Torino

Consiglio UGEIConsiglio UGEI1 novembre 2018
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Anno ebraico 5779, un nuovo anno che inizia carico di cambiamenti, soprattutto per quanto riguarda i giovani della Comunità di Torino.

I ragazzi crescono e alcuni partono per intraprendere nuove avventure, quelli che rimangono sono pronti ad assumersi nuove responsabilità. Andiamo con ordine, infatti quest’anno ci sono novità per entrambi i gruppi giovanili presenti a Torino: l’Hashomer Hatzair, movimento giovanile mondiale, che coinvolge i giovanissimi under 18, ed il GET, che interessa i giovani dai 18 ai 35 anni. Per quanto riguarda l’Hashomer, come ogni anno i più grandi hanno concluso il loro percorso e hanno lasciato il movimento dando spazio ai nuovi madrichim (guide, educatori). Quest’anno infatti, insieme ai ragazzi della classe 2001, hanno assunto il ruolo di educatori anche i ragazzi del 2002, che si sono integrati senza problemi nella Bogrut (gruppo di adulti), ora formata da dieci membri (la più numerosa degli ultimi trent’anni). Ogni settimana continuano a creare e sviluppare attività innovative che coinvolgono circa trenta bambini della scuola ebraica e non solo. Alla Bogrut si è inoltre aggiunta Beatrice (tornata da otto mesi di Shnat Hachshara, anno di formazione, in Israele con il movimento mondiale), pronta, grazie a questa esperienza, a continuare il percorso educativo dei madrichim stessi.

Oltre all’Hashomer Hatzair è presente a Torino, come abbiamo scritto, un’altra organizzazione giovanile, il GET (gruppo di Giovani Ebrei Torinesi), che interessa la fascia di ragazzi tra i 18 ed i 35 anni. Anche il GET è stato interessato da alcuni cambiamenti. Gli storici coordinatori di questo gruppo, Simone Santoro e Filippo Tedeschi, hanno infatti avuto l’occasione di continuare la propria esperienza di studio fuori Torino. Prima di partire, però, Simone ha creato un gruppo di ragazzi che potesse continuare a occuparsi del GET. Il nuovo consiglio è adesso composto da Daniele Saroglia, in qualità di coordinatore, affiancato da Giorgio Berruto, Simone Israel, Alessandro Lovisolo, Rachele Tedeschi, Noemi Anau Montel, Chiara Levi e Beatrice Hirsch. Una volta assunto il nuovo ruolo, agli inizi di ottobre, il consiglio si è messo subito all’opera e ha ideato nuove attività con l’intento primario di avvicinare i giovani, sempre più distanti dall’ebraismo italiano e torinese, e creare un gruppo eterogeneo e compatto, che possa in futuro portare positivi cambiamenti all’interno della comunità. In programma ci sono cene di Shabbath, serate di cineforum, feste, aperitivi, incontri e discussioni su argomenti di attualità e temi ebraici, un’alternanza di momenti seri e divertenti che si spera coinvolgeranno il maggior numero di ragazzi possibile.

Con il GET collabora anche un numeroso gruppo di studenti israeliani che vivono a Torino e che partecipano alle attività portando un contributo essenziale alla vitalità e creatività dell’organizzazione. Si è creato un gruppo di ragazzi entusiasti e intraprendenti, carichi di iniziative e voglia di fare. Speriamo di riuscire a lanciare un messaggio forte e coeso, di essere ascoltati, presi in considerazione e dare il nostro contributo. Crediamo che sia fondamentale che la comunità dia la giusta importanza alla presenza giovanile al proprio interno, senza darla per scontata, con disponibilità a collaborare. Solo in questo modo la comunità ebraica di Torino può conservare la speranza di avere un futuro.

Noi ce la stiamo mettendo tutta.

Chiara Levi e Beatrice Hirsch


Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 aprile 2018
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“Il fascismo non esiste perché Israele alleato dell’Europa non spara con i cecchini ai palestinesi”, scandisce sarcasticamente tale Leonardo Baroni, “rappresentante dei giovani antifascisti”, sul palco che a Torino celebra il 25 aprile. A simili amenità ormai ci stiamo abituando, direbbe qualcuno. E non si può dire che l’uscita non fosse nell’aria, perché Baroni, che gli organizzatori della manifestazione hanno piazzato sul palco, ha tenuto per una decina di minuti una lunga arringa nel perfetto stile dell’insalata mista. Nella scodella del fascismo ha versato un po’ di tutto: da Minniti a Casa Pound, dalle tensioni al confine francese alle differenze di genere, dall’assenza di corridoi umanitari alla “repressione del movimento No Tav”, dal lavoro per chi non ce l’ha a quello mal pagato di chi consegna pizze a domicilio, dall’omofobia a piazza Fontana, l’Italicus, la stazione di Bologna e l’anarchico Pinelli. E, naturalmente, Israele che spara con i suoi cecchini.

E prima? Prima c’era stata la bella marcia con le fiaccole di duemila persone da piazza Arbarello a piazza Castello, con la consueta consistente presenza della Comunità ebraica. C’era stata la solita ventina di fanatici a margine del corteo che, con bandiere e striscioni di odio, sostengono esplicitamente le medesime posizioni dei terroristi arabi palestinesi. C’erano le istituzioni, con la sindaca Chiara Appendino che però se ne è tranquillamente andata subito dopo la fiaccolata, prima che cominciassero i discorsi delle autorità. Prima c’era stato, soprattutto, l’intervento di Bruno Segre, classe 1918, che con un breve e vibrante discorso ha messo in guardia dagli “analfabeti della democrazia e i nostalgici della dittatura” e ha concluso citando “La resistibile ascesa di Arturo Ui” di Bertolt Brecht: “il grembo da cui nacque il mostro è ancor fecondo”.

E dopo? Dopo c’è ancora stato tempo per assistere all’incredibile villania di coloro che spesso troppo bonariamente vengono definiti “antagonisti”, che hanno intonato “Bella ciao” durante l’inno nazionale e slogan sulla Resistenza durante “Bella ciao”.

Ma torniamo all’insalata mista e ai cecchini israeliani. Leonardo Baroni è certamente libero di pensare quello che preferisce, come sono libero io di definire le sue parole una sequenza di ignobili mascalzonate che sbiadiscono l’identità del fascismo e dell’antifascismo, per non dir niente della criminalizzazione di Israele. Sarei più interessato a sentire che cosa ne pensano gli organizzatori, Anpi in testa, della bella prova di eloquio del virgulto antifascista a cui è stato offerto di diventare voce del 25 aprile cittadino. Chiedo loro, semplicemente e sommessamente, spiegazioni. Perché è stato un 25 aprile umiliante e, su questo non ho dubbi, non solo per me. Questo non significa che sia disposto a rinunciare alla festa della Liberazione: fra un anno sarò di nuovo qui, ne sono certo, con molti ebrei torinesi. Con la speranza, a dire il vero abbastanza flebile, che nel frattempo l’Anpi risponda.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI20 aprile 2018
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Il 16 gennaio 1916, nell’aula magna dell’Università di Padova, il senatore Vittorio Polacco e il deputato Salvatore Barzilai intervengono per commemorare Giacomo Venezian, professore universitario caduto presso San Martino del Carso. Giacomo Venezian era ebreo triestino, convinto interventista prima del 24 maggio e volontario nell’esercito italiano dopo, dunque traditore agli occhi di chi allora governava la sua città. Anche Salvatore Barzilai e Vittorio Polacco sono ebrei. Eppure nei loro discorsi non si trova un solo cenno all’identità ebraica di Venezian. È solo un episodio, eppure è rappresentativo del sentire di tanti ebrei italiani, che partecipano alla Grande Guerra come italiani, non come ebrei e anzi, non di rado, nascondo di essere ebrei per essere come gli altri, tra gli altri, sul sottile confine tra integrazione e assimilazione.

Giacomo Venezian

Fino a qui niente di troppo strano, eppure bisogna fare i conti con i numeri. E i numeri dicono che tanti ebrei partecipano al conflitto da volontari, e tantissimi, in proporzione, sono gli ufficiali (50% contro 4% di media nazionale) e i decorati (12,7% contro 4%). Certo, è necessario considerare la correlazione tra queste cifre: i decorati in assoluto sono molto più numerosi tra gli ufficiali, i cui quadri sono composti in larga misura dalla media borghesia urbana, e di questa fanno parte molti ebrei nel nostro Paese. Eppure la partecipazione al conflitto, ma anche l’adesione all’esperienza complessiva della guerra, nuova e traumatica, è evidentemente di massa nel mondo ebraico. Sembra di percepire lo sforzo di dare di più al proprio Paese, forse anche per dimostrare a se stessi prima ancora che agli altri una appartenenza che è anche riconoscenza? Impossibile non pensare ai diritti, ottenuti pochi decenni prima e nuovamente persi appena venti anni dopo la conclusione della guerra, di questa guerra, quando le leggi razziste volute dal regime fascista apriranno le porte verso le deportazioni e lo sterminio. La mostra fotografica “1915-1918 Ebrei per l’Italia”, curata dal Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC) con preciso intento didattico, a Torino fino al 4 maggio, consente di porre e porsi questi e numerosi altri interrogativi. È una tappa indispensabile per riflettere sulla nostra identità di ieri e di oggi, di italiani ed ebrei.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI21 marzo 2018
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Alberto Burri, “Rosso plastica”

Sono numerosi gli spunti emersi pochi giorni fa durante la presentazione, al Centro sociale della Comunità ebraica di Torino, del volume di rav Jonathan Sacks “Non nel nome di Dio. Confrontarsi con la violenza religiosa”, pubblicato da Giuntina. Tra questi spiccano le idee di identificazione monolitica e, per converso, di identità multiple, a proposito delle quali Elisabetta Triola ha sottolineato la vicinanza dell’impostazione di rav Sacks con quella delineata da Amartya Sen in “Identità e violenza” (Laterza).

Secondo quest’ultimo va riconosciuta la pluralità delle identità di ciascun individuo, perché ognuno di noi appartiene contemporaneamente a molti gruppi diversi. È inevitabile, d’altronde, che proprio dal concetto di identità si originino i due atteggiamenti alternativi e complementari di inclusione ed esclusione. In altre parole, la forte coesione identitaria in un certo gruppo significa tendenzialmente aumentare la distanza da chi di quel gruppo non fa parte e, allo stesso tempo, l’innalzamento delle barriere che separano da un esterno porta a un rafforzamento dei legami interni. È inoltre evidente che le identità di un medesimo individuo non si escludano a vicenda, e che possano tranquillamente convivere: tanto per fare un esempio, si può essere ebrei, vegani, matematici e tifosi della Juventus.

Alberto Burri, “Muffa”

La violenza identitaria, quella stessa che da anni occupa le prime pagine dei giornali, nasce quando si afferma l’idea di appartenere a una sola collettività. Solo come ebrei, come musulmani, come vegani eccetera. E, ancora più pericolosamente, quando l’idea di appartenenza monolitica viene applicata dall’esterno a un Altro, a cui si attribuisce allora il carattere di nemico non in base alle sue scelte o idee, ma alla rappresentazione identitaria che di lui abbiamo costruito.

