Yom HaShoah: il seminario EUJS a Yad Vashem che forma la memoria dei giovani europei

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di Eitan Gean

Dopo il 27 gennaio, Giorno della Memoria, si ha spesso la sensazione che il dovere del ricordo sia stato assolto. Ma Yom HaShoah, nel calendario ebraico, riporta la memoria a un livello diverso: non come ricorrenza, ma come domanda ancora aperta su cosa significhi ricordare oggi.

Questa domanda ha preso per me una forma concreta dopo aver partecipato, nel novembre 2025, al seminario promosso annualmente dalla European Union of Jewish Students a Yad Vashem. Non una visita, non un programma “da seguire”, ma una settimana che costruisce gradualmente un punto di vista e lo mette alla prova.

L’impatto iniziale è stato un ribaltamento dello sguardo: non partire dalla distruzione, ma dalla vita. La vita ebraica europea prima della Shoah, con la sua quotidianità, le sue comunità, la sua normalità. Un passaggio che cambia tutto, perché rende evidente che ciò che è stato distrutto non era astratto, ma reale, complesso, vivo.

Da lì, il percorso entra nella Shoah attraverso le fonti: documenti, fotografie, lettere, diari, racconti nell’immenso archivio di Yad Vashem, che conta oltre 14 milioni di documenti. Non come materiali “storici”, ma come tracce di persone che scrivono, scelgono parole, raccontano sé stesse, spesso sapendo che non ci sarà un seguito. È in questo passaggio che i numeri smettono di essere sufficienti.

È proprio qui che si misura quanto il lavoro della memoria sia tutt’altro che concluso: quest’anno, per la prima volta, il “Libro dei Nomi” delle vittime della Shoah presso Yad Vashem ha raggiunto i cinque milioni di persone identificate con nome, cognome e luogo. Ma non è un traguardo celebrativo, né tantomeno definitivo. È, piuttosto, la prova di un’assenza che resta ancora in parte senza volto.

Perché ogni nome restituito non è solo un dato in più: è una vita che riemerge dall’anonimato, che torna a occupare uno spazio nella storia. E, allo stesso tempo, ogni nome che ancora manca continua a interrogarci su quanto di quella distruzione resti incompiuto anche nel nostro modo di ricordare.

Tra i momenti più forti c’è stato l’incontro con una sopravvissuta, Rena Quint. Non una testimonianza “simbolica”, ma una presenza concreta, con una voce e una memoria che annullano ogni distanza temporale. In quel momento la Shoah non è più qualcosa che si studia: è qualcosa che si ascolta.

Accanto a questo, c’è stata una dimensione non secondaria, ma strutturale dell’esperienza: le persone. Il gruppo di partecipanti, ragazzi provenienti da tutta Europa con percorsi diversi, ha reso il confronto continuo. Le lezioni non finivano mai davvero nelle aule: proseguivano nelle conversazioni, nelle domande, anche nei disaccordi. E questo ha inciso tanto quanto i contenuti.

Un’altra parte fondamentale del percorso ha riguardato il presente: la banalizzazione della Shoah, il suo uso improprio, le forme contemporanee di antisemitismo e la necessità di riconoscerle anche quando si mascherano dietro un antisionismo che, in alcuni casi, diventa un modo per nasconderle. Non come digressione finale, ma come conseguenza diretta del lavoro sulla memoria. Perché ricordare non è mai neutro: significa anche chiedersi come quel passato viene usato oggi.

In questo senso, le parole di Joshua Bonfante, Programme Officer di EUJS e accompagnatore in seminario, aiutano a collocare questa esperienza in un contesto più ampio:
«Ecco la dura realtà: nel 2026, sempre meno persone sono interessate all’educazione della Shoah. Dal Covid alla guerra, gli ultimi sei anni hanno cambiato per sempre la percezione degli ebrei in Europa e il nostro ruolo all’interno della società.

Come l’antisemitismo non è un problema solo per gli ebrei, ma anche per la società, lo stesso vale per la didattica della Shoah: il seminario, che inizialmente accoglieva soltanto partecipanti ebrei, ora mira ad avere un gruppo misto, composto da partecipanti ebrei e non.

EUJS rinnova ogni anno questo evento, con la speranza che sempre più giovani europei portino questa esperienza unica nelle loro comunità e nei loro ambienti sociali, contribuendo a costruire un futuro per un’Europa oggi più divisa che mai.»

Ed è qui che Yom HaShoah cambia prospettiva rispetto al 27 gennaio. Se il Giorno della Memoria è una data pubblica, condivisa, istituzionale, Yom HaShoah richiama una dimensione più essenziale e meno rituale del ricordare.


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