Umberto Terracini: dalle radici ebraiche alla firma della Costituzione

di Gadiel Mieli
Ci sono firme che cambiano il destino di una nazione. Quella apposta da Umberto Terracini il 22 dicembre 1947 in calce alla Costituzione italiana è senza dubbio una di queste. Eppure, oggi che l’Italia celebra l’ottantesimo anniversario del 2 giugno 1946, ridurlo a una semplice icona istituzionale sarebbe un errore. La biografia di Terracini, Presidente dell’Assemblea Costituente, racconta la storia di un intellettuale rigoroso, caratterizzato da una forte eterodossia politica e da un legame profondo, seppur prevalentemente culturale, con le sue radici ebraiche.
Nato a Genova nel 1895 da una famiglia ebraica di origini piemontesi, Terracini si formò culturalmente e politicamente a Torino. Fu lì che si laureò in giurisprudenza e, nel 1919, fondò insieme ad Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti la rivista “L’Ordine Nuovo”, l’incubatore che nel 1921 avrebbe portato alla nascita del Partito Comunista d’Italia. Ma l’avvento del fascismo interruppe bruscamente la sua corsa: nel 1926 venne condannato dal Tribunale Speciale a quasi 23 anni di prigione. Ne scontò diciassette, un’eternità passata a fare la spola tra diverse carceri e le isole di confino di Ponza e Ventotene.
Proprio durante gli anni del confino emerse l’intransigente indipendenza di pensiero che lo avrebbe contraddistinto per tutta la vita. Il 10 novembre 1939, Terracini prese una posizione di netta e solitaria condanna nei confronti del patto Molotov-Ribbentrop, l’accordo di non aggressione tra l’Unione Sovietica stalinista e la Germania nazista. Mentre i vertici del PCI scelsero l’allineamento alle direttive di Mosca, Terracini rifiutò quelle logiche per motivi politici e morali. La sua critica aperta gli costò un duro isolamento e la rottura con gran parte della dirigenza comunista presente al confino, tra cui Mauro Scoccimarro e Pietro Secchia. Sarebbe stato reintegrato nel partito soltanto nel 1944, nel pieno della Resistenza.
In questo rigore etico, le sue origini ebraiche rappresentarono un elemento significativo della sua formazione culturale. Pur definendosi ateo, Terracini mantenne sempre un forte legame con la propria identità familiare e storica. L’appartenenza a una minoranza che aveva conosciuto, nel corso dei secoli, discriminazioni ed esclusioni contribuì probabilmente a rafforzare la sua attenzione per i temi dell’uguaglianza, delle libertà civili e della tutela dei diritti.
Questa visione si tradusse, durante i lavori della Costituente, in una difesa inflessibile della laicità dello Stato. Terracini fu uno dei più fermi oppositori dell’inserimento dei Patti Lateranensi nell’Articolo 7 della Costituzione. Si trattò di una scelta in forte controtendenza rispetto alla linea di compromesso adottata dal segretario del suo stesso partito, Togliatti. Terracini riteneva infatti che uno Stato democratico dovesse garantire piena uguaglianza tra le confessioni religiose e guardava con forte criticità all’inserimento dei Patti Lateranensi nella Carta costituzionale.
Nonostante la fermezza delle sue idee, quando nel 1947 succedette a Giuseppe Saragat alla presidenza dell’Assemblea Costituente, Terracini dimostrò una straordinaria capacità di mediazione. Gestì un’aula politicamente frammentata e tesa, già attraversata dai primi venti della Guerra Fredda, garantendo quell’equilibrio istituzionale che rese possibile l’accordo storico tra l’anima marxista, quella cattolica e quella liberal-democratica.
Oggi, a distanza di esattamente ottant’anni da quel referendum che istituì la Repubblica e diede vita alla Costituente, celebrare la nascita della nostra democrazia significa ricordare l’indipendenza di un leader scomparso a Roma nel 1983, capace di unire il Paese sotto le regole della convivenza democratica senza mai rinunciare ai propri principi. La storia di Terracini dimostra come la memoria delle persecuzioni e delle discriminazioni possa trasformarsi in energia democratica e come il rispetto delle differenze possa diventare un fondamento dell’universalismo repubblicano. Ricordarlo oggi non è un semplice esercizio di memoria istituzionale, ma un vero e proprio passaggio di testimone: sta alle generazioni più giovani raccogliere quell’intransigenza morale e continuare a percorrere, con lo stesso rigore civile, la strada della libertà.
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