shoah

Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 Gennaio 2017
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museo-auschwitz-birkenauI numeri tatuati sulle braccia, i corpi stanchi e malati ammassati uno sopra l’altro. Queste sono le terribili immagini che la giornata della memoria ha sempre rievocato in me. Ma quest’anno è diverso, è il primo anno dopo la mia visita ad Auschwitz. Ricordo bene il gelo di quel pomeriggio di fine marzo: il cielo primaverile era limpido come uno specchio d’acqua, ma l’umidità entrava nelle ossa, irrigidendo le membra. Entrata nel museo, vengo come risucchiata in un vortice di ricordi e immagini. E’ tutto esattamente come lo avevo immaginato, come nei film. La mia attenzione, però, viene subito attirata da un chiassoso gruppo francese, tenuto faticosamente assieme da una guida stanca: le ragazze, tutte con gonna oltre il ginocchio, mostrano orgogliosamente le bandiere di Israele, avvolte sulle spalle come un mantello. Qualcuno, all’improvviso, tira fuori un selfie stick e inizia a fare fotografie. Mi allontano, furiosa: qua dentro poteva esserci tuo nonno, stupido garçon, non ti vergogni?

oswiecim-polska“A Oświęcim c’è anche un museo ebraico”, mi aveva detto qualcuno. Come quasi tutte le località polacche, ospitava una fiorente comunità ebraica prima della guerra. Esausta dalla visita al campo, mi inoltro nel centro abitato, cercando la vecchia sinagoga. Con enorme stupore scopro di trovarmi in una grigia, anonima cittadina polacca: gli stessi supermercati di Cracovia, le stesse banche, persino gli stessi volti inespressivi. Questa è Oświęcim, una banalissima cittadina industriale. Mi volto, per capire dove sono, e il filo spinato, nonostante la distanza, troneggia enorme, coprendo tutto l’orizzonte. In quel momento, un pensiero mi colpisce, fortissimo, e il cielo si fa pesante, quasi claustrofobico: Come potevano non vederlo? Come potevano non accorgersi, non sapere? Non chiedersi cosa avveniva di là dal muro? Con che coraggio potevano svegliarsi ogni giorno, vedere quel muro e tirare dritto? C’era una comunità ebraica qui, a Oświęcim. Erano concittadini, compagni di scuola, vicini di casa. Ho sempre catalogato i nazisti come criminali. Non ho mai realizzato, prima di quel momento, l’enorme potere dell’indifferenza, dell’omertà. Di chi non ha dovuto affrontare nessun processo di Norimberga, ma si è reso ugualmente colpevole.

mezzQualche mese dopo sono stata a Myślenice, un tempo fiorente shtetl polacco, e a Wiśniowa, dove si trova l’ultima sinagoga in legno della Galizia ancora in piedi. Agnieszka Cahn, di una delle poche famiglie rimaste di Myślenice e oggi a capo della Myślenice Community Association, ha guidato il mio gruppo per la cittadina, parlando come un fiume in piena. Gli ebrei, qui, costituivano un terzo della popolazione. I negozi della piazza principale erano quasi tutti gestiti da ebrei: “Qui c’era Winmann, qui invece la macelleria degli Horowitz. Spesso durante l’estate venivano organizzate cene di Shabbat in piazza”, spiega. Mi mostra le tracce delle mezuzot alle porte, mentre leggo nei suoi occhi una ferita ancora aperta. Anche qui, ciò che mi ferisce di più è la colpevole, sinistra indifferenza: il responsabile locale dei rastrellamenti, quando il momento arrivò, non esitò a mandare ai campi i propri ex compagni di classe, i propri compaesani, nel vile silenzio generale. “Il mondo non sarà distrutto da quelli che fanno il male, ma da quelli che li guardano senza fare nulla”, disse Albert Einstein.

