Cultura

Consiglio UGEIConsiglio UGEI31 Luglio 2019
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HaTikwa (N. Greppi) – Negli ultimi mesi sono scoppiate due grosse polemiche che hanno coinvolto il mondo dei fumetti da un lato e il mondo ebraico dall’altro: la prima, che ha avuto risonanza a livello internazionale, riguarda la decisione del New York Times, avvenuta a giugno, di non pubblicare più vignette politiche sull’edizione internazionale dopo che, ad aprile, ne aveva pubblicata una accusata di antisemitismo in quanto ritraeva Netanyahu come un cane con la medaglietta a forma di Magen David che fa da guida a un cieco Trump con la kippah in testa. Ciò ha causato il licenziamento di diversi vignettisti affermati(1).

 La seconda polemica, che riguarda solo l’Italia, è legata al fumettista Gianluca Costantini, celebre per i suoi lavori nel campo del graphic journalism, il giornalismo a fumetti, che è stato anche premiato da Amnesty International; il 17 luglio, questi ha rivelato sul suo blog di essere stato licenziato nell’ottobre 2018 dalla CNN, per la quale pubblicava vignette sullo sport, dopo aver ricevuto accuse di antisemitismo per una vignetta del 2015 in cui un terrorista dell’ISIS si toglie una maschera da Netanyahu. Costantini si è difeso attribuendo le accuse a troll di estrema destra(2).

 

Il contesto generale

Apparentemente sconnesse, queste due polemiche rientrano entrambe in uno spettro più ampio: infatti il mondo del graphic journalism è da sempre fortemente schierato contro Israele. Basti pensare che l’autore maltese-americano Joe Sacco, ritenuto da molti il padre del genere, è salito alla ribalta grazie a opere come Palestina: una nazione occupata e Gaza 1956, dove il conflitto israelo-palestinese viene narrato unicamente dal punto di vista dei palestinesi, mentre gli israeliani sono ritratti quasi come dei mostri.

Un altro esempio lampante è quello del diario a fumetti Cronache da Gerusalemme del franco-canadese Guy Delisle, che nel 2012 vinse il primo premio al Festival di Angouleme, tra i più importanti al mondo per i fumetti: Delisle, sebbene sia meno schierato di Sacco, tende a privilegiare il punto di vista dei palestinesi, tanto da credere persino all’accusa secondo cui i soldati israeliani ruberebbero gli organi dei palestinesi morti. E se si prova a cercare le principali opere sull’argomento su qualunque sito specializzato, si vedrà che quasi tutti i fumetti sul conflitto tendono a prendere posizioni filopalestinesi (salvo poche eccezioni, come La Brigata Ebraica del fumettista belga Marvano).

Ma ci sono stati diversi casi in cui i fumettisti più schierati hanno anche preso parte a iniziative ancora più ostili, come aderire al movimento BDS che vuole boicottare Israele sia sul piano economico che su quello culturale: tra il 2014 e il 2015, ad esempio, decine di fumettisti a livello internazionale hanno inviato due petizioni al delegato generale del Festival di Angouleme, Franck Bondoux, per dirgli di rinunciare alla sponsorizzazione del festival da parte di Sodastream, azienda israeliana attiva nel campo dell’acqua minerale; sponsorizzazione interrottasi nel 2016 proprio a causa delle petizioni(3). Tra i firmatari italiani vi era il già citato Costantini.

Un altro caso, più recente, riguarda il celebre fumettista Zerocalcare, che nel dicembre 2016 ha aderito a una campagna del BDS per boicottare i prodotti dell’azienda informatica HP, accusata di fornire le proprie tecnologie all’esercito israeliano(4).

 

Le radici dell’odio

Ma da dove nasce tanto astio, in questo ambiente culturale, nei confronti dello Stato Ebraico? È qualcosa che non si può spiegare semplicemente con accuse di antisemitismo, anche perché nel mondo dei fumetti, soprattutto negli USA, gli ebrei hanno avuto un ruolo centrale: erano ebrei i creatori di Superman, Jerry Siegel e Joe Shuster, come lo erano quelli di Batman, Bob Kane e Bill Finger, e lo erano anche Stan Lee e Jack Kirby, creatori dei più famosi supereroi Marvel. E non va dimenticato che erano ebrei anche E.C. Segar, creatore di Braccio di Ferro, e Will Eisner, ritenuto da molti l’inventore delle graphic novel. E anche i maggiori fumettisti israeliani, come Rutu Modan e i gemelli Hanuka, in genere sono ben accolti nei nostri festival e dalla nostra critica.

La vera radice dell’antisionismo presente in questo ambiente non va cercata nell’antisemitismo, perlomeno non del tutto, ma nel fatto che la maggior parte dei fumettisti, in Occidente, è politicamente vicina all’estrema sinistra terzomondista, quella che considera l’Europa e gli USA le cause di tutti i mali: basti pensare alla vicinanza di Zerocalcare al mondo dei centri sociali, che tra i suoi colleghi non è un’eccezione bensì la regola.

È significativa in tal senso la graphic novel Capire Israele in 60 giorni (e anche meno) dell’autrice ebrea americana Sarah Glidden: la sua opera è il resoconto a fumetti di un viaggio in Israele con il progetto Taglit, che riavvicina i giovani ebrei alle loro origini. Nell’opera si vede come la Glidden, partendo da pregiudizi tipicamente di sinistra nei confronti di Israele, nel corso del viaggio arriva pian piano a vedere la complessità del conflitto, e alla fine è costretta a mettere in discussione i suoi pregiudizi.

In Italia, invece, da un’inchiesta del settimanale Panorama è emerso che per decenni le case editrici che pubblicano fumetti “impegnati” sono sempre state tutte vicine alla sinistra radicale, e le uniche eccezioni sono costituite da opere in parte vicine al neofascismo(5). In altre parole, nel fumetto italiano dominano gli estremi, e le posizioni moderate faticano a trovare spazio. Il critico Giuseppe Pollicelli, tra i maggiori esperti di fumetto in Italia, già nel 2016 spiegava in un’intervista a Il Foglio che in Italia anche nel mondo della satira prevale il politicamente corretto(6).

 

Considerazioni

Tornando alle due polemiche di cui si è parlato all’inizio dell’articolo: in seguito ai fatti relativi al New York Times, va detto chiaramente che, sebbene la vignetta fosse di pessimo gusto, è una follia anche solo pensare di licenziare un intero staff di vignettisti per l’operato di uno solo. Ciò infatti ha suscitato numerose reazioni indignate in tutto il mondo, soprattutto considerando che in molti paesi un vignettista può anche rischiare la vita per il suo lavoro (vedi Charlie Hebdo)(7). Inoltre, censurando tutte le vignette politiche si rischia di alimentare quello stesso antisemitismo che chi ha denunciato la vignetta vorrebbe contrastare, in quanto si alimenta lo stereotipo delle lobby ebraiche che controllano tutto.

Per Costantini invece il discorso è diverso: dopo il licenziamento dalla CNN si è detto convinto che nei suoi disegni “non esiste razzismo, antisemitismo o pregiudizio, ma solo critiche contro un governo.”(8) Tuttavia, nel maggio 2018, durante i disordini al confine con la Striscia di Gaza per la “Marcia del Ritorno”, egli pubblicò sulla sua pagina Facebook una serie di vignette ben più vergognose di quella per cui è stato licenziato: in una si vede un bambino che urina sulla bandiera israeliana(9), mentre un’altra ritrae un bambino israeliano con la kippah e la scritta “futuro assassino.”(10) Su quest’ultima vale la pena porsi una domanda: se qualcuno avesse postato una vignetta su un bambino musulmano con la scritta “futuro terrorista”, come sarebbe stata recepita? In molti l’avrebbero accusata di islamofobia, e forse sarebbe stata censurata da Facebook. Per la vignetta di Costantini invece nessuno si è indignato. Qualcosa che dovrebbe far riflettere soprattutto chi lo difende dalle accuse di antisemitismo.

Ma anche se i fumettisti che hanno preso queste posizioni non sono antisemiti, le ragioni che li spingono a odiare Israele sono comunque sbagliate: semplicemente, anziché odiare gli israeliani in quanto ebrei li odiano in quanto “occidentali” che vivono in terra araba. Perciò, anche se Costantini lo nega, in realtà i suoi disegni sono pieni di pregiudizio, solo che non lo ammette nemmeno a sé stesso.

 

Note:

1)      “Il New York Times non pubblicherà più vignette che parlano di politica”, Il Post, 11/06/2019

2)      “La reputazione del web: un modo diverso di dire censura”, Gianluca Costantini, gianlucacostantini.com, 17/07/2019

3)      “Dopo le proteste dei fumettisti Angoulême cessa i rapporti con Sodastream”, Fumettologica, 14/01/2016

4)      “Zerocalcare aderisce alla campagna #IoNonComproHP, la tecnologia dell’apartheid israeliana”, bdsitalia.org, 11/12/2016

5)      “La politica? È tutta un fumetto”, Francesco Borgonovo, Panorama, 08/05/2019

6)      “Vignettisti prudenti e comici pol. corr. In Italia la satira ha smesso di aggredire?”, Simonetta Sciandivasci, Il Foglio, 22/05/2016

7)      “New York Times, basta vignette: vince il politically correct”, Roberto Vivaldelli, Inside Over, 13/06/2019

8)      “Gianluca Costantini, accusato di antisemitismo su Twitter, perde il lavoro alla CNN: ‘Vale più la reputazione social della verità’”, Ravennanotizie.it, 23/07/2019

9)      https://www.facebook.com/gianlucacostantini.drawing/photos/a.1669412593106952/1669412686440276/?type=3&theater

10)   https://www.facebook.com/gianlucacostantini.drawing/photos/a.1669412593106952/1669413306440214/?type=3&theater

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI31 Luglio 2019
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HaTikwa (D. Zebuloni) –  Prima ancora di essere Rabbino Capo della Comunità ebraica di Milano, Rav Arbib è un maestro. Un maestro inteso come intendiamo oggi i maestri del Talmud: severi e paterni al punto giusto, dalle parole semplici, prive di alcuna retorica. Un maestro di Halachà (la legge ebraica) e un maestro di Mussar (l’etica ebraica). Un maestro di vita. Ho avuto il privilegio di studiare con Rav Arbib decine e decine di volte, in contesti e periodi diversi. Ricordo con particolare nostalgia i pomeriggi trascorsi con il gruppo del collegio rabbinico, seduti nell’ufficio del Rav intorno alla grande scrivania di legno, a studiare la matrice della sofferenza di Giobbe e la logica risoluta che si cela dietro i trattati della Ghemarà. Oggi torno nello stesso ufficio per intervistarlo, seduto alla stessa scrivania di legno, circondato dagli stessi libri dall’aspetto secolare e con lo stesso desiderio di apprendere.

