ruben spizzichino

Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 aprile 2017
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Ancora una volta la Corte Suprema israeliana torna a dividere Israele e il mondo ebraico. Poche settimane fa abbiamo assistito a un nuovo straziante episodio che ha mobilitato la società israeliana: il ritiro da Amona. Tanti gli israeliani accorsi nella zona per difendere i diritti dei loro fratelli, ma non è bastato. Ancora una volta siamo costretti a vedere ebrei sradicati da ebrei.

Sono molti gli intellettuali che si riempiono la bocca con i famigerati territori occupati (sulla carta contesi), convinti che gli insediamenti siano il vero cancro d’Israele, l’unico ostacolo alla pace. Alcune di queste persone, le vediamo battersi e impegnarsi durante la settimana della Memoria, diffondendo e ripetendo senza sosta e con un pizzico di retorica il mantra “Non ci può essere futuro senza Memoria”. Ebbene la storia degli insediamenti è abbastanza chiara e molto dovremmo imparare da questa.

Per “insediamenti” si intendono le città o villaggi dove gli ebrei si sono stabiliti in Giudea e Samaria (Yehuda veShomron – Cisgiordania) e nella Striscia di Gaza, da quando Israele conquistò la regione nella guerra del ’67. Nella maggior parte dei casi, gli insediamenti sono situati in luoghi dove erano già presenti comunità ebraiche prima della nascita dello Stato. Dopo la miracolosa sconfitta inflitta ai danni della coalizione araba nella guerra dei sei giorni, le preoccupazioni strategiche hanno portato entrambi i principali partiti politici di Israele, Labour e Likud, a sostenere e incentivare gli insediamenti in tempi diversi. I primi insediamenti sono stati costruiti sotto i governi laburisti 1968-1977, con l’obiettivo esplicito di garantire la sicurezza nelle regioni strategiche della Cisgiordania.

La seconda fase degli insediamenti  è iniziata nel ‘68 a Hebron, una città con una cospicua presenza ebraica, interrotta a causa del pogrom perpetrato dagli arabi nel 1929. Un massacro senza precedenti. L’ultimo gruppo di ebrei, oggi considerati “coloni”, si trova nella West Bank, a pochi chilometri dai villaggi arabi, gli stessi villaggi che vietano l’ingresso ai cittadini israeliani ebrei. Va ricordato, poi, che il 60% degli israeliani che vivono in Cisgiordania, risiede in soli cinque blocchi di insediamenti – Ma’ale Adumim, Modiin Ilit, Ariel, Gush Etzion, Givat Ze’ev – che si trovano tutti nel giro di sole poche miglia dalla linea armistiziale del 1949, altrimenti nota come “linea verde”.

Assistiamo a una demonizzazione continua dei territori contesi, a volte sostenuta da ebrei in cerca di protagonismo. Convinti che il vero problema dello Stato ebraico sia questo e che la delegittimazione d’Israele sia una conseguenza dovuta, non comprendono (o forse lo comprendono bene) di fare il gioco dell’antisionista: considerare l’intero Israele un’unica colonia e quindi destinata a essere sradicata.

I nemici di Israele affermano che gli insediamenti sono un ostacolo alla pace. In realtà è esattamente il contrario e la storia ce lo ha già dimostrato. Nel 1949-1967, quando agli ebrei era proibito di vivere in Cisgiordania, gli arabi rifiutarono, nella maniera più assoluta di fare la pace con Israele. Nel 1967-1977, il partito laburista, che stabilì alcuni insediamenti strategici nei territori, incentivò gli arabi a optare per la collaborazione e la pace più che per il terrorismo. Nel 1978, in seguito alla visita del presidente egiziano Anwar Sadat a Gerusalemme, Israele congelò gli insediamenti, con la speranza che il mondo arabo aderisse al processo di pace di Camp David. Ma nulla di tutto ciò avvenne. In un altro vertice di Camp David nel 2000, Ehud Barak offrì di smantellare la maggior parte degli insediamenti e di creare uno Stato palestinese in cambio della pace, Yasser Arafat rifiutò. In breve, la documentazione storica mostra che, ad eccezione di Egitto e Giordania, gli Stati arabi e i palestinesi sono stati intransigenti, indipendentemente dal ruolo degli insediamenti.

