Talmud

Consiglio UGEIConsiglio UGEI14 Gennaio 2019
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HaTikwa (A. Di Veroli) – C’è un midrash spesso citato dai sostenitori della democrazia ad ogni costo e della tesi secondo cui la maggioranza ha sempre ragione anche a discapito delle opinioni dei rabbini. Mi riferisco al midrash del forno di Akhnai (Talmud Bavli, bava metzia 59b).

Un giorno Rabbi Joshua e Rabbi Eliezer stavano avendo una discussione halachica sulla purezza di un forno. Rabbi Eliezer portò tutte le prove possibili per legittimare la sua argomentazione, ma la maggioranza dei rabbini lo respinse. Dopo essere stato respinto, Rabbi Eliezer disse a Rabbi Joshua: “Se l’halacha è con me, allora lascia che sia il carrubo a dimostrarlo”. Il carrubo si sradicò e si spostò di 100 cubiti (alcuni dicono 400 cubiti) ma Rabbi Joshua rispose dicendo che non si può provare nulla con un albero di carrube. Rabbi Eliezer allora gli disse: “Allora se l’halacha è con me, lascia che il torrente lo provi”. Quindi l’acqua del torrente reagì scorrendo nella direzione opposta, ma Rabbi Joshua rispose che non si poteva provare nulla con un torrente. Rabbi Eliezer allora replicò: “Allora se la halacha è con me, lascia che queste mura (le mura del beit-hamidrash) lo provino”. Le mura cominciarono a crollare, ma Rabbi Joshua rimproverò le mura dicendo che le pareti non avevano alcuna autorità in un dibattito halachico. Le mura non finirono di crollare per rispetto a Rabbi Yehoshua, ma non tornarono a posto per rispetto a Rabbi Eliezer. Alla fine, Rabbi Eliezer disse: “Se la halacha è con me, allora può essere provata dal cielo“. In risposta a ciò, una voce scese dal cielo e disse a Rabbi Joshua: “Perché discuti con Rabbi Eliezer? L’halacha è in accordo con lui in ogni modo”. Rabbi Yehoshua ribattè alla voce celeste: “La Torah non è in cielo” (Devarim 30,12). Rabbi Yrmiahu aggiunse: “Lascia alla maggioranza la responsabilità del giudizio” (Shemot 23,2). Anni dopo Rabbi Nathan, continua il Talmud, incontrò il profeta Eliauh e gli chiese: ” Che cosa fece il Signore Benedetto in quella occasione?”; il profeta Eliauh rispose che Dio aveva sorriso dicendo: “I miei figli mi hanno vinto, i miei figli mi hanno vinto”. Un’interpretazione a questo versetto spiega che Dio si compiace dell’atteggiamento di Rabbi Yehoshua in quanto simboleggia la visione eterna che egli aveva di Dio, nonché la visione eterna che egli aveva della Torah e del suo studio. Successivamente a questi episodi, tutti gli oggetti che erano stati decretati puri da Rabbi Eliezer vennero bruciati e Rabbi Eliezer venne scomunicato.

Letto il midrash sorge spontaneo un dubbio: davvero la maggioranza ha sempre ragione? Ma soprattutto, che limiti incontra il principio della maggioranza? Appare evidente un fatto, le decisioni riguardanti l’halacha non vengono prese dalla maggioranza dei Bene-Israel ma dalla maggioranza dei rabbini, uomini che hanno dedicato la loro vita allo studio della Torah, alla sua discussione e interpretazione. Perché è importante dire questo? Perché mentre da un lato il midrash sembra avvalorare la tesi secondo cui la maggioranza ha sempre ragione, anche quando si scontra con il tribunale celeste, dall’altro sostiene una tesi che spesso si tiene a non considerare, la tesi secondo la quale ci vuole studio e competenza per prendere decisioni importanti. È a questo che dobbiamo puntare: offrire gli strumenti per poter permettere a tutti di studiare, di avere le conoscenze appropriate per poter esprimere un giudizio quando sarà il momento di prendere delle scelte. Prima ancora del diritto alla partecipazione, viene il dovere di studiare e comprendere. “Essa (la legge) non è in cielo” (Devarim 30,12). È questa la fonte di Rabbi Yehoshua per sostenere l’idea che la maggioranza ha ragione anche quando si scontra con il tribunale celeste. Ma la fonte non si limita a dire questo: infatti ribadendo che la legge non è in cielo, ma qui con noi, non lascia scusanti per  quando ci verrà chiesto perché non l’avremo studiata.

 

 


Consiglio UGEIConsiglio UGEI10 Aprile 2018
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Quattro giornate con seminari gratuiti di formazione e orientamento, con esperti e professionisti che aiuteranno i giovani a valorizzare le loro competenze e a renderle maggiormente compatibili con le reali offerte del mondo del lavoro. Prenderà il via domenica 22 aprile a Roma, con un incontro dedicato alla comunicazione – dal “public speaking” al colloquio di assunzione – la parte operativa di Chance 2 Work. Il progetto rivolto a ragazze e ragazzi dai 18 ai 35 anni, organizzato da Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e Unione Giovani Ebrei d’Italia, inizia dalla Capitale con l’obiettivo di offrire sin da subito un supporto concreto nel percorso di crescita e inserimento professionale dei partecipanti.

Le attività programmate, al centro oggi di una riunione nei locali della Comunità ebraica fiorentina insieme a una valutazione dei profili che hanno fatto richiesta di partecipazione al progetto, saranno rese operative attraverso le seguenti strutture e attività. Una equipe tecnica, con il compito di coordinare tutte le fasi di lavoro. Una banca dati, in cui raccogliere normativa, indirizzari, informazioni relative ai social network, indicazioni sui giovani appartenenti alle Comunità ebraiche, in ragione delle qualifiche professionali. Una Commissione nazionale di sostegno e accompagnamento, con il compito di sostenere il progetto, valutarne le attività, proporne i possibili sviluppi. Sessioni formative dedicate alla preparazione di giovani alle modalità idonee per la ricerca del primo inserimento nel mondo del lavoro. Comitati locali nelle quattro città di sperimentazione.

Il secondo appuntamento di Chance 2 Work si svolgerà il 3 giugno a Milano, con tema la “Digital reputation”: come si costruisce e si salvaguarda la propria reputazione sul web; seguirà quindi una sessione dedicata al curriculum vitae: come si costruisce in forma efficace, quali sono le priorità da evidenziare ​in ragione dei ​destinatari, il 16 settembre a Ferrara; ultimo appuntamento, il 18 novembre a Firenze, focalizzato sulle competenze. E cioè di cosa parliamo, in che modo si autovalutano, come si presentano agli altri.

“Per la Comunità ebraica italiana – scrivono Meghnagi e Di Castro nello studio di fattibilità del progetto, presentato una prima volta a Firenze a metà febbraio – è importante agire, estendendo il proprio ambito di intervento socio educativo a favore dei giovani: la loro condizione riflette il desiderio di comprendere ciò che sta mutando, percepito come incerto e preoccupante, ma soprattutto, di trovare delle soluzioni concrete alle difficoltà di entrata nella vita attiva. Le istituzioni ebraiche non possono non tenerne conto”.
Nell’ebraismo stesso, nel Talmud, viene inoltre ricordato, grande dignità è attribuita al lavoro e l’identità non è mai qualcosa di astratto o scontato che semplicemente si eredita, “ma connesso alle condizioni sociali e storiche concrete, sempre da ricostruire contestualmente, in modo individuale e collettivo”.

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 Giugno 2017
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René Magritte, “Decalcomania”

Mia nonna Flora mi ha spesso raccontato di uno scambio di battute intercorso tra sua madre Ida, z’l, e un suo amico. “La mamma diceva: – Io sono italiana-ebrea; Raul invece: – Io sono ebreo-italiano”. Così, in una semplice conversazione, si annidano i differenti modi di intendere l’identità ebraica in rapporto a quella nazionale. Come noto nel Talmud Bavli appare il principio Dina de-malkuta dina (La legge del paese è legge). Se le declinazioni halakiche di questo principio sono materia rabbinica è tuttavia possibile riconoscervi la capacità da parte del diritto ebraico di articolare la propria identità di comunità minoritaria in accordo con il profilo della maggioranza ospitante. In tal senso questo principio è stato letto alla luce di Geremia (29, 7) “ricercate la pace della città dove vi ho esiliato (…)” – da cui l’uso, interrotto in Italia a seguito delle Leggi Razziali, di inserire nelle tefillot la preghiera per lo Stato di cui si è cittadini.

Forse anche tali presupposti, in rapporto (non sempre pacifico) con i processi di emancipazione, hanno fatto si che le minoranze ebraiche dell’Europa occidentale partecipassero a pieno titolo a plasmare le rispettive identità nazionali, sia sotto il profilo culturale che politico. Mi pare che tanto nelle parole di Ida quanto in quelle di Raul sia riscontrabile questo non univoco lascito dell’incontro tra principi della tradizione e le istanze dell’emancipazione. Un lascito che continuava a plasmare la percezione di sé da parte ebraica, anche quando questa si era vista tradita dal proprio paese, come era il caso dei protagonisti del dialogo, avvenuto nella Milano dell’immediato dopoguerra.

Mino Ceretti, “Uomo allo specchio rotto”

Quale che fosse l’ordine dei termini (ebreo, italiano) rimaneva che la loro identità ebraica era, come ebbe modo di dire Dewey in riferimento a quella statunitense, un’identità “con il trattino”, costituita da due poli, tra loro in rapporto e tra loro distinti, tale da preservare dalla retorica dell’autenticità, di un’identità univoca e omogenea. Un accidente della storia dovuto a un esilio non scelto. Oppure, un aspetto peculiare a un popolo che si forma nell’esilio e che, come ha indagato in diverse occasioni Donatella Di Cesare, porta tale condizione nella terra affidatagli, dove all’autodeterminazione politica – all’affermazione di sé – si accompagna la consapevolezza, proveniente tanto da racconti familiari quanto dalla coscienza biblica, di esser stati stranieri; di non essere, per quanto sabra, intrinsecamente autoctoni. Ovvero di essere israeliani-ebrei, o ebrei-israeliani.

Cosimo Nicolini Coen

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI31 Luglio 2016
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Ricordo di Elie Wiesel - disegno di Deboara Spizzichino per Hatikwà
Ricordo di Elie Wiesel – Disegno di Debora Spizzichino per Hatikwà

Le parole sono armi e la conoscenza è una corazza, valide nella difesa e nell’attacco risultano incredibilmente flessibili. Questo è il messaggio che è emerso il giorno 14 luglio nei pressi del giardino del Tempio  di Roma dalla conferenza in ricordo del premio Nobel per la pace Elie Wiesel.

Si sono alternati gli interventi di Mario Venezia, presidente della Fondazione Museo della Shoah e Maurizio Molinari, direttore della “Stampa”, entrambi insistendo sull’importanza della memoria condivisa e sul pericolo imminente cui va incontro: la scomparsa dei testimoni oculari. Quando questi non ci saranno più a chi delegare il compito di raccontare? Con quale strumento e con quale fermezza? Molinari interviene ricordando un aneddoto raccontatogli da Wiesel, che vide sei testimoni della Shoah cominciare il racconto della terribile esperienza e i nipoti concluderlo. Questa è l’idea che egli aveva della narrazione: la storia vissuta dalle vittime è la medesima che deve essere riportata dai discendenti.

Oltre all’anima del sopravvissuto in Elie Wiesel risiedeva quella del leader militante e dell’insegnante. Fu tra i fondatori del Museo della Shoah di Washington ma la devozione alla libertà difesa dagli Stati Uniti mal si sposava con l’indifferenza mostrata dagli stessi nel non aver bombardato i campi di sterminio a guerra quasi conclusa. Sentiva la necessità di ricordare all’America questo errore e lo sottolineava ogni qual volta ne avesse occasione. Le opportunità non mancarono: prima con Reagan e poi con Obama cui raccontò il motivo per il quale risulta impossibile difendere la memoria della Shoah senza difendere Israele e ricordò la ragione per cui Auschwitz non fosse stata bombardata: l’assenza di un leader risoluto in grado di parlare con Roosevelt lasciando il campo a una dilagante indifferenza.

wieselWiesel era espressione e interprete del popolo ebraico, credeva nel potere del Talmud come base per la formazione identitaria e antidoto all’odio, di cui lo studio uccide i frutti marci. Diffondeva ideali di libertà che lo portarono ad amare prima Parigi e poi New York e ancora Gerusalemme, cuore pulsante di un’identità mai spenta. Faceva attenzione ai diversi pubblici che aveva davanti adeguando a essi il suo linguaggio. Le parole sono ponti tra un passato poco conosciuto e un presente ancora da definire, si deve combattere con la puntualità delle parole e la chiarezza dei discorsi, preferendo racconti poco estesi e precisi. Parlando con Obama comparò l’uscita degli afroamericani dalla schiavitù con quella degli ebrei raccontata nell’Haggadah, e segnò così l’inizio della celebrazione di Pesach alla Casa Bianca.

Wiesel era tra i pochi capaci di dialogare risultando universale, battendosi non solo per la causa ebraica ma anche per quella dei popoli dei Balcani a fine anni ’90. Bisogna ricordare le duplici facce del razzismo e più in particolare dell’antisemitismo: quella che si insedia in ambienti in cui l’ebraismo c’è ed è parte integrante dell’assetto sociale e quella in cui è visto come qualcosa di lontano e negativo: l’approdo è uguale ma le cause diverse e diverso è l’approccio da utilizzare quando le si vuole contrastare. A noi spetta il compito più arduo data la posizione mediana: non siamo testimoni e tanto meno storici, tuttavia dobbiamo fregiarci dei loro stessi strumenti, gli unici capaci di contrastare il germe propagatore di ostilità e rancore.

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza
Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 Luglio 2016
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kisuiCaro Simone,

ho letto con attenzione il tuo articolo. Lo ho apprezzato per il coraggio con cui ti sei lanciato esprimendo liberamente il tuo pensiero e il tuo disdegno per una realtà che però credo essere più complessa di quella che delinei tu. In generale l’articolo è interessante perché ha vari spunti, ma forse un po’ confusionario perché metti molti elementi in campo.
Mi spiego meglio.
Sei sicuro di quello che scrivi, ovvero che le donne che si coprono il capo nel mondo ebraico lo facciano per una sorta di scelta di “sottomissione”?
Verso la fine dell’articolo ci lasci mandando un messaggio ambiguo: vuoi dire che nel mondo ebraico la donna è trattata come una schiava? Perché a me, la prima volta che l’ho letto, ha lasciato questa sensazione. Attenzione! Di chi stiamo parlando, delle donne ebree o delle donne musulmane?

A una prima lettura, mi sembra che in questo articolo tu non tenga conto di una “divisione” fondamentale interna all’ebraismo stesso: tra la scelta (o non scelta) delle donne harediot di indossare una parrucca e l’usanza del “kisui rosh”, che peraltro è in uso anche tra le donne ebree delle nostre comunità italiane. Posso dire che nei templi di Roma, di Shabbat, sono più le donne sposate che lo indossano che quelle sposate che ne fanno a meno. Ho notato che anche nella comunità di Torino, e in parte in quella di Milano, le donne col kisui rosh al tempio di Shabbat non erano poche. E’ una moda? Forse. O forse no. Sarebbe interessante approfondire ad esempio se quelle stesse donne vanno in giro ogni giorno così o solo di Shabbat. E allora perché lo fanno, di Shabbat e proprio al tempio?
Magari adottano un modo convenzionalmente accettato per dire al resto degli uomini che sono sposate e dunque non libere. Non ci vedo nulla di male!
E poi che differenza c’è tra le nostre donne che mettono un fazzoletto in testa e quelle che invece scelgono di mettere una parrucca?
La differenza è abissale.
kisui2Questo per dirti che le modalità di espressione identitaria religiosa attraverso l’abbigliamento (e dunque il copricapo) sono argomenti complessi, su cui si potrebbe fare una ricerca approfondita ed estremamente interessante a livello antropologico.

Quando vivevo in Israele, girando per le strade di Gerusalemme, ero talmente colpita dalla varietà di modi di esprimersi che avevo proposto al mio professore di antropologia culturale di farne una ricerca: abbigliamento e identità religiosa. A Gerusalemme avrai notato che ci sono moltissimi modi diversi di comunicare attraverso gli abiti. Ci sono i cosiddetti “bacarozzi” (dall’ebraico “jukim”, qualcuno li chiama così in senso giocoso o dispregiativo), che sarebbero i haredim – anche chiamati “shchorim” (“neri”) o “dossim” (termine che imita la pronuncia askenazita della parola “datim”, religiosi). Questi hanno tante altre divisioni al loro interno e vogliono dire qualcosa di ben preciso col proprio abbigliamento. Ma poi ci sono anche i “kippot srugot”, gli uomini vestiti “normali” ma che vanno sempre in giro con la kippà fatta di filo e tenuta sul capo con una molletta, hai presente? Li riconosci anche quando hanno la divisa: la kippà la indossano sempre. Girano col capo coperto in segno di tzeniut (“pudore”) e rispetto verso D-o. Questi sono i rappresentanti di un ebraismo ortodosso più simile al nostro, se vogliamo, ma ancora molto variegato al proprio interno. Ecco, già solo a queste due categorie di uomini corrisponde una controparte di abbigliamento femminile differente, ad esempio rappresentato proprio dalla parrucca per alcune delle donne harediot e l’assenza di essa per le kippot srugot. Le sfumature in quel contesto sono fondamentali, perché raccontano molto delle persone e di quello che ciascuno vuole comunicare di sé agli altri.

Tornando al tuo articolo ho provato un ulteriore disagio. Sembra che tu ignori completamente il testo biblico da cui questa mitzvà deriva. Ti sei documentato, sulla Torah, da dove nasce la discussione su questi aspetti? Visto che nella vita nulla è casuale, il fatto che io abbia letto (in anteprima!) il tuo articolo nella settimana della parasha di Naaso’ mi colpisce particolarmente. In essa, infatti, si parla della sotà, la moglie sospettata di adulterio. A proposito di questo si accenna anche alla questione della tzeniut, legata alla copertura del capo.
La sotà viene portata al Bet Hamikdash, il Tempio di Gerusalemme, per bere l’acqua. Il verso dice (Bemidbar/Numeri 5, 18): “Il Cohen farà stare la donna in piedi di fronte al S-gnore, scoprirà la testa della donna e porrà sulle sue palme l’offerta di ricordo che è un’offerta di gelosia e in mano al Cohen saranno le acque amare, letali”. Rashi commenta dicendo che “scoprirà la testa” vuol dire “scioglierà le trecce dei suoi capelli in modo da farla vergognare”. Rashi aggiunge che da qui si impara che, per le figlie di Israele, stare a capo scoperto è fonte di vergogna.
Dalla fonte del Talmud (Ketubot, 72, 1) in riferimento a questo verso, si evince che quella del kisui rosh è utilizzata addirittura come esempio di ebraismo! E’ scritto nel verso di Bemidbar “e la sua testa è scoperta”. La scuola di Rabbi Ishmael insegna che si tratta di una richiesta di attenzione da parte delle ebree affinché queste non escano con il capo scoperto. Da questo mi sembra che si possa capire che il discorso è capovolto! Infatti sono proprio le donne che hanno fatto questa richiesta. Dunque quanto è lontano tutto ciò dall’idea di sottomissione da cui siamo partiti?

kisui3I maestri del Talmud discutono su alcuni dettagli riguardanti la questione, tra questi mi sembrano di particolare rilevanza i seguenti:
primo: visto che è scritto “non escano con il capo scoperto” ne deduciamo forse che la copertura del capo è d’obbligo solo in luogo pubblico (cioè fuori casa), oppure la donna deve coprirsi anche a casa?
secondo: è possibile usare la parrucca? Perché se il capello è attaccato al corpo è parte della donna, se non è attaccato al corpo no.
terzo: i capelli devono essere coperti del tutto o in parte? E, se in parte, in che misura?
Come tu stesso intuivi, anche la halachà non è indifferente ad altri fattori legati a dove si vive (in Israele o nella diaspora) e a che tipo di comunità si appartiene (comunità ortodosse, comunità chassidiche o altro). La questione è ancora più ampia e questo non è il luogo adatto ad approfondirla ulteriormente, anche in relazione al fatto che il kisui rosh rappresenta solo un aspetto fra le molteplici regole di tzeniut che riguardano sia le donne sia gli uomini e che hanno molto da insegnarci sul rapporto di ciascuno col proprio corpo e con l’altro sesso.

Però il punto più rilevante su cui ci troviamo in disaccordo, caro Simone, credo sia l’idea stessa che c’è dietro il fare una mitzvà. Nel momento in cui scegliamo di “essere” ebrei, e dunque di osservare le mizvot, stiamo aderendo (e non sottomettendoci!) ad alcune regole. Ognuno di noi sceglie di rispettare le mitzvot. Certo, esistono contesti storici e sociali in cui è venuta meno la possibilità di aderire per scelta libera e consapevole a questo sistema di valori. E tuttavia, in ogni epoca, per molti fare una mizvà – ogni mitzva, compresa quella del kisui rosh –  è sinonimo di libertà.

Un’ultima questione su cui vorrei invitarti a riflettere è di non cadere in facili similitudini! Torah e Corano sono due universi molto distinti, fondati su sistemi di ermeneutica profondamente diversi, in cui il rapporto con il Testo scritto e la Verità in esso contenuta, non sono paragonabili. Nel sistema islamico, vale soprattutto la parola scritta. La Torah invece è fondata sull’oralità, e incoraggia il commento e la discussione. Quindi attenzione a quando facciamo parallelismi, sicuramente leciti, ma a volte fuorvianti.

Rinnovo comunque il messaggio iniziale: complimenti per il coraggio con cui hai esposto la tua idea. Ti invito però a mettere in evidenza quali corde profonde ti sono state toccate dalle letture che hai fatto o dalle esperienze che hai avuto. Perché hai voluto dire la tua su questo tema? Quella, secondo me, è sempre la parte più affascinante degli articoli che scriviamo.

Barbara Zarfati

 

 

 

 

 

 

Hatikwà non ha – non deve e non può avere – una linea unica e definita su questo e molti altri argomenti. Quello che vogliamo fare è dare modo alle idee di confrontarsi. Questa articolata analisi esprime l’opinione di Barbara Zarfati, che risponde a un precedente commento di Simone Bedarida. Un giornale aperto al libero confronto delle idee: è questo, insieme agli ovvi corollari del rispetto per le idee altrui e della capacità di esprimere le proprie, l’unico principio formale che vogliamo mantenere costante.
[Giorgio Berruto, direttore Ht]