Rav, vorrei cominciare l’intervista con un mio ricordo lontano. Un ricordo lontano, ma straordinariamente nitido e ben impresso nella mia mente. Un ricordo che risale al 2005, quando frequentavo la quarta elementare e scrivevo per il giornalino della scuola. Ricordo che venni con due compagni di classe da lei in ufficio per intervistarla. Ricordo che all’epoca lei riponeva molta speranza in questa Comunità. Beh, immagino siano cambiate molte cose da allora, ma a distanza di quattordici anni, sente di nutrire la stessa speranza per il futuro che ci attende?

Io credo che la Comunità ebraica di Milano sia una delle Comunità ebraiche più vitali d’Europa, anche se a volte non ce ne rendiamo conto. Ci sono delle Comunità in giro per l’Europa con gli stessi numeri di iscritti che abbiamo qui a Milano e che non fanno nemmeno la metà di ciò che riusciamo a fare noi. Per esempio abbiamo a Milano molti templi attivi in cui pregare, un numero che negli ultimi anni è addirittura in crescita. Molto spesso sento dire che ciò è causa divisione, ma io penso che sia un segno di grande vitalità. Basta pensare alle piccole Comunità d’Italia, in cui è rimasto un solo tempio attivo in cui pregare, e possiamo capire come la situazione qui a Milano sia diversa. Inoltre il numero di templi che è aumentato a Milano ha segnato anche un aumento delle persone che partecipano alle preghiere. I numeri ci dimostrano che al posto di togliersi persone a vicenda se ne aggiungono sempre di più e questo è a mio avviso un fenomeno importantissimo. A volte riconosco un eccesso di litigiosità interna, una litigiosità che rischia di limitare la nostra possibilità di miglioramento interno. A volte dovremmo riuscire a superare le polemiche e le tensioni, ma nonostante ciò io rimango molto ottimista perché credo che abbiamo delle grandi potenzialità: in parte espresse, in parte che devono ancora esprimersi.

 

Nel 2005 la nominavano Rabbino capo di Milano. Sente di aver raggiunto gli obiettivi che si era posto il giorno in cui le riferirono del nuovo incarico?

Non mi piace giudicare me stesso, è una cosa che tendo a non fare. Preferisco far giudicare agli altri. Credo tuttavia che ci siano diverse cose buone che si sono sviluppate nel tempo. Faccio un esempio. Questa scuola in cui ci troviamo adesso, nonostante i suoi difetti è senza dubbio un elemento di grande unità. Io tengo a questa scuola in modo particolare, ho trascorso al suo interno i miei ultimi trent’anni e ci sono particolarmente affezionato. Penso che abbiamo il compito di conservarla con grande forza e con grande impegno. Nella Torah c’è un personaggio che non muore. Ecco, questo personaggio è Chanoch, che ha la stessa radice di Chinuch – educazione. Credo che il messaggio sia proprio questo: l’educazione è l’unica garanzia di eternità che abbiamo. Porto un altro esempio semplice e banale. Ci sono moltissime Comunità ebraiche nel mondo, persino in Israele, in cui la Kashrut del rabbinato locale viene considerata di seconda o di terza categoria. Da noi a Milano la Kashrut del Rabbinato viene normalmente accettata. Credo sia questo un elemento importante e positivo, che indica oltretutto l’unità all’interno della Comunità.

 

Desidero portarla ancora un po’ indietro nel tempo Rav. Lei lasciò Tripoli all’età di nove anni, dopo la Guerra dei sei giorni. Cosa conserva ancora oggi delle sue origini libiche?

Io sono arrivato qui che avevo nove anni, ero piccolo, ma credo che ci siano alcune cose che mi siano rimaste di Tripoli. Innanzitutto le usanze, per esempio faccio il Seder di Pesach secondo le tradizioni di mio padre, compresi alcuni passi della Hagadah che leggiamo in arabo. Poi credo che gli studi che ho fatto al Talmud Torah di Tripoli siano stati fondamentali. Lì ho imparato a leggere bene, cosa che ormai è difficile da raggiungere. Magari si parla benissimo l’ebraico, ma lo si legge male. Io leggo adesso come leggevo a nove anni, nel senso che già a quella età sapevo leggere in modo preciso, grazie agli insegnamenti che avevo ricevuto. Sono impronte importanti queste, come quelle che mi ha lasciato mia madre, che quando siamo arrivati in Italia mi ha subito iscritto al Talmud Torah, nonostante avessimo necessità più impellenti. Vedere l’ebraismo come punto centrale è una cosa che devo ai miei genitori e all’influenza della tradizione tripolina.

 

In un’intervista per la medesima testata, il Rabbino capo di Roma ha affermato che “L’ebraismo va difeso”. Non le domando se si trova d’accordo con Rav Di Segni in quanto immagino che la risposta sia affermativa. Vorrei chiederle piuttosto quale sia secondo lei il modo giusto per difendere l’ebraismo. 