Nell’agosto 2005, Israele ha evacuato tutti gli insediamenti nella Striscia di Gaza e quattro in Cisgiordania nell’ambito del piano di disimpegno avviato dal primo ministro Sharon. Questo è stato un cambiamento drammatico per tutta la società israeliana. Ebrei cacciati dai loro stessi fratelli.

Israele ha dato tutto il territorio a Gaza e evacuato alcuni insediamenti in Cisgiordania senza alcun accordo con i palestinesi, che ora hanno piena autorità sulla popolazione all’interno di Gaza. Invece di ottenere la pace in cambio territori, Israele ha ricevuto ancora più terrore. Hamas, privo di una supervisione israeliana, è salito al potere, ha negato i diritti basilari alla popolazione e invece di utilizzare ingenti fondi per costruire le infrastrutture per il futuro Stato di Palestina (?) ha investito il denaro in armi, tunnel, reclutamento di terroristi e ville con piscina per i capi.

Che cosa abbiamo ottenuto in seguito al ritiro dagli insediamenti nella Striscia di Gaza? Un abbonamento fisso con i Qassam di Hamas. Gaza è diventata l’incubatrice del terrorismo palestinese. Il Sud d’Israele è perennemente sotto attacco. Ma ormai è tardi per rimpiangere Gush Katif.

Ruben Spizzichino,
vicepresidente UGEI,
responsabile politico e rapporti internazionali.
Studia e lavora a Roma

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tengo a precisare che l’articolo che segue, come altri contributi pubblicati su Hatikwà, esprime un’opinione individuale, non una linea condivisa dal consiglio Ugei. Hatikwà vuole essere un giornale aperto al confronto delle idee, per questo credo sia fondamentale condividere anche riflessioni come questa.
[Giorgio Berruto, responsabile Ht]


Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 dicembre 2016
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bollUn capoluogo emiliano freddo e insolitamente avvolto dalla nebbia, fa da cornice al XXII Congresso dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia; una ruspante sessantina di ragazzi e ragazze (tra cui molti bimbini novizi, come si direbbe a Livorno) è accolta dalla splendida comunità bolognese per uno shabbaton targato UGEI dove analizzare, discutere ma soprattutto litigare (come soltanto tra ebrei si fa) circa la situazione dell’Unione di tutti i giovani ebrei del Bel Paese, al tramonto del 2016.

giamboPer fortuna siamo in Emilia e ne consegue che le pietanze servite durante i pasti sono appetibili, anche se kosher; resiste tuttavia la malsana idea “made in UGEI”, di cenare il sabato sera in un ristorante sushi low cost, dove filippini travestiti da giapponesi servono manicaretti a base di ricercate forme di vita acquatiche, allevate in una cava di elettroliti. Ma del resto, come sottolineava Cicerone, l’importanza di un banchetto è stigmatizzata dalla compagnia, sempre ottima all’UGEI.

Ma Bologna è anche sinonimo di arte e cultura: non manca il tempo per un tour tra le vie della città dove poter contare gli scalini della torre degli Asinelli oppure ammirare l’effetto ottico della fontana del Nettuno superdotato: famoso sgarbo del Giambologna allo Stato della Chiesa. Inutile poi citare la strepitosa festa del sabato sera, dove si beve e si balla sulle note dell’immancabile DJ ugeino Daniel Meghnagi.

consiglio2017Infine, nel primo pomeriggio della domenica, il congresso conosce i nomi dei giargiana che porteranno avanti la baracca UGEI a partire dal primo giorno del 2017; il presidente uscente Ariel Nacamulli fa il bis, risultando il più votato. A seguire abbiamo il direttore del periodico che state coraggiosamente leggendo, Giorgio Berruto. Benedetto Sacerdoti e Filippo Tedeschi sono invece due vecchie conoscenze e garanzie dell’associazione che a quanto pare non sono ancora stanche. Abbiamo infine tre new entry: Elena Gai e Ruben Spizzichino, capitolini, e Matteo Israel, scaligero doc.

