Tishà Beav, il giorno più triste del calendario ebraico

di Sara Menascì
Ogni 9 del mese di AV, il popolo ebraico si raccoglie in una giornata interamente dedicata alla memoria e al lutto: Tishà beAv, la data più dolorosa dell’intero calendario, dietro cui si cela una lunga scia di tragedie che hanno segnato la storia e l’anima collettiva del popolo. Secondo la tradizione, tutto ebbe inizio oltre tremila anni fa, quando gli Israeliti, guidati da Mosè nel deserto, rifiutarono di entrare nella Terra Promessa a causa dei negativi resoconti forniti dagli esploratori. Quel gesto, considerato una mancanza di fiducia verso il Signore, costò loro quarant’anni di vagabondaggio nel deserto. Ma è soprattutto la distruzione del Tempio di Gerusalemme, avvenuta la prima volta proprio 9 di Av 423 AEV per mano dei Babilonesi e la seconda nel 70 E.V. a opera dei Romani, a consacrare questa data come simbolo di dolore collettivo. Non fu soltanto la perdita fisica di due luoghi sacri, ma l’inizio di un lungo esilio, materiale e spirituale, che avrebbe profondamente plasmato l’identità ebraica.
Nel corso dei secoli, la storia ha continuato ad accanirsi con inquietante puntualità sul 9 di Av. In questo stesso giorno furono massacrati gli ebrei della città di Betar, al termine della rivolta di Bar Kochvà (133 E.V.); nel 1290, gli ebrei vennero espulsi dall’Inghilterra, mentre nel 1492 accadde in Spagna. Una memoria dolorosa che si ripete, con precisione e persistenza, in una data che sembra custodire una ferita aperta.
Tishà beAv è un giorno di digiuno completo, che inizia al tramonto dell’8 di Av e si conclude la sera successiva. In queste ore è proibito mangiare, bere, lavarsi, indossare calzature in pelle, usare profumi o cosmetici, avere rapporti intimi e persino studiare testi sacri, fatta eccezione per quelli che trattano la distruzione, il lutto e la sofferenza. La sinagoga si veste di dolore, mentre si leggono le Lamentazioni (Echà) in un’atmosfera spoglia e raccolta. I fedeli siedono su sgabelli bassi, come chi è in lutto, e si astengono da ogni forma di svago. Le Kinòt, elegie liturgiche composte nei secoli, ripercorrono i momenti più tragici della storia ebraica, dall’antichità alla modernità. Anche nella preghiera del mattino si rinuncia ai simboli identitari per eccellenza, tallìt e tefillìn, che vengono indossati soltanto nel pomeriggio, a segnare una ripresa graduale, quasi esitante, della speranza.
Alla vigilia del digiuno si consuma un pasto frugale, la se’udà hamafseket, tradizionalmente a base di un uovo sodo intinto nella cenere. È un momento solitario, silenzioso, simbolico. In questo giorno la memoria non è solo intellettuale, ma è un’esperienza incarnata, che coinvolge il corpo e lo spirito. Eppure, Tishà beAv non è solo tristezza. Il Libro delle Lamentazioni, letto nella notte del digiuno, si chiude con una supplica:
“Riportaci a Te, o Signore, e ritorneremo.
Rinnova i nostri giorni come un tempo.”
Secondo la tradizione mistica, proprio in questo giorno nascerà il Maschiàch – il Messia – simbolo di redenzione e speranza. È per questo che le Scritture definiscono Tishà beAv un giorno di moed, un “appuntamento sacro”, al pari delle festività. Un paradosso che riflette l’essenza del pensiero ebraico: anche nella rottura più dolorosa può nascondersi un germe di rinascita. In un mondo che corre, che brucia il tempo e l’attenzione, Tishà beAv è un invito a fermarsi. A ricordare, certo. Ma anche a riflettere sulle rovine, non solo quelle del passato, ma anche quelle del presente: spirituali, relazionali, civili. Non occorre essere ebrei per percepire il peso simbolico di un giorno che chiama alla consapevolezza.
Perché Tishà beAv non è solo un giorno per digiunare. È un giorno per guardare in faccia la fragilità. E, da lì, ricominciare a costruire.