Confesso i miei peccati: non ho letto l’intervista a Rav Di Segni, dunque non so a cosa si riferisse quando ha detto questa frase. Dico ciò che penso io. L’ebraismo va difeso da diversi punti di vista, va difeso innanzitutto dagli attacchi esterni. Stiamo vivendo un periodo di rinascita dell’antisemitismo. Un risveglio a cui non eravamo preparati perché molto banalmente non ce lo aspettavamo. Ciò che sta accadendo in Belgio, in Francia, in Svezia è davvero impressionante. Dobbiamo renderci contro che i bei tempi sono finiti e che dobbiamo difenderci. Difenderci con intelligenza ovviamente, senza isteria. Poi credo che l’ebraismo vada difeso dall’assimilazione, un problema enorme che ha colpito il popolo ebraico in varie epoche, ma che negli ultimi due secoli è diventato molto più forte, molto più ampio. Dobbiamo prendere coscienza di questo problema, dobbiamo capire che c’è anche se a volte viene negato. Oggi abbiamo due tendenze parallele molto forti: quella dell’allontanamento dall’ebraismo e quella del ritorno all’ebraismo. Gestire queste due tendenze non è facile, perché le reazioni non sono sempre entusiaste, ma abbiamo il dovere di fare del nostro meglio. L’avvicinamento non si compie dicendo “no” ad ogni cosa. Il riavvicinamento deve avvenire in modo positivo, dobbiamo riappropriarci della tradizione ebraica e soprattutto dello studio della Torah, che dà la visione dell’insieme. Una visione di cui abbiamo bisogno.

 

Qual è dunque la maggiore minaccia dell’ebraismo italiano? E non mi riferisco necessariamente all’ebraismo italiano inteso come ebraismo comunitario. Mi riferisco a quell’ebraismo italiano inteso come ebraismo identitario.

Come già detto, l’assimilazione. Dobbiamo anche renderci conto che quando parliamo dell’assimilazione parliamo della normalità. Tutti i popoli si sono assimilati nell’arco della storia, ma tutti i popoli sono poi anche spariti. I popoli vengono normalmente assorbiti nella cultura di maggioranza. Noi cerchiamo di andare controcorrente rispetto al processo naturale, questa è la difficoltà. Una difficoltà stimolante, che ha generato un qualcosa di grandioso, una cultura che si studia in tutto il mondo. Nessuno mette in dubbio che la cultura ebraica sia straordinaria. Ecco, dobbiamo recuperate l’orgoglio per questa cultura, per la nostra identità. Una cultura che è fatta di pratica e di azione, non solo di pensiero. C’è un passo del Sefer HaChinuch che dice: “dietro le azioni vengono attirati i cuori”. Dobbiamo recuperare il legame con l’ebraismo tradizionale, perché è ricchissimo ed estremamente moderno, nonostante non ce ne rendiamo sempre conto. Credo  che questa sia la grande sfida della nostra epoca.

 

Poco prima di terminare il liceo, lei mi regalò un libro che conservo ancora oggi con grande cura. Un libro al quale tengo moltissimo in quanto mi ha permesso di portare a termine la stesura della mia tesi d’esame. Mi riferisco al saggio “Dove si arrende la notte”, testo straordinario in cui Elie Wiesel è messo a confronto con il teologo cattolico Johann Baptist Metz. Lei crede all’importanza e all’efficacia del dialogo interreligioso? 

Il dialogo interreligioso è stato secondo me fondamentale per combattere l’antisemitismo. Forse non ci ricordiamo più quanto fosse pesante l’antisemitismo di matrice religiosa. Un antisemitismo virulento in cui l’ebreo era l’incarnazione del male. Dal dialogo interreligioso in poi la Chiesa Cattolica si è impegnata molto contro l’antisemitismo. Questo è un cambiamento epocale, importantissimo. Quando il dialogo invece diventa teologico tutto si complica, in quanto il dialogo deve rispettare le identità diverse, senza cercare di influenzare l’identità religiosa dell’interlocutore. In questo il cristianesimo ha fatto dei grandi passi, ma ogni tanto la tendenza conversionistica si ripresenta. Ad oggi il problema principale del dialogo interreligioso consiste nel rapporto con Israele, in quanto la Chiesa Cattolica si dimostra ancora ambigua a riguardo. Nell’ultima visita del Papa al Tempio Maggiore di Roma, Israele non è mai stata citata in quanto “Terra di Israele”, ma sempre come “Terra Santa”. Non credo che ciò sia casuale, credo che il Papa scelga bene le parole da utilizzare. Tuttavia, anche su questo fronte credo che sia innegabile che ci sia un progresso.

 

Rav, recentemente ha ricevuto uno dei massimi riconoscimenti esistenti all’interno del mondo ebraico. Il Premio della Katz Foundation. Cosa rappresenta per lei questo traguardo?

Mi ha fatto molto piacere, è stata una bella sorpresa. Non me lo aspettavo assolutamente. Ho ricevuto la chiamata quando ero ad Anversa per un congresso di Rabbini europei e all’inizio non ci credevo. Mi sento molto onorato. La cosa più importante ai miei occhi è che questo premio sia stato assegnato per un motivo preciso, ovvero quello di riuscire ad applicare l’Halachà, la legge ebraica, nel mondo moderno. Diciamo che è ciò che tentiamo tutti di fare, a volte con successo, a volte con meno successo, a volte magari un po’ arrabbiandoci, però tentiamo tutti di farlo. Ecco, credo che questo sia il riconoscimento dello sforzo. D’altronde questo è il mondo in cui viviamo, la cosa più semplice sarebbe isolarci, ma noi apparteniamo a questo mondo e tentiamo pertanto di portare la tradizione ebraica in questo mondo. Credo che questo sia il compito di un Rav, questo è ciò che tento di fare. Quanto io ci riesca poi realmente è una bella domanda, a cui non so dare una risposta, però mi fa piacere che sia riconosciuto lo sforzo.

