Cultura

Consiglio UGEIConsiglio UGEI8 Ottobre 2019
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HaTikwa – “E-L norà alilah – D-o venerato per le Tue opere prodigiose, concedi a noi il perdono,  nell’ora  della Neilà!”

L’ultima preghiera di Yom Kippur è detta Neilà che significa “ Chiusura”, per ricordarci che le porte del pentimento, le porte del perdono che sono aperte dal Signore con particolare generosità in questo giorno, stanno per chiudersi, è tempo di affrettarsi senza distrazioni per cogliere questa disponibilità dell’Eterno. Il verbo “noel”, da cui il vocabolo “ Neilà” può anche esprimere il concetto di racchiudersi in un intimo colloquio, il ritrovarsi in un dialogo sincero con noi stessi, con il coraggio di guardare veramente dentro di noi con sincerità, per assumerci pienamente le nostre responsabilità, per guardare cosa c’è alle nostre spalle e quale futuro stiamo cercando di costruire, un colloquio che tanto più è intimo e profondo tanto più diviene anche un dialogo con Hashem, con il Signore, perché la Sua voce è dentro di noi ed è dentro di noi innanzitutto che possiamo cercare di metterci in ascolto per comprendere verso cosa Egli ci indirizzi, sempre lasciandoci la libertà di scegliere.
La preghiera di Neilà ha inizio con il suggestivo canto “E-L norà alilah”, che ci dà modo di sviluppare alcune riflessioni:
“ Metè mispar keruim…”- “Coloro che vengono chiamati “popolo poco numeroso” a Te rivolgono gli occhi   e con sacro timore Ti invocano nell’ora della Neilà.
Queste parole evocano una realtà che ci inquieta sul nostro futuro; che fossimo un piccolo popolo ce lo dice già la Torà “ Non certo perché siete più numerosi degli altri popoli vi ha amati e scelti il Signore, poiché voi siete il più piccolo fra i popoli( (Deut 7,7) però la dispersione e le persecuzioni hanno via via ridotto la consistenza numerica delle nostre comunità, poi le tragedie della Shoà,  le Aliot che hanno portato milioni di ebrei in Israele, gli inarrestabili processi di assimilazione che fanno perdere al popolo ebraico un numero crescente di nostri fratelli , a tutto questo  si aggiungono  il risorgere di antisemitismo, gravi eventi di carattere economico e sociale che in vario modificano il quadro generale delle società in tante parti del mondo; in questo contesto non parliamo solo più di “popolo poco numeroso” ma di intere comunità ebraiche, che rischiano propriamente di estinguersi. Lo viviamo direttamente con preoccupazione a volte con angoscia in molte delle nelle nostre comunità, sulle cui possibilità futuro esistono molti punti interrogativi. Cosa possiamo fare? Innanzitutto dobbiamo impegnarci tutti quanti a cercare di riavvicinare persone che sono lontane dalla vita comunitaria, spesso tali situazioni di presa di distanza non sono dovute a scelte ideologiche, tanto meno a vero e proprio rifiuto dell’identità ebraica, quanto a varie motivazioni che possono essere problemi di carattere personali, contrasti o screzi avuti con esponenti comunitari, scarso interesse nella vita e nelle attività comunitaria, in questo stato di cose ciascuno di noi, con parole appropriate, con un invito personalizzato, con semplici gesti di attenzione, può costituire l’occasione, lo stimolo a ritrovare legami e riannodare fili dispersi con la Comunità. Questo però non è sufficiente. Il testo del nostro inno dice “ Coloro che sono detti “popolo poco numeroso”, a Te rivolgono gli occhi”; rivolgersi a D-o significa certamente, innanzitutto, cercare l’aiuto del Signore, ma in questo gesto che il poeta descrive ci pare di scorgere insieme agli  occhi, anche gli  sguardi, i volti di persone che insieme  compiono un medesimo gesto di preghiera,  condividono sentimenti,  preoccupazioni e speranze, momenti più e meno lieti, insieme cercano, tanti o pochi, di essere comunità; così anche noi cerchiamo di ispirarci e sviluppare questa immagine simbolica, anche noi cerchiamo di essere comunità  privilegiando ciò che ci unisce nella nostra identità ebraica rispetto a ciò che ci divide , coltivando fra di noi legami di amicizia, manifestando pazienza e comprensione verso le debolezze altrui. Se apriamo i nostri cuori scopriamo di condividere molto di più di quanto crediamo,  tante preoccupazioni ,certo, ma anche la fierezza dell’essere ebrei, di quello che l’ebraismo ha dato e ancora darà all’umanità tutta, quello che potrà dare l’ebraismo se ciascuno di noi si impegna a non considerarlo come un’eredità scontata ma un terreno che può continuare a dare i suoi frutti nella misura in cui viene coltivato, tenendo presente che coltivare l’ebraismo significa innanzitutto  – Talmud Torah – lo studio di Torah, da piccoli, da adulti , in ogni età. Da questo impegno a ritrovare nello studio di Torà l’elemento vitale dell’ebraismo, possono scaturire la forza della convinzione e la chiarezza di idee  per il nostro futuro , necessarie a compiere le scelte determinanti  che portano a formare nuove famiglie ebraiche.
“ Shofekhim Lekhà nafhsham… A Te essi riversano il loro cuore, cancella le loro colpe e le loro mancanze , fa conseguire loro il perdono nell’ora di Neilà”.