Concludo con i ringraziamenti: un sentito plauso a tutta la comunità di Bologna per l’ospitalità. Un doveroso ringraziamento ai consiglieri uscenti che si sono prodigati per organizzare un evento davvero unico. Grazie anche al Presidente del consiglio comunale di Bologna Luisa Guidone, al Presidente UCEI Noemi Di Segni e al Presidente della comunità ebraica di Roma Ruth Dureghello, per il caloroso saluto e le parole di fiducia e gratitudine mostrate al Congresso. Infine un mio personale augurio di buon lavoro al Consiglio UGEI 2017.

Simone Foa, milanese scappato a Livorno, in seguito ad una crisi mistica. Due grandi passioni: i treni e l'hockey su ghiaccio; il resto e' noia
Simone Foa, milanese scappato a Livorno, in seguito ad una crisi mistica. Due grandi passioni: i treni e l’hockey su ghiaccio; il resto è noia

Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 novembre 2016
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Riprendiamo da Moked la cronaca del Congresso Ugei che si è tenuto a Bologna dal 25 al 27 novembre.

Il Consiglio Ugei 2017, in carica dal 1° gennaio prossimo
Il Consiglio Ugei 2017, in carica dal 1° gennaio prossimo

Ariel Nacamulli, Giorgio Berruto, Filippo Tedeschi, Ruben Spizzichino, Matteo Israel, Elena Gai, Benedetto Sacerdoti. Questa la composizione del nuovo Consiglio dell’Unione Giovani Ebrei d’Italia, riunitasi nelle scorse ore a Bologna per il tradizionale Congresso annuale. Tre intense giornate di confronto sul futuro dell’organizzazione, la sua rappresentatività, le linee guida della sua operatività cui hanno preso parte, tra gli altri, la Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni, l’Assessore a Scuola, Formazione e Giovani Livia Ottolenghi e il Consigliere Saul Meghnagi.

Accolti dai vertici della Comunità ebraica bolognese, nelle figure tra gli altri del presidente Daniele De Paz, del rabbino capo Alberto Sermoneta e del Consigliere UCEI David Menasci, gli oltre 60 partecipanti giunti da tutta Italia hanno portato un contributo plurale alla discussione. “Un confronto prezioso e stimolante, segnato dalla necessità di dare ai nostri ragazzi un ruolo sempre più da protagonisti, nel pieno rispetto della loro indipendenza e propositività” sottolinea la Presidente Di Segni.

Nella sua relazione conclusiva il presidente uscente Ariel Nacamulli ha osservato: “Quello che sta per concludersi, e questa è una considerazione tanto da ebreo quando da cittadino, è stato sicuramente un anno che lascerà il segno nella storia. È stato l’anno della Brexit, di Donald Trump, della vittoria nella nostra capitale di un partito nato su internet. Questo è stato anche un anno che ci ha privato di alcune figure di riferimento come Elie Wiesel, Shimon Peres e Carlo Azeglio Ciampi, da sempre vicino alla Comunità ebraica. Nel nostro piccolo è stato l’anno in cui, dopo 10 anni di presidenza di Renzo Gattegna, al quale, indipendentemente dai colori politici, devono andare i nostri più sinceri ringraziamenti per il lavoro svolto, il Consiglio UCEI si è quasi completamente rinnovato, con una nuova presidente e nuovi assessori. Nel nostro piccolissimo, come UGEI, questo è forse l’anno che più di altri segna un cambio generazionale netto, che deve essere sempre incoraggiato e guidato in modo che sia il meno possibile una spaccatura”.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI10 novembre 2016
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Nel corso dell’anno che si sta avviando a conclusione l’Ugei ha cercato di stringere legami sempre più solidi con Delet, l’Assessorato alle Politiche Giovanili della Comunità Ebraica di Roma, di cui è attualmente responsabile Ruben Spizzichino. Obiettivo condiviso è stato il coinvolgimento nelle attività da noi proposte dei giovani della più numerosa comunità ebraica italiana. Nel 2016 gli appuntamenti più significativi organizzati in comune da Ugei e Delet sono stati il secondo seder di Pesach, ad aprile, e la festa di Sukkot, a ottobre, due successi notevoli in termini di intensità e partecipazione, segno di una collaborazione che ci auguriamo venga implementata nel futuro prossimo. Abbiamo intervistato Ruben Spizzichino sul significato e le potenzialità del coordinamento, a Roma, tra Ugei e Delet, sulla composita realtà giovanile romana, su come viene percepita nella capitale l’Unione dei giovani ebrei italiani.