 

Prima di lei hanno vinto il medesimo Premio anche Rav Soloveitchik, Rav Steinsaltz e Rav Sachs. Che effetto le fa appartenere a questa lista di colossi della legge ebraica nell’era moderna?

Non ne faccio assolutamente parte. Riesco ancora a mantenere il senso delle proporzioni. Questi sono dei giganti e io sono molto piccolo, questo è fuori discussione.

 

Con lei ho studiato la Mishnà, il Mussar, la Ghemarà, il Tanach. Ricordo sempre le lezioni sul libro di Giobbe, il martedì pomeriggio dopo scuola. Qual è il testo che preferisce trattare con gli studenti? 

E’ una bella domanda… Dipende dove, dipende con che ragazzi… A scuola credo che lo studio che riesce meglio sia quello del Tanach legato al Mussar. Quando invece insegno a gruppi più piccoli e non in una classe, credo che lo studio fondamentale sia e debba essere quello della Halachà e della Ghemara.

 

Rav, in questi anni lei ha educato migliaia di giovani ragazzi e ragazze, tra i quali appunto vi sono anch’io. Se le chiedessi di scegliere un solo insegnamento tra i tanti da lei trasmessi, quale vorrebbe che non dimenticassimo mai?

Vorrei citare un passo che dice: “Educa il ragazzo secondo la sua strada così che, anche quando invecchierà, non si staccherà da essa”. Questo passo viene normalmente interpretato dicendo che l’educazione deve essere individuale in quanto tutti gli allievi sono diversi. Ogni ragazzo ha una sensibilità e un’intelligenza singolare e, pertanto, deve studiare ciò che è adatto a lui. A me personalmente piace un’altra interpretazione che viene data da un grande Maestro del novecento, Rabbi Yitzhak Hutner. Secondo la sua interpretazione, bisogna educare il ragazzo secondo la sua strada in modo tale che egli non si staccherà da essa. Ma da cosa esattamente non si staccherà? Non dalla strada che gli hai insegnato, bensì dall’educazione stessa. Dal fatto che è necessario continuare ad autoeducarsi. Che non si finisce mai di imparare. Se riuscissimo a trasmettere questo ai nostri allievi, significherebbe che siamo riusciti a trasmettere l’elemento fondamentale dell’insegnamento stesso, perché di fatto non possiamo sperare di riuscire ad insegnare ai nostri allievi tutti i concetti dell’ebraismo. L’unica cosa su cui possiamo scommettere è che l’allievo non smetterà mai di imparare. Se dunque riuscissimo a trasmettere la necessità di non smettere mai di studiare, significherebbe che abbiamo avuto successo come insegnanti.

 

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 Luglio 2019
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HaTikwa (C. Cognini) – A metà luglio ho avuto l’opportunità di partecipare ad un seminario organizzato da EUJS (European Union of Jewish Students), intitolato “EUJS Ambassadors to the UN”. La città che ha fatto da cornice al programma è stata Ginevra, sede delle più importanti ONG ed organizzazioni umanitarie a livello globale. Il periodo in cui si è svolto il seminario non è casuale, infatti proprio dall’8 al 11 luglio si riuniva anche l’Assemblea Generale dei Diritti Umani delle Nazioni Unite.

EUJS, oltre ad aver offerto un seminario ricco di contenuti ed incontri con personalità importanti, ha dato la possibilità a due giovani studenti partecipanti al programma, previa selezione, di fare un intervento presso la Plenaria dell’Assemblea Generale, che ha avuto luogo in quegli stessi giorni. I giovani partecipanti potevano scegliere l’argomento da trattare tra 3 dei 10 punti dell’Agenda del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, ossia 7, 8 e 9.

Punto 7. Situazione dei diritti umani in Palestina e in altri territori arabi occupati

Punto 8. Seguito e attuazione della Dichiarazione di Vienna e del Programma d’azione

Punto 9. Razzismo, discriminazione razziale, xenofobia e forme di intolleranza correlate, seguito e attuazione di la Dichiarazione di Durban e il Programma d’azione

Grazie a EUJS, ho potuto intervenire nella Plenaria sul punto 7, unico punto di tutta l’Agenda che attacca singolarmente un unico stato, ossia Israele. Ho avuto modo di assistere a tutto il cosiddetto General Debate, durante il quale Siria, Iran, Venezuela, Pakistan e Cile hanno tenuto discorsi all’insegna della retorica contro Israele, unici Paesi ad intervenire, in quanto gli Stati dell’Unione Europea ed Israele ed altri hanno deciso di boicottare l’assurdo argomento dell’Agenda del Consiglio dei Diritti Umani, non presentandosi alla plenaria o non prendendo la parola.

Partecipare al General Debate, ha concretizzato il mio ‘disincanto’ per organizzazioni come le Nazioni Unite, che agli occhi dei cittadini appaiono come fari di giustizia e imparzialità, mentre, nella realtà, sono strumenti di mediazione in cui prevalgono interessi economici e alleanze da rispettare. Nel mio intervento (di seguito riporto la traduzione in italiano) ho potuto mettere in luce il comportamento non-imparziale delle Nazioni Unite riguardo a Israele e la situazione del conflitto israelo-palestinese, che influenza negativamente non solo l’immagine dei cittadini israeliani, ma anche di ogni altro ebreo nel mondo. Il giorno successivo, un altro partecipante al seminario, giovane studente universitario francese, ha avuto l’occasione di fare un intervento sul punto 8, riguardo il crescente antisemitismo che si sta diffondendo non solo in Francia, ma in tutta Europa, in modo allarmante e sempre più palese.

Fin dal primo giorno del seminario abbiamo potuto ascoltare e conoscere persone che si sono distinte per il loro impegno nell’ambito dei diritti umani ed Israele: uno di questi è Hillel Neuer, avvocato internazionale canadese e direttore esecutivo di UN Watch, organizzazione non governativa per i diritti umani e gruppo di sorveglianza delle Nazioni Unite con sede a Ginevra. Durante il nostro incontro, egli ha esposto il lavoro della sua ONG e le difficoltà che si incontrano quotidianamente quando si vuole difendere Israele in un ambiente talmente polarizzato e schierato.

Il giorno seguente, dopo aver fatto i nostri interventi al Consiglio dei Diritti umani, abbiamo incontrato Leon Saltiel, diplomatico che ha lavorato in passato con il World Jewish Congress, che ha tenuto una lezione sulla struttura e organizzazione delle Nazioni Unite. Il terzo giorno è stata la volta dell’Ambasciatrice israeliana alle Nazioni Unite, Aviva Raz Shechter, che ci ha parlato della sua esperienza come una delle prime donne ambasciatrici e diplomatiche e del rapporto che intercorre tra Israele e le Nazioni Unite. Successivamente, presso la Commissione dei Diritti Umani di Ginevra, Yuval Shany, accademico israeliano e Presidente della Commissione, ha messo in luce in ruolo dell’organismo per cui lavora. La Commissione opera per risolvere, attraverso la diplomazia, situazioni di crisi che hanno a che fare con i diritti umani, dialogando con il singolo Stato interessato. L’ultimo giorno, grazie all’avvocato internazionale Ido Rosenzweig, siamo stati introdotti al Diritto Internazionale umanitario, che si applica nelle situazioni di crisi e guerre, attraverso una simulazione che ci ha permesso di interfacciarci in prima persona con le numerose difficoltà e problematiche che bisogna affrontare sul campo.

Come ogni altro programma proposto da EUJS, trovo che quest’esperienza sia stata formativa ed unica per le opportunità che ha offerto a noi giovani studenti interessati ad approfondire quest’ambito lavorativo. Avere l’occasione di intervenire al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a soli 19 anni è stato per me un privilegio, ma lo è stato ancor di più il poter rappresentare i 160 mila giovani ebrei europei che ogni giorno combattono per poter esprimere la loro identità.

 

L’intervento:  

“Grazie Signor Presidente,

Mi chiamo Caterina Cognini, sono membro dell’Unione dei giovani ebrei italiani e parlo oggi a nome dell’Unione europea degli studenti ebrei, l’organizzazione ombrello per 35 Unioni nazionali di studenti ebrei in tutta Europa.

All’inizio di maggio, ho stretto i pugni, vedendo amici e familiari in Israele cercare riparo mentre Hamas lanciava oltre 600 razzi verso Israele in non più di 30 ore. Strinsi i pugni quando venni a sapere che decine di migliaia di israeliani si affollavano in rifugi antiaerei.

Mentre tutto questo stava accadendo, i media internazionali e la comunità globale delle nazioni era quasi completamente silenziosa. Nessuna protesta, nessuna condanna, nessuna sessione dell’ONU di emergenza.

Come giovane ebrea che vive in Europa, posso attestare in prima persona l’effetto che questo silenzio, questa incapacità di richiamare attacchi così violenti, non ha solo sugli israeliani, ma sugli ebrei di tutto il mondo.

L’indagine del 2018 di EU Fundamental Rights Agency (Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali) sulle percezioni dell’antisemitismo tra gli ebrei mostra che la maggioranza degli intervistati afferma che il conflitto arabo-israeliano influisce sui loro sentimenti di sicurezza proprio qui in Europa.

Questo Consiglio, attraverso punto 7, puntando Israele, sta solo legittimando questa dinamica, promuovendo un latente antisionismo, che potrebbe alimentare un sentimento comune di antisemitismo.

Chiedo a questo Consiglio come è possibile che, al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, un punto dell’ordine del giorno sia totalmente dedicato a un solo Stato, lo Stato ebraico, l’unico Paese del Medio Oriente che può essere concretamente democratico?

Signore e signori, il parziale (biased) punto 7 dell’agenda sta solo appoggiando il silenzio clamoroso, lasciato indietro dopo i colpi di razzo e le sirene d’allarme.