A D.O  chiediamo  perdono per le nostre colpe e le nostre mancanze che sono verso di Lui, verso altre persone ma che, alla fine dei conti, le une e le altre, sono anche verso noi stessi perché rischiano di renderci aridi nell’anima  e insensibili verso il prossimo. Le colpe verso il prossimo, sulle quali i nostri Maestri ci impongono di intervenire e porre rimedio personalmente sono qui ricordate con il termine “kachash”; nella Torah (nella Parashà di Vaikrà, Lev. 5,20-22) questo vocabolo ricorre tra l’altro per indicare tutta una serie di trasgressioni colle quali una persona nega al prossimo quanto dovutogli, ad esempio la restituzione di beni ricevuti in prestito o in deposito, oppure la consegna di un oggetto rinvenuto e reclamato dal legittimo proprietario, il pagamento di un debito regolarmente contratto o il salario pattuito con il lavoratore. Potremmo dire che nella nostra preghiera di Neilà questo vocabolo ci solleciti a ricordare in generale quello che sarebbe stato nostro dovere compiere verso altre persone, per impegni espressamente presi o perché avremmo potuto essere maggiormente solleciti alle altrui necessità, rispondendo ad un aiuto espressamente richiestoci e mostrandoci abbastanza sensibili da comprendere uno stato di necessità anche quando  la persona, per pudore o vergogna, non ce lo chiede esplicitamente.
“Chon otam verakhem”… Abbi pietà e compassione di loro, fa giustizia dei loro oppressori e aggressori, nell’ora della Neilà.
Queste parole ci portano a concentrare il nostro pensiero sul ricordo delle persecuzioni subite e sulla amara constatazione di come a tutt’oggi popoli nemici desiderano ed agiscono con crudeltà per la distruzione dello Stato d’Israele. Dobbiamo sentire che il nostro essere ebrei , qua nella diaspora, è anche segno di condivisione di una comune lotta per l’esistenza che continua purtroppo a coinvolgere in prima linea i nostri fratelli nello Stato d’Israele. Noi chiediamo al Signore di proteggerci dai nemici ed in modo particolare da coloro che incessantemente mirano alla fine di Israele e gioiscono in modo barbaro per i colpi cruenti  che mettono a segno; possiamo più intensamente chiedere aiuto all’Eterno nella misura in cui cerchiamo di metterci in sintonia con la Sua volontà; ricordiamo che è la Torah che ci rende popolo, è la Torah che fa si che Eretz Israel sia non solo territorio concreto dello Stato d’Israele, ma una Terra che in forma ideale  appartiene a tutto il popolo ebraico, è la Torah che ha alimentato la nostra storia di millenni, che ci ha conservato in vita, è proprio la Torà che, definendo l’appartenenza al popolo ebraico secondo le norme stabilite dai nostri Maestri, fa si che anche il più laico israeliano sia per noi un fratello come il chassid di Bene Berak e di Mea Shearim.
“Ricorda i meriti dei loro padri e rinnova i loro giorni come in antico, nell’ora della Neilà.”
Quando si parla di padri nelle preghiere ci si riferisce innanzitutto ai patriarchi Abramo Isacco e Giacobbe , tuttavia possiamo aggiungere a questo significato principale anche un aspetto più intimo e personali, i nostri genitori, i nostri maestri, le nostre guide spirituali, coloro che ci hanno dato l’esempio essenziale di vita, di valori, di ebraismo, in alcuni casi fino ad accettare l’estremo sacrificio per non rinnegare la propria fede, per non abbandonare i propri cari e la propria comunità. In questo momento di intimo e sincero raccoglimento in noi stessi, ci chiediamo se siamo degni loro figli, loro discepoli, se abbiamo mantenuto il patrimonio spirituale che ci hanno affidato; lasciamoci per qualche attimo trasportare da ricordi,vicini e lontani di queste figure essenziali della nostra vita, non per suggestioni nostalgiche fini a se stesse ma per riflettere seriamente su come attuare i loro insegnamenti in condizioni di vita evidentemente diverse; questo è sempre stato uno degli obiettivi dell’ebraismo: trasmettere di generazione in generazione norme, principi e modelli di vita con rinnovata fedeltà nel contesto di condizioni di vita sempre diverse.
“Tizkù leshanim rabbot habbanim im haavott…Possiate meritare molti anni, i padri insieme ai figli, con gioia e letizia, nell’ora della Neilà.”
Che cosa può significare nel concreto questo auspicio: “ meritare molti anni, padri insieme ai figli”? Il testo augura che l’incontro sia motivo e fonte di gioia e letizia;  la gioia e la letizia nell’incontro di padri e figli nel popolo ebraico è il sapere che c’è continuità, che c’è una famiglia ebraica,  una casa d’Israele, un esempio, una traccia che prosegue nel futuro, che non si perde che è come una sorgente incessante, continua, che alimenta con acque di vita il corso del popolo ebraico. E tuttavia, anche quando i figli hanno preso strade diverse, ogni ebreo è sempre  caro a D.O , tutti siamo come Suoi figli, Egli desidera il nostro bene ed attende pazientemente anche i più lontani, lasciando sempre una possibilità di riavvicinarsi. Infine nessuno di noi può sapere veramente quanto siamo più o meno vicini o lontani, poiché solo a D-o è veramente noto ogni nostro pensiero e solo Egli può giudicare a che punto siamo nel percorso della nostra vita.
Per questo ora sentiamo intensamente di essere uniti da un filo comune per il quale tutti insieme ci presentiamo al cospetto del Signore, tutti insieme riconosciamo i nostri errori, tutti insieme attendiamo e speriamo nel Suo perdono, tutti insieme, tutto il popolo d’Israele chiedendo a D-o” “Hashivenu HASHEM elekha venashuva – Fa o Signore che ritorniamo a Te e noi ritorneremo, rinnova la nostra vita come nei tempi antichi.”
Rav Giuseppe Momigliano

Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 Settembre 2019
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HaTikwa (N. Greppi) – Ha fatto molto discutere, negli ultimi giorni, una risoluzione approvata dall’Unione Europea il 19 settembre che mette sullo stesso piano le due peggiori ideologie totalitarie del ‘900: nazismo e comunismo.

Il documento, proposto per gli 80 anni dall’inizio della Seconda Guerra Mondiale, è stato approvato con una vasta maggioranza: 535 voti favorevoli, 66 contrari e 52 astenuti. Per quanto riguarda i partiti italiani, a votare a favore sono stati sia i partiti di centro-destra (Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia) sia il PD, mentre a opporsi sono stati i partiti della sinistra radicale (LeU, Potere al Popolo e il Partito Comunista di Marco Rizzo), e i 5 Stelle si sono astenuti. In seguito ai risultati del voto, sono scoppiate le proteste, oltre che dei partiti contrari e di singoli esponenti del PD, anche dell’ANPI e di molti media di sinistra, che hanno parlato di “riscrittura della storia” (cit. Fatto Quotidiano), facendo notare che l’URSS combatté la Germania Nazista.

Personalmente quando ho saputo della risoluzione non ho potuto fare a meno di gioire, soprattutto per ragioni familiari: infatti la mia famiglia materna in origine veniva dalla Lettonia, che nel 1941 fu annessa dall’Unione Sovietica e, salvo gli anni dell’occupazione nazista durante la guerra, fece parte dell’URSS fino allo scioglimento di questa, nei primi anni ’90. Al termine dell’occupazione, molti ebrei si illusero che sotto il dominio sovietico avrebbero trovato quella serenità che gli era stata negata sia sotto il nazismo sia da parte di un popolo, quello lettone, che era sempre stato fortemente antisemita, da molto prima che arrivassero i tedeschi; tra il novembre e il dicembre del 1941, furono circa 24.000 gli ebrei lettoni del Ghetto di Riga sterminati in quello che divenne noto come il Massacro di Rumbula, senza contare anche quelli deportati dalla Germania.

Ma nonostante nell’URSS non avvenissero pogrom o stragi premeditate, anche lì gli ebrei vivevano in condizioni disagiate: gli artigiani e i piccoli imprenditori si ritrovarono ben presto senza le loro proprietà perché confiscate dallo stato. Inoltre, a causa delle politiche antireligiose dei comunisti, gli ebrei poterono sempre meno praticare apertamente la loro fede, e molte sinagoghe vennero chiuse. Ma è nel dopoguerra che il regime di Stalin iniziò a diffondere una campagna antisemita in tutto il paese, che portò anche a diversi omicidi: tra questi vale la pena di ricordare l’evento noto come la Notte dei poeti assassinati, quando 13 intellettuali ebrei furono ingiustamente accusati di tradimento ed eliminati nel carcere della Lubjanka, il 12 agosto 1952.

Le cose iniziarono vagamente a migliorare quando, nei primi anni ’70, il leader sovietico Leonid Breznev concesse a migliaia di ebrei sovietici di emigrare in Israele; tra questi c’era anche mia madre. Su questo occorre ricordare una cosa: all’epoca non era come oggi che puoi viaggiare da un posto all’altro come se niente fosse, perché chi lasciava l’Unione Sovietica non avrebbe mai più potuto tornarci. Chi lasciava il paese lo faceva convinto che non avrebbe mai più rivisto né i suoi cari rimasti lì, né i luoghi dove era nato e cresciuto; ma per migliaia di ebrei le condizioni di vita fino a quel momento erano state tali che erano disposti a lasciarsi tutto alle spalle per vivere in un paese di cui in realtà non sapevano niente che non fosse filtrato dalla propaganda antisionista dell’URSS.

