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Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 Febbraio 2019
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HaTikwà (S.Bedarida) – Ho avuto la recente opportunità di fare un breve viaggio di due giorni a Tbilisi, la capitale della Georgia. Ex Repubblica Sovietica, indipendente dal 1992, il Paese oggi si trova sulla sponda orientale del Mar Nero e conta circa 4 milioni di abitanti.Il suo paesaggio è tipico della regione caucasica, montano, e l’architettura è splendida e unica, a rappresentare davvero il ponte geografico, artistico e culturale tra Europa orientale e Asia centrale. Come ogni capitale di una nazione, a Tbilisi si possono vedere frequentemente bandiere georgiane sventolare dai balconi dei principali edifici istituzionali e non, unite alle bandiere dell’Unione Europea, a cui la Georgia si sente profondamente legata e di cui spera in futuro di poter fare parte. Inoltre, c’è anche un buon numero di bandiere israeliane, a cominciare dall’unione delle due issate sul terrazzo del palazzo che ospita la Camera di Commercio israelo-georgiana, sita lungo la centralissima Rustaveli Avenue.

Ho deciso perciò di affrontare con interesse l’argomento assieme alla guida, un ragazzo della mia età. Gli ho detto che sono ebreo, e la sua reazione ha manifestato stupore e grande rispetto nei miei confronti. Lui infatti non aveva mai incontrato prima d’allora persone di appartenenza ebraica, ma ha dichiarato che quello che ha sempre sentito da suo padre sugli ebrei è di “esserne sempre amici, perché si tratta di persone estremamente brillanti e intelligenti, da cui poter imparare”. Sono rimasto letteralmente senza parole: in un contesto globale in cui ancora oggi quando esplicito la mia identità sono spesso oggetto di domande non sempre poste con fine di interesse, ma talvolta con lo scopo di generare sfottò e imbarazzo, non mi era mai capitato di avere a che fare con qualcuno che avesse come unica immagine di noi, pervenutagli tramite un sentito dire, qualcosa di simile a questo. Un sentito dire estremamente positivo e privo dei più comuni stereotipi.

La guida allora ha sottolineato con fierezza la grande amicizia fra la Georgia e Israele, e il legame anche a livello non solo politico ma anche umano, da parte dei singoli. Il rapporto fra i due stati nasce innanzitutto dal profondo senso di ospitalità e accoglienza della popolazione georgiana nei confronti degli stranieri. Gli ebrei georgiani hanno infatti da sempre trovato un’oasi di grande pace in territorio georgiano, e la popolazione locale è fiera di poter ospitare una comunità ebraica.
Gli ebrei georgiani, che hanno toccato anche le 50mila unità, sono ridotti oggi a qualche migliaio, a causa della massiccia emigrazione proprio verso Israele, avvenuta prevalentemente per ragioni economiche e di opportunità lavorativa.

In ogni caso, la rottura e la tensione dei rapporti fra la Georgia e la Russia, a causa del contenzioso politico legato ai territori di Abcasia e Ossezia del Sud, con conseguenti sanzioni commerciali da parte dei secondi, e la relativa vicinanza geografica tra la Georgia e Israele hanno permesso l’intensificarsi delle relazioni commerciali fra i due paesi e l’attrazione di investimenti nel paese caucasico proprio da parte di quegli ebrei georgiani emigrati e figli di emigrati, i quali hanno potuto beneficiare dell’ottenimento della doppia cittadinanza e investire in proprietà immobiliari nel paese d’origine. Infine, nel febbraio 2014, a cementare ulteriormente l’amicizia fra i due paesi, l’allora primo ministro georgiano Garibashvili, alla presenza dell’omologo israeliano Netanyahu, ha piantato un albero nella Foresta delle Nazioni, in occasione di Tu Bi Shvat. La Georgia è un paese davvero interessante e particolare da visitare, per i paesaggi, l’architettura e la cucina. Aver avuto l’opportunità di scoprirvi anche un sincero alleato e amico del popolo ebraico e di Israele ha reso questo viaggio ancor più significativo e memorabile.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI18 Agosto 2017
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“Doikeyt. Noi stiamo qui ora!” è la parola d’ordine del Bund ed è anche il titolo di un volume fresco di stampa scritto da Massimo Pieri e pubblicato da Mimesis in occasione del centesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. “Doikeyt” indica lo stare qui, la consapevolezza di esserci (in tedesco “Da-keit”, in inglese “hereness”). La consapevolezza, per le masse ebraiche dell’Europa orientale, di essere soggetto, e non più solo oggetto, della grande storia.