C’è una fotografia al Galicia Jewish Museum di Cracovia che, a prima vista, sembra messa lì quasi per sbaglio. Il riquadro raffigura dei campi di grano nella campagna galiziana, con al centro un piccolo bosco. In realtà, nel luogo dove adesso si trovano gli alberi, un tempo c’era un cimitero ebraico: anche se non ce n’è più traccia perché andato completamente distrutto durante la guerra, i contadini del luogo non dimenticano. E, anche se le lapidi non esistono più, non coltivano l’area dove si trovavano, in segno di rispetto verso i morti. Non sottovalutiamo l’importanza del ricordo.

indiffA distanza di 70 anni, il mondo oggi è molto diverso. Grazie agli smartphone siamo costantemente interconnessi e riceviamo le notizie da tutto il mondo in tempo reale, inclusi i video degli attentati e le immagini degli orrori in Siria. Il prezzo da pagare, però, è l’alienazione. Auschwitz rischia di diventare un luogo dove fare selfie, i morti del terrore di diventare numeri scritti su uno schermo. Ci si può abituare all’orrore fino a non vederlo più? E’ una domanda a cui non riesco e non voglio rispondere. L’orrore, purtroppo, esiste ancora, basta pensare alla devastante guerra civile in Siria, che in 6 anni ha provocato centinaia di migliaia di vittime. Il genocidio armeno è ancora impunito. Un milione e mezzo di morti, un popolo perseguitato che ancora vive quanto accaduto nel 1915 con una profondissima sofferenza. Elif Shafak, scrittrice turca, ha subito un’inchiesta nel 2006 per aver definito il massacro degli armeni come genocidio in un suo libro. L’accusa era “oltraggio all’identità turca”. Cosa fare? Arrendersi di fronte all’omertà, al silenzio? Milioni di vittime ci impongono di non farlo. Di indignarci, di non cedere alla tentazione dell’indifferenza. Di non tirare dritto di fronte a un muro spinato.

Maria Savigni, 22 anni, vive nelle campagne lucchesi, dove, quando non è intenta a leggere o sfornare challot (o entrambe le cose), studia giurisprudenza
Maria Savigni, 22 anni, vive nelle campagne lucchesi, dove, quando non è intenta a leggere o sfornare challot (o entrambe le cose), studia giurisprudenza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI14 Dicembre 2016
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Si è da poco concluso il Viaggio della Memoria dell’Ugei, un percorso di sei giorni che ha compreso visite ad Auschwitz, Cracovia e Varsavia. Ci ha accompagnato il Prof. Andrea Bienati, che ringraziamo di cuore. Queste sono le impressioni di alcuni dei partecipanti.

viaggiomembirkenauGabriele Ajò Viaggio della memoria: non solo un viaggio alla scoperta di un Paese apparentemente lontano, ma un percorso di riflessione e conoscenza che mi ha stupito ed emozionato. Un’esperienza forte, coinvolgente, per non dimenticare un passato doloroso, ma soprattutto per raccogliere il testimone e trasmettere, raccontare alle generazioni future. Tra noi, gruppo Ugei, si è creata un’alchimia, una complicità nei momenti di commemorazione e in quelli di celebrazione secondo uno spirito di forte coesione. Siamo pronti a ricordare, a fare Memoria.

Ariel Nacamulli Il viaggio appena concluso, e lo dico al di fuori di ogni ruolo istituzionale, è un tipo di viaggio che tutti dovrebbero fare una volta nella vita. La nostra nello specifico è stata un’esperienza unica: un gruppo di correligionari che è diventato un gruppo di amici, un gruppo eterogeneo di ragazzi di diversa sensibilità e dai diversi interessi. Ed è proprio il gruppo di amici con cui avrei voluto condividere un viaggio di questo tipo.

Carola Disegni Tutto il viaggio è stato pervaso da un’emozione forte, perché nel caso della Shoah è difficile disgiungere la storia dai sentimenti. La visione del campo di Birkenau e i blocchi di Auschwitz mi hanno messa in condizione di pensare al male e alla tragedia in modo concreto senza muri o recinti. Forse la presenza di un testimone diretto della Shoah avrebbe permesso di comprendere ancor più le sofferenze e le atrocità subite da chi è passato in quell’inferno.

auschGiulia Mastroeni Quello organizzato dall’Ugei è stato un viaggio estremamente intenso, che mi ha permesso di ricordare, di riportare letteralmente nel cuore ciò che dentro di me, in quanto ebrea e in quanto parente di deportati ad Auschwitz, già c’era: la consapevolezza che chi reggeva le redini della storia in un momento che non si colloca poi così lontano nel tempo avrebbe voluto un mondo diverso, un mondo in cui io non sarei dovuta esistere. Ho potuto rendermi conto per la prima volta davvero di tutto l’orrore di un mondo in cui un inimmaginabile dispiego di forze e mezzi è stato messo al servizio dell’annientamento dell’empatia, ciò che più fa sì che l’uomo sia uomo. Ho visto luoghi dove ogni mattone, ogni sasso trasuda ancora morte, ho visto non-luoghi, che nulla avevano di umano, dove, comunque, si sono consumate vite, storie, sentimenti. Credo che non avrei potuto ricevere strumenti migliori per portare alla luce la storia, la nostra storia; per questo ringrazio il nostro Socrate, il prof. Andrea Bienati, gli organizzatori, che tanto si sono prodigati per rendere possibile questo viaggio, e anche tutti gli altri compagni, che, ciascuno a suo modo, mi hanno regalato una parte di sé che terrò sempre nel cuore.