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Ruben Spizzichino

Si è svolto da poco l’evento di Sukkot, organizzato in collaborazione da Ugei e Delet. Com’è andata? Il nostro bilancio è più che positivo. Viviamo un periodo estremamente complesso e sappiamo quanto sia difficile al giorno d’oggi aggregare, ancora più complicato quando si parla di giovani. Non possiamo lamentarci dei risultati ottenuti giovedì 20 ottobre. La serata era inserita in una settimana già colma di iniziative, inoltre la concomitanza di due eventi ebraici e soprattutto della partita della Roma in Europa League avrebbero potuto decimare il nostro bacino. Invece siamo riusciti a raggiungere quasi 200 ragazzi e ragazze. Buona musica e fiumi di sushi hanno contraddistinto la serata, soddisfacendo anche i partecipanti più esigenti.

A Roma c’è un terreno condiviso di incontro e confronto per i giovani? I movimenti giovanili ebraici, Bene Akiva e Hashomer, costituiscono i primi luoghi di incontro, confronto e a volte scontro di noi giovani. Tuttavia pensare ad un solo e unico terreno di incontro credo sia riduttivo. Oggi vediamo il prolificarsi di organizzazioni ebraiche giovanili, ognuna con la propria peculiarità. E’ vero che aumenta il pluralismo, ma anche la debolezza in seguito alla frammentazione della realtà giovanile. Inoltre non dimentichiamoci di quanto e come Facebook stia sostituendo le pratiche tradizionali di confronto.

delet-logoA chi si rivolge Delet? Chi partecipa agli eventi che organizza? Ci sono gruppi di giovani ebrei difficili da raggiungere e, viceversa, altri che partecipano assiduamente? Delet – Assessorato alle Politiche Giovanili si rivolge a un pubblico eterogeneo, dai 18 ai 35 anni. Coprendo un range di età molto ampio, Delet ha sviluppato diversi format in relazione al target da coprire. Un esempio è Delet Art, dedito ad attività di stampo artistico e culturale, che nel corso del tempo ha riscosso molto successo, specialmente tra i più grandi. A proposito di giovani ebrei difficili: un fenomeno chiave su cui vorrei soffermarmi è l’allontanamento dei giovani ”vicini”. In passato la partecipazione agli ambienti o eventi comunitari era sinonimo di integrazione, oggi invece, vediamo un’ostentata indifferenza nei confronti degli organi adibiti all’aggregazione. Il paradosso romano ci mostra come siano proprio gli “esterni” o cosiddetti “ebrei lontani” ad aderire agli eventi comunitari, mentre gli ebrei “attivi” si trovano nella posizione di poter rifiutare l’offerta comunitaria.

sukkotCredi ci siano differenze di rilievo tra gli interessi, aspirazioni e orizzonti dei giovani ebrei romani e quelli dei giovani delle comunità del nord Italia? A mio avviso le discrepanze sono marginali, parlare di differenze rilevanti credo sia azzardato. Inoltre anche se fossero di rilievo, non credo che il fattore geografico sia così determinante. Conosco molti giovani romani in contrasto con romani ma in accordo con torinesi e viceversa. I nostri orizzonti, le nostre speranze, i nostri interessi, sono condivisi con ogni giovane ebreo, ci prefiggiamo di potenziare e promuovere la gioventù ebraica al di là della provenienza.