Anche mettendo da parte il fattore dell’antisemitismo, è innegabile che i regimi comunisti in giro per il mondo si macchiarono di crimini inenarrabili: le grandi purghe degli anni ’30 uccisero almeno 3 milioni di dissidenti politici, mentre in Cina le politiche agricole di Mao Tse-tung tra gli anni ’50 e ’60 fecero morire di fame decine di milioni di persone.

In sostanza, è un bene che l’UE abbia deciso di condannare allo stesso modo comunismo e nazismo; anche perché nel nostro paese, e non solo, per troppo tempo politici e intellettuali hanno cercato di sminuire i crimini di questa ideologia con la scusa che essa si fondasse su un sogno di uguaglianza e giustizia sociale. Ma proprio uno dei maggiori teorici del comunismo in Italia, Antonio Gramsci, diceva che “la storia insegna, ma non ha scolari.” La storia della mia famiglia mi ha insegnato che chi nasce sotto una dittatura, rossa o nera che sia, raramente riesce a vivere felice in quel paese; quasi tutti i miei parenti hanno trovato la felicità emigrando in paesi liberi e “capitalisti”, dove i problemi sociali ed economici incontrati sono niente in confronto a quelli che si sono lasciati alle spalle.

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 Settembre 2019
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HaTikwa (D. Zebuloni) – Per quanto provino a farci credere diversamente, per quanto provino a convincerci che l’uomo in realtà sia un inesorabile pessimista cosmico, io credo che in fondo l’uomo sia profondamente ottimista. Abituato agli eroi dell’infanzia, che non si arrendevano nemmeno di fronte ad un drago sputafuoco, l’uomo continua a credere negli eroi in tutte le fasi della propria vita. Talvolta gli eroi son travestiti da calciatori che contro ogni previsione segnano un goal all’ultimo minuto, talvolta da cantanti che sognavano il palcoscenico mentre servivano i clienti al bar. La regola è una sola: un lieto fine garantito. Forse è per questo motivo che quando Hodaya Oliel ha acceso una delle dodici fiaccole nella cerimonia di Stato in onore del giorno dell’indipendenza israeliano, nemmeno uno spettatore è rimasto indifferente. Hodaya, che con il camice indosso fa impallidire tutti i Superman e le Wonder Woman di Hollywood. Hodaya, che nata con una paralisi celebrale non ha rinunciato a realizzare il suo sogno: diventare il primo medico disabile del paese. Hodaya, che non racconta le salite ignorando le cadute, che non finge un successo privo di difficoltà e ostacoli. Hodaya, che ha trovato il coraggio di chiedere aiuto. D’altronde, come dice lei, tutti noi in realtà abbiamo bisogno di essere aiutati in qualcosa.

Hodaya, cominciamo dall’inizio. Cosa ricordi del momento in cui hai deciso di diventare medico?

Ricordo che ero ricoverata e avevo  appena subito un complicato intervento alle ossa. Avevo tanto tempo libero per  pensare. Ero una bambina piccola, avevo dieci anni ed era la prima volta che affrontavo un intervento di quel genere. Ero ricoverata nel reparto ortopedico dei bambini e dall’altra parte della sala c’era il reparto neurologico dei bambini. Lì tutto mi sembrava più interessante e ricordo che in quel momento ci pensai per la prima volta, per un attimo soltanto. Poi negli anni ci furono altri interventi e altri ricoveri finché ho realizzato che, forse, per poter diventare un bravo medico dovevo prima capire cosa significasse stare dall’altra parte.

Da bambina sognatrice quale eri, immagino che la strada per diventare medico si sia rivelata più lunga e complicata del previsto. Come e dove hai trovato le forze per andare avanti?

Da sola, in me stessa. Non avendo trovato sempre qualcuno su cui appoggiarmi, nel tempo ho capito che infondo potevo contare solo su me stessa. Ovviamente i miei genitori hanno fatto tutto il possibile per sostenermi, ma nella quotidianità, nelle piccole cose, mi sono ritrovata a dover affrontare tutto da sola. Così mi sono creata dei piccoli riti, delle abitudini che riuscissero a darmi sollievo nei momenti difficili. Per esempio quando torno a casa dopo una lunga giornata mi preparo un bicchiere di Coca Cola con ghiaccio e limone e mi concedo dieci minuti di pace e tranquillità assoluta. Metto della musica di sottofondo e mi dimentico di tutto. Oppure ho trovato un metodo per trasferire il peso da una gamba all’altra e così alleviare il dolore quando devo stare in piedi a lungo.  E non rinuncio ad uscire con gli amici ogni tanto, nonostante ciò sia particolarmente impegnativo per me. In sostanza ho imparato a concedermi degli attimi semplici che mi restituiscono un po’ di forza. E poi sono una ragazza credente io, lascio che sia Dio a sostenermi quando nessuno sembra capire del mio dolore.

Presto parleremo anche della fede, ma prima vorrei chiederti cosa si prova a dover sempre chiedere soccorso. Intendo dire, cosa suscita in te la consapevolezza di essere nella posizione di chi deve costantemente essere aiutato?

Chiedere aiuto non è affatto facile. La cosa più importante è sapere a chi rivolgersi, trovare la persona giusta a cui chiedere aiuto. Ho capito nel tempo che per sopravvivere avrei sempre avuto bisogno di una mano e pertanto non mi sono mai concessa il lusso di vergognarmi di chiederla. Ho capito anche che in realtà tutti noi abbiamo bisogno di una mano in qualcosa. Nel mio caso questo è l’aiuto di cui necessito e va bene così, lo accetto, nessuno potrebbe farcela da solo. D’altronde anch’io cerco sempre di aiutare e rendermi disponibile al prossimo, sperando così di compensare i miei limiti e le mie mancanze. La cosa più difficile è senza dubbio rivolgersi ad un perfetto sconosciuto, quando mi guarda e cambia tono come se non capissi ciò che sta dicendo. Se invece vedo che il mio interlocutore mi tratta da pari, mi apro più facilmente e riesco a raccontargli un po’ di me.

Quando nella cerimonia in onore del Giorno dell’Indipendenza hai acceso una delle dodici fiaccole, hai detto che dedichi l’accensione della fiamma “a tutti i cittadini disabili che ogni mattina si svegliano per affrontare la battaglia per la propria indipendenza personale”. Qual è il significato profondo di questa frase?

Le persone disabili devono sforzarsi moltissimo per compiere azioni che agli altri risultano assolutamente scontate. Per esempio un’azione semplice come allacciarsi le scarpe richiede anni di tentativi e un grande impegno. Secondo me le persone dovrebbero imparare dai disabili cosa sia la determinazione e la costanza, imparare dai disabili a porsi degli obbiettivi e  araggiungerli. Ecco a cosa mi riferivo.

Nello stesso evento hai detto che “ogni bambino ha bisogno di un adulto che creda in lui”. In te chi ci ha creduto sin dall’inizio?

Innanzitutto i miei genitori, che sono persone fantastiche e mi hanno aiutato a superare infiniti ostacoli lungo tutto il cammino. Ma non sono gli unici, a sostenermi ci sono stati anche molti amici, i miei vicini di casa, i miei docenti universitari, i medici con cui ho collaborato. Tutti loro hanno visto in me un potenziale che andava oltre la disabilità. Devo quindi a queste persone lontane e vicine moltissimo, è anche grazie a loro se ce l’ho fatta.

Correggimi se sbaglio, ma credo che talvolta la voglia di farcela è accompagnata da molta rabbia. Hai mai nutrito dei sentimenti di rabbia nei confronti di te stessa o nei confronti di Dio?

E  a cosa mi servirebbe arrabbiarmi? Io non credo che Dio mi debba qualcosa e in generale la rabbia è un sentimento che non mi appartiene. Ciò non vuol dire che non preferirei essere come gli altri, significa piuttosto che ogni essere umano è arrivato in questo mondo con il proprio bagaglio di problemi e la rabbia in questo caso come negli altri non serve a nulla. Non riesco ad arrabbiarmi nemmeno con me stessa, perché sento di impiegare sempre il massimo delle mie possibilità.

Immagino che durante gli studi hai dovuto impegnarti molto più dei tuoi compagni di classe per dimostrare di non essere inferiore a loro. Ora che hai ufficialmente terminato gli studi di medicina con successo, pensi che sia finito anche il tempo di dimostrare a tutti chi sei e quanto vali o credi invece che dovrai sempre impegnarti un po’ di più dei tuoi colleghi?

 Non mi vedo diversa dagli altri, quindi questo bisogno di dimostrare non l’ho percepito come lo descrivi tu. D’altra parte gli studi di medicina sono effettivamente molto difficili e gli ho affrontati con il massimo impegno perché sapevo che per arrivare esattamente dove volevo arrivare non mi bastava essere semplicemente brava. Credo che alcuni dei miei compagni di classe abbiano colto tutto ciò e per questo hanno imparato nel tempo ad apprezzarmi e guardare oltre la mia diversità.

E che valore aggiunto pensi che possa dare la tua storia personale alla tua carriera da medico?

So cosa significhi stare dall’altra parte, ricordo molto bene il senso di paura, ansia e confusione che accompagna il periodo del ricovero. Cerco di non trascurare mai i sentimenti del paziente, cerco di essere più empatica, cerco di ascoltare chi ho difronte e dare quante più informazioni specifiche sui trattamenti e la cura più adatta.

Contro ogni previsione, hai dimostrato a te stessa e gli altri che con un pizzico di determinazione si può realizzare qualsiasi sogno. Pensi di avere ancora dei sogni da realizzare?

Ovviamente, la strada è ancora lunga!

Hodaya, vorrei terminare questa intervista dicendoti che sei ai miei occhi un’eroina e un simbolo di forza e grande coraggio, ma so che non ti piace essere definita così. So che non ti piace sentirti dire queste cose. Come mai?

Perché non credo di esserlo. Faccio tutto ciò che è nelle mie possibilità per realizzarmi come persona, ma credo che sia una cosa normale. Pensa, se avessi rinunciato ai miei sogni mi sarei solamente fatta un torto, mi sarei danneggiata. Il fatto che io cerchi di avere una vita normale nonostante la mia disabilità è in fondo una cosa logica. Tutti dovrebbero comportarsi così, senza aspettarsi di essere definiti eroi. Ma grazie comunque del complimento, questa volta lo accetto volentieri.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI11 Settembre 2019
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HaTikwa (S. Winkler) – La Galleria degli Uffizi di Firenze ospita per la prima volta alcuni tra i più preziosi e importanti tessuti ebraici provenienti dalle collezioni di musei italiani e stranieri. La mostra dal titolo Tutti i colori dell’Italia ebraica, curata da Dora Liscia Bemporad e Olga Melasecchi, resterà aperta al pubblico fino al 27 ottobre 2019, presso l’Aula Magliabecchiana del prestigioso museo fiorentino, dove sono esposti più di 100 tra tessuti, argenti, abiti, manoscritti, disegni e dipinti. Tra questi, vi è anche un Aròn ha-qòdesh, proveniente dalla più antica sinagoga di Pisa e realizzato nella seconda metà del XVI secolo, ridipinto nel XIX secolo, ma restaurato e rimesso nella sua fattura originale appositamente per la mostra.

Nel percorso della mostra si possono cogliere, oltre all’aspetto artistico, anche la storia delle Comunità della Penisola, i contatti reciproci stabiliti e i rapporti con il resto del mondo, che hanno determinato un crocevia di scambi che si protrae fino ai giorni nostri.

Protagonisti della mostra sono i tessuti, che hanno un valore specifico all’interno della sinagoga sin dai tempi più antichi: tra questi vi è la paròkhet, la tenda che copre e chiude l’Aròn ha-qòdesh, in cui vengono conservati i Sefer Torah, ognuno di essi protetto dal Me’ìl e dalla Mappah. La maggior parte dei tessuti qui esposti proviene dalle sinagoghe che erano situate all’interno dei ghetti italiani, istituiti nel corso del XVI secolo in molte città della Penisola, partendo da Venezia e proseguendo con quello di Roma, rispettivamente costituiti nel 1516 e nel 1555.

Proprio a causa delle restrizioni in ambito lavorativo e della soppressione dei banchi ebraici voluta da Papa Innocenzo XI, gli ebrei si dedicarono maggiormente alla realizzazione di stoffe e tessuti per nobili e cardinali, importando tessuti anche da paesi  lontani, beneficiando del commercio marittimo con l’Oriente: tra questi si possono citare un tappeto annodato in Egitto, realizzato nel XVI, e una manifattura di Macao, realizzata inizialmente come copritavolo; entrambi sono stati trasformati in paròkhet. Importante è ricordare che nel mondo dell’Antico Regime era ancora raro produrre manufatti nuovi, mentre era comune restaurare e riportare a nuova forma oggetti già prodotti.

La realizzazione dei manufatti era ad opera delle donne ebree che abitavano nei serragli (come venivano chiamati i ghetti) e lavoravano tutto il giorno alla finestra, cercando di sfruttare ogni raggio di sole che riusciva a penetrare tra gli stretti vicoli dei ghetti. Le ricamatrici ebree erano ricercate anche al di fuori delle mura dei ghetti, perché erano capaci di nascondere lo stacco tra due tessuti realizzando punti molto piccoli. La loro clientela era quindi estremamente variegata, ma lavoravano anche per i membri della loro famiglia: le spose indossavano abiti colorati che poi trasformavano in paròkhet da donare alla Scola d’appartenenza, impreziosite dagli stemmi di famiglia, definiti parlanti perché rappresentano visivamente il cognome (due esempi possono essere il barattolo di miele con le api per la famiglia Mieli e il leone dormiente per la famiglia Sonnino); le giovani promesse spose regalavano al futuro marito un Talled ricamato.

I tessuti in mostra non provengono soltanto dalle sinagoghe e dai musei ebraici italiani, ma nel percorso è possibile ammirare alcuni frammenti ricamati provenienti dal Museum of Fine Arts di Cleveland, rappresentanti scene tratte dall’Haggadàh, due paròkhet dal Jewish Museum di New York e una dal Victoria and Albert Museum di Londra.

Accanto a questi paramenti, vi sono esposti alcuni dipinti che rappresentano appieno il valore dato agli abiti e alle decorazioni preziose alla moda nel corso dei secoli: tra questi c’è il dipinto La festa di Simchàt Toràh nella sinagoga di Livorno realizzato dal pittore ebreo inglese Solomon Hart, ambientato proprio nella città toscana, una tra le poche della Penisola a non aver istituito un serraglio. Gli ebrei livornesi erano principalmente mercanti e potevano commerciare con tutto il Mediterraneo: riferendosi al dipinto, si notano i ricchi abiti del Rabbino e dei fedeli e i paramenti con cui la Sinagoga di Livorno fu decorata per la celebrazione.

La mostra tratta anche dell’emancipazione degli ebrei dopo l’apertura delle porte dei ghetti, concludendo il percorso con la moda del prêt-à-porter, che si sviluppa nel corso del XX secolo, anche grazie all’apporto dato dai cittadini italiani di religione ebraica.

