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Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 Aprile 2019
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HaTikwà (R.Mieli) – La disputa che circonda la sovranità israeliana sul Golan inizia ad assumere tratti ridicoli che si manifestano nella negazione della realtà da parte delle maggiori istituzioni internazionali. Lo sconvolgimento provocato dal riconoscimento della sovranità israeliana sul Golan ha suscitato clamore e sdegno nelle grandi sedi internazionali, apparentemente senza una vera ragione. Nonostante Israele sia ormai abituata all’allontanamento dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite dalla causa israelo-americana, stupisce sempre di più il distacco di quest’ultime dalla realtà, e quindi la dimostrazione netta e inequivocabile di non voler avere alcun ruolo nella risoluzione del conflitto (se così possiamo ancora chiamarlo) arabo-israeliano. Il primo dato lampante è proprio questo, ovvero l’incapacità di assimilare una realtà che è già tale, manifestando non già la contrarietà alla stessa, bensì negandola.

La realtà è che le alture del Golan sono Israeliane dal 1967, quando – a seguito di una guerra di aggressione – Israele le ha militarmente conquistate. Le norme comunemente accettate di diritto internazionale dei conflitti prevedono, dato a cui si appellano diversi sostenitori della (ex) causa siriana, che un territorio conquistato a seguito di una guerra di aggressione venga restituito a seguito di un accordo di pace. Ciononostante, questa fattispecie non si è mai verificata, venendo a mancare inequivocabilmente le due caratteristiche principali che renderebbero effettivamente illegale l’annessione israeliana del Golan: 1) Israele non ha aggredito, ma è stato aggredito, 2) non c’è stato alcun accordo di pace negoziato tra le parti che riguardasse il Golan. In tale circostanza, dunque, la votazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite richiesto con urgenza dalla Siria e che ha votato contro il riconoscimento americano della sovranità israeliana sulle alture del Golan, è stato un chiaro spreco di tempo e risorse. Come prevedibile, l’Alto rappresentante per gli Affari Esteri Federica Mogherini si è affrettata a ribadire come l’Unione Europea consideri il Golan un territorio illegalmente occupato. Eppure, non è stata capace di fornire alcun argomento in difesa di una qualsiasi soluzione alternativa, giacché, in effetti, non è mai esistita alcuna proposta alternativa proveniente dal contendente siriano. Nessun paese al mondo, in nessuna circostanza e per nessuna motivazione, ha mai restituito un territorio strategico essenziale conquistato dopo essere stato militarmente aggredito da uno Stato vicino.

Non solo: la risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, quella a cui si appellano – credendosi erroneamente nel giusto – coloro che sognano il ritiro di Israele dal Golan, prevede che, a seguito di un accordo tra le parti, Israele si ritiri solo da una porzione delle Alture, non dall’intera zona. Questa circostanza si è già verificata nel maggio del 1974, quando Israele abbandonò una significativa porzione di territorio conquistato, compresa l’importanza città di Quneitra, restituendola alla Siria. Oltre, quindi, all’adempienza di Israele a delle ingiustificate imposizioni del sistema internazionale, negli anni novanta lo Stato Ebraico tentò di siglare con la Siria degli accordi di pace che prevedessero la cessione di ulteriori porzioni di territorio, accordi sistematicamente rifiutati dalla Siria stessa. Era la Conferenza di Madrid. La presa in giro non finisce qua: le alture del Golan non presentano una significativa presenza di siriani che vorrebbero ricollegarsi alla Madre Patria: il territorio è abitato prevalentemente da Drusi, ben felici di essere parte integrante del “leggermente più libero, ricco e stabile” stato di Israele. A differenza, quindi, di quanto si potrebbe affermare per la Cisgiordania, nessun abitante delle Alture ha alcuna intenzione di finire sotto il sanguinario regime di Assad e non ci sono rivendicazioni in tal senso. Perché ne stiamo ancora parlando, dunque? La questione del Golan tratta semplicemente un vantaggio militare, al momento estremamente desiderato dall’Iran – che da mesi ormai ha costruito un corridoio di armi e milizie fino al mediterraneo, e che da altrettanti mesi punta a conquistare il Golan. Ecco spiegata la posizione di alcuni Paesi parte dell’Unione Europea e del Consiglio di Sicurezza Onu: l’incapacità di aver osservare e comprendere le manovre dell’Iran, e dei suoi proxy nell’area (primo su tutti Hezbollah) in Siria.

Eppure, la strategia dell’Iran in Siria non è nata ieri, si è sviluppata nel corso degli ultimi cinque anni con buona pace dei grandi colossi internazionali appoggiati da otto anni di era-Obama. Nel 2014 il portale iraniano  Jomhouri Eslami enunciò – per chi non avesse compreso la gravità della cecità euratlantica – la nascita della nuova divisione siriana di Hezbollah e l’apertura di un fronte anti-israeliano proprio ai confini del Golan stesso. A prescindere dal riconoscimento di Donald Trump (un segnale forte ma che non cambia la realtà), Israele in nessuna circostanza, per nessun motivo, e sotto alcun governo (neanche il più progressista, filosiriano o autodistruttivo che sia) abbandonerà la Alture del Golan. Il motivo di questa affermazione forte è che, al momento, il pericolo maggiore per Israele viene dalla presenza iraniana in Siria, dal rischio che questo rappresenta e soprattutto dall’incapacità siriana (anche se domattina Assad si svegliasse “amico di Israele”) di governare i propri confini in piena autonomia dagli Ayatollah.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI27 Marzo 2019
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HaTikwà In questi giorni la mia famiglia è stata scossa dalla notizia di un brutto incidente in moto ai danni di mio fratello Edoardo. Grazie a D., dopo giorni difficili, ora sta bene e può/possiamo raccontare questa storia: sono stati giorni difficili, semplificati e resi migliori da un gruppo di medici che fanno parte dell’A.M.E (Associazione Medica Ebraica). Per chi non lo sapesse, a Roma è presente questo fantastico gruppo, fatto di giovani e meno giovani dottori, fatto sopratutto da persone con un cuore immenso. Loro, fin dai primi minuti dopo l’accaduto, ci hanno assistito e guidato nelle scelte migliori per intere giornate difficili come non mai.

Mi ha spiazzato la cura con cui il Dott. Alessandro Piperno che, prima a distanza, tramite messaggi, e poi fisicamente ha monitorato la situazione di mio fratello. Non possono non citare Gianni Zarfati, che fin dai primi minuti dopo l’incidente si è prodigato per attivare l’A.M.E. In questa lista di ringraziamenti non posso non citare il Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Ruth Dureghello, per l’interessamento e il suo essere a disposizione per qualsiasi evenienza. Infine la mia immensa gratitudine va al Dott. David Luzon, che ci ha seguiti dal primo all’ultimo minuto, che nella sera di Purim ha lasciato moglie e figli e ci ha accolto all’Ospedale Israelitico con un sorriso facendoci sentire a casa. La Comunità romana non è mai stata una comunità semplice e vivendola attivamente è spesso avvolta da polemiche e discussioni più o meno futili. Nel momento del bisogno ci sono stati e, dopo questo brutto episodio, ne sono ancora più innamorato. Nel momento critico di un fratello ebreo, che sia io o chiunque altro, si mette tutto da parte e si arriva all’obiettivo senza pensare a null’altro. Non ne avevo dubbi, ma la disponibilità degli addetti ai lavori e soprattutto di tanti amici ebrei mi rimarrà per sempre nel cuore. Come recitava un murales a Tel Aviv, United We Strong: uniti siamo forti.

Grazie ancora di cuore, a nome della mia famiglia.

Andrea Terracina.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI11 Marzo 2019
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HaTikwà (L.Clementi)Un derby. Antisemitismo. La notizia non é nuova, ha soltanto cambiato ubicazione. Un tifoso dell’Union Berlino, dopo il match contro i cugini dell’Ingolstadt, ha twittato che il loro capitano, l’israeliano Almog Cohen, “dovrebbe sparire nelle camere”, riferendosi all’orribile metodo di uccisione sistematica perpetrato dai nazisti nei confronti degli ebrei negli anni quaranta. Il tweet è stato pubblicato dopo che Cohen ha ricevuto un cartellino rosso durante la partita di venerdì nella capitale tedesca.

La notizia ha suscitato inevitabilmente le dichiarazioni delle autorità israeliane: Emmanuel Nahshon, il portavoce del Ministro degli Esteri, si dice “scioccato”, aspettandosi “una ferma azione contro il responsabile da parte delle autorità tedesche”, mentre l’Ambasciatore israeliano in Germania Jeremy Issacharoff ha twittato “Almog, non sarai mai solo!”. Anche il Presidente della stessa Union ha pubblicamente difeso Cohen con un comunicato. Il centrocampista ha risposto con un tweet: “Prima di tutto vorrei ringraziarvi, grazie per il supporto infinito. Un ringraziamento speciale va al mio club, che mi supporta e mi rafforza in ogni occasione. Così fa anche il tweet antisemita: mi rafforza solamente. Sono orgoglioso di essere ebreo e di esserlo nel modo in cui sono cresciuto. Sono orgoglioso di sentire un senso di shlichut ogni volta che entro in campo per rappresentare la mia squadra. Come capitano della mia squadra e come giocatore della Nazionale israeliana farò di tutto per continuare a rappresentarti con rispetto”

Purtroppo la notizia dimostra un aumento preoccupante dell’antisemitismo in Germania, ma é anche la prova evidente del fatto che l’odio e le offese nei confronti degli ebrei sono all’ordine del giorno in tutte le tifoserie. La polizia tedesca ha registrato 1.646 reati motivati ​​dall’odio contro gli ebrei lo scorso anno, un aumento di quasi il 10% e il livello più alto in un decennio. Tra questi ci sono 62 reati violenti, contro i 37 del 2017. Destra, sinistra, poco importa. Quando si tratta dell’ebreo o dell’israeliano l’argomento in comune si trova sempre.

Un po’ come è accaduto recentemente a Roma: Forza Nuova, strema destra, ha manifestato a sostegno della Palestina contro “l’occupazione israeliana”. Un po’ come certa sinistra il 25 aprile, e su Twitter sono esplose dichiarazioni come “ebrei fuori dalla Palestina, giudei fuori dall’Europa”. Non si sa bene quale sia il posto di questi ebrei. Né dentro né fuori. E così anche nel calcio: chissà quale squadra dovranno mai tifare. Romanista ebreo, ma anche laziale, interista, milanista, juventino, viola. Un po’ tutti ebrei, un po’ tutti Anna Frank. Non sono citazioni a caso: in tutti questi casi c’è stato o c’è un coro o uno striscione che accusa gli avversari di essere degli ebrei. Eran Zahavi a Palermo? Sul web è stato scritto l’indicibile. Eyal Golasa alla Lazio? I tifosi si sono ampiamente espressi sulle pagine Facebook. E menomale che il trasferimento non si è concluso del tutto. Le campagne di sensibilizzazione sul tema stanno miseramente fallendo, quantomeno in Italia: molti esponenti delle tifoserie sono ben addentrati all’interno di movimenti di estrema destra ed estrema sinistra, e finché non fa clamore, si lascia scivolare il coro o lo striscione del dimenticatoio, in attesa che un bambino, influenzato dal padre o dal vicino di seggiolino, canti “giallorosso ebreo”, per ricominciare il cerchio.

Ad Almog Cohen va il nostro sostegno incondizionato, ma soprattutto la nostra più profonda comprensione: il tifoso ebreo sa bene cosa significa sentirsi estraneo in casa propria, e fino a che ci sarà un solo giocatore ebreo o israeliano offeso per l’unica colpa di esser tale, Almog Cohen non sarà mai solo.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI21 Febbraio 2019
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HaTikwà (D.Moresco-R.Spizzichino)Spesso c’è diffidenza nei confronti dei politici. Un po’ schivi, quasi mai raggiungibili, quasi sempre distanti. L’Onorevole Emanuele Fiano con noi è stato di una disponibilità quasi disarmante, di una gentilezza che ha pochi simili. L’intervista è stata divisa in tre capitoli. Lo abbiamo fatto sia per necessità, visto che la lunghezza complessiva avrebbe inficiato la qualità del lavoro, sia per renderla più fruibile, pubblicando giorno per giorno una delle tre parti.

ITALIA

Cosa significa per lei essere ebreo e sedere al Parlamento?
Le percezioni cambiano nel corso del tempo. Sicuramente inizialmente, questo ha significato una forma di riscatto famigliare, ho pensato ai miei nonni, ai miei zii, a mio cugino Sergio di 18 mesi, perché il loro percorso di morte verso Auschwitz è iniziato in questa aula del parlamento sostanzialmente nel dicembre nel 1938 quando furono approvata all’unanimità le leggi razziali che fecero si che un nonno perdesse il lavoro e che l’altro fosse licenziato, mio padre fosse espulso dalla scuola e tutte le cose che sapete iniziarono qua dentro. Quindi il fatto che un ebreo fosse in parlamento – io non ero l’unico ma comunque siamo sempre stati in pochi – era una forma di riscatto. Poi una volta,  il primo anno, ci fu una cosa che mi colpì molto, perché nei corridoio di questo palazzo immenso, sono esposte delle piante e delle mappe dei posti a sedere dell’aula parlamentare con i nomi di chi ci si sedeva nelle precedenti legislature. E allora, casualmente, mi capitò di vedere una di queste piante e vidi due o tre cognomi ebraici di prima del 1938 e questo mi fortificò nella percezione che ho io della presenza della mia famiglia – e anche delle vostre famiglie – millenaria in questo Paese e nelle istituzioni. Devo dire che quando ho iniziato a fare politica la mia ferita nei confronti di questo paese era più aperta di adesso. Non sentivo che questa ferita che ha riguardato le leggi razziali e la Shoah nei confronti delle nostre famiglie ebraiche fosse sanata. A me la politica ha aiutato a sanare un po’ questa ferita, si è trasformata molto anche in un sentimento di essere una sentinella, avere le antenne più alte di altri su alcune cose che stavano succedendo. Sapendo che non bisogna fare della nostra condizione, radice, percezione, una questione monotematica, però anche le vicende recenti, tra queste la questione complessa della immigrazione, come spesso ha detto Liliana Segrè, che per fortuna, grazie al Presidente, che non smetteremo mai di ringraziare, Mattarella, è diventata è senatrice a vita. Lei stessa dice che le questioni dell’immigrazione la fanno pensare, non sono assolutamente la stessa cosa delle leggi razziali e della Shoah, però alcune questioni la fanno ancora pensare, quindi, dopo aver vissuto questa cosa come il riscatto della ferita, che ancora c’è, ma è stata lenita da centinaia di persone che qui ho conosciuto, che con me condividono l’ideale, non solo del mio partito, anzi di tutti i partiti, che condividono l’ideale di libertà e democrazia, ho sentito che la necessità di stare qua era quella di essere una antenna più sviluppata di altre per la percezione dei fenomeni di discriminazione, d’ingiustizia sociale, che si verificano.

Ebreo, italiano, antifascista. Può metterle nell’ordine che ritiene più corretto?
Non penso che la vita sia un foglio di Excel dove tu hai la possibilità di catalogare con ordine matematico. Io sono insieme italiano, ebreo e antifascista. Ebreo, italiano e antifascista. Le cose sono insieme, anche perché, come forse ci ha insegnato Primo Levi, l’osservazione della vita riserva più aree grigie che aree bianche e nere, dunque la nostra identità è comunque un cumulo di radici. Non potrei mai e per nessuna cosa al mondo, rinunciare alla mia radice ebraica, ma anche non rinuncerei alla mia radice italiana, né alla mia condizione antifascista. Vengo da una famiglia nella quale mio nonno, il papa di mio papa, era fascista. Mio nonno era stato prigioniero degli austriaci nella prima guerra mondiale. Era un combattente dell’esercito regio, orgoglioso di quelle battaglie, dunque aderì. Io non conosco la storia dei suoi sentimenti, ma aderì, come molti altri ebrei a quel partito, perché in Mussolini vedeva, forse prima anche in D’Annunzio, una forma, una idea, una capacità di riscatto di una frustrazione di coloro che erano tornati da quella guerra, vinta dall’Italia, ma che di quella vittoria, come dice D’Annunzio, mutilata, non avevano percepito l’esito positivo nei loro confronti. Lo dico perché la storia è strana: ovviamente mio nonno fu espulso 1938 dal partito nazionale fascista e gli stessi fascisti lo arrestarono nella primavera del 1944, lo incarcerarono nel carcere delle Murate a Firenze, lo portarono al campo di transito di Fossoli, lo consegnarono ai nazisti del comandante Tito di Fossoli, lo misero in viaggio verso Auschwitz e poi morì. Quindi le identità sono un fatto complesso non potrei mai rinunciare a nessuna di queste parti. Io non vengo da una famiglia comunista, no di sicuro: mio padre ha sempre votato repubblicano, mia madre socialista. Una famiglia di sentimenti progressisti, democratici, ma l’antifascismo non c’è dubbio che sia l’esito di ciò che il fascismo ha fatto a questo paese, ciò che ha fatto a noi. Quindi, l’adesione alla democrazia, secondo me, comporta con se l’antifascismo e l’anti totalitarismo in generale, perché non c’è solo il fascismo nel ‘900 come forma di totalitarismo.


EUROPA

Il 29 marzo i giovani sovranisti sbarcheranno a Roma, alla presenza di Matteo Salvini e di Marine Le Pen. Che cosa dovrebbe fare un giovane ebreo italiano secondo lei?
La manifestazioni sono libere e difese dalla nostra Costituzione. La signora Le Pen ha cercato di emendare la posizione post fascista di suo padre. Nell’ultima campagna elettorale disse una cosa terribile, che dimostra verso dove può portare il sovranismo,“Nessun poliziotto francese si macchiò di colpe nella deportazione degli ebrei dal Velodromo di inverno da Parigi”, esattamente il contrario di quello che è successo, perché purtroppo molti poliziotti francesi si  macchiarono invece di una terribile complicità. Spesso i sovranisti tendono a voler ripulire la storia del loro paese dalle colpe terribili, nel caso del periodo della seconda guerra mondiale e in generale di altre. Penso che l’idea del sovranismo, ovvero l’esaltazione di un’identità il più pura possibile dal meticciato, dalla mescolanza, sia un’idea molto pericolosa per l’identità ebraica. Gli ebrei hanno dimostrato per millenni della loro presenza in Europa una capacità difficile, molto rara: quella di integrarsi mantenendo la propria identità. Una battaglia contro l’assimilazione che non vuol dire incapacità di vivere seguendo le leggi del posto, che è un principio ebraico, che tu vivrai secondo la legge del luogo in cui vivi, senza perdere le nostre regole dell’Alachà  e ciò che ci viene dal nostro passato. Penso che il sovranismo abbia invece la caratteristica di voler considerare che esiste un confine entro il quale la tua identità è salvaguardata, oltre il quale non è salvaguardata. Io non credo che sia un caso che due tra i paesi che hanno i leader più sovranisti d’Europa, Orban in Ungheria e i leader polacchi, siano paesi nei quali i fenomeni antisemiti siano cosi tanto vividi. In Polonia ogni anno negli ultimi anni, nel giorno dell’anniversario dell’Indipendenza, si svolge una incredibile manifestazione dei movimenti neofascisti europei dove è possibile ascoltare anche slogan di carattere antisemita e anti islamico. E così nell’Ungheria di Orban, in altri momenti, i partiti alleati del partito di governo, hanno chiesto in quel parlamento la lista degli ebrei ungheresi, ricordando a noi cose terrificanti. Quindi l’idea che esista un’identità unica che tu devi preservare e che non devi confondere con altre identità è una caratteristica dei sovranisti che io combatto e che confligge con l’idea di libertà che esprime la capacità che hanno avuto gli ebrei nella storia, di mantenere la propria identità e di integrarsi nel posto dove vivono. Peraltro se noi guardiamo all’età d’oro della convivenza tra ebrei e islamici in Spagna, pensiamo ad una cosa che oggi ci appare impossibile, ma che prima della grande persecuzione, persecuzione cattolica, fino al 1492 in Spagna due culture cosi diverse potevano convivere. Io non penso che ci sia una difficoltà a poter dire che noi combattiamo, che va combattuto oggi, l’antisemitismo di origine islamica, che per esempio, in Francia produce una innumerevole serie di aggressioni personali, che poi ha portato ovviamente il terrorismo islamico dell’ISIS a compiere stragi terribili, e questa è una cosa molto preoccupante, anche se forse oggi la situazione dell’ISIS, per fortuna, è leggermente diversa, contemporaneamente penso che l’idea che sta attraversando l’Europa, frutto anche di quel problema complesso che è l’immigrazione, cioè lo sviluppo di idee sovraniste sia un pericolo per chi vuol difendere un’identità differente, ma che vuole convivere con le altre.

Se in Italia dicono “Prima gli italiani”, in Francia “prima i francesi”, in Ungheria “prima gli ungheresi” e così via. Che fine farà l’Europa?
Sarà una fine. Sul tema dell’Europa io penso che noi dobbiamo batterci, noi che vogliamo gli Stati Uniti d’Europa, per l’elezione diretta del Presidente della Commissione Europea, altrimenti non c’è futuro. Fin quando la Commissione Europea sarà succube delle, anche legittime, necessità politiche elettorali dei singoli stati, per le quali la Merkel o piuttosto un Macron o Sanchez, devono prendere delle decisioni più in una certa direzione, perché magari in quel momento nel loro paese c’è un dibattito politico di un certo tipo; fintanto che la cessione di sovranità dei paesi europei per la costituzione di un unione europea vera, dunque nella dimensione degli Stati Uniti d’Europa, non ci sarà, si morirà. La stessa questione dell’immigrazione, trattata come è stata trattata fino adesso dall’Europa, è una gestione miope, debole. Come dire: se l’Unione Europea si mette d’accordo su una strategia, per esempio, della ridistribuzione dei migranti, ma poi i singoli stati si rifiutano di adempiere a quanto previsto dalla Commissione Europea, è ovvio che i cittadini europei, non importa di quali partito siano, certamente non importa di quali religione siano, si trovano a non credere a un’istituzione che non serve. Noi non dobbiamo mai dimenticare che questa istituzione ci ha consegnato oltre 70 anni di pace in questo continente, perché l’Europa è stata costruita perché venivamo da una guerra. I leader che lei ha citato, pensano invece che la cessione di sovranità non debba esserci e che ogni stato debba rispondere a se stesso. Io penso che questo, soprattutto nella dimensione globale che hanno oggi le economie, sia terrificante. Dall’altra parte, facciamo finta di non saperlo, ma l’andamento dell’economia italiana o europea dipende in maniera straordinaria da quello che succede in Cina oggi: se la Cina va bene o male, se la Cina è un mercato buono, se l’esportatore o l’importatore buono. Questo influisce sui regimi, sui valori di crescita o decrescita dell’economie europee. Pensare di affrontare questa dimensione globale da soli è sicuramente pericoloso e significa voler la fine dell’Europa.


ISRAELE

Netanyahu, all’indomani dell’attacco all’Hyper Cacher di Parigi nel 2015 disse: “A tutti gli ebrei d’Europa, voglio dire che Israele non è solamente il Paese nella cui direzione voi pregate, ma lo Stato di Israele è anche casa vostra”. Alla luce delle numerose migrazioni ebraiche verso Israele. Come giudica le parole dell’attuale primo ministro israeliano?
Io mi sento a casa mia in Italia, ma certamente quando sbarco in Israele sento di scendere in una comunità che anche è mia. Io mi sento cittadino italiano e cittadino europeo. L’appello di Netanyahu fatto in un momento in cui la paura ha serpeggiato fortissimo tra gli ebrei francesi e per questo era per dire “qui avete un porto sicuro”. E’ difficile ragionare di questioni che sono di sentimento, non solo di razionalità. La prima volta che sono andato in Israele nel 1973 con mio padre, sopravvissuto ad Auschwitz, vidi mio padre alla fine delle scalette inginocchiarsi e baciare l’asfalto dell’aeroporto di Lod e dire o pensare, non mi ricordo se in quel momento o dopo, che se Israele ci fosse stata all’epoca nel 1943-44, la sua mamma non sarebbe stata uccisa. Questo è un sentimento che razionalmente è difficile spiegarlo, perché l’offesa, la ferita, che noi abbiamo subito, è più grande della capacità razionale di spiegarlo. Mi è capitato un episodio nei giorni scorsi che mi ha messo molto in difficoltà: io ho reso noto il tweet del Senatore Lannutti, per il quale è stata aperta un’inchiesta per aver condiviso i protocolli dei Savi di Sion, il Corriere lo mise in prima pagina e poi la cosa è diventata di dominio pubblico. Dopo lui nei giorni successivi rispondendo a qualcuno disse “io mi sono scusato”, allora io gli ho risposto su twitter: “Ma tu pensi che basti scusarsi per aver condiviso il testo che è stato alla base dell’ideologia nazista che ha tentato di distruggere il mio popolo?” e qualcuno, non so chi, non conosco le persone, più di uno, se guardiamo i loro profili, persone provenienti dall’estrema destra, mi ha risposto “ma tu devi decidere. Perché scrivi “del mio popolo”. Tu sei italiano o ebreo?”. Dunque questa difficoltà a comprendere che l’identità personale possa essere complessa, è uno dei temi che riguarda anche la domanda che mi ha fatto prima sul sovranismo e anche alla domanda che riguarda Israele – parlo dello stato perché non parliamo all’adesione alle politiche dei governi d’Israele – per quanto riguarda lo stato, che ho vissuto in Israele, che ho una parte della famiglia in Israele, ho mio cognato in Israele, i miei fratelli hanno vissuto a lungo e si sono laureati in Israele, anche se adesso non abitano più lì, ho dei nipoti in Israele, tanti zii. Certo penso che sia in parte è anche casa nostra, ma io mi sento un cittadino italiano vivamente a tutto tondo fedele a queste istituzioni e a questa nazione. La frase di Netanyahu, se vuol dire non c’è speranza per l’ebraismo nella diaspora, non la condivido, se vuol dire che per gli ebrei ci sono diverse possibilità è un’altra frase. Mi ricordo anni fa un dibattito molto bello, ma molti anni fa, 30-35 anni fa, tra Avraham Bet Yehoshua, famoso e straordinario scrittore israeliano e Eugenio Gentili Tedeschi, un membro della comunità ebraica di Milano, grande architetto, intellettuale, amico di Primo Levi, ormai scomparso. In quella serata della comunità ebraica di Milano, Bet Yehoshua sosteneva sostanzialmente che non c’era speranza per l’ebraismo della diaspora. Ovviamente un ebreo italiano come Eugenio Gentili Tedeschi, che aveva partecipato alla resistenza, un grande intellettuale, che sentiva dentro di se insieme la radice ebraica e quella italiana, rispose che questa era un’offesa a millenni di presenza ebraica nella diaspora, che noi siamo un pezzo di questa Europa e di questa Italia e che abbiamo il diritto e il dovere di continuare questa radice e questa tradizione. Peraltro mi pare che questa sia venuta fuori anche nella Comunità Ebraica di Roma, quando il presidente della Comunità, Riccardo Pacifici, ci tenne a sottolineare la millenaria radice italiana della presenza ebraica a Roma. Le due cose convivono, non ci deve essere conflitto. Noi che siamo in Italia ci sentiamo italiani, completamente.

Se vengono assassinati innocenti in Europa si parla e si scrive terrorismo, mentre se lo stesso accade in Israele si parla di resistenza?
Perché c’è un pregiudizio, tendenzialmente antiebraico. Poi ci sono delle persone che giustamente rivendicano di non essere antisemiti, ma di essere contro Israele, poi li entriamo in una discussione, ma sicuramente perché c’è un pregiudizio: certamente chi uccide un civile per seminare il terrore compie un atto, a prescindere dalla latitudine del mondo in cui lo compie, noi lo facciamo cadere sotto la definizione di terrorismo. Fa parte anche di un’ideologia presente in un pezzo della sinistra, non nel Partito Democratico, per la quale Israele è uno stato usurpatore, addirittura in alcuni casi folli, paragonabili all’occupante nazista in Italia. Quei palestinesi che si ribellano nei territori occupati sono paragonati alla resistenza italiana e ai partigiani. Tutto questo non ha un fondamento storico, questo non vuol dire che io non voglia che in Israele sorga un giorno la pace per uno Stato palestinese democratico accanto ad uno stato israeliano. Io mi sono illuso che il progetto di Rabin e Peres potesse andare avanti, così come gli accordi di Oslo. Mi sono illuso perché poi son successe cose terribili, tra cui l’assassinio per mano ebraica di Rabin e molte altre cose che abbiamo scoperto di Arafat, che a quell’epoca stipulò con Rabin gli accordi di Oslo. Questo non permette di scrivere cose inenarrabili ed ingiustificabili o di paragonare Israele ai nazisti per una miriade di cose che possiamo raccontare: la prima è che Israele sorge per un voto dell’Onu che Israele accettò mentre il mondo arabo no e da lì è cominciato un conflitto. Se il mondo arabo avesse accettato questa presenza ebraica che è continuativa e che l’Onu e le nazioni del mondo sancivano come possibile coesistente di un’altra nazione arabo-palestinese, in quel caso, tutto ciò non sarebbe successo. Poi ci sono stati i territori occupati, la guerra del ’67 ed un’oggettiva necessità di risolvere la condizione esistenziale e nazionale del popolo palestinese. Il popolo palestinese, così come quello ebraico, non è un’unica cosa. C’è Hamas che ha uno statuto nel quale si espongono teorie sterminazioniste nei confronti degli ebrei nel mondo e si dichiara che la Humma non potrà mai essere divisa perché altrimenti si infrangerebbe la legge coranica. Hamas è stato sicuramente finanziato da coloro che vogliono la distruzione dello stato d’Israele: l’Iran. Quello che un tempo era un conflitto solamente territoriale, su come dividere il territorio, i territori occupati, dove far sorgere uno stato palestinese, come difendere la sicurezza di quello d’Israele, oggi non lo è più. L’Iran non ha nessuna rivendicazione territoriale nei confronti dello stato d’Israele, è uno stato che vuole l’eliminazione dello stato d’Israele e degli ebrei che vivono lì. L’Iran finanzia Hezbollah nel sud del Libano, che ha lo stesso proposito, la distruzione dello stato ebraico, e che non ha alcuna rivendicazione territoriale. I palestinesi di Hamas che ricordo vivono in una striscia in condizioni sociali e umane disperate, sono un’organizzazione politica che, dopo il massacro degli esponenti di Fatah durante le elezioni che fecero vincere Hamas, ha preso il potere nella striscia, utilizzando il denaro che viene dall’estero non per asili e ospedali, ma per costruire tunnel per far penetrare in Israele i terroristi. La storia va raccontata tutta, io mi batterò sempre per la coesistenza tra due stati, per due popoli, in quella terra, ma non accetterò mai che la storia venga travisata. Quando il governo d’Israele fa cose che io non condivido, lo dico, quando i palestinesi si comportano da terroristi e uccidono i civili, io lo dico.

Un esempio di questa mistificazione possiamo rintracciarla in alcuni media: “Ministra Israele, pena di morte per l’assassino della figlia di un rabbino”,“Israele, la ministra della Giustizia: ‘Pena di morte per il palestinese che ha ucciso la ragazza ebrea”. Secondo lei sono corretti questi titoli?
No. Non so cosa ci sia nell’articolo o in un precedente titolo, ma leggete i miei post, io sono intervenuto più volte per dire come la storia qui viene raccontata, anche di fatti complessi, credo di averne parlato l’ultima volta per gli incendi causati dalle mongolfiere e gli aquiloni dei palestinesi che hanno distrutto molti ettari di coltivazioni. La storia va raccontata tutta. Io ho detto che ho cognizione di quanto sia terribile la vita a Gaza, ma devi raccontare che un Generale israeliano di nome Sharon, poi diventato Primo Ministro, ha deciso di far uscire tutti i civili e le presenza militari israeliane. Gli israeliani non ci sono. Mi si risponde che però viene controllato il confine. Sì, c’è un confine tra un’identità nazionale, quella di Gaza, e lo stato d’Israele. Israele deve difendersi. Ci sono delle cose che Israele ha fatto che esulano dal comportamento corretto di un esercito, è possibile, io non sono per assolvere nessuno. Per esempio Gaza ha un altro confine con l’Egitto. Quando quel confine non funziona, nessun giornale ne scrive. Quando cibo, medicinali, aiuti o scambi economici non funzionano nel confine con l’Egitto, che è un paese che oggi, al contrario di anni fa, combatte i Fratelli Musulmani, quindi la componente islamista dell’Egitto, che ha una connessione ideologica storica con il movimento di Hamas, qui dentro non si scrive. Io sono per raccontarla tutta la storia, quando l’operazione Piombo Fuso, il conflitto più grande che c’è stato tra Israele e Gaza, provocò morti civili copiosi tra i palestinesi, io lo dissi. Per me i bambini palestinesi morti sono come i bambini israeliani morti. Non ammetto differenze in questo. Se tu racconti dell’azione militare israeliana a Gaza devi raccontare anche delle migliaia di missili palestinesi piovuti sulle comunità residenziali israeliane. Io sono stato a vederle con un viaggio parlamentare tanti anni fa, li ho visti i missili ficcati sui tetti degli asili israeliani. Certo gli israeliani hanno sviluppato un sistema di allarme di sicurezza che ha permesso in questi anni un numero limitato di vittime, ma non vuol dire che puoi raccontare solamente della reazione israeliana. Che cosa farebbe qualsiasi altro paese, membro dell’Onu, se gli sparassero dei missili, che sono lì da vedere, sono giganti. Sono artigianali? Possono uccidere i civili residenti. Altro sarebbe se avessimo attacchi missilistici che vanno a segno solamente contro basi militari. Si tratterebbe di un conflitto. Sono a conoscenza del fatto che a Gaza sono stati utilizzati i civili a scudo delle operazioni militari palestinesi e della presenza di batterie di missili, ma non toglie che io pianga sempre le vittime civili. I civili non hanno la responsabilità che hanno i militari o i paramilitari. Penso e l’ho scritto più volte che la stampa italiana, la radiotelevisione pubblica, non abbia affatto sempre una modalità di cronaca equilibrata nei confronti di Israele.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI20 Febbraio 2019
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HaTikwà (B.Sabatello) – Che cosa sono i Protocolli dei Savi di Sion? Il testo, emanato dalla polizia zarista nel 1903, fu creato ad hoc da Sergej Alexander Nilus come verbale del congresso sionista del 1897 tenutosi a Basilea, da subito venne ritenuto un falso e ciò ne limitò la diffusione anche se possiamo accertarne l’arrivo nel 1906 al British Museum di Londra, l’obbiettivo del testo era quello di diffondere l’odio antiebraico nell’impero russo. Le pubblicazioni ripresero quando nel 1917 diversi esuli russi ne diffusero alcune copie all’estero sostenendo che la stessa rivoluzione fosse opera degli ebrei. L’eco del testo non fu certo fermato dalle traduzioni ad opera di personaggi più o meno celebri come Victor E. Marsden, autore della traduzione più accreditata, o Henry Ford, famoso industriale americano che si rese finanziatore di una traduzione sul suo giornale, il Dearborn Indipendent, sul quale non aveva mai mancato di esprimere la sua opinione riguardo al complotto sionista mondiale nella finanza e nei conflitti mondiali avvenuti fino a quel momento, ritenuti da Ford opera degli ebrei per trarne profitti.  Insieme agli Stati Uniti il principale stato per pubblicazioni antisemite era la Germania, che successivamente alla Grande Guerra e ad una fragorosa sconfitta vide l’espansione dei protocolli all’interno delle file del suo esercito, dove il numero degli ebrei trai generali era elevato, trai reduci del conflitto c’era anche Adolf Hitler, che si sentì ispirato tanto da prenderne spunto per la stesura del Mein Kampf e da citarli spesso una volta giunto al potere sostenendone sia l’autenticità sia la veridicità con l’intento di giustificare agli occhi dei suoi cittadini i crimini di cui si è reso carnefice.

Che cosa dice il testo? Il testo sostiene di essere un autentico verbale di una riunione del congresso sionista mondiale, creato ovviamente dal suo autore con l’intento di sostenere l’idea di un complotto sionista mondiale soprattutto in ambito finanziario ma non solo, sostenendo anche che tutti i conflitti avvenuti fino al quel momento fossero stati decisi a tavolino da un gruppo di circa 300 ebrei tra i quali personaggi ben noti del panorama politico mondiale come Benjamin Disraeli, nato si ebreo ma convertito in giovane età, o Theodor Herzl. I sostenitori del testo sostengono ancora oggi che non importa l’autenticità del testo, che è stata smentita già all’epoca, bensì la sua veridicità che continuano a sostenere negli anni alimentando l’odio antisemita e la popolarità del suo presunto autore.



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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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