ugeilogoChe cosa ritieni che debba fare l’Ugei in generale? E nello specifico a Roma? Come viene percepita l’Unione giovanile nella tua città? Cosa fare per migliorare? Nell’ultimo anno L’Ugei ha dovuto affrontare situazioni critiche. L’organizzazione era reduce da un Congresso povero di partecipanti e candidati, il che alimentava un’atmosfera demoralizzante. Nonostante ciò, molte sono state le iniziative intraprese volte ad accrescere e avvalorare la partecipazione dei giovani ebrei. Certo è, che molto ancora è da migliorare. Dall’interno, l’Ugei dovrebbe potenziare il sostegno alle attività sociali, culturali e religiose organizzate da associazioni, organizzazioni e movimenti giovanili. Invece sul fronte estero, anche in relazione al grave problema dell’assimilazione, dovrebbe incentivare gli scambi tra le giovani e i giovani ebrei nel mondo, promuovendo la circolazione e gli incontri. Un altro punto di sviluppo è proprio il rapporto tra Ugei e Assessorato alle Politiche Giovanili di Roma. Statisticamente comprendiamo più della metà delle utenze Ugei. Il dato che fa riflettere ci mostra che Roma è la comunità più grande d’Italia, ma nel 2016 solo un rappresentante dell’Ugei vive nella capitale. Ciò conferma un mancato radicamento a livello locale. Lavoreremo con impegno e dedizione in sintonia con il Consiglio Ugei 2017, oltre le barriere, al fine di limare le distanze, e rinvigorire il nostro legame. Siamo già all’opera per portare Roma all’Ugei e l’Ugei a Roma.

A cura di Giorgio Berruto


Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 marzo 2016
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logoyeudYeud – Future Leader Training è un corso organizzato dall’Ucei a partire dal 2009 per formare quei giovani ebrei italiani che in futuro si occuperanno della gestione delle comunità di cui fanno parte. L’edizione di quest’anno è la seconda che si svolge a Gerusalemme, sotto la direzione scientifica di rav Roberto della Rocca e Dan Wiesenfeld, e con l’indispensabile impegno di Claudia Jonas con il gruppo e di Genny Di Consiglio a Roma. Il programma, molto denso, si è svolto dal 6 al 13 marzo e ha previsto laboratori di team building e leadership, incontri con rabbini e esperti di ebraismo e Israele, visite mirate a luoghi di importanza focale per lo stato di Israele e occasioni di approfondimento su attualità e politica. Il filo rosso che ha unito il programma è stato quello del dialogo e del dibattito: innescato dagli stimoli che sono stati proposti, ha presto superato i muri dell’aula di Kyriat Moriah per trasformarsi in una rete di libero confronto che per tutta la settimana non ha smesso di venire tessuta.
Quelle che seguono sono le riflessioni dei partecipanti.

yeudgruppoElena Gai Ye’ud mi ha dato la possibilità di confrontarmi, di creare un dibattito sano e costruttivo che mi ha permesso non solo di conoscere le opinioni e i punti di vista altrui, ma anche di conoscere meglio i miei punti di forza e i miei limiti. Bisogna sapersi mettere sempre in gioco, saper mostrare ciò in cui si crede e contemporaneamente saper rivalutare le proprie certezze, sapersi confrontare e saper imparare dagli altri. Questo è alla base delle relazioni umane, e comprenderne l’importanza è essenziale per chi si vuole definire “leader”.

Charlotte Eman Quest’esperienza è stata unica e molto formativa. Abbiamo imparato a condividere idee, obiettivi, scopi e strategie, per creare qualcosa di molto importante: un gruppo di amici molto legati, ma, cosa più importante, un team indissolubile in grado di risolvere situazioni.