Grazie, signor Presidente”

 

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI18 Luglio 2019
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HaTikwa (M. Zarfati) – La simmetria dei desideri, Neuland, Nostalgia e Tre piani sono solo alcuni dei titoli degli amatissimi libri di Eshkol Nevo, una delle voci israeliane più autorevoli e interessanti nell’ambito della letteratura contemporanea, dopo Amos Oz e David Grossman.  Nato a Gerusalemme nel 1971, laureato in psicologia, cresciuto tra gli Stati Uniti e Israele, Nevo è oggi scrittore per vocazione e insegnante per passione. Insegna e tiene corsi di letteratura creativa in varie istituti tra cui la scuola Holden di Torino, istituto di cui ci ha raccontato con orgoglio la sua esperienza. Arrivato a Roma in occasione del Festival della Cultura Ebraica, ho avuto modo non solo di poter scambiare qualche parola con lui, ma addirittura di poterci andare a cena e colmare quindi il divario tra Eshkol  scrittore e Eshkol  persona.

Effettivamente, appena appresa la notizia della cena, ero piuttosto impaurita, ma estremamente elettrizzata. D’altronde, andare a cena col proprio scrittore preferito significa coronare un vero sogno: quello di poter conversare amabilmente con qualcuno che con i suoi libri è stato in grado di “guarirti” e guardarti dentro. Ho avuto dunque modo di discorrere con Nevo della sua Israele, del boom economico che sta subendo negli ultimi anni, del conflitto israelo-palestinese – un argomento comune che segna spesso i personaggi dei suoi libri, ma soprattutto della sua  passione per l’insegnamento e per la letteratura. A portarlo a Roma, ha confessato, non è stato soltanto il Festival della Cultura Ebraica e la possibilità di incontrare i suoi tantissimi lettori Italiani, ma una  grande novità. Tre piani, uno dei suoi libri più famosi, diventerà un film che avrà come regista Nanni Moretti e uscirà sul grande schermo entro il prossimo anno. Con questo Nevo si dimostra senza dubbio, non solo un grande rivoluzionario, ma anche un vero pioniere della letterature israeliana. Parliamo dunque di uno scrittore che riesce a farsi spazio nel mondo della cinematografia, spezzando così i pregiudizi legati all’antisionismo.

Mi ha particolarmente colpito il commento che Eshkol ha condiviso durante la conferenza, una conferenza strutturata in maniera frontale accanto a Maurizio Molinari e con una notevole partecipazione di lettori e ammiratori romani. Lo scrittore ha appunto raccontato di un episodio accaduto alla presentazione del suo  libro a Milano, quando una donna del pubblico prese la parole per confessare allo stesso Eshkol che “Grazie a questo libro, ho perdonato me stessa”. Piacevole dunque anche la partecipazione del pubblico, la passione con cui ognuno gli ha chiesto una dedica sul libro alla fine della serata. Discutendo poi a cena, tra un carciofo alla giudia ed un bicchiere di vino rosso, tra le rovine di teatro Marcello e il portico d’Ottavia come sfondo, mi ha raccontato che da grande sognava di insegnare, non avrebbe mai pensato di scrivere libri e di “guarire” anime deluse tramite la sua scrittura. La sua prospettiva mutò drasticamente dopo aver letto un libro che gli cambiò la vita e che gli permise di capire che la scrittura avrebbe tracciato il suo destino.

Particolarmente interessante è stato lo spunto dato durante la conferenza sul mondo dell’editoria in generale. In un mondo che rincorre imperterrito la modernità, dominato da Facebook, Istragram e Twitter, ci domandiamo come stia cambiando il ruolo della letteratura e del libro nello specifico. L’interrogativo è forte, ma la lettura sembra non esser stata abbandonata. Eshkol ha infatti ammesso che sicuramente in futuro forse i libri nella loro forma odierna non esisteranno più; l’inchiostro e le pagine che si ingialliscono con gli anni e che hanno quasi il profumo dei sogni, verranno indubbiamente sostituite da nuove tecnologie. D’altronde ciò sta già accadendo oggi  con i libri formato Kindle o Ebook. Tuttavia, a detta di Nevo, l’uomo continuerà a scrivere e il mondo continuerà a leggere, perché la letteratura nella sua essenza è un bisogno fisiologico dell’essere umano. Israele infatti è uno dei paesi in cui si legge di più e gli scrittori di ogni origine bramano d’esser tradotti per così finire nei ripiani delle librerie a Tel Aviv e a Gerusalemme. L’editoria Israeliana è indubbiamente un campo fertile. Ha parlato inoltre delle sue influenze Italiane, riscontrabili nella sua scrittura, come Italo Calvino e Paolo Giordano, di cui per giunta sta leggendo la sua ultima e consigliata opera “Divorare il cielo”.

Nevo ha poi condiviso con me e con gli altri commensali, il complicato rapporto con la sua Israele: un odi et amo, terra d’amore e contraddizioni, del rapporto speciale con la sua bambina e del suo misterioso rapporto con i segreti. Infatti, per l’appunto, senza rivelare troppo e lasciandoci con un alone di mistero, ci ha comunicato che ad Ottobre uscirà un nuovo libro. Non mi ha svelato alcun dettaglio sulla sua nuova opera, ma ci ha tenuto a ribadirmi quanto per lui ogni libro sia un viaggio. Un viaggio per gli universi dell’io che non sappiamo neppure di conoscere. Dunque, per capire dove ci porterà questa volta Nevo con la sua penna e il suo realismo magico, non possiamo fare altro che aspettare impazienti Ottobre, nonché l’imminente uscita del film ispirato al suo libro nel 2020.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 Giugno 2019
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HaTikwa (N. Greppi) – È sempre bello tornare in uno dei luoghi più felici della propria infanzia, soprattutto se non vi entravi da più di 10 anni; ed è come mi sono sentito quando sono tornato a Shorashim, un centro per bambini a Milano che aiuta i figli di ebrei non praticanti e di coppie miste a riscoprire le proprie radici ebraiche (non a caso “shorashim” in ebraico vuol dire “radici”), e che quest’anno giunge al 30° anniversario della propria fondazione.