Chiude il percorso di questa interessante mostra, vi è un lungo fregio realizzato da Lele Luzzati con le raffigurazioni delle scene della Commedia dell’Arte Italiana, realizzato per il transatlantico americano Oceanic.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI31 Luglio 2019
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HaTikwa (N. Greppi) – Negli ultimi mesi sono scoppiate due grosse polemiche che hanno coinvolto il mondo dei fumetti da un lato e il mondo ebraico dall’altro: la prima, che ha avuto risonanza a livello internazionale, riguarda la decisione del New York Times, avvenuta a giugno, di non pubblicare più vignette politiche sull’edizione internazionale dopo che, ad aprile, ne aveva pubblicata una accusata di antisemitismo in quanto ritraeva Netanyahu come un cane con la medaglietta a forma di Magen David che fa da guida a un cieco Trump con la kippah in testa. Ciò ha causato il licenziamento di diversi vignettisti affermati(1).

 La seconda polemica, che riguarda solo l’Italia, è legata al fumettista Gianluca Costantini, celebre per i suoi lavori nel campo del graphic journalism, il giornalismo a fumetti, che è stato anche premiato da Amnesty International; il 17 luglio, questi ha rivelato sul suo blog di essere stato licenziato nell’ottobre 2018 dalla CNN, per la quale pubblicava vignette sullo sport, dopo aver ricevuto accuse di antisemitismo per una vignetta del 2015 in cui un terrorista dell’ISIS si toglie una maschera da Netanyahu. Costantini si è difeso attribuendo le accuse a troll di estrema destra(2).

 

Il contesto generale

Apparentemente sconnesse, queste due polemiche rientrano entrambe in uno spettro più ampio: infatti il mondo del graphic journalism è da sempre fortemente schierato contro Israele. Basti pensare che l’autore maltese-americano Joe Sacco, ritenuto da molti il padre del genere, è salito alla ribalta grazie a opere come Palestina: una nazione occupata e Gaza 1956, dove il conflitto israelo-palestinese viene narrato unicamente dal punto di vista dei palestinesi, mentre gli israeliani sono ritratti quasi come dei mostri.

Un altro esempio lampante è quello del diario a fumetti Cronache da Gerusalemme del franco-canadese Guy Delisle, che nel 2012 vinse il primo premio al Festival di Angouleme, tra i più importanti al mondo per i fumetti: Delisle, sebbene sia meno schierato di Sacco, tende a privilegiare il punto di vista dei palestinesi, tanto da credere persino all’accusa secondo cui i soldati israeliani ruberebbero gli organi dei palestinesi morti. E se si prova a cercare le principali opere sull’argomento su qualunque sito specializzato, si vedrà che quasi tutti i fumetti sul conflitto tendono a prendere posizioni filopalestinesi (salvo poche eccezioni, come La Brigata Ebraica del fumettista belga Marvano).

Ma ci sono stati diversi casi in cui i fumettisti più schierati hanno anche preso parte a iniziative ancora più ostili, come aderire al movimento BDS che vuole boicottare Israele sia sul piano economico che su quello culturale: tra il 2014 e il 2015, ad esempio, decine di fumettisti a livello internazionale hanno inviato due petizioni al delegato generale del Festival di Angouleme, Franck Bondoux, per dirgli di rinunciare alla sponsorizzazione del festival da parte di Sodastream, azienda israeliana attiva nel campo dell’acqua minerale; sponsorizzazione interrottasi nel 2016 proprio a causa delle petizioni(3). Tra i firmatari italiani vi era il già citato Costantini.

Un altro caso, più recente, riguarda il celebre fumettista Zerocalcare, che nel dicembre 2016 ha aderito a una campagna del BDS per boicottare i prodotti dell’azienda informatica HP, accusata di fornire le proprie tecnologie all’esercito israeliano(4).

 

Le radici dell’odio

Ma da dove nasce tanto astio, in questo ambiente culturale, nei confronti dello Stato Ebraico? È qualcosa che non si può spiegare semplicemente con accuse di antisemitismo, anche perché nel mondo dei fumetti, soprattutto negli USA, gli ebrei hanno avuto un ruolo centrale: erano ebrei i creatori di Superman, Jerry Siegel e Joe Shuster, come lo erano quelli di Batman, Bob Kane e Bill Finger, e lo erano anche Stan Lee e Jack Kirby, creatori dei più famosi supereroi Marvel. E non va dimenticato che erano ebrei anche E.C. Segar, creatore di Braccio di Ferro, e Will Eisner, ritenuto da molti l’inventore delle graphic novel. E anche i maggiori fumettisti israeliani, come Rutu Modan e i gemelli Hanuka, in genere sono ben accolti nei nostri festival e dalla nostra critica.

La vera radice dell’antisionismo presente in questo ambiente non va cercata nell’antisemitismo, perlomeno non del tutto, ma nel fatto che la maggior parte dei fumettisti, in Occidente, è politicamente vicina all’estrema sinistra terzomondista, quella che considera l’Europa e gli USA le cause di tutti i mali: basti pensare alla vicinanza di Zerocalcare al mondo dei centri sociali, che tra i suoi colleghi non è un’eccezione bensì la regola.

È significativa in tal senso la graphic novel Capire Israele in 60 giorni (e anche meno) dell’autrice ebrea americana Sarah Glidden: la sua opera è il resoconto a fumetti di un viaggio in Israele con il progetto Taglit, che riavvicina i giovani ebrei alle loro origini. Nell’opera si vede come la Glidden, partendo da pregiudizi tipicamente di sinistra nei confronti di Israele, nel corso del viaggio arriva pian piano a vedere la complessità del conflitto, e alla fine è costretta a mettere in discussione i suoi pregiudizi.

In Italia, invece, da un’inchiesta del settimanale Panorama è emerso che per decenni le case editrici che pubblicano fumetti “impegnati” sono sempre state tutte vicine alla sinistra radicale, e le uniche eccezioni sono costituite da opere in parte vicine al neofascismo(5). In altre parole, nel fumetto italiano dominano gli estremi, e le posizioni moderate faticano a trovare spazio. Il critico Giuseppe Pollicelli, tra i maggiori esperti di fumetto in Italia, già nel 2016 spiegava in un’intervista a Il Foglio che in Italia anche nel mondo della satira prevale il politicamente corretto(6).

 

Considerazioni

Tornando alle due polemiche di cui si è parlato all’inizio dell’articolo: in seguito ai fatti relativi al New York Times, va detto chiaramente che, sebbene la vignetta fosse di pessimo gusto, è una follia anche solo pensare di licenziare un intero staff di vignettisti per l’operato di uno solo. Ciò infatti ha suscitato numerose reazioni indignate in tutto il mondo, soprattutto considerando che in molti paesi un vignettista può anche rischiare la vita per il suo lavoro (vedi Charlie Hebdo)(7). Inoltre, censurando tutte le vignette politiche si rischia di alimentare quello stesso antisemitismo che chi ha denunciato la vignetta vorrebbe contrastare, in quanto si alimenta lo stereotipo delle lobby ebraiche che controllano tutto.

Per Costantini invece il discorso è diverso: dopo il licenziamento dalla CNN si è detto convinto che nei suoi disegni “non esiste razzismo, antisemitismo o pregiudizio, ma solo critiche contro un governo.”(8) Tuttavia, nel maggio 2018, durante i disordini al confine con la Striscia di Gaza per la “Marcia del Ritorno”, egli pubblicò sulla sua pagina Facebook una serie di vignette ben più vergognose di quella per cui è stato licenziato: in una si vede un bambino che urina sulla bandiera israeliana(9), mentre un’altra ritrae un bambino israeliano con la kippah e la scritta “futuro assassino.”(10) Su quest’ultima vale la pena porsi una domanda: se qualcuno avesse postato una vignetta su un bambino musulmano con la scritta “futuro terrorista”, come sarebbe stata recepita? In molti l’avrebbero accusata di islamofobia, e forse sarebbe stata censurata da Facebook. Per la vignetta di Costantini invece nessuno si è indignato. Qualcosa che dovrebbe far riflettere soprattutto chi lo difende dalle accuse di antisemitismo.

Ma anche se i fumettisti che hanno preso queste posizioni non sono antisemiti, le ragioni che li spingono a odiare Israele sono comunque sbagliate: semplicemente, anziché odiare gli israeliani in quanto ebrei li odiano in quanto “occidentali” che vivono in terra araba. Perciò, anche se Costantini lo nega, in realtà i suoi disegni sono pieni di pregiudizio, solo che non lo ammette nemmeno a sé stesso.

 

Note:

1)      “Il New York Times non pubblicherà più vignette che parlano di politica”, Il Post, 11/06/2019

2)      “La reputazione del web: un modo diverso di dire censura”, Gianluca Costantini, gianlucacostantini.com, 17/07/2019

3)      “Dopo le proteste dei fumettisti Angoulême cessa i rapporti con Sodastream”, Fumettologica, 14/01/2016

4)      “Zerocalcare aderisce alla campagna #IoNonComproHP, la tecnologia dell’apartheid israeliana”, bdsitalia.org, 11/12/2016

5)      “La politica? È tutta un fumetto”, Francesco Borgonovo, Panorama, 08/05/2019

6)      “Vignettisti prudenti e comici pol. corr. In Italia la satira ha smesso di aggredire?”, Simonetta Sciandivasci, Il Foglio, 22/05/2016

7)      “New York Times, basta vignette: vince il politically correct”, Roberto Vivaldelli, Inside Over, 13/06/2019

8)      “Gianluca Costantini, accusato di antisemitismo su Twitter, perde il lavoro alla CNN: ‘Vale più la reputazione social della verità’”, Ravennanotizie.it, 23/07/2019

9)      https://www.facebook.com/gianlucacostantini.drawing/photos/a.1669412593106952/1669412686440276/?type=3&theater

10)   https://www.facebook.com/gianlucacostantini.drawing/photos/a.1669412593106952/1669413306440214/?type=3&theater

 



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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