Uno shabbat diverso dagli altri

shabbt

Lo shabbat è il giorno del riposo. Che tu sia lavoratore o studente, bambino o anziano, in Italia o in Israele, il settimo giorno della settimana hai il diritto e i dovere di fermarti e staccare la spina.
Usciamo dalla frenesia degli impegni giornalieri, riprendiamo fiato dopo una lunga e stancante corsa settimanale per godere della tranquillità dello shabbat. O almeno, così dovrebbe essere.
Sappiamo tutti quanto sia difficile permettersi il lusso di spegnere i computer e telefoni, non rispondere a mail e telefonate, non scrivere o prendere appunti, o anche solo non usare i mezzi per andare al tempio.
Insomma, tra coloro che non ne hanno intenzione, e coloro che vorrebbero ma non possono, sono ben poche le persone che osservano lo shabbat; e – come si sarà intuito – io non sono tra queste.

Eppure io so cosa sia per me lo shabbat.
Per motti anni, lo ammetto con dispiacere, ho vissuto questo giorno come un qualsiasi altro giorno della settimana. Ma da qualche tempo c’è stato qualcosa che mi ha dato una prospettiva diversa.
Ricordo quando due amiche, Ariela e Noemi, vennero da me per dirmi: “Che fai sabato? Nostra mamma organizza una seudà shlishit. Se ci sei, ci vediamo alle 17.00 a casa nostra”.
Non avevo idea di cosa fosse una seudà, e loro lo avevano probabilmente capito. “È una cosa molto informale: una breve lezione e merenda tutti insieme”. Si comincia a spargere la voce e con i ragazzi della comunità ci salutiamo dicendo “Ci vediamo sabato dalla Chiara!”.

Arriva shabbat e appena entro in casa di Chiara vedo già qualche ragazzo seduto sui divani a chiacchierare, qualcuno che aggiunge sedie e altri che aiutano Ariela e Noemi ad apparecchiare la tavola.
Il salotto è quasi riempito e arriva Chiara con dei libri, si mette gli occhiali e si siede per terra, sul tappeto.
Comincia a parlare della parashà della settimana.
L’atmosfera è distesa, ognuno si sente libero di fare domande, commenti, battute o semplicemente di stare in silenzio ad ascoltare. Qualche volta ci vengono poste domande a cui non sappiamo rispondere, altre volte tutti vogliamo esprimere il nostro parere, scatenando anche qualche fragorosa risata.
Finita la “lezione”, mangiamo qualcosa tutti insieme. Caffè, tè, dolci…Ovviamente in casa Coen non manca niente. Nel frattempo continuiamo a parlare tra noi, discutiamo del CGEF o di qualsiasi altra cosa. Qualcuno si affaccia sul terrazzo per vedere il tramonto. È allora il momento di fare havdalà.
(Impariamo e) cantiamo le berachot sul vino, sui profumi, sul fuoco e ci  auguriamo “shavua tov”.

Questo per me significa shabbat: condividere, imparare, trascorrere del tempo lontano dagli obblighi quotidiani per dedicarsi a qualcosa di costruttivo, personale e umano. Per qualche ora abbiamo la possibilità di smettere di correre. Ci sediamo, parliamo, discutiamo, mangiamo e ridiamo insieme.
Questo piacevole rito è stato finora per me il modo migliore di imparare qualcosa sull’ebraismo e, più in generale, su me stessa e sugli altri ragazzi della comunità.

Concordo con Chiara quando spiega che secondo lei il successo della seudà sia dovuto al fatto che si svolge nel salotto di una casa privata, senza insegnanti, dove un gruppo di persone si ritrova per parlare di Torà a prescindere da quanto ognuno ne sappia.
Io vorrei aggiungere che la tranquilla semplicità con cui la seudà si svolge nasconde una grande preparazione. Chiara riesce a trattare argomenti inerenti alla parashà settimanale trovando spunti per attualizzare, senza mai risultare monotona e ripetitiva, permettendo a ciascuno di intervenire ed esprimersi con la massima libertà.
Chissà se un giorno osserverò shabbat in tutte le sue regole… Intanto, ho comunque la bellissima sensazione di averne colto lo spirito.
Grazie e Shavua Tov!

Diletta Camerini