Viaggio nella Campania ebraica, tra le onde del mare e le pagine della Torah

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di Dario Saralvo

Tra le meraviglie storiche e paesaggistiche della Campania si intreccia una vicenda meno nota, ma altrettanto affascinante: quella delle sue comunità ebraiche. Dalle banchine dell’antico porto di Pozzuoli ai vicoli di Napoli, passando per le città dell’entroterra, la presenza ebraica ha lasciato tracce profonde che attraversano quasi duemila anni di storia.

Le prime testimonianze risalgono al I secolo d.C., quando mercanti, artigiani e studiosi ebrei approdarono sulle coste campane. Alcuni si stabilirono lungo il litorale, altri nelle zone vicine al Vesuvio e a Caserta. Epigrafi raffiguranti la menorah, la parola shalom e altre benedizioni attestano l’esistenza di comunità ben organizzate già tra il IV e il V secolo d.C., inserite attivamente nella vita economica e sociale del territorio.

Quando nel 1159 il viaggiatore ebreo Beniamino di Tudela visitò la regione, trovò una realtà fiorente: circa 500 famiglie ebraiche vivevano a Napoli e altre 600 nell’area di Salerno. Le attività principali erano il commercio di generi alimentari, l’artigianato e la medicina, settori nei quali gli ebrei campani godevano di una solida reputazione.

L’età normanna e sveva rappresentò una fase di relativa stabilità. Federico II di Svevia arrivò a definire gli ebrei «servi della camera regia», garantendo loro una protezione che li sottraeva alle pressioni del clero locale. In quegli anni il ghetto di Capua si ampliò, mentre a Benevento sorsero sinagoghe e scuole rabbiniche. Nel 1473 Napoli divenne inoltre sede di una delle prime stamperie di siddurim d’Italia.

L’arrivo della dominazione spagnola cambiò radicalmente la situazione. Tra il 1510 e il 1541 gli ebrei furono espulsi dal Regno di Napoli e molte sinagoghe vennero trasformate in chiese. Se una parte della popolazione ebraica scelse l’esilio, altri rimasero nella propria terra d’origine vivendo da conversos o praticando la propria identità in segreto.

Bisognerà attendere il Settecento per assistere a una nuova apertura. Tra il 1740 e il 1747 i Borbone favorirono il ritorno degli ebrei nel Mezzogiorno, consentendo loro di ricostruire una presenza stabile. Nel 1864 venne inaugurata l’attuale sinagoga di via Santa Maria a Cappella Vecchia, nel quartiere Chiaia di Napoli, grazie anche al sostegno economico della famiglia Rothschild.

Il Novecento riportò però nuove difficoltà. Le leggi razziali del 1938 colpirono duramente la comunità ebraica locale; quattordici ebrei napoletani furono deportati nei campi di concentramento e a Campagna venne istituito un campo di internamento. Solo con l’arrivo delle forze alleate nel 1943 ebbe fine questa stagione di persecuzioni.

Negli anni successivi la vita ebraica tornò lentamente a rifiorire. Un segnale significativo arrivò nel 1971, quando la Federazione Giovanile Ebraica Italiana (FGEI) organizzò un campeggio sull’isola di Procida, offrendo ai giovani ebrei italiani un’occasione di incontro e condivisione in uno dei luoghi più suggestivi del Mediterraneo.

Accanto alla storia, sopravvive anche una tradizione gastronomica che racconta l’incontro tra cultura ebraica e cucina campana. Tra i piatti simbolo spicca la minestra maritata, preparata con carne bovina e verdure di stagione come scarola, cicoria e verza. A essa si affianca la minestra «co li selleri», nella quale il brodo di pollo si unisce a un pesto di sedano arricchito con uvetta e pinoli, ingredienti tipici della tradizione sefardita.

Oggi la Comunità Ebraica di Napoli rappresenta l’unica istituzione ebraica ufficialmente attiva in Campania e costituisce il principale punto di riferimento per l’ebraismo dell’Italia meridionale. Attraverso la sua attività vengono preservati archivi, biblioteche e luoghi di culto, mentre visite guidate, incontri culturali e iniziative di dialogo interreligioso contribuiscono a mantenere viva una presenza che affonda le proprie radici nell’antichità.

La storia degli ebrei campani dimostra come il patrimonio ebraico italiano non appartenga soltanto al passato, ma continui a essere una componente vitale della cultura nazionale. Conoscerlo e sostenerlo significa contribuire alla tutela di una memoria preziosa, destinata a parlare anche alle generazioni future.


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