Ruben Spizzichino Evitare di definire opinioni non affini alle mie “diverse”, ma semplicemente “altrui”. Il diverso presuppone l’autoreferenzialità, comporta l’impossibilità di comunicare e relega la discussione in uno stato stagnante di idee. “Diverso” indica il dislivello di concetti e posizioni. “Altro”, implica il rispetto per il prossimo, pone la parità di idee, condizioni fondamentali per la loro evoluzione. Insomma, solo uno stupido resta cristallizzato sulla propria idea e irrispettoso verso quelle “diverse”.

yeudlezioneSabra Salvadori Yeud per me è stato un modo per conoscere da vicino la realtà israeliana grazie ai numerosi temi affrontati, ma soprattutto un momento di confronto con altri ragazzi che, come me, vivono e partecipano alla vita delle comunità ebraiche italiane. Grazie a questo confronto ho potuto constatare le differenze culturali dei ragazzi a seconda che questi vivano nelle comunità di grandi dimensioni o nelle comunità più piccole.

Nathan Bendaud Come formare un team? Chiedete a Claudia Jonas, Dan Wiesenfeld e rav Roberto della Rocca e vi spiegheranno di prendere 15 ragazzi dai 18 ai 30 anni provenienti da varie comunità italiane con il sogno un giorno di diventarne leader.

Michael Sierra Al di la delle ottime conferenze del programma, penso che Yeud abbia costruito un ottimo team formato da futuri leader di tutte le comunità ebraiche italiane, compresa quella in Israele. L’investimento nella formazione di leadership giovanile per rinforzare i contatti fra le comunità, a mio avviso, è fra i compiti più importanti. Sono sicuro che la scelta di svolgere il seminario in Israele non sia stata casuale. Le comunità in Italia hanno tanto da imparare da Israele e la comunità italiana in Israele ha tanto da imparare dalle comunità italiane. A nome di “Giovane kehilà”- il gruppo giovanile degli italiani in Israele che ha come scopo rinforzare i contatti con le comunità italiane e contribuire allo sviluppo della società israeliana, ringrazio molto l’UCEI, e Rav della Rocca in particolare, per questa occasione. Sono sicuro che presto vedremo i frutti di questo programma.

Simone Somekh Mi sono confrontato con docenti e ospiti dalle più svariate idee politiche e religiose, ma anche con gli altri partecipanti. Per sette giorni, ho respirato un’atmosfera di apertura al confronto e voglia di collaborare che ho raramente visto in altri eventi e programmi. Un ebraismo in decadenza come quello italiano necessita urgentemente di leader più lungimiranti e più spazio per i giovani. Valori di base della vita ebraica come l’osservanza dello shabbat e lo studio dei testi si stanno perdendo per dare spazio a faziosità e politica. Il seminario di Yeud è stato un’esperienza per crescere; credo che tutti i ragazzi partecipanti siano di grande esempio per molte figure di spicco dell’ebraismo italiano, che ancora stentano ad adottare vedute più larghe e strumenti di management anglosassoni.

yeudlezDaniel Foà Una settimana dedicata alla scoperta. Abbiamo scoperto luoghi e persone, ma principalmente idee. La conoscenza dell’altro è occasione di crescita. La discussione è ricchezza.

Arièl Nacamulli Yeud è stata un’esperienza fantastica, un’occasione in cui incontrare ragazzi molto diversi tra loro ma con il desiderio comune di mettersi al servizio dell’ebraismo italiano. È quello di cui abbiamo bisogno.

Yael Di Consiglio Yeud è stata un’esperienza fantastica che difficilmente dimenticherò. Pur essendo la più piccola mi sono integrata da subito nel team. Nonostante i ritmi frenetici delle lezioni la curiosità di conoscerci e confrontarci su diverse visioni ci ha spinto a interagire tutto il giorno, discutendo delle nostre opinioni, sempre diverse le une dalle altre. Eppure nessuno voleva prevaricare: siamo stati pronti ad ