Una storia di resilienza: gli ebrei di Bengasi durante la Shoah

di Eitan Gean e Daniele Steinhaus
La presenza ebraica a Bengasi attraversa millenni di storia. Arrivati probabilmente in Libia dal vicino Egitto durante l’epoca tolemaica, gli ebrei si stabilirono nell’area, sopravvivendo alle occupazioni romana, spagnola e ottomana. Nel 1911 il primo ministro italiano Giovanni Giolitti dichiarò guerra ai turchi per ottenere il controllo della Libia, che presto divenne colonia d’Italia. Durante l’occupazione italiana gli ebrei di Bengasi vivevano in discrete condizioni. Prima della guerra vi erano almeno 3000 ebrei nella città. Le sinagoghe erano numerose e i negozi degli ebrei erano chiusi per lo Shabbat. Ma presto tutto cambiò. La promulgazione delle leggi razziali nel 1938 da parte del governo fascista raggiunse anche la Libia. Gli ebrei furono espulsi dalle scuole italiane e allontanati dagli impieghi pubblici. Chi si rifiutava di aprire i negozi il sabato veniva fustigato in pubblica piazza.
Il 1942 segnò l’inizio dello “sfollamento”, quando Mussolini decretò che gli ebrei di Bengasi venissero dispersi: i cittadini francesi furono deportati nei campi di concentramento in Algeria e Tunisia, mentre i cittadini inglesi furono internati nei campi di transito in Italia e da lì trasportati in Germania, a Bergen-Belsen e Dachau. I cittadini libici, invece, furono deportati nel famigerato campo di Giado, a 235 chilometri a sud di Tripoli.
Dei pochi ebrei che sopravvissero al crudele regime nazifascista in Libia, uno tra questi è Shlomo Gean, che ha deciso di raccontare ad HaTikwa la storia della sua famiglia.
Avraham e Ruth Gean: storia di una famiglia bengasina durante la Shoah
Shlomo Gean è il figlio di Ruth e Avraham Gean, ebrei libici di Bengasi. La loro storia attraversa la Libia coloniale, il nazifascismo, la guerra, la liberazione e l’Aliyah in Israele.
“Prima della guerra, la vita ebraica era intensa e organizzata attorno alla famiglia, al lavoro e alla sinagoga”, racconta Shlomo, ricordando le parole del padre. Lo Shabbat scandiva il tempo della comunità. Durante le festività ebraiche, i commercianti arabi fornivano tutti i beni necessari agli ebrei: durante Sukkot vendevano i materiali per la Sukkà e i melograni, a Pesach pecore e forni per cuocere le matzà. “Avraham e Ruth si conobbero a Bengasi. Ruth aveva una casa grande con una stanza in affitto. Avraham affittò quella stanza e fu così che si conobbero”. Avraham visse lì per otto anni e successivamente sposò Ruth nel 1939, nella sinagoga Talmud Torá. Dopo il matrimonio, la coppia si trasferì a Tripoli in un appartamento in affitto insieme alla madre di Avraham.
Circa sei mesi dopo, scoppiò la Seconda guerra mondiale e Tripoli fu bombardata. Un ordigno colpì fatalmente la casa di Avraham, uccidendo sette membri della sua famiglia. La difficile situazione sociale e familiare li spinse a lasciare Tripoli e a tornare a Bengasi. Poco dopo, quando la loro vita fu stravolta dalla proclamazione delle leggi razziali, anche la sinagoga smise di essere un luogo sicuro.
“Gli ebrei non erano più cittadini qualunque”, ricorda Shlomo. “Nacqui a Bengasi nel 1940 e dopo di me, mia sorella Tina nel 1942. Quando Tina aveva dieci giorni, le autorità italiane in Libia deportarono la nostra famiglia nel campo di Giado, dove rimanemmo per sei mesi”. A Giado le condizioni di vita erano durissime. Il campo era composto da baracche lunghe, recintate con filo spinato. Su una collina che dominava il campo era posizionata una mitragliatrice per sparare a vista a chiunque tentasse di fuggire. Le famiglie erano ammassate in luoghi ristretti, con scarsissima igiene. Il cibo consisteva in circa 100-150 grammi di pane al giorno e poche razioni settimanali. Le epidemie e la fame provocarono la morte di centinaia di deportati. Gli ufficiali del campo erano italiani e il trattamento era umiliante. “Non siamo qui per mantenervi, vi diamo questo cibo perché non vale la pena sprecare proiettili per voi”, fu detto a chi chiedeva più cibo. Nonostante tutto, gli ebrei cercarono di mantenere una forma di vita comunitaria, improvvisando una sinagoga e aiutandosi a vicenda.
Una mattina di gennaio 1943, pochi giorni prima dell’arrivo degli Alleati, tutti i prigionieri furono radunati davanti alle mitragliatrici. Il rabbino Joseph Gean, zio del padre di Avraham Gean, fu trascinato con forza e posto tra gli altri prigionieri. L’atmosfera era di terrore, ma l’ordine di sparare non arrivò mai. Poco dopo, infatti, le guardie lasciarono il campo e, con l’arrivo dei britannici, Giado fu liberato.
Shlomo e la sua famiglia tornarono a Bengasi, dove vissero nella casa dei genitori di Ruth. L’edificio confinava con due sinagoghe: una grande e una piccola. In un pogrom arabo, nel novembre del 1945, la sinagoga piccola fu bruciata. “Mio fratello minore Joseph aveva appena compiuto 10 mesi”, ricorda Shlomo.
Il ritorno a Bengasi non segnò mai un vero ritorno alla normalità. La proclamazione dello Stato di Israele, il 14 maggio 1948, rappresentò una speranza. Negli anni successivi, molti ebrei libici emigrarono nella terra dei loro avi. La sua famiglia non riuscì tuttavia a fuggire, trattenuta dalla burocrazia, da responsabilità familiari e dalla speranza che la situazione potesse migliorare. Solo all’inizio degli anni Sessanta la fuga diventò inevitabile. Le discriminazioni aumentarono, i passaporti furono invalidati, i beni confiscati. “Abbiamo capito che non c’era più futuro per noi”.
Durante Chanukkà del 1961 Shlomo e la sua famiglia lasciarono la Libia e tutti i loro averi. Da Bengasi si imbarcarono per Napoli, dove rimasero dieci giorni. Successivamente, l’Agenzia Ebraica li portò in treno a Roma e lo stesso giorno presero un aereo insieme ad altri emigrati dalla Romania, atterrando all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Solo Joseph, che era arrivato da solo in Italia qualche tempo prima, decise di non partire, concludendo le scuole superiori alla ORT di Milano. “In Israele ci attendevano nuove difficoltà, tra integrazione e discriminazioni, ma anche la possibilità di ricominciare. Non è stato facile”, conclude Shlomo.
Avraham e Ruth hanno avuto otto figli, ventitré nipoti e sessantadue bisnipoti. La risposta più forte a chi voleva cancellarli non è solo la memoria, ma la vita che continua.
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