Siria

Consiglio UGEIConsiglio UGEI31 Gennaio 2019
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HaTikwa (R. Mieli) – Il caso venezuelano sta monopolizzando l’attenzione dei media internazionali per la sua particolarità. Dopo che nei primi giorni di gennaio il Presidente eletto Nicolás Maduro aveva prestato giuramento, l’opposizione è scesa in piazza per sfidarne la legittima carica, già messa in discussione dalle autorità internazionali. Il risultato dei tumulti è stata l’autoproclamazione di Juan Guaidó, che adesso è considerato il nuovo presidente ad interim. La crisi venezuelana è una questione politica e geopolitica di grande rilevanza, coinvolge gli interessi americani, che da sempre si oppongono alla legittimazione di governi filo-russi in Sud America per effetto della rinnovata Dottrina Monroe, quelli italiani, in quanto vi sono ad oggi circa 140 mila italiani residenti in Venezuela che stanno attraversando questa incredibile crisi socio-politica, e chiaramente quelli di Israele, che considera il Venezuela di Maduro uno dei più accaniti alleati dell’Iran e di Hezbollah. Ne discute con HaTikwà il direttore di Report Difesa, Luca Tatarelli, che ha seguito da Caracas le ultime elezioni in Venezuela e che può aiutarci a fare luce sulla disputa.

Come sono composti gli schieramenti e quali sono le motivazioni portate avanti da Guaidó e da Maduro?
La nomina di Guaidó è stata accolta positivamente dagli Stati Uniti e dagli alleati americani nella regione, come il leader del Brasile Bolsonaro e l’argentino Macri. Guaidó, presidente dell’Assemblea Nazionale, ha assunto la carica dell’esecutivo in virtù di un’interpretazione dell’articolo 233 della Costituzione venezuelana, la quale delega proprio a questa figura il ruolo di Presidente nel caso non esista un presidente eletto. Tuttavia, a maggio il leader Maduro era stato riconfermato dalle elezioni nazionali, e votato da una larga fetta della popolazione – nonostante l’opposizione nonché gli osservatori occidentali ne contestino la validità per brogli elettorali e violenze.

Perché Maduro è stato accusato di aver vinto tramite brogli elettorali?
Si è votato con un sistema elettronico, che ripercorre automaticamente i conteggi. In questo modo non si possono verificare le schede, come potrebbe eventualmente avvenire in Italia. L’accusa è quindi quella di aver interferito nel sistema informatico dell’infrastruttura elettorale, causando una vittoria di fatto illegittima. Il problema dei Cyber-attacchi è che l’attribuzione è praticamente impossibile, quindi non ci sono prove della responsabilità di queste infiltrazioni, di conseguenza Maduro non è colpevole di fatto. Maduro è accusato inoltre di violare sistematicamente i diritti umani e i principi democratici. Oltretutto gli si attribuisce la responsabilità di aver mandato in default il paese e di aver affamato la popolazione.

Come è stata la sua esperienza a Caracas durante le elezioni, quali sono state le impressioni?
Come Report Difesa abbiamo partecipato alle riunioni del Consiglio Nazionale Elettorale, il quale ha il compito che le campagne elettorali, nonché la fase di voto e conteggio, siano portate avanti nel rispetto delle leggi nazionali. Abbiamo partecipato come osservatori internazionali, e insieme a noi c’erano diversi esponenti dei partiti di sinistra europei e italiani. Presente anche la Bolivia, l’Ecuador e una delegazione siriana, nonché diversi paesi dell’Unione Africana. Visitando i vari seggi abbiamo avuto modo di parlare con gli elettori, i rappresentanti di lista, i presidenti di seggio, e anche gli uomini della sicurezza. La mia impressione è stata quella di una grande affluenza a sostegno di Maduro.

La popolazione sostiene quindi un dittatore?
Per gli europei è difficile capire come funziona la leadership sudamericana, perché viviamo in un contesto diverso e dunque facciamo fatica a capire alcune questioni. Nei periodi di crisi, storicamente, i paesi del Sud America hanno sempre desiderato al potere leader politici forti militarmente e con un grande carisma. L’idea dell’uomo forte è presente nella cultura dei ceti sociali bassi, quindi della grande maggioranza. Ovviamente il “leader” forte va a contrastare l’esigenza statunitense di controllare il mercato petrolifero nell’area e il fatto che Maduro abbia fatto degli accordi con russi, cinesi e turchi non è stato gradito a Washington. In sostanza, l’America Latina è considerata “Il giardino di casa” degli Stati Uniti, e dalla Dottrina Monroe non si scappa.

Come si evolverà lo scenario?
Mentre lo schieramento di Guaidó (che comprende tutti i più vicini alleati degli Stati Uniti e tutti coloro che hanno interesse a prendere una posizione anti-russa, quindi anche Germania e Canada) si appella all’illegittimità delle elezioni a causa di questi presunti brogli elettorali, Mosca e Pechino hanno preso una posizione netta a favore di Maduro, i quali credono che la crisi sia scatenata dall’ingerenza americana negli affari sudamericani. Ora, lo scenario si potrà evolvere in diversi modi, potrebbe esserci una guerra civile in virtù delle disastrose condizioni in cui versa la popolazione, si potrebbe pensare ad un futuro intervento delle Nazioni Unite oppure gli Stati Uniti potrebbero convincere Brasile e Colombia ad intervenire militarmente a favore di Guaidó, e in quel caso ci aspettiamo che la Russia e la Cina sostengano anche militarmente Maduro. La migliore opzione, secondo me, è quella che è stata già avallata da Maduro, ovvero un accordo tra lui e le forze di opposizione. Israele dopo un primo momento di indecisione nel timore di ripercussioni verso la numerosa comunità ebraica in Venezuela – nonché del dialogo più o meno velato con il Cremlino – ha riconosciuto la legittimità della nuova leadership, mentre Hamas ed Hezbollah hanno emesso due comunicati a favore della posizione di Maduro.

Che legami ci sono tra la crisi del Venezuela e il Medio Oriente?
La Siria, Iran e Hezbollah hanno un rapporto privilegiato con il Venezuela. I primi due contano diversi accordi economici con Caracas di carattere industriale, agricolo, commerciale, energetico e scientifico-tecnologico. Presentano accordi militari da centinaia di milioni di dollari, e senza dubbio questa relazione rappresenta una minaccia per gli Stati Uniti, che si ritrova una “base” filo-iraniana nel “giardino di casa”. Oltre a questo, il Governo del Venezuela ha una relazione di lunga data con Hezbollah, relazioni che coinvolgono il traffico di droga che raggiunge non solo il Medio Oriente ma anche gli Stati Uniti. Alcune analisi sostengono addirittura che i proventi del Drug Trade tra Hezbollah e Venezuela (con Chavez) siano stati utili a sostenere l’Iran durante il periodo delle sanzioni statunitensi, un sostegno che secondo Israele ha permesso all’Iran di continuare a sviluppare il proprio programma nucleare. In tal senso, la posizione di Israele è coerente con quella americana, anche se così si rischia di abbattere un governo che, fino a prova contraria, è stato liberamente eletto dalla popolazione Venezuelana.


Rebecca Mieli é analista di politica internazionale e sicurezza globale. collabora con diversi think thank in Italia, Israele e Stati Uniti occupandosi di deterrenza nucleare, rischio CBRN, terrorismo e geopolitica del Medio Oriente, con un focus sul conflitto proxy tra Israele e Iran.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI30 Luglio 2018
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Lo spirito di coesione del gruppo Taglit Italia 2018 si è già visto nelle prime ore a Ben Gurion. Sì, Le prime 4 ore di attesa che il gruppo arrivato da Roma si è sorbito riservando comunque un sorriso fresco agli ultimi arrivati. Il primo pernottamento ad Haquq è stato introdotto da un momento di presentazione per conoscersi un po’ gli uni con gli altri e da uno speciale incontro con alcuni cavalli curiosi liberi di vagare nel kibbutz.

Tanti auguri Marta! La nostra giornata è partita con una canzone di buon compleanno prima di salire in pullman per dirigerci al Parco Naturale di Banias. Il tragitto è stato una ottima occasione affinché la nostra guida Naama ci raccontasse del territorio che stavamo attraversando e delle minoranze religiose che lo abitano, in particolare di quella drusa. La nostra passeggiata nel verde si è conclusa giungendo all’incantevole cascata di Banias, luogo perfetto per ammazzarsi di selfie e foto di gruppo. Il nostro percorso naturalistico ha lasciato spazio ad uno nella storia di Israele. Non appena siamo arrivati sul monte Bental, avere i confini davanti ai nostri occhi, ha mosso Naama a raccontarci di più della storia dei rapporti e dei conflitti fra lo stato di Israele e la Siria. Percepire quanto questi eventi brucino tutt’ora sulla pelle di questi popoli, con nelle orecchie un silenzio interrotto solo da una esplosione in lontananza, ci ha interrogati personalmente e non ci ha lasciato indifferenti.

Nel pomeriggio, a riportare un po’ di brio nella giornata, c’è stata l’uscita rafting sul fiume Giordano. Divisi in piccoli gruppi da 4 a 6 persone abbiamo affrontato, a colpi di pagaia, le innumerevoli difficoltà che una missione di questo calibro comporta. Badate bene, non era il fiume la vera minaccia, bensì gli urti con gli altri gommoni. Testimoni delle nostre avventure erano le famiglie di varie etnie e religioni accorse sulle rive per godersi insieme un pomeriggio lontano dalla calura. Dopo questo fantastico inizio siamo curiosi di cosa succederà domani!

Maria Angelillis, Laura Meli, Simone Israel


Consiglio UGEIConsiglio UGEI16 Novembre 2012
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La prima volta che ho assistito ad un’esercitazione della popolazione civile in Israele è stato due anni fa. Non avendo sentito la notizia alla radio, la sirena mi ha colta di sorpresa ed ero terrorizzata. Gli israeliani del mio ufficio mi sbeffeggiavano. “Sei proprio una hutznikit (un modo di riferirsi a chi viene da fuori Israele tra lo scherzoso e il dispregiativo)”. Io volevo correre nel bunker, mentre tutti sembravano infischiarsene. D’altra parte era solo un’esercitazione.

La seconda volta ero preparata, ma non ho fatto in tempo a raggiungere il bunker più vicino entro 2 minuti.

Ieri non ero a Tel Aviv, ma in classe, all’Università. Una studentessa ha chiesto di interrompere la lezione quando ha appreso che le sirene stavano suonando a 15Km da noi. Il professore ha concesso 5 minuti per telefonare ai nostri cari e assicurarci che stessero bene e poi ha continuato la lezione, che è proseguita con uno scambio di battutine tra l’insegnante e gli studenti: “Con la sfiga che ho è sicuramente caduto su casa mia”; “Ci ho messo 4 ore a convincere i miei figli che a Tel Aviv non sarebbe successo niente e ora si prenderanno gioco di me a vita”. Nonostante il clima fosse teso (io personalmente ho perso il filo delle successive due ore di lezione), c’era la voglia di reagire, di sdrammatizzare. E devo dire che non ho mai ammirato così tanto gli israeliani. Di solito non li sopporto con la loro aggressività e il loro modo di fare per me troppo informale. È paradossale che li abbia trovati ammirevoli proprio in questa situazione. Ma non è proprio in questo tipo di eventi che viene fuori la vera persona?

Come l’amica con cui stavo prendendo un caffè solo poche ore prima. Dato che aspettavo da lei delle risposte, mi ha gentilmente telefonato spiegandomi che l’avevano richiamata e che mi avrebbe ricontattata dopo il suo ritorno. Il suo tono era calmo, determinato. Da un giorno all’altro l’esercito ti stravolge i piani e tu lo accetti senza problemi.

Almeno questi ragazzi vanno a dare un aiuto concreto. Noi, seduti nelle nostre case o nei nostri uffici ci sentiamo spesso impotenti. Ma anche la battaglia dell’informazione è importante. Diciamo la verità: Israele con le pubbliche relazioni non ci sa proprio fare. È estenuante, ma tutti noi abbiamo il dovere di dire la verità, specialmente in Europa dove i media sono nettamente di parte, dove i pacifisti non si sdegnano, non mandano flottiglie in Siria, dove hanno perso la vita più di 25.000 persone, ma si risvegliano improvvisamente solo quando c’è Israele di mezzo. La conosciamo bene quella sensazione quando leggi commenti che giustificano il continuo lancio di razzi verso la popolazione civile israeliana: tremi dalla rabbia, arrossisci, il tuo cuore comincia a martellare e l’adrenalina sale. E sai che devi rispondere.

Hamas sta portando avanti una campagna mediatica falsa, dove tra l’altro usa immagini provenienti dalla Siria spacciandole per la situazione di Gaza. E intanto i terroristi si nascondono in aree densamente popolate; dentro scuole, ospedali. Impedire vittime civili è difficilissimo. La cultura di Hamas non è solo una cultura che non ha rispetto per la vita, ma che adora la morte. Per loro le vittime civili non sono un problema, anzi sono “martiri” e aiutano alla delegittimazione di Israele.

Spetta a chi conosce la verità, smontare le falsità di Hamas pezzo per pezzo. Internet è il teatro di questo scontro tra la verità e la menzogna.

Un ultima osservazione. Per chi ancora dice che Israele non vuole negoziare: voi sareste pronti a negoziare con un’organizzazione che nel suo Statuto si pone come obiettivo principale la distruzione di Israele e il genocidio degli ebrei?

 Alessia Di Consiglio


Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 Ottobre 2012
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Sulle testate italiane ormai non fa nemmeno più notizia. Stiamo parlando della crisi siriana, o per meglio dire guerra civile. Una Guerra che si combatte proprio al di là del Golan. Un confine che sebbene conteso è stato finora considerato tranquillo per la sicurezza di Israele.

La stampa israeliana continua a riportare minuziosamente ogni notizia proveniente dalla Siria, dai bombardamenti ai movimenti di Assad, ma soprattutto su ciò che spaventa di piu: le armi chimiche e biologiche siriane che nel caso dovesse verificarsi un vuoto di potere potrebbero cadere in mano a Hezbollah, l’organizzazione terroristica libanese che sul confine israeliano ha già accumulato almeno 40,000 razzi. Netanyahu ha dichiarato che prevenire che queste armi cadano nelle mani sbagliate è fondamentale per la sicurezza di Israele, il cui esercito si prepara a intervenire in caso di necessità. Ma anche l’uso di tali armi da parte di Assad stesso spaventa non poco, non soltanto Israele, ma anche gli Stati Uniti, tanto che il Presidente Obama ne considererebbe anche solo il dispiegamento come il superamento definitivo della linea rossa.

Sebbene Assad abbia dichiarato che le suddette armi siano al sicuro e che verrebbero usate solo nel caso di un intervento esterno, la fragilità del suo governo non rincuora di certo gli israeliani. Ad aggravare ulteriormente lo scenario sono arrivate poi di recente le dichiarazioni del Pentagono riguardo alla creazione di una milizia iraniana proprio in Siria, allo scopo di difendere il regime di Assad. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno infatti dichiarato che non esiteranno a intervenire a fianco dei siriani nel caso di un attacco americano. D’altronde i due alleati vedono nelle rivoluzioni che hanno colpito recentemente i rispettivi Paesi la mano dell’Occidente e di Israele in particolare, che attraverso i ribelli starebbe combattendo una guerra per procura.

D’altra parte Israele vede l’indebolimento del regime siriano come un vantaggio nel caso di un eventuale attacco all’Iran. Un attacco del genere provocherebbe la reazione di Libano e Siria (l’Egitto rimane un’incognita) e l’eliminazione di uno dei fronti farebbe risparmiare a Tzahal notevoli risorse che potrebbero essere rivolte alla difesa del fronte interno, più vulnerabile.

Sia il vice-premier Mofaz che Netanyahu stesso puntano il dito contro Hezbollah e l’Iran come i veri responsabili del genocidio in corso, diminuendo le espressioni in cui si auspica una caduta di Assad. Di tutt’altro avviso è il Presidente Peres, che si augura una vittoria dei ribelli, ponendo la fine dello spargimento di sangue come priorità. Gli fa eco Netanyahu che prevede una caduta di Assad in futuro e spera in un cambiamento di regime piuttosto che in un crollo nell’anarchia. Sarebbe questa infatti l’evenienza per cui Israele sarebbe disposto a varcare il confine intervenendo per prevenire che le armi di distruzione di massa siriane possano passare in mano a Hezbollah o all’Iran.

Nel complesso, dunque, restano cauti i toni da parte del governo israeliano, preoccupato che la situazione in Siria possa distogliere l’attenzione internazionale dalla minaccia iraniana, la cui mano, grazie ai tumulti siriani, sembra estendersi fino alle porte di Israele.

 Alessia Di Consiglio


Consiglio UGEIConsiglio UGEI16 Giugno 2011
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In occasione della presentazione a Roma di una cattedra dedicata agli studi di italianistica presso la Hebrew University di Gerusalemme abbiamo avuto l’onore e il piacere di confrontarci con lo scrittore di fama internazionale A.B. Yeoshua su delicati temi di attualità.

Qui di seguito l’intervista integrale.
Professor Yehoshua, lei è da sempre molto coinvolto nella lotta per la pace in Israele. Come considera la possibilità di una dichiarazione di uno stato palestinese in settembre?

La dichiarazione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite, incentrata sulla problematica della realizzazione di uno Stato Palestinese costituisce un passo positivo verso il suo riconoscimento da parte di tutte le Nazioni; progetto ampiamente discusso persino da Israele.

La cosa più importante è sicuramente interrompere la colonizzazione e riconoscere i confini del ’67, dopo si potranno anche avviare le trattative per scambiare i territori.

Non posso prevedere cosa succederà perchè questa è anche una decisione “morale” e molte comunità ebraiche all’estero, tra le quali anche quella italiana, si sono schierate contro questo provvedimento, avendo supportato in passato molti errori di Israele.

Esempi lampanti sono i progetti supportati dalle élites ebraiche, come le colonie nel Sinai, che adesso stiamo elimando, oppure l’inziale opposizione al riconoscimento della PLO.

La questione più importante dunque è: cosa farà Israele, se la decisione sarà presa e come porterà avanti le negoziazioni sulla base di una definitiva interruzione della colonizzazione, non dico che vadano smantellati, ma sicuramente fermati.

Riguardo il discorso di Obama di un mese fa, riguardante la possibilità di un ritorno da parte di Israele ai confini del ’67, crede che questa ipotesi possa trovare applicazione e quale realtà dovrà affrontare Israele?

Il problema non è “parlare” dei confini del ’67 ma di chiarire che queste sono le basi. Stiamo parlando di meno di un quarto della Palestina, questo è il minimo che i palestinesi possano ottenere e se io fossi palestinese concorderei con questa visione.

Come si verificheranno lo scambio dei territori, il compromesso per Gerusalemme e come sarà possibile il mantenimento dell’identità ebraica degli insediamenti in minoranza in uno Stato Palestinese sono le sfide che si presenteranno.

Israele dovrà evitare un’evacuazione di massa, dobbiamo accettare il fatto che quando in settembre le Nazioni Unite avranno preso la decisione, saranno organizzate immediatamente dimostrazioni da parte dei Palestinesi contro gli insediamenti nei territori occupati.

Dobbiamo respingere i rifugiati che stanno venendo verso i nostri confini, perchè non hanno alcun diritto in entrare in Israele, inoltre c’è il rischio che i Palestinesi imitino ciò che i loro “fratelli” stanno facendo nel mondo. Sono estremamente pericolosi per noi e sarebbe un disastro, in quanto non sono nostri cittadini ma si ispirano alle rivolte negli altri paesi arabi; le dimostrazioni ci saranno e noi saremo senza il supporto delle altre Nazioni.

Uno dei maggiori temi nei suoi libri è probabilmente il conflitto fra le diverse identità, la mia domanda è: come possono queste contribuire a rinforzare o accelererare il progresso della società e specialmente di quella israeliana, che effettivamente è basata sulla diversità?

Sai, noi oggi viviamo in un mondo moderno e parliamo del pluralismo sociale. Questo è un elemento veramente positivo in tutte le società.
Noi abbiamo anche una società pluralistica, ma negli ultimi anni lo è diventata in modo eccessivo e in qualche modo questo mette in pericolo l’unificazione e la solidarietà degli abitanti di Israele, dove uno dei fattori più importanti è sempre stato la solidarietà fra le persone. Ma se adesso lo Stato si dividerà in enclavi etniche, tra le quali ci saranno: gli ultra-religiosi, che stanno diventando sempre più numerosi, gli arabi israeliani, i russi, che mantengono la propria identità anche grazie alla televisione, alle riviste russe, ci sono poi i coloni che costituiscono un gruppo a sè, poi ci sono gli ebrei orientali, che coltivano la propria cultura e poi ovviamente le persone che definiamo del nord (zfonim), i laici a Tel Aviv.
Dunque, questi gruppi non hanno relazioni fra di loro, stanno diventando sempre più chiusi e alienati. Questo è molto pericoloso per l’unificazione dello Stato, quindi abbiamo tutto il nostro rispetto per una società multiculturale e lo sviluppo che porta, ma dobbiamo creare più coesione fra i gruppi.

E come sarebbe possibile?

Prima di tutto forzando i gli ultra-religiosi (i haredim), quindi smettere di dare soldi per finanziare tutti questi studi religiosi e meccanici ai quali si dedicano tutto il tempo e obbligarli a studiare l’inglese, l’ebraico, la Bibbia, la letteratura e farli accedere alle maggiori professioni per aprirli all’identità nazionale.
Secondo, bisognerebbe forzare i coloni ad obbedire alla legge, perchè si considerano al di fuori della legge. Terzo, gli Zfonim dovrebbero essere più vicini alla storia di Israele e non considerarsi sempre parte di Los Angeles, Parigi, New York, ma sentirsi parte della società, della tradizione e della storia ebraica.

Forse lei sa della manifestazione che è stata inaugurata a Milano, chiamata “Unexpected Israel”, pensata per mostrare un’altra parte e una nuova prospettiva di Israele, oltre il conflitto. Quanto pensa sia importante un evento come questo, che presenta forse la vera anima di questo Stato? Che impatto può avere sulle società nel mondo?

Israele è molto attiva dal punto di vista culturale, nota e apprezzata per la letteratura, i film, i quadri, la musica e i balli in tutto il mondo, ma non è rispettata dal punto di vista politico. Molte persone sono interessate dalla cultura israeliana e dalle sue attività ad alto livello. Le persone sanno cosa sia Israele, ma il dovere di questo Stato è di terminare l’occupazione, non può continuare. Non è possibile che ogni indiano abbia diritto al passaporto indiano mentre i palestinesi siano gli unici che non abbiano la cittadinanza, nella loro terra: questo non può continuare!

Per concludere, vorrei sapere la sua posizione relativa agli ultimi eventi: la “primavera araba”, il “fantasma” di un’Iran nucleare, le prospettive di futuro un futuro Stato palestinese, che è anche il futuro di Israele.

La chiamano la “primavera araba”, è questo quello che dicono. E’ un pensiero bizzarro, non sappiamo cosa succederà. Poichè non c’è una classe media, non si può cambiare un regime autoritario in uno democratico, o almeno migliorare il livello di democrazia, non parlo di governi come quello norvegese o svedese. L’audacia delle masse popolari in Siria, che vengono fucilate, l’immagine delle persone che muoiono in queste manifestazioni vicine ai loro “fratelli” è molto spaventosa, perchè non sappiamo cosa succederà: si costituirà un nuovo regime? O di che entità sarà il massacro?
Tutti questi Paesi stanno diventando più deboli e sembra che questo possa giovare a Israele, specialmente nel caso della Siria.
La Siria si è indebolita e il fatto che sia alleata con l’Iran, indebolisce la stessa alleanza e costituisce una minaccia per lo Stato persiano, perchè potrebbero scoppiare delle rivolte popolari al suo interno. Questo fattore ha contribuito a fermare anche gli Hezbollah nelle “provocazioni” e ha moderato l’attività di Hamas, associatosi nel governo nazionale a Fatah.
Io sono favorevole e penso che cesseranno anche i lanci di missili provenienti da Gaza nelle prossime settimane.
Questo è positivo per adesso, ma potrebbe rivelarsi molto pericoloso se i regimi nei paesi limitrofi andassero in pezzi e Israele venisse coinvolto, attraverso disordini e attentati,
La cosa migliore in questa situazione è porre fine al problema dei palestinesi il prima possibile, creare uno Stato, cooperare con questo. Questo eviterà la strumentalizzazione dell’odio nei confronti di Israele da parte del mondo arabo.

Sarah Tagliacozzo
Benedetto Sacerdoti
Emily Roubini