In questo luogo, da molti anni situato all’interno della Società Umanitaria a pochi metri dalla Grande Sinagoga di via Guastalla, all’incirca due volte al mese durante il periodo scolastico i bambini dai 4 ai 10 anni svolgono varie attività, divisi in gruppi per età e guidati da animatori che li aiutano a imparare le basi della storia e della cultura ebraica: si raccontano le Haggadot e i principali personaggi della Bibbia, si celebrano insieme le varie festività, si gioca e si fa merenda tutti insieme. Ma si affrontano anche storie più impegnative, ad esempio parlando della Shoah e invitando i sopravvissuti che raccontano ai bambini più grandi e ai genitori la loro esperienza. A fine anno vengono organizzate gite in diversi luoghi di interesse ebraico in Italia: da Vercelli a Mantova, da Modena a Verona. L’ultimo giorno i bambini presentano ai loro genitori uno spettacolino riassuntivo dell’attività dell’anno. Quest’anno hanno cantato, accompagnati dalle chitarre di Manuel Buda e di un animatore, le canzoni di Chanukka, Purim, Pesach e di tutte le altre festività. I due musicisti hanno presentato anche qualche brano di musica Klezmer e sefardita, con grande successo. E non è mancato, alla fine, il buffet con dolci e tramezzini, ai quali si aggiungono i bissli, famosi snack israeliani.

Questo luogo ha un’enorme importanza per me, poiché se non vi fossi andato da piccolo oggi sarei molto meno consapevole delle mie origini ebraiche: qui è dove ho imparato le storie della Bibbia, la storia del popolo ebraico, le canzoni che si cantano alle feste, e ciò che gli ebrei hanno subito durante la Shoah.
Per chi come me proviene da una famiglia mista l’esistenza di questo luogo è quasi una benedizione, perché l’accettazione che la mia identità ha trovato qui quando ero bambino non l’ho trovata da nessun’altra parte, né tra gli ebrei né tra i goyim. Nel mio caso personale questo posto mi è caro anche per un altro motivo: è in assoluto l’unico centro dove da piccolo non ho mai trovato bulli o bimbi dispettosi.

Ma come è nato tutto questo? Me lo faccio raccontare da Susanna Ravenna, responsabile di Shorashim: “È nata nel 1989 perché una nonna, Rosita Luzzati, i cui figli avevano sposato dei non ebrei, si era accorta che c’era un vuoto nella comunità per i figli di matrimoni misti, e con moltissima tenacia ha messo insieme un gruppo di mamme con cui ha creato tutto questo. Rosita Luzzati ha lottato duramente per far sì che Shorashim venisse riconosciuta tra le attività della Comunità Ebraica di Milano, tanto da comparire di recente sul Lunario (pubblicato ogni anno in allegato alla rivista Bet Magazine, ndr). L’attività del progetto Shorashim si regge grazie alle quote dei genitori e al contributo dell’UCEI, più raramente anche della comunità locale.”
Sebbene tornare dopo tanti anni sia molto piacevole, entrando noto due elementi che non c’erano quando venivo da piccolo: un ragazzo che fa la guardia all’ingresso e una porta blindata sul retro. Susanna mi spiega che “su richiesta di qualche genitore, a seguito del clima di incertezza di questi ultimi anni, abbiamo assunto a nostro carico un ragazzo della sicurezza che controlla le entrate e le uscite durante la mattinata di attività.” Un altro cambiamento negativo rispetto a 15 anni fa sta nel fatto che il numero dei bambini è visibilmente diminuito. Susanna mi racconta che “per molti anni ne abbiamo avuti dai 40 ai 60, poi sono calati fino ad arrivare ai circa 30 di oggi.

Sul perché abbiamo fatto delle ipotesi: oggi molti bambini di madre non ebrea possono andare alla Scuola Ebraica, un tempo non era così. Un’altra ipotesi è perché oggi l’Hashomer Hatzair li prende quando sono più piccoli rispetto a una volta, soprattutto se hanno un fratello o una sorella che già frequentano l’H.H. Un altro motivo può essere che tutte le mamme oggi lavorano, e pertanto il fine settimana vogliono stare con i bambini. Oppure semplicemente il passaparola con il quale ci facciamo pubblicità non basta più. Gli iscritti alla Comunità ormai ci conoscono, vogliamo raggiungere anche le famiglie lontane, che non sono mai state vicine o che si sono allontanate. L’obbiettivo di Shorashim è proprio quello di includere, di avvicinare chi sente l’esigenza di tramandare le radici e il patrimonio tradizionale e culturale ai figli.”
Personalmente mi auguro che Shorashim continui a esistere in futuro, perché è una realtà unica nell’ebraismo italiano, che cerca faticosamente di ricordare agli ebrei di domani chi sono e soprattutto quali sono le loro radici.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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