shelach

Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 Giugno 2019
download-1.jpg

3min185

HaTikwà – Questa settimana leggeremo la Parashà di Shelach, uno dei brani più complessi della Torah, considerando l’evento centrale della lettura, ovvero la trasgressione degli esploratori. Infatti, mancava pochissimo all’ingresso del Popolo Ebraico in Erez Israel. Moshe aveva deciso, dopo varie richieste del popolo, di inviare dodici persone affinché portassero un resoconto della terra. Essi tornarono dopo appena quaranta giorni e dieci di loro dissero al popolo che la terra in questione era ostile, che vi erano giganti, che era impossibile combattere gli attuali residenti. Nelle parole pronunciate dagli esploratori non vi era l’ombra di una menzogna, avevano detto per filo e per segno ciò che avevano visto. Allora ci domandiamo, in cosa consiste il loro peccato? Per comprendere al meglio la loro mancanza, dobbiamo analizzare ciò che Moshe Rabbenu gli aveva chiesto prima che partissero. Egli aveva detto loro di osservare la terra per capire come combattere al meglio il nemico, come affrontarlo. Non aveva domandato se si potesse conquistare la terra, bensì come lo si potesse fare.

Moshe era certo del fatto che con l’aiuto del Signore avrebbero sconfitto qualsiasi avversario, ma allo stesso tempo non voleva affidarsi univocamente a Lui, in quanto voleva applicare il principio conosciuto universalmente come “aiutati che Dio ti aiuta“. Ora comprendiamo al meglio la trasgressione compiuta dai dieci esploratori: non hanno avuto fiducia nel Signore, non hanno compreso che con l’aiuto di Dio tutto è possibile, nonostante i numerosi impedimenti o i “giganti” minacciosi.

Il Rebbe di Lubavitch insegna che il nome della Parashà non indica solamente la prima parola della parte della Torah che leggeremo questa settimana, bensì ha un significato aggiuntivo, un messaggio molto più profondo: la parola Shelach, significa “inviare”, “mandare“. Uno dei messaggi che la Torah ci sta trasmettendo, è il seguente: Dio ci invia nel mondo per compiere numerose missioni. Nonostante gli ostacoli e le paure che esse presentano, non dobbiamo comportarci come i Meraghelim. Al contrario, dobbiamo sapere che Dio è sempre con noi, in ogni momento, e che Egli non ci chiede mai qualcosa che non possiamo fare. Dobbiamo fare proprio come disse Yoshua: “anche se la terra di Israele (così come quasiasi missione) fosse in cielo, noi ci arriveremo perché Dio è con noi“.

Shabat Shalom!

 

 

 

Dvar Torah dedicato alla Refuà Shelema di Marco Menasci


Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 Agosto 2016
giobbe-369x500.jpg

5min443
Giobbe secondo Marc Chagall
Giobbe secondo Marc Chagall

Elie Wiesel è morto nello Shabbat in cui si è letta la parasha di Shelach. Una parasha drammatica e complessa in cui si consuma una tragedia – l’episodio degli esploratori – che segnerà il destino del popolo ebraico per sempre. I temi del rapporto con la terra di Israele, della fiducia in D-o, della speranza e della disperazione si dipanano di fronte al lettore attento e lo invitano a non rimanere indifferente. In qualche modo è una parasha di domande e di risposte. Domande dolorose e risposte sincere, anche quando la sincerità non basta o non è richiesta o è essa stessa portatrice di sofferenza – quasi a dire che fare i conti con la realtà è sempre una cosa complessa. Mosè manda dodici uomini – “capi fra i figli di Israele” – a esplorare la terra promessa e chiede loro di indagarne le qualità, di scoprire che tipo di popoli la abitano, come sono le città, se ci sono degli alberi. Tornati, gli esploratori fanno un resoconto molto duro: la terra stilla latte e miele ma gli abitanti sono fortissimi, ci sono anche dei giganti, le città sono fortificate. Inoltre il paese “divora i suoi abitanti”.

Elie Wiesel
Elie Wiesel

Un midrash riporta che gli esploratori trovano una situazione di desolazione: tutti sono andati al funerale di un grande uomo – Rashì forse lo definirebbe un “adam kasher” (un uomo idoneo): Giobbe. Giobbe, colui che, nella sofferenza più tragica, ha avuto il coraggio di affrontare D-o e chiederGliene ragione, l’uomo che non ha avuto timore di urlare all’Altissimo per costringerLo a spiegare dove sia la Sua Giustizia. Forse per questo Giobbe era tanto caro a Wiesel che, nella sua vita, ha conosciuto da vicino che cosa sono la sofferenza e la morte, che vuol dire interrogarsi quotidianamente alla ricerca di un senso senza trovarlo. Perché, come succede e Giobbe, la risposta di D-o può essere peggiore del Suo silenzio, più banale e foriera di disperazione essa stessa. Wiesel, affacciato sull’abisso del buio impenetrabile della “Notte”, guardando in faccia la capacità dell’uomo di distruggere l’altro uomo, sentendo l’odore nauseabondo della morte e patendo la privazione di tutto, ha scelto la strada più difficile di non smettere di domandare, di sussurrare un interrogativo che diventa un urlo e una sfida: perché?

Lasciano questo mondo nello stesso momento Giobbe e Wiesel e a noi non resta che riscoprirci più silenziosi e pavidi a fare i conti con D-o, la nostra Storia e l’anelito perenne – e così spesso insoddisfatto – alla redenzione. Mi pare di vederli, proprio adesso, l’uno accanto all’altro, Giobbe e Wiesel, a porre la stessa domanda e a ricevere la stessa risposta. La fede del mio popolo, che non è diversa dalla loro, è che, qualunque sia, questa risposta sarà meravigliosa e convincente. Ma, a ben guardare, ciò che ha davvero del meraviglioso, e forse anche del miracoloso, è la capacità umana – che, in verità, credo pochi uomini abbiano avuto fino in fondo – di porre la domanda e di non arrendersi alla risposta, fosse anche D-o stesso a fornirla.

Giuseppe Mallel, di Roma, medico specializzando in Anatomia Patologica
Giuseppe Mallel, di Roma, medico specializzando in Anatomia Patologica