dunque – di cui tanti anni dopo il Faussone della Chiave a stella sarà rappresentante. Curiosità e fede nella letteratura sono la base dell’umanesimo di cui Primo Levi diventa interprete ad Auschwitz. Il capitolo in cui racconta a un altro deportato, Pikolo, il canto dantesco di Ulisse è forse l’esempio più alto e commovente in cui questi elementi si saldano.


Consiglio UGEIUGEI16 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Daphne Zelnick

Ieri è stata firmata una convenzione tra Jaques Fredj, direttore del Memorial de la Shoah di Parigi, Roberto Jarach, Presidente del Memoriale della Shoah di Milano e Giorgio Sacerdoti, presidente della fondazione CDEC.

Questa collaborazione, che si incrementerà sempre di più, avrà fondamentalmente due tematiche: la prima è quella della formazione nell’insegnamento, cioè condividere quelli che sono gli strumenti e le modalità formative agli insegnanti e alle guide che condurranno le visite presso i memoriali. L’altro, invece, consiste nel rendere sempre disponibili gli archivi storici dell’epoca.

Verranno inoltre effettuati degli scambi di lavori francesi in Italia e lavori Italiani in Francia. La ricerca sull’antisemitismo, in Italia e altrove, è iniziata dopo la Seconda Guerra Mondiale, e grazie ai due memoriali e al CDEC si continueranno a svolgere ricerche e scambi di informazioni. Anche se c’è sempre stato questo rapporto tra il memoriale e il CDEC, formalizzarlo è un passo in più per rendere più efficaci le attività congiunte. Quello che vorrebbero fare è ampliare le ricerche su altri genocidi che riguardano altre popolazioni in quanto la Shoah non è stato l’unico.

Ha preso poi la parola Daniela Tedeschi, direttrice della Associazione Figli della Shoah che ha presentato Antonella Salomoni, professoressa dell’Università della Calabria, che ha parlato di nuove ricerche sulle prospettive della Shoah invitando ad avere uno sguardo sul luogo del genocidio. La nuova ricerca è stata modificata in quanto si sono sviluppate delle negoziazioni di etica, politica, storia e altri temi che risultarono indispensabili per riportare la memoria del passato. 

La professoressa in forma di proemio ricorda le parole dell’orazione di uno scrittore di lingua yiddish, in occasione del terzo anniversario del massacro in Ucraina del 1944 “ogni pietra ogni granello di sabbia era intriso di sangue degli ebrei”. Per ricordare Come disse Julian Tuwim: “il modo migliore per mantenere viva ed eterna la memoria del popolo massacrato tra le generazioni future era quello di preservare il luogo”.

L’evento si è concluso con una tavola rotonda tra Jacques Fredj, la docente di pedagogia dell’Università Cattolica di Milano Milena Santerini e il direttore del CDEC Gadi Luzzato: “Cosa si comunica alle nuove generazioni? In quale clima culturale ripensiamo all’Olocausto senza strumentalizzarlo? Si ricorda la memoria con un evento senza discutere di esso, come un evento di parte, come un qualcosa di mitologico. Quindi si ricorda una memoria simulata, vuota in quanto non spiegata e questo sarebbe un rischio per le nuove generazioni. Sarebbe giusto ricordare, ricostruendo da capo il genocidio.


Consiglio UGEIUGEI10 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Giulia Ciolli 

Ieri, 9 Gennaio 2020, sono state posizionate le prime 11 pietre d’inciampo a Firenze. Le prime installazioni alle 12.30 in via del Gelsomino 29, sono state dedicate alla memoria di Levi Rodolfo, Procaccia Rina, Levi Noemi, Sinigaglia Angelo, Procaccia Amelia e Sinigaglia Alda. Nel pomeriggio, si sono susseguite altre tre installazioni: in Via del Proconsolo 6 in memoria di Genazzani Abramo, Genazzani Elena e Melli Genazzani Mario, in Via Ghibellina 102 in memoria di Genazzani David dove la nipote lo ha ricordato e infine in piazzale Donatello 15 in memoria di Levi Clotilde.

Le stolperstein, avviate in Germania nel 1995 dall’artista Gunther Demnig, sono ormai presenti in molte città europee e ora anche Firenze avrà un vero e proprio percorso della memoria sulle tracce delle famiglie ebraiche arrestate e deportate nei campi di sterminio negli anni del secondo conflitto mondiale. Questo progetto partì dalla richiesta di Daniela Misul Z”l, allora presidente, insieme al Comune di Firenze.

La cerimonia ha visto una grande partecipazione cittadina con ragazzi e bambini delle scuole, rappresentanti comunali come Cristina Giachi vicesindaca, Sara Funaro assessora all’educazione e Alessandro Martini assessore alla cultura delle memoria e la Comunità Ebraica di Firenze con il Rabbino capo Gadi Piperno e David Liscia Presidente.

“Queste pietre – come riporta la Vicesindaca Giachi- segnalano come la violenza è un inciampo nella storia dell’umanità. E’ stato bello poterci inciampare questa mattina per ricordare vite ordinarie stravolte dalla violenza, affinché quel che è successo non avvenga di nuovo e la memoria sia viva e presente nella città”.