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Consiglio UGEIUGEI17 Marzo 2019
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HaTikwà (F.Tedeschi) – Caro amico, in riferimento al tuo articolo pubblicato per Pagine Ebraiche, ho una proposta per te: entrambi siamo “evidentemente” stufi della religione del nostro popolo: è ingombrante, con troppi precetti, troppo arretrata, la legittimità di articolare pensieri profondi viene concessa solo ai rabbini che hanno studiato per anni e ogni volta che proviamo ad esprimerci sullo stesso piano veniamo tacciati di inopportunità o persino di ignoranza, proprio noi che siamo laureati ed umanisti (sic!). Sai che c’è? Fondiamo una nostra nuova religione. Andiamocene via sbattendo la porta perché non vogliamo aver nulla a che fare con questi fondamentalisti. Ovviamente non buttiamo via tutto dalla nostra esperienza di vita precedente: ci sono tante cose dell’ebraismo per cui comunque andiamo matti come ad esempio il Klezmer, o leggere la Torah (ma solo interpretandola in maniera esclusivamente personale), teniamo anche la Tefillah, ma magari togliamo qualche pezzo noioso o spinoso e qualche pezzo lo facciamo in italiano, magari un po’ pop, così le preghiere saranno veramente partecipate. Però una cosa cambiamola radicalmente: invece di pregare rivolti verso Gerusalemme, verso quel muro che come sai è sempre molto affollato e su cui spesso si finisce per litigare, prendiamoci come luogo sacro Roma, anzi la Basilica di San Pietro, che con quel suo bel baldacchino dell’altar papale ci ricorda tanto la Tevah tipica delle nostre sinagoghe piemontesi. Nessuno vorrà forse negare le inscindibili relazioni plurisecolari che legano ovviamente il nostro Popolo con la Santa Sede.

Ovviamente sarebbe bello se i fedeli della nostra nuova religione andassero tutti i giorni, ma in particolare domenica, a celebrare i nostri gioiosi riti sotto, per esempio, la Pietà del Michelangelo indossando Talled e Tefillin. Sicuramente il Papa ne sarà felicissimo e le miriadi di turisti, pellegrini e fedeli nel vederci lì fare i nostri riti non ci percepirà come fuori luogo. Certo, sicuramente la maggior parte dei fedeli di quel luogo non sarà violenta con noi come quei vergognosi, deplorevoli, violenti (chiedo un aiuto dal pubblico per trovare altri aggettivi) Charedim del Kotel. Magari semplicemente saremo scortati di peso fuori dalla gendarmeria vaticana, ma noi siamo testardi e non demorderemo: San Pietro e anche nostra e di certo non ci accontenteremo neanche se ci dessero una navatina laterale. Noi vogliamo per forza l’altare maggiore la domenica mattina. Il cristianesimo ha rinunciato a tantissime delle sue regole in passato, perché non dovrebbe farlo anche questa volta? Caro amico, fai bene a condannare quelle violenze, dobbiamo farlo tutti. La violenza però non è una questione soltanto fisica, c’è anche la violenza verbale, c’è il bullismo, c’è ad esempio anche la provocazione continua e martellante che cerca di far passare per normale ed accettabile ciò che accettabile non è. Entrare in una nostra comunità con un panino al prosciutto, anche se a casa nostra siamo abituati a consumarlo, è un atto offensivo ed il battersi perché questo diventi invece legittimo in nome della nostra libertà personale è comunque, in fin dei conti, un atteggiamento violento.

Andare al Kotel e compiere pubblicamente atti contrari alla Halachà è allo stesso modo un atto violento e per alcuni profondamente offensivo. E attenzione: questo vale indipendentemente da quale sia la tua religione nel momento in cui lo fai in piena coscienza delle regole di quel luogo. Quella del Kotel è tutto sommato una battaglia in cui si ripropongono i soliti schemi della manifestazione politica: si protesta a testa alta facendo assai rumore e alla prima reazione della polizia, dei charedim o dell’esercito, si passa alla fase vittimistica per denigrare l’avversario. Un po’ come certa propaganda palestinese che entrambi contrastiamo. Io non ho mai apprezzato questa strategia della lotta politica: per me, se credo fortemente in quella battaglia e se sono io a provocarla compiendo un gesto politico, ogni spintone, ogni arresto deve essere considerato una medaglia al valore nella mia lotta.


Consiglio UGEIUGEI15 Marzo 2019
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HaTikwa (D. Coen)Non capita tutti i giorni di ricevere a casa il primo ministro del tuo Paese. Ebbene sì, a mio fratello e a me, è successo. Era un giorno come tutti gli altri: università e lavoro, quando ad un certo punto ricevo una chiamata da mio padre, che mi è venuto a trovare dall’Italia, per dirmi che devo annullare tutti gli impegni e non far venire a casa nessuno nelle prossime ore. Nella mia mente iniziano a viaggiare un sacco di idee. Comincio a domandarmi cosa possa essere successo e, quindi, di corsa torno a casa. Dopo qualche minuto bussano alla porta, Benjamin Netanyahu, il Primo Ministro dello Stato di Israele, è fuori dalla porta di casa con due deputati della Knesset ed una scatola di cioccolatini. Entrano e ci sediamo introno al tavolo, emozionati iniziamo a parlare di politica e di Israele.

Molti possono pensare che sia stato soltanto una farsa mediatica per ricevere più voti in prossimità delle elezioni, forse è così, ma mio fratello ed io abbiamo avuto modo di parlare direttamente con lui su argomenti importanti ed attuali. Abbiamo condiviso con lui la nostra esperienza di Olyim Hadashim e gli abbiamo spiegato cosa secondo noi si può ancora migliorare in tutto questo delicato processo. In poche parole, un modo per confrontarci e cercare di cambiare qualcosa. Benjamin Netanyahu è una persona simpatica, con un alto senso dell’umorismo, con un tono di voce profondo e diretto.

Insieme abbiamo discusso dei maggiori cambiamenti che Israele ha avuto negli ultimi vent’anni, in ambito economico e di relazioni estere. Un’economia che ha raggiunto il Giappone, con le tasse che si sono abbassate di quasi la metà per favorire la creazione della Startup Nation, per dare la possibilità ai giovani di iniziare la propria carriera e mettersi in gioco. Israele ormai è leader, non soltanto nel campo economico, ma anche nelle relazioni internazionali, negli addestramenti militari comuni con Italia, Francia, America, Grecia e non solo. Israele ha aperto relazioni con molti Paesi africani ed arabi (sunniti musulmani) così come si è ben distinta per gli aiuti umanitari in Paesi colpiti da disastri naturali. Israele, insomma, da piccolo e povero Paese del Medio Oriente ad una delle potenze nel mondo in tutti gli ambiti. Dopo quasi un’ora di discussioni purtroppo ci siamo dovuti salutare, ma con una sua promessa a me e ai miei amici della marina: il prossimo incontro, tutti insieme con Benjamin Netanyahu nei suoi uffici a Gerusalemme.


Consiglio UGEIUGEI14 Marzo 2019
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HaTikwà (N.Greppi) – Serata entusiasmante quella del primo marzo, quando il cantautore israeliano Idan Raichel si è esibito da solista davanti a un pubblico in trepidante attesa nel locale Blue Note di Milano. Raichel, 41 anni, è diventato famoso grazie al suo The Idan Raichel Project, un progetto che mescola il jazz con altri generi, e in particolare includendo lavori di musicisti stranieri in tante lingue diverse. Inoltre, in passato egli ha collaborato con artisti italiani di grande successo come Mina e Adriano Celentano.

Nonostante abbia già cantato numerose volte nei teatri milanesi, e si è da tempo tagliato i capelli rasta che portava da giovane, appena è salito sul palco il pubblico lo ha acclamato come se fosse venuto per la prima volta. Una volta salito sul palco e sedutosi al pianoforte, ha cominciato con due brani leggeri, ma è solo quando ha iniziato a suonare Shiriot Shel HaHaim che sono partiti numerosi applausi da parte dei suoi fan. La serata è proseguita con altri brani di successo come Halomoth Shel Acherim e Ruv HaShaot, e alternando in alcuni casi il pianoforte e le percussioni. Il successo è stato tale che il pubblico gli chiede più volte il bis della stessa canzone.

A metà dell’esibizione Raichel si è rivolto al pubblico dicendo che è sempre un piacere per lui tornare a Milano. Ha fatto notare che oltre agli strumenti normali due giocattoli delle sue due figlie per creare suoni alternativi, e ha raccontato che di recente ha mostrato alla più piccola una foto di quando era giovane e portava i rasta, al che lei gli disse che sembrava una scimmia. Proprio alla figlia ha dedicato l’ultimo brano della serata, Ve’im Tavòi Elay (che è anche il nome del suo ultimo album), seguito da un “Thank you Milano. Thank you, and goodnight.” La sua uscita di scena è stata seguita da innumerevoli applausi.


Consiglio UGEIUGEI13 Marzo 2019
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HaTikwà (G.Santoro) La parola Ashrei è l’inizio del libro dei Salmi e una parola di centrale importanza nelle nostre preghiere quotidiane. A questo proposito, il Tanach, tratta della gioia, la Simchà, diversa dalla felicità. La felicità è qualcosa che puoi sentire individualmente mentre la gioia, nel testo biblico, è qualcosa da condividere col prossimo. Lo scrittore Robert Louis Stevenson diceva “Cerca dove risiede la gioia e dalle una voce da dove possa cantare. Perché se manca la gioia manca tutto”.

Con l’UGEI a Verona, 27 giovani ebrei da tutta Italia hanno sperimentato la gioia dello Shabbat vivendo intensamente un weekend ricco di spunti e riflessioni in compagnia del rabbino Yosef Labi. L’importanza di questi incontri sta nel fatto di creare un’atmosfera energica e positiva nella quale il confronto ed il dialogo tra i singoli è molto importante. Ho avuto l’opportunità di conoscere altri ambienti ebraici italiani ed i diversi modi di vivere lo shabbat secondo vari minhahgim. Tornando al concetto di gioia, è emerso come sia difficile, in questo periodo “buio”, provare un tale sentimento. Dolore, tristezza, rabbia, risentimento, invidia, paura: queste sono le emozioni negative che oscurano la nostra visione, portandoci a riflessioni profonde ed a volte ad un senso di estraniamento dal mondo che ci circonda. La chiave di tutto? Forse sta proprio nel creare situazioni analoghe allo Shabbaton vissuto a Verona in quanto ritengo molto importante creare ambiti ebraici giovanili favorendo il dialogo aperto tra i singoli e la condivisione del loro modo di vivere l’ebraismo.

Si impara molto, si fanno crescite personali e ci sono anche momenti di dibattito nei quali ci si esprime apertamente su tematiche che riguardano la nostra quotidianità in quanto giovani ebrei. Colgo l’occasione per ringraziare l’Ugei, i consiglieri, la presidentessa e tutti coloro che ogni giorno lavorano per favorire questi bellissimi e gioiosi incontri.


Consiglio UGEIUGEI11 Marzo 2019
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HaTikwà (L.Clementi)Un derby. Antisemitismo. La notizia non é nuova, ha soltanto cambiato ubicazione. Un tifoso dell’Union Berlino, dopo il match contro i cugini dell’Ingolstadt, ha twittato che il loro capitano, l’israeliano Almog Cohen, “dovrebbe sparire nelle camere”, riferendosi all’orribile metodo di uccisione sistematica perpetrato dai nazisti nei confronti degli ebrei negli anni quaranta. Il tweet è stato pubblicato dopo che Cohen ha ricevuto un cartellino rosso durante la partita di venerdì nella capitale tedesca.

La notizia ha suscitato inevitabilmente le dichiarazioni delle autorità israeliane: Emmanuel Nahshon, il portavoce del Ministro degli Esteri, si dice “scioccato”, aspettandosi “una ferma azione contro il responsabile da parte delle autorità tedesche”, mentre l’Ambasciatore israeliano in Germania Jeremy Issacharoff ha twittato “Almog, non sarai mai solo!”. Anche il Presidente della stessa Union ha pubblicamente difeso Cohen con un comunicato. Il centrocampista ha risposto con un tweet: “Prima di tutto vorrei ringraziarvi, grazie per il supporto infinito. Un ringraziamento speciale va al mio club, che mi supporta e mi rafforza in ogni occasione. Così fa anche il tweet antisemita: mi rafforza solamente. Sono orgoglioso di essere ebreo e di esserlo nel modo in cui sono cresciuto. Sono orgoglioso di sentire un senso di shlichut ogni volta che entro in campo per rappresentare la mia squadra. Come capitano della mia squadra e come giocatore della Nazionale israeliana farò di tutto per continuare a rappresentarti con rispetto”

Purtroppo la notizia dimostra un aumento preoccupante dell’antisemitismo in Germania, ma é anche la prova evidente del fatto che l’odio e le offese nei confronti degli ebrei sono all’ordine del giorno in tutte le tifoserie. La polizia tedesca ha registrato 1.646 reati motivati ​​dall’odio contro gli ebrei lo scorso anno, un aumento di quasi il 10% e il livello più alto in un decennio. Tra questi ci sono 62 reati violenti, contro i 37 del 2017. Destra, sinistra, poco importa. Quando si tratta dell’ebreo o dell’israeliano l’argomento in comune si trova sempre.

Un po’ come è accaduto recentemente a Roma: Forza Nuova, strema destra, ha manifestato a sostegno della Palestina contro “l’occupazione israeliana”. Un po’ come certa sinistra il 25 aprile, e su Twitter sono esplose dichiarazioni come “ebrei fuori dalla Palestina, giudei fuori dall’Europa”. Non si sa bene quale sia il posto di questi ebrei. Né dentro né fuori. E così anche nel calcio: chissà quale squadra dovranno mai tifare. Romanista ebreo, ma anche laziale, interista, milanista, juventino, viola. Un po’ tutti ebrei, un po’ tutti Anna Frank. Non sono citazioni a caso: in tutti questi casi c’è stato o c’è un coro o uno striscione che accusa gli avversari di essere degli ebrei. Eran Zahavi a Palermo? Sul web è stato scritto l’indicibile. Eyal Golasa alla Lazio? I tifosi si sono ampiamente espressi sulle pagine Facebook. E menomale che il trasferimento non si è concluso del tutto. Le campagne di sensibilizzazione sul tema stanno miseramente fallendo, quantomeno in Italia: molti esponenti delle tifoserie sono ben addentrati all’interno di movimenti di estrema destra ed estrema sinistra, e finché non fa clamore, si lascia scivolare il coro o lo striscione del dimenticatoio, in attesa che un bambino, influenzato dal padre o dal vicino di seggiolino, canti “giallorosso ebreo”, per ricominciare il cerchio.

Ad Almog Cohen va il nostro sostegno incondizionato, ma soprattutto la nostra più profonda comprensione: il tifoso ebreo sa bene cosa significa sentirsi estraneo in casa propria, e fino a che ci sarà un solo giocatore ebreo o israeliano offeso per l’unica colpa di esser tale, Almog Cohen non sarà mai solo.