Tikvah, la lezione di speranza del Festival di Cultura Ebraica

di Dario Saralvo
Si è svolto ieri sera l’inizio della XIX edizione del Festival di Cultura Ebraica Nazionale presso il Palazzo della Cultura, nel quartiere ebraico di Roma. La parola chiave scelta per quest’anno è stata Tikvah, termine ebraico che significa “speranza”. Un concetto che, come hanno ricordato gli organizzatori Ariela Piattelli, Raffaella Spizzichino e Marco Panella, nella tradizione ebraica non rappresenta soltanto un sentimento rivolto al futuro, ma una tensione capace di spingere l’uomo oltre il presente.
Ad aprire la serata sono stati i saluti istituzionali. Il sindaco di Roma Roberto Gualtieri ha sottolineato il contributo della comunità ebraica alla vita culturale della Capitale e l’importanza del dialogo tra culture diverse. Il presidente della Comunità Ebraica di Roma Victor Fadlun ha ricordato come la speranza abbia accompagnato il popolo ebraico attraverso secoli di persecuzioni e difficoltà, mentre la presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Livia Ottolenghi, ha espresso preoccupazione per i recenti episodi di antisemitismo, richiamando la necessità di contrastare ogni forma di odio e discriminazione. Sul piano internazionale, l’ambasciatore d’Israele Jonathan Peled ha richiamato il valore delle parole shalom e tikvah (pace e speranza) come elementi fondamentali per costruire un futuro di stabilità.
Tra i momenti più significativi della serata vi è stato il dialogo “Difendiamo le parole” tra Maurizio Molinari ed Erri De Luca. I due intellettuali hanno riflettuto sul ruolo del linguaggio in un’epoca caratterizzata dalla diffusione delle fake news e dalla crescente aggressività del dibattito pubblico. De Luca ha sottolineato come le parole debbano essere utilizzate con la stessa cura con cui un artigiano sceglie i propri strumenti, arricchendo la discussione con ricordi personali e riflessioni sulla memoria, sull’esperienza della guerra e sulla responsabilità individuale.
La serata è poi proseguita con l’inaugurazione della mostra “Exodus”. Le navi della speranza, composta da diciotto immagini provenienti dall’Archivio di Gerusalemme. Le fotografie raccontano il dolore, l’esilio e la volontà di rinascita che hanno accompagnato il popolo ebraico nel corso della sua storia. Il tema del futuro è stato invece al centro dell’incontro dedicato a cultura e innovazione, che ha visto confrontarsi Roberto Gualtieri, Enrico Vanzina e Maurizio Molinari sul rapporto tra identità storica e sviluppo della città di Roma.
A chiudere l’evento sono stati Yarona Pinhas e Raffaele Morelli, che hanno riflettuto sul significato della Hatikvà, l’inno nazionale israeliano. Nel corso dei secoli della diaspora, la speranza non è stata soltanto una consolazione, ma una forza capace di mantenere vivo il senso di appartenenza di un popolo disperso tra le nazioni.
È proprio questo il messaggio che sembra emergere dal festival: la speranza non come attesa passiva, ma come capacità di costruire il futuro senza perdere il legame con la memoria. In un periodo segnato da conflitti e incertezze, la Tikvah continua così a rappresentare uno dei pilastri dell’esperienza e dell’identità ebraica.
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