theodor herzl

Consiglio UGEIConsiglio UGEI13 agosto 2017
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Una porzione del pavimento mosaicato della sinagoga di Beit Alpha (Israele), di epoca tardo-romana

Prendiamo gli egizi. Abbiamo l’origine della civiltà egizia, il suo fiorire, poi il culmine, la decadenza, la fine. Oggi, abbiamo il museo egizio. Lo stesso si può dire dei babilonesi, degli assiri, i greci, i persiani…

Ho sentito più di una volta rav Roberto Della Rocca ripetere questa frase e contrapporle il modello dell’ebraismo, la sua storia, la sua civiltà. Certo, anche i regni ebraici antichi sono stati distrutti e sulle mura di Gerusalemme sono state issate nei millenni molte bandiere. E come negare l’esistenza ai nostri giorni anche di musei ebraici? Eppure la differenza rimane abissale, perché un talled esposto in un museo ebraico ha innanzitutto un valore d’uso che è ancora attuale, il copricapo di un dignitario egizio no. Mi piace pensare che gli stessi oggetti nei musei ebraici, selezionati in base a criteri materiali e storici, siano soltanto momentaneamente esposti, e in linea di principio possano tornare a essere utilizzabili: un piatto decorato per Pesach, un talled per la preghiera, un bisturi per la circoncisione. Strumenti d’uso, non intangibili bellezze sotto chiave. Anche altre civiltà, ovviamente, hanno prodotto oggetti con valore d’uso, ma si tratta oggi, e spesso già da secoli e millenni, di manufatti che ci parlano in lingue che non capiamo: possiamo ammirare gli ushebti e i vasi canopi del corredo funebre di un faraone, ma come fare a comprendere fino in fondo il compito che erano chiamati a servire, il loro valore d’uso?

Il Tempio di Era, ad Agrigento

Nel II secolo d.C. Pausania scriveva una delle opere geografiche di riferimento del mondo antico, la “Descrizione della Grecia”. Oltre millesettecento anni più tardi l’antropologo James G. Frazer ripercorse le strade e i sentieri seguiti dal viaggiatore greco, compilando una monumentale opera di commento, poi compendiata nel volume “Sulle tracce di Pausania”, pubblicato in Italia da Adelphi. Frazer dà vita a un incantevole gioco di specchi tra la Grecia in cui viaggia a fine Ottocento e quella di Pausania. Lo può fare perché, anche se con inevitabili differenze, entrambe sono costituite da un paesaggio di rovine. Rovine antiche e bellissime, il cui linguaggio è però dimenticato da millenni persino dagli abitanti del luogo e – direbbe qualcuno – da cui gli dei sono da tempo fuggiti. La Grecia di Pausania e di Frazer si bagna nello stesso mare di Tel Aviv, ma quanto è vasta la distanza tra Atene e quella che Theodor Herzl ha definito Altneuland, terra insieme antica e nuova?

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI25 gennaio 2017
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w2L’anno appena trascorso è stato segnato dalle importanti celebrazioni per i cent’anni dalla scomparsa del Kaiser Franz Josef. Salito al trono nel 1848, il suo regno è durato per ben sessantotto anni. L’intero arco temporale che lo ha visto sul trono, è stato contrassegnato da grandi cambiamenti, non solo politici ma anche sociali. Non dobbiamo dimenticare che il ciclone napoleonico aveva stravolto gli equilibri europei. Il Congresso di Vienna aveva prodotto una vittoria. Questa vittoria era rappresentata dall’Impero Austriaco. Purtroppo ancora oggi, complice una storiografia che non è mai andata a passo coi tempi, assistiamo a una banalizzazione e demonizzazione di quello che invece è stato l’unico impero sovranazionale ma soprattutto multiculturale che sia esistito.

Il Kaiser definiva se stesso “il primo impiegato dello Stato”. Nonostante il rigido cerimoniale di corte e lo sfarzo che lo circondava, il vecchio Kaiser conduceva uno stile di vita molto sobrio (prova ne sia che dormiva su un semplice letto di ferro). Tutti i suoi tredici popoli avevano rappresentanze politiche in Parlamento. Il vecchio Imperatore può essere considerato come un “maestro concertatore e direttore” , il quale dirige un’orchestra che in questo caso è rappresentata dai suoi popoli. Una componente molto importante dei suoi popoli è quella ebraica. Fino all’avvento del nazismo, nella sola città di Vienna si contavano innumerevoli sinagoghe e gli ebrei godevano degli stessi diritti di tutti gli altri cittadini. Questo anche grazie alla promulgazione della Costituzione liberale nel 1867.

La seconda metà del XIX secolo, vede una Vienna nella quale inizia a germogliare l’antisemitismo di Lueger e di von Schoenerer. Non dimentichiamo che per ben due volte, Francesco Giuseppe non volle ratificare la nomina del primo a borgomastro della città. L’antisemitismo di Lueger e di von Schoenerer (esponenti del partito cristiano sociale l’uno e di un movimento pangermanista l’altro) era caratterizzato dagli stereotipi che tutti conosciamo. Un esempio di questo antisemitismo dilagante, è rappresentato dalle numerose statuette e bastoni da passeggio, che riproducevano l’ebreo con il naso ben pronunciato, con la gobba e le mani grandi, intento a confabulare con un suo correligionario onde ordire trame economiche e politiche. Una vasta collezione di questi oggetti si può visitare allo Jüdische Museum di Vienna.

w1Nel 1870 gli ebrei iscritti al liceo erano il 27% del totale, che diventa il 35% nel 1910. Nel 1880 gli ebrei iscritti all’Università rappresentavano un terzo dell’intera popolazione accademica. Nel 1900 un quarto degli studenti di Diritto e circa la metà di quelli iscritti a Medicina appartenevano a famiglie ebraiche. A Vienna, tra il 1880 e il 1938, metà dei medici e degli avvocati era composta da ebrei. Nel 1910 la popolazione ebraica della città raggiunse la quota di 175.300 anime.

La risposta ai movimenti antisemiti fu la pubblicazione nel 1896 dell’opera “Lo Stato ebraico. Tentativo di una soluzione moderna della questione ebraica”. L’autore era Theodor Herzl, ebreo assimilato e padre del sionismo. Questo libro di Herzl ci induce ad affermare che lo Stato d’Israele è nato a Vienna. Vienna e Yerushalaim pertanto sono legate da uno stretto rapporto storico e culturale. Durante il suo viaggio in Terra d’Israele, il Kaiser donò i fondi necessari per la costruzione di una sinagoga ashkenazita, la Tiferes Isroel. Essa venne distrutta dai giordani nel 1948, ma dopo la riunificazione di Gerusalemme nel 1967 venne ricostruita. Nella capitale imperiale e in altre grandi città dell’Impero, dalla metà dell’Ottocento fino ai primi decenni del Novecento, al primato ebraico che già si era distinto in diversi settori di attività come la finanza, il commercio e l’industria, si affianca una grossa presenza ebraica in settori prettamente intellettuali, come ad esempio la psicologia, la filosofia, il pensiero politico e sociale, il diritto, le scienze economiche, la letteratura, il teatro e anche in campi fino ad allora estranei alla sensibilità ebraica, come le arti figurative e la musica.

Stefan Zweig
Stefan Zweig

Alcuni nomi posso renderci il quadro più chiaro: Arthur Schnitzler, Felix Salten, Peter Altenberg, Stefan Zweig, Hugo von Hofmannstahl, Sigmund Freud, Moritz Szeps, Ludwig Wittgenstein, Gustav Mahler, Arnold Schoenberg, Victor Adler ecc. Stefan Zweig scrisse: “Senza l’incessante stimolo dell’interessamento ebraico, Vienna sarebbe rimasta anche artisticamente al di sotto di Berlino, così come l’Austria era politicamente preceduta dalla Germania… I nove decimi di quanto il mondo celebrava come cultura viennese dell’Ottocento era una cultura sostenuta, nutrita e in parte creata dagli ebrei di Vienna”.

Una volta il Kaiser disse: “Per quanto mi riguarda, gli ebrei sono i migliori cittadini e soldati. Gli antisemiti? Mi disgustano”. E ancora: “Sono l’ultimo monarca della vecchia scuola. Il mio compito è proteggere i miei popoli dai loro politici!” Aveva ragione.

Daniel Chaim