Marta Spizzichino Se dico Auschwitz dico freddo, neve e alberi spogli. Potrei dire incapacità di comunicare, di capire e farsi capire. E ancora fame, burocrazia e pazzia. Dare nomi aiuta a comprendere e tradurre in parole a semplificare. Un nuovo linguaggio sarebbe dovuto nascere: accanto a una Lagersprache parlata nei campi ne sarebbe necessario uno che parli di questi.

Yael Di Consiglio Questo viaggio non è stato come tutti gli altri viaggi, ero preparata, l’ho studiato a scuola e fin da bambina i miei familiari me ne hanno parlato, ma quando lo si vede con i propri occhi sembra un’altra storia. È stata un’esperienza toccante che mi ha trasmesso emozioni e brividi fortissimi che nessun testo riuscirebbe a suscitare. Avevo le lacrime agli occhi quando ho letto il nome del mio bisnonno nel Libro dei nomi ma dovevo stare vicina ad altre persone. Sono contenta di aver partecipato a questo viaggio Ugei perché avere un gruppo di amici che ti sostiene è fondamentale. È stata un’esperienza che non dimenticherò facilmente.

ausch2Benedetto Sacerdoti Ripercorrere i luoghi che hanno visto lo sterminio milioni di ebrei, fra cui membri della mia famiglia, deve essere un imperativo per tutti. Non si può comprendere senza vedere in prima persona la folle razionalità con cui è stato  deciso di distruggere il nostro popolo. Il ghetto, la valigia da 10 kg, la bugia di essere avviati a campi di lavoro recitata fino all’ultimo istante. E il racconto della moglie di Rudolf Höss, comandante del campo di Auschwitz, che si lamentava della lenzuola sporcate dalla cenere nell’aria.

Alexandra Halfon In questo viaggio ho visto di cosa sia capace l’indifferenza umana. Un silenzio, che ha tuonato più forte degli spari, le bombe e le violenze fisiche. Ho visto quegli occhi stanchi, impauriti, e disperati i semplici uomini che desideravano vivere ancora, immortalati in foto, appesi su vecchi muri. Ho visto trecce di capelli di donna private della loro femminilità, della loro dignità. Ho visto tanto e ne ho fatto parte di me, per contribuire anch’io a fare memoria.

Ruben Veneziani Durante questo viaggio ho appreso che molti dei problemi e delle difficoltà che ognuno di noi incontra nell’arco della giornata sono solo piccole problematiche in confronto a quelle dei deportati ad Aushwitz o Birkenau. Penso che un viaggio del genere cambi in ognuno di noi il modo di vivere in quanto ciò che abbiamo visto con i nostri occhi è qualcosa di molto più terribile di ciò che ci si aspettava.

Alice Fossati Polonia anni della guerra, ebrei nei ghetti e furore nazista in ascesa. Gli atti di resistenza in un periodo dove le persone sparivano nella notte o venivano giustiziate pubblicamente per il solo fatto di essere ebree, non erano solo le lotte violente per contrastare tutto questo. Aiutare chi era nel ghetto portando medicine e approvvigionamenti, aprendo farmacie e facendo sorgere fattorie dove coltivare vicino ai quartieri chiusi erano atti di resistenza. Gli stessi ebrei che all’interno del ghetto seppur in condizioni terribili scrivevano e pubblicavano quotidiani o addirittura approfondimenti su teatro e cinema e scrivevano per far conoscere al di fuori ciò che era la vita dentro alle mura è stata resistenza. Ciò che possiamo ricordare sono le mille sfaccettature della forza con cui si può contrastare un’ingiustizia.

Elena Gai Un viaggio che ci ha portato nei luoghi dell’esistenza e della vita ebraica in Polonia e che ci ha mostrato come essa sia stata travolta dalla Shoah. Un’esperienza che ci ha reso consapevoli e che ci rende responsabili dell’eredità e del peso della memoria attraverso la riflessione, la profondità delle emozioni  provate e l’analisi sulla storia.

Filippo Tedeschi È doppia la mia soddisfazione personale rispetto a questo viaggio: da un lato mi rimangono i toccanti momenti vissuti e gli insegnamenti ricevuti, dall’altro tutti i “grazie” ricevuti per aver organizzato il tutto. Spero che il progetto possa continuare, partendo dalla base che questo Consiglio ha costruito, per poterlo migliorare ancora e permettere a più persone di poter vivere questa esperienza.

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Consiglio UGEIConsiglio UGEI20 Ottobre 2016
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rrIeri pomeriggio, a Roma, i giovani dell’Ugei hanno incontrato Piero Terracina, tra i pochi testimoni di Auschwitz che è ancora possibile ascoltare in Italia. L’incontro è l’ultima tappa di avvicinamento verso il Viaggio della memoria organizzato dall’Ugei, in partenza tra pochi giorni per i luoghi dello sterminio, su cui Hatikwà ha scritto in più occasioni negli ultimi mesi. 

I microfoni di Radio Radicale hanno seguito l’incontro, la registrazione è già disponibile sul sito per chi non ha potuto esserci di persona o vuole riascoltare le parole di Piero e per tutti gli interessati.

In apertura l’intervento del Presidente Ugei Ariel Nacamulli (min. 1-3), a cui sono seguite le riflessioni di Grazia Di Veroli e Maurizio Ascoli (Aned). Ampio spazio dunque a Piero Terracina, che in conclusione ha risposto anche alle domande del pubblico.

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Consiglio UGEIConsiglio UGEI14 Ottobre 2016
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mem1Il tempo passa e l’oblio è dietro l’angolo, combatterlo significa munirsi di strumenti adatti. Tradizione e memoria appaiono i mezzi migliori pur richiedendo una giusta dose di sforzo, temperamento e buona volontà e chi possiede i primi spesso manca del terzo. Il problema è reale e sempre più imminente, si presenta dapprima in modo vago assumendo forma definita solo con il passare degli anni. Tuttavia questi volano via come parole e non si fa a tempo a scrivere che il ricordo è già sfumato, non ne rimangono che i contorni che, un po’ sbiaditi, fanno quel che possono. I fatti, come i concetti, risultano fragili e balordi: a toccarli troppo si finisce per cambiar loro forma e a sfiorarli appena si rischia di darli in pasto alla polvere. La distorsione come l’indifferenza ne cambiano il profilo, ne alterano il contenuto lasciando spazio solo a pochi suoni qui e qualche vocabolo lì che, gradevoli alla pronuncia, si prestano a esser ricordati.

mem2Quando si parla di Shoah il pericolo incombe più incalzante che mai: il bagaglio sembra piccolo e le cose da ricordare sono troppe. Tutta l’esperienza è affidata alla carta che tenta di immagazzinare quante più informazioni possibili. Si dimentica talvolta la voce e il potere che essa è in grado di esercitare. Accanto a lei vengono tenuti in disparte anche suoni e odori che, data l’inconsistenza e breve durata, risultano i primi soggetti contro cui il tempo si scaglia. Inversamente a quanto si pensa la loro precarietà li rende ancor più persistenti.

Altri problemi emergono quando il tema della Shoah si impone. Come relazionarvisi? Con quali mezzi affrontarlo? A chi lasciare l’onere della tradizione?

Il contatto iniziale – più che l’approfondimento e il suo insegnamento – appare questione delicata, ognuno tenta di fare ciò che può per non darlo in pasto al tempo. Si visitano musei e si affrontano dibattiti sul tema, si vedono film e si leggono romanzi e libri storici. Altrettanto battuta è la via della riflessione che non lascia adito a dialogo scegliendo di rimanere circoscritta. Questa non richiede parole, preferisce affidarsi al silenzio.

mem3Per ultima la figura del testimone che, al contrario della memoria, in nessun modo può sottrarsi al pericolo che il tempo gli pone. Risulta tanto più inerme quanto più gli anni passano. Si aggrappa come può ai ricordi, chiedendo loro di non scomparire e impegnandosi per farli rimanere. Un testimone con buona memoria è tanto fondamentale quanto la presenza di un erede. Questo pone su di sé un grande carico: un passato che gli è parzialmente estraneo e che tuttavia non può permettersi di dimenticare.

Richiamare alla memoria non può prescindere dalla conoscenza. Questa deve essere chiara e puntuale altrimenti se ne ricorda la forma tralasciando il contenuto. Si corre il rischio di reiterare il gesto svuotandolo del significato e contenuto iniziale. La Shoah non chiede questo, e tantomeno l’ebraismo la cui forza sta nel rivivere ogni vicenda con lo stesso vigore e fermezza. Si sollecita l’analisi e la profondità d’osservazione per preservare al meglio una memoria che chiede di essere aiutata a non perdere le proprie tracce e la capacità di esprimersi.

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza
Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI6 Ottobre 2016
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viaggiomem3Il fiorire, al giorno d’oggi, di sempre nuove iniziative legate alla memoria della Shoah può apparire, alternativamente, appagante ma anche pleonastico. Questa duplice sensazione diviene più acuta all’avvicinarsi della Giornata della memoria, le cui iniziative peraltro si estendono ormai per diverse settimane.

Non è sempre stato così. Al contrario, fino circa alla metà degli anni ottanta la memoria della Shoah non aveva il posto che oggi occupa nell’opinione pubblica; talvolta veniva persino riassorbita nella vicenda della Resistenza al nazifascismo – con un’operazione a dir poco discutibile che poneva in terz’ordine la specificità del programma di sterminio industriale degli ebrei e di cui è esempio il Memoriale italiano ad Auschwitz voluto nel 1980 dall’Aned. Anche nell’ambito della ricerca scientifica l’attenzione era molto ridotta rispetto a quella che negli ultimi trent’anni ha portato a un’esplosione di studi, ricerche e progetti. La memoria, insomma, vive fasi di maggiore o minore popolarità. In anni recenti, coerentemente con quanto accaduto per la memoria della Shoah, assistiamo da più parti e in innumerevoli ambienti a una insistente rivendicazione di memoria, grimaldello che apre la porta all’era della commemorazione. Dimenticando che la commemorazione può servire il ricordo esattamente come l’oblio: si commemora per dimenticare almeno altrettanto spesso che per ricordare.

viaggiomem2Fin qui la memoria. Si tratta ora di porgere orecchio alle ragioni della storia, di cui la memoria dovrebbe essere al servizio – quella stessa memoria che invece sempre più spesso tende a occuparne il posto. La Shoah è un crimine unico, frutto certamente di una lunga tradizione europea di antisemitismo e di una più recente di antiilluminismo e razzismo, ma anche dello Stato burocratico moderno e della tecnologia industriale, indispensabili a innescare la fabbrica per la produzione del cadavere. Tuttavia, se anche la Shoah non ha eguali non nego che lo sforzo comparativo possa dare frutti: con la consapevolezza, però, che se forse – forse – tutte le vittime si equivalgono di certo non si equivalgono i crimini. Nello stesso mondo ebraico, però, l’idea di Shoah come evento unico non è unanimemente accettata ed esistono significative correnti che, in ossequio a una secolare tradizione, interpretano ogni tragedia della storia degli ebrei come la ripetizione di una medesima sventura. Non stupisce, per converso, che al di fuori degli ambienti ebraici ci si avvicini alla Shoah per lo più come a un crimine tra i molti, magari emblematico delle tragedie della storia ma non eccezionale in tutti i sensi.

viaggiomemRibadisco: memoria e storia sono cose da tenere ben distinte, con la prima ancella della seconda e non il contrario. Eppure la memoria ha anche un punto in comune con la storia: il fatto che, piaccia o no, non educa, non insegna, tantomeno protegge o garantisce che in futuro verranno evitati i cosiddetti “errori” del passato.

Perché dunque, se la memoria non “serve” a niente, organizzare un Viaggio della memoria nei luoghi dello sterminio per i giovani ebrei italiani? La risposta è semplice ma, credo, non banale: perché vogliamo farlo. Vogliamo parlare con gli ultimi sopravvissuti e comprendere il loro messaggio, consapevoli che non potremo dire quello che solo i testimoni possono dire. Ci piacerebbe ascoltare, conoscere, apprendere per essere in grado, in un domani sempre più vicino, di dire altro, qualcosa di nostro, eppure non solo; non fungere da meri trasmettitori ma diventare parte attiva della memoria e del suo sempre cangiante processo. Vogliamo raccogliere il testimone della memoria e imparare a correre con le nostre gambe.

Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, l'organo dell'Ugei. Vive e lavora a Torino
Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, l’organo dell’Ugei. Vive e lavora a Torino


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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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