Questo approccio, a mio modo di vedere convincente, come è ovvio non è unanimemente condiviso. Mi sembra però imprescindibile partire da qui per cercare di capire tanti fenomeni contemporanei: non solo quelli eclatanti come il terrorismo islamista o il razzismo diffuso negli ambienti di destra più o meno estrema, ma anche tendenze significative che riguardano il mondo ebraico e le nostre comunità.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 dicembre 2017
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La storia di Chanukkà è la storia di lumi che durano otto giorni, molto oltre le attese. Il guizzo di queste piccole fiammelle ricorda la vivacità tenace di altri lumi: quelli delle comunità ebraiche italiane di dimensioni già molto ridotte e in declino numerico evidentemente inarrestabile, almeno nel breve e medio periodo. Eppure, ha ricordato rav Ariel Di Porto in apertura del Congresso Ugei che si è svolto a Torino dal 15 al 17 dicembre, è proprio in circostanze di questo genere che l’impegno di tante persone può consentire il miracolo, cioè la sopravvivenza di una vita ebraica attiva, di manifestazioni liturgiche regolari, di eventi culturali di alto livello e partecipati, della consapevolezza di essere eredi di una tradizione importante, della costante duplice propensione all’insegnamento e all’apprendimento. Torino è oggi una di queste comunità, e per questo è stata scelta per ospitare il Congresso annuale dell’Unione dei Giovani Ebrei d’Italia (Ugei), il momento in cui viene valutato l’operato del consiglio uscente, sono discusse le mozioni orientative che guideranno il nuovo consiglio ed eletti gli organi rappresentativi. Quello di Torino è stato il Congresso Ugei con maggiore partecipazione negli ultimi anni, anche e soprattutto grazie alla presenza di molti giovani della nostra comunità, a cui si sono uniti, nei momenti conviviali e alla tradizionale festa del sabato sera, numerosi studenti israeliani. Molti dei cinquanta torinesi coinvolti, peraltro, erano alla prima esperienza Ugei. E’ perfino banale sottolineare l’importanza, per la nostra comunità, di eventi di questo genere, soltanto nei prossimi mesi saremo però in grado di valutare quanto beneficio avrà portato allo sviluppo e all’attività del gruppo locale Get, comunque già in trend positivo. Il coinvolgimento di tanti giovani è stato possibile soltanto grazie al grande e valido aiuto che è stato dato a Filippo Tedeschi e me, consiglieri Ugei nel 2017 e dunque organizzatori, da Simone Santoro, Paz Levy, Baruch Lampronti e Elisa Lascar, e in misura minore da altri che non posso qui tutti ricordare.

Lo shabbaton è stato inoltre arricchito da momenti extracongressuali: una introduzione alla storia e alla realtà presente della comunità di Torino da parte del presidente Dario Disegni, che ha anche invitato il prossimo consiglio a programmare in collaborazione con il Meis un weekend a Ferrara nel 2018, proposta che mi auguro l’Ugei sappia cogliere e valorizzare; l’intervento del vicepresidente Ucei Giulio Disegni; la visita delle sinagoghe torinesi condotta da Baruch Lampronti e molto apprezzata dai partecipanti; la presentazione del progetto tirocini dell’Ucei da parte di Saul Meghnagi; i momenti liturgici e l’accensione della chanukkià insieme. Non ultimo, è stata anche l’occasione per ricordare Alisa Coen z’’l, la nostra amica scomparsa a diciotto anni dodici mesi fa in un drammatico incidente stradale, appena cinque giorni dopo aver partecipato al suo primo Congresso Ugei a Bologna.

Il Congresso si è concluso con l’elezione del nuovo consiglio, che sarà operativo dal 1° gennaio 2018, e di cui sono orgoglioso facciano parte due giovani torinesi che molto potranno dare anche alla nostra comunità negli anni a venire, Simone Israel e Alessandro Lovisolo. Con loro lavoreremo per fare in modo che Torino sia sempre più presente all’Ugei e l’Ugei a Torino, auspicabilmente con un nuovo grande evento fin dal prossimo anno.

Come ha sottolineato rav Alberto Somekh durante una breve lezione che ci ha offerto sabato, è l’accensione il momento centrale di Chanukkà. Non è sufficiente osservare i lumi già accesi da altri, ma è indispensabile un’azione, piccola o grande, in ogni caso diretta, propria, personale. Solo in questo modo possiamo pensare di mantenere per otto giorni, e molto più a lungo, le molte fiammelle vive e tenaci della nostra comunità.

Giorgio Berruto

Dal Notiziario della Comunità ebraica di Torino



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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