L’Unione generale dei lavoratori ebrei di Russia, Polonia e Lituania (Bund), fondata il 7 ottobre 1897 a Vilna, è il primo movimento politico ebraico di massa dell’età contemporanea. L’ottimo libro di Pieri si apre con una sintesi storica della presenza ebraica nell’Impero degli zar da metà Seicento, e si sofferma sull’ultimo ventennio del secolo XIX, quando, dopo un periodo di caute riforme, sotto Alessandro III la situazione degli ebrei peggiora rapidamente. Sono gli anni dei pogrom. A Vilna, la “Gerusalemme dell’Est” centro del socialismo ebraico e di multiformi fermenti intellettuali, viene organizzata dapprima la propaganda tra gruppi ristretti di operai, per poi passare all’edificazione di un seguito proletario di massa tramite l’agitazione. Quello del Bund rimane in ogni caso un socialismo peculiare, perché l’ebraismo è pensato non in termini di fede, ma di nazione, una nazione senza territorio. Come per l’Israele antica, costituita da dodici tribù e da regole comuni che definiscono la collettività, per il Bund il federalismo è un esito naturale. E’ la cultura ebraica, prima ancora di quella socialista, il collante scelto per muovere le masse nella storia; il suo veicolo naturale è la lingua yiddish.

L’idea federalista parte dunque dalla lingua e dalla cultura. E infatti quando nel 1903, al secondo Congresso del Partito operaio socialdemocratico russo (POSDR), Lenin impone il centralismo, il Bund si fa da parte. Di fronte alla decisione tra continuare a essere la voce del proletariato ebraico oppure fare parte del POSDR, i rivoluzionari ebrei scelgono la prima. E’ una rottura dolorosa, perché il Bund è l’organizzazione che più di ogni altra aveva lottato per la fondazione di un partito da cui adesso si trova costretto a uscire. Il federalismo del Bund aspira all’unità del fronte socialista, partendo però dalle diversità e senza abdicare ad esse. Il centralismo di Lenin, al contrario, implica e sostiene l’assimilazione, e quello che Lenin e Trockij chiedono al Bund è di rinunciare all’identità ebraica. Il Bund considera invece l’assimilazione un obiettivo non socialista ma reazionario, e ritiene che proprio nella rivendicazione dell’autonomia nazionale risieda un’istanza autenticamente socialdemocratica. La nazione ebraica, inoltre, secondo i bundisti esiste anche se non ha un territorio: è questo un elemento fondamentale, e un motivo in più di scontro con i bolscevichi, che merita di essere approfondito in altra occasione. Per teorici marxisti come Otto Bauer, Kautsky o Lenin, gli unici ebrei buoni sono quelli che non sono più ebrei: “Contro l’assimilazione strepita soltanto chi continui a venerare il ‘passato’ ebraico” (Lenin, p. 156). Per questo il Bund, che rivendicava l’identità ebraica, era accusato di essere reazionario, nazionalista, particolarista.

Bundisti a Odessa durante la rivoluzione del 1905

Dopo l’uscita dal POSDR, il Bund organizza con efficacia sempre maggiore l’autodifesa ebraica durante i pogrom del 1903, che vengono invece minimizzati e di fatto giustificati da chi, come Lenin e Kautsky, vede nella società un’unica, onnicomprensiva contraddizione, quella di classe. I bundisti svolgono poi un ruolo cruciale nel 1905, al tempo della prima rivoluzione, imponendosi come modello di organizzazione e guadagnando enorme influenza tra i milioni di ebrei polacchi. Nel 1906 il Bund rientra nel POSDR, e nel 1917 i bundisti sono presenti nei soviet fino alla Rivoluzione d’Ottobre. Con la presa del potere da parte dei bolscevichi si conclude la parabola del Bund in Russia, mentre la popolazione ebraica si vede costretta a un’alleanza con l’Armata Rossa, l’unica forza in grado di opporsi ai sanguinosi e ripetuti pogrom scatenati dai bianchi durante la guerra civile. In Polonia il Bund rimane egemone tra gli ebrei fino al 1939, quando conta 100.000 iscritti. Negli anni della Shoah guida la resistenza ebraica, ma troppo grande è il divario di forze con gli sterminatori nazisti.

“Doikeyt” è un libro dai molti pregi: molto ben scritto, denso e ricco di dettagli ma sempre estremamente chiaro. La storia che dalle pagine di Pieri prende forma è quella di un’esperienza che ha ancora molto da insegnare. Quella di un’organizzazione ebraica, il Bund, che si oppone sia al centralismo sia all’assimilazione, ed esprime un progetto federalista di integrazione fondato sul mantenimento della diversità e proteso a chiedere il pieno riconoscimento del diritto alla differenza. Da un gruppo di persone che pensavano di poter cambiare qualcosa, o forse molte cose, e si sono messe in gioco per farlo nel proprio contesto di vita, abbiamo certamente tanto da imparare.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 Aprile 2017
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Le recenti notizie di concentramento e tortura di omosessuali in Cecenia, Repubblica della Federazione russa, non possono lasciarci indifferenti né come cittadini italiani né come ebrei. Per questo ci uniamo alla protesta del movimento LGBT e di larghi strati della società civile contro quello che in Cecenia è quotidianità, e contro la diffusione della propaganda omofobica ovunque: anche in Italia, dove pure è ben lontana dalle conseguenze estreme che vediamo realizzarsi in altre regioni del mondo.

Di seguito il comunicato di Magen David Keshet Italia, il primo gruppo ebraico LGBT nel nostro Paese (di cui Hatikwà ha già scritto qui).



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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