Un lungo freddo: l’Urss di Vasilij Grossman e Bruno Pontecorvo

Vasilij Grossman
Vasilij Grossman

Vi sono periodi della storia che non sembrano lasciare spazio a ulteriori spiegazioni e altri che si impongono provvisoriamente in un modo e finiscono per essere riformulati in un altro. Alcuni, guardati con gli occhi di chi li vive, sono privi dell’oggettività storica che solo il tempo può dar loro e, se li si interroga a distanza di anni, rispondono a mezza bocca con quel fare un po’ vago e dinoccolato, quasi volessero dire qualcosa di più ma non riescono e, per vergogna, tacciono.

I quarant’anni che seguono la II guerra mondiale sono davvero così “freddi” o lo sono diventati a causa di una retrospettiva storica che li ha congelati? Dobbiamo svalutare anche quel che di buono sono riusciti, loro malgrado, a far emergere? Non rischiamo forse di cedere alla debolezza stessa della distorsione storica, da cui sono colpiti non di rado i contemporanei? Alcuni fiori sono sbocciati d’inverno e morti d’estate, hanno cambiato colore e quasi forma, superando le differenze e, talvolta, sintetizzandole. Così come i fiori esiste un’arte che nasce nel regime, da esso prende vita e pian piano se ne distacca. Mi chiedo se non sia proprio questa a presentarsi come la più piena e completa: ne conosce le differenze, se ne fa testimone e le trasforma in ricchezze.

"Vita e destino", di Vasilij Grossman

"Tutto scorre"

Vasilij Grossman ha fatto questo. È stato osservatore attento dei suoi tempi, li ha visti evolvere e ne ha analizzato il carattere. Nel lontano 1941, all’ombra di una tenda, scrive di soldati macilenti oramai stremati dall’offensiva tedesca ed esalta i sacrifici sofferti dai sovietici. Dopo questo – ma solo cronologicamente – c’è un Grossman più lucido e disincantato che, in dissidio con il regime dopo la campagna antisemita del 1949-1953, racconta il totalitarismo e le sue pene, la violenza e la lotta che i singoli affrontano per sottrarvisi, le enormi ambiguità e contraddizioni del “disgelo” cominciato dopo il 1956, una storia che non mi pare poi tanto distante da quella del nazismo.

"Il lungo freddo": la vicenda di Bruno Pontecorvo raccontata da Miriam Mafai

Accanto a Grossman vi sono stati altri, come il fisico Bruno Pontecorvo, che volontariamente hanno scelto di prendere la via che lo avrebbe portato a vivere nella città di Dubna dove risiedeva l’aristocrazia della fisica sovietica e in cui gli viene affidata la direzione della divisione di Fisica sperimentale del Laboratorio dei Problemi Nucleari. La scelta dell’esilio risiede in motivazioni fortemente ideologiche che lo portano a scagliarsi contro un’America considerata troppo aggressiva nei confronti di una Unione Sovietica “ fin troppo pacifista”. Per molti anni gli è impossibile tornare in Italia, vi riesce solo nel 1978 e si trasferisce a Roma qualche anno dopo. Sono anni difficili per Pontecorvo che, fin dalla permanenza a Parigi, si nutre di ideali comunisti e che ora si ritrova a doverli mettere in discussione. Alla domanda che la giornalista Miriam Mafai gli pone se si fosse pentito di aver intrapreso quel percorso egli risponde di aver pensato molto ma di non esser giunto ad alcuna risposta. Fatto sta che nel 1993 decide di tornare nella sua seconda patria dove morirà a breve.

Vi sono persone che nascono sotto un regime e altre che vi si imbattono per volontà propria. Le riflessioni che la questione pone sono varie: si richiede un’analisi più accorta del presente e del passato, degli effetti che le scelte procurano e l’esigenza di non cedere a un’ottica che risulta fin troppo incantata. Ad esse segue una critica attenta all’approccio adottato nel difendere l’ideale perseguito. È giusto trascurare il dispiegarsi dei fatti storici a favore della causa difesa o risulta necessario cedere loro il passo chinando la testa?

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza
Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza