Cultura

Consiglio UGEIConsiglio UGEI8 Aprile 2019
WhatsApp-Image-2019-04-08-at-12.55.54-1280x720.jpeg

4min179

HaTikwa (Y. Tesciuba) – Si è concluso ieri all’Istituto San Gallicano il Festival MondoReligioni, ideato dalla viceministra degli Esteri e della cooperazione internazionale Emanuela Claudia Del Re, patrocinato dalla Regione Lazio e presentato dall’Associazione italiana di sociologia (Ais). La manifestazione ha previsto dibattiti, presentazioni di libri, musica, documentari e incontri con i rappresentanti delle comunità religiose.

Nel corso nella tavola rotonda “Peace building e hate speeches” che si è tenuta ieri, organizzata dalla Chair “King Hamad for inter-faith-dialogue and peaceful co-existence” dell’Università degli studi di Roma La Sapienza, ha preso parte anche il consigliere ai rapporti politici ed internazionali Yoseph Tesciuba, insieme ad altri giovani leader delle comunità religiose presenti nel territorio di Roma. Di seguito, una parte del suo intervento sul tema del fondamentalismo religioso:

«Innanzitutto occorrerebbe capire che cos’è il fondamentalismo, ricordando che non è un fenomeno moderno; nasce tra la fine dell’800 e l’inizio dell’900 come corrente teologica di opposizione alla modernità e di ritorno alla purezza originaria. Lo dice la parola stessa, è l’atteggiamento di chi è pronto a lottare per i fondamenti della sua religione. E’ un atteggiamento di rigore religioso, di richiamo al senso originario di una dottrina. Fin qui però sembra quasi una causa nobile. Non lo è, ovviamente, quando sfocia nell’estremismo, nella violenza o, ancor peggio, nel terrorismo.

E a proposito del terrorismo, mi è capitato di leggere un articolo del 1975 in cui lo storico David Fromkin scrive: “Il terrorismo è violenza finalizzata a generare paura, ma lo scopo di tale violenza è che la paura, a sua volta, induca qualcuno, non il terrorista, ad attivare programmi d’azione che soddisfino qualunque cosa il terrorista realmente desideri ottenere”. Il terrorista fa di tutto per innescare lo scontro tra civiltà profetizzato da Huntington, per gettare tutti nel vortice di violenza, per coinvolgere ogni fede in una visione della realtà ridotta ad una presunta lotta tra bene e male. Quando è stato scritto l’articolo che ho citato il terrorismo era un fenomeno molto diverso da quello odierno, eppure Fromkin aveva intuito una cosa verissima: il terrorismo punta alla distruzione per poter ricostruire.

In altre parole, il terrorismo è la soluzione estrema del fondamentalista per opporsi ai processi di secolarizzazione e modernizzazione: distruggere, scuotere il mondo e creare una situazione comune di regressione ai fondamenti, di una religione o di una certa ideologia.

Per cui, per evitare che il fondamentalismo sfoci in violenza, le autorità religiose dovrebbero guidare i fedeli nella modernità, giorno dopo giorno; dovrebbero adeguare i fondamenti ai tempi moderni; fornire risposte, seppur approssimative ed incerte; stimolare il dialogo. Creare il confronto, in modo pacifico, perché se non lo si fa con le armi della non-violenza, il fondamentalista lo cercherà sempre in modo brusco e deleterio».


Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 Aprile 2019
download.jpg

4min264

HaTikwa (L. Spizzichino) – Tra le serie tv sbarcate questo mese sui cataloghi di Netflix, una su tutte può destare curiosità più di altre, stiamo parlando di The Order. Arrivata il 7 marzo 2019 nella piattaforma streaming americana, viene raccontata la storia di Jack Morton, una matricola alla Belgrave University, un campus famoso per ospitare una misteriosa società segreta chiamata L’Ordine ermetico della rosa blu. Jack, vuole entrare a tutti i costi nell’Ordine per vendicare la defunta madre, scomparsa per mano del suo leader supremo, Edward Coventry. Una volta diventato un membro della strana società segreta Jack scoprirà presto che i suoi accoliti praticano la magia nera e che sono da sempre in lotta con una confraternita di licantropi votati a distruggere ogni creatura sovrannaturale. In questo teen drama però diversi sono i rimandi al mondo ebraico, dall’Arca dell’Alleanza fino al Golem, quest’ultimo infatti durante le dieci puntate di questa prima stagione (e probabilmente anche unica), viene usato da questi maghi come arma o come mero strumenti per raggiungere i propri scopi. Un utilizzo di certo meno nobile, rispetto a quello del famosissimo Golem di Praga.

Secondo la notissima leggenda praghese, nel XVI secolo, il grande Rabbi Yehuda Loew ben Bezalel, meglio noto come il Marhal di Praga, decise di creare un gigante completamente fatto d’argilla, il quale prendeva vita scrivendo sulla sua fronte la parola “verità” in ebraico, il cui compito principale era difendere il ghetto di Praga dagli attacchi antisemiti e dai pogrom. Ogni venerdì, prima dell’entrata di Shabbat, il rabbino lo immobilizzava cancellando la prima lettera sulla fronte, formando la parola “morto”. Secondo la leggenda il Golem si trova tuttora nella soffitta della Sinagoga Vecchia-Nuova, e secondo alcuni racconti della Seconda Guerra Mondiale, durante l’occupazione un soldato nazista salì nella soffitta con l’intento di trovare e distruggere il Golem, ma poco dopo questo soldato morì in circostanze sospette.

Riguardo il Golem, esistono moltissime altre leggende creando su di esso un alone di mistero che ha fatto breccia nella cultura popolare, infatti compare in svariati libri e film, ma si può trovare il Golem anche nel mondo dei fumetti e nei cartoni animati. Nel 1974, la mitica creatura di fango compare in diversi albi della serie Strange Tales della Marvel, nel 1991 invece il Golem di Praga compare come antieroe nella DC Comics, in una veste completamente differente da quella di difensore dei più deboli. Anche in tempi recenti è comparsa la figura del Golem anche in uno speciale di Halloween dei Simpson, nel quale viene riportato in vita da Bart per servirlo.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 Marzo 2019
WhatsApp-Image-2019-03-26-at-13.51.19.jpeg

4min408

HaTikwa (N. Greppi)Spose cadavere che ballano con studenti di una yeshiva; ebrei non morti che si fanno usare come eterni capri espiatori; ebrei scampati a un apocalisse zombie. Sembrano delle prese in giro, e invece è ciò che narrano gli otto racconti racchiusi nel libro Ebrei contro zombi, curato dall’autore israeliano Lavie Tidhar e dall’inglese Rebecca Levene e pubblicato in Italia da Acheron.

Le storie che compongono il volume sono scritte da otto scrittori ebrei, ognuno dei quali ha voluto trattare a modo suo il tema dei morti viventi: Rena Rossner, ad esempio, in “Ascesa” racconta la storia di dodici studenti di una yeshiva che scoprono come far risorgere le spose di dodici tzaddikim, le quali riveleranno loro diversi segreti appresi dai mariti defunti; invece “La fabbrica del capro espiatorio” di Ofir Touche Galla narra la storia di Solvi, un morto riportato in vita tramite un folle esperimento, e che per trovare uno scopo trova un lavoro particolare: prendersi la colpa per crimini che non ha commesso, in modo da appagare la sete di giustizia delle vittime. L’uomo che gliene parla spiega che come falsi colpevoli si cercano soprattutto ebrei, e quando Solvi gli chiede perché, quello risponde: “Leggiti qualche libro di storia, amico mio.”

Tra gli altri racconti spiccano “Dieci per Sodoma” di Daniel Polansky, che racconta gli ultimi minuti di vita di un ebreo newyorkese che decide di buttarsi da un tetto per sfuggire agli zombie che hanno invaso la città, e “Zayinim” di Adam Roberts: quest’ultimo è ambientato in un mondo ucronico dove i nazisti, dopo aver vinto la guerra, hanno cercato di rendere immortale tutta l’umanità eccetto gli ebrei, con il risultato che questi si ritrovano ad essere le ultime persone normali in un mondo di zombie famelici.

Purtroppo non tutti i racconti inclusi nel volume sono piacevoli da leggere, e alcuni risultano alquanto noiosi: è il caso questo di “Come una moneta coniata di fede”, scritto da Shimon Adaf e ispirato ad antiche storie di spiriti maligni degli ebrei marocchini; un discorso simile vale anche per “I racconti del terrore di Wiseman” di Anna Tambour, che racconta di un designer di reggiseni americano che, partito per la Seconda Guerra Mondiale, viene perseguitato da zombie donne che vogliono fare le modelle per lui.

Nel complesso, le storie racchiuse nel volume non sono tanto di paura, quanto legate o allo humor nero o a quel surrealismo tipico dei racconti dello scrittore israeliano Etgar Keret. è consigliato soprattutto a chi ama la letteratura ebraica: se finora eravate abituati ai grandi romanzieri israeliani o alla letteratura yiddish, sappiate che queste storie vi stupiranno… da morire.

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 Febbraio 2019
91st-Annual-Academy-Awards-Show-1551178048.jpg

3min411

HaTikwà (L.Spizzichino) – Nella notte di domenica 24 febbraio, si è tenuto nel Dolby Theatre di Los Angeles, uno degli eventi più importanti dell’industria cinematografica statunitense ed internazionale, la 91esima edizioni degli Academy Awards, meglio conosciuto come gli Oscars.

Nell’edizione di quest’anno, presente anche Israele, a rappresentarla Guy Nattiv, regista 45enne di Tel Aviv, che ha vinto il premio per il Miglior Cortometraggio con “Skin”. Della durata di venti minuti, il breve film racconta la storia di Bryon Widner, naziskin dell’Alabama, che nel 2006 per amore decise di togliersi i tanti tatuaggi naziskin che mostravano la sua indiscussa fede di suprematista bianco, razzista, ultraviolento e appartenete ad uno dei gruppi più fanatici americani, il Vinlander Social Club Skinhead Gang.

Dopo oltre seicento dolorose sedute laser, ha letteralmente cancellato dal suo corpo i rapporti con quel mondo fatto di birre, droga, pestaggi, prove di coraggio e odio per tutti quelli che non sono bianchi. Un cambiamento che ha portato Widner addirittura a scappare dalla banda di cui faceva parte, perché visto come un vero e proprio traditore e una persona da perseguitare.Ad aiutarlo nella fuga e nel cambiare vita e a cancellare le tracce di quel vergognoso passato, un attivista che lo aiutato nel suo percorso durato due anni e costato moltissimo.

Nel suo discorso di accettazione di questo prestigioso premio, Nattiv ha detto: “I miei nonni erano sopravvissuti alla Shoah” commosso ha proseguito il suo discorso ricordando chel’odio che loro subirono oggi lo vediamo ovunque, negli Stati Uniti e in Europa. Questo film è parla di educazione, è di come insegnare ai vostri figli qualcosa di diverso, di migliore”. Non sono mancati i complimenti del Presidente dello Stato d’Israele Reuven Rivlin si è congratulato con Nattiv in un messaggio. «Caro Guy, tutto il merito per “Skin” va a te, Sharon e Jaime Ray, ma il film è un regalo ai nostri figli e nipoti, per il futuro che desideriamo per loro. Orgoglioso di essere israeliano! Mazal Tov!». Dopo i tanti prestigiosi premi internazionali vinti dal panorama cinematografico israeliano, dopo più di quarant’anni, un israeliano torna a vincere la statuetta d’oro più ambita dal mondo del cinema, l’Oscar.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI20 Febbraio 2019
debatingtruth_p24-copy-1280x709.jpg

4min696

HaTikwà (N.Greppi)Da molti anni il fumetto è diventato a pieno titolo un mezzo per raccontare la realtà attraverso le immagini, sia che si tratti dell’attualità politica e sociale o della storia. A provarlo ulteriormente è il fatto che nel 2018 è stata pubblicata negli USA una graphic novel che narra un’importante vicenda della storia ebraica avvenuta nella Spagna del ‘200. Debating Truth: The Barcelona disputation of 1263, scritta dalla storica Nina Caputo e disegnata dall’illustratrice Liz Clarke.

La storia si svolge nell’estate del 1263, quando il Ramban, uno dei più illustri rabbini del suo tempo, dovette recarsi a Barcellona per affrontare un dibattito di tipo religioso davanti a Re Giacomo I d’Aragona e alla sua corte. Il suo avversario, Frate Paolo, era un ebreo convertitosi al cattolicesimo e appartenente all’Ordine dei domenicani, il quale cercava di strumentalizzare alcuni passaggi del Talmud per affermare che gli ebrei avrebbero riconosciuto Gesù come Messia. Nei giorni successivi, i due contendenti cercarono di usare al meglio la retorica e la loro conoscenza per difendere la propria posizione, in una sfida che avrebbe avuto forti ripercussioni sui rapporti ebraico-cristiani nel Regno di Aragona (che comprendeva, oltre a quest’ultima e alla Valencia, anche la Provenza, la Sicilia e la Sardegna). Sin dall’inizio il Ramban e Frate Paolo dimostrano una grande abilità nell’argomentare le rispettive tesi, e non cedono mai alla tentazione di passare all’insulto o di interrompere; ma nonostante ciò, il contesto si rivela molto più favorevole per il domenicano, dal momento che il Ramban è da solo difronte a una “giuria” composta prevalentemente da cristiani.

Anche per questo, nonostante il re fosse più tollerante nei confronti degli ebrei rispetto ai frati e agli altri dignitari, alla fine il Ramban viene dichiarato sconfitto, il che permise ai domenicani di censurare testi talmudici visti come offensivi nei confronti della Chiesa. Alcuni anni dopo, le loro accuse di blasfemia nei confronti del Ramban spinsero quest’ultimo a emigrare ad Acri, dove morì nel 1270. Quello della Disputa di Barcellona è un capitolo di storia medievale molto controverso: come scrive la Caputo nella prefazione, ci sono arrivati solo due resoconti scritti all’epoca in cui si svolsero i fatti: uno, anonimo e scritto in latino, descriveva il Ramban come impreparato difronte alle domande di Frate Paolo; il secondo, scritto in ebraico proprio dal rabbino, descrive nei minimi dettagli il dibattito tra i due e dipinge i frati come impreparati.

Sotto diversi punti di vista l’opera è fatta molto bene: la Caputo, che insegna storia medievale all’Università della Florida e ha già dedicato un saggio accademico alla figura del Ramban, descrive con cura il contesto storico-geografico, mentre Liz Clarke, illustratrice sudafricana specializzata in graphic novel storiche (compresa una su Daniel Mendoza, celebre pugile ebreo vissuto nell’Inghilterra del ‘700) ha un tratto molto realistico e capace di attrarre il lettore. Lo stesso, purtroppo, non si può dire dal punto di vista narrativo: infatti, la storia scorre in modo lento e monotono, poiché nella prima metà del fumetto i due contendenti fanno discorsi troppo complessi per chi non è esperto di Talmud. L’opera, che non a caso è pubblicata dalla Oxford University Press, appare molto utile se usata per la divulgazione storica ma inadatta a chi cerca l’intrattenimento.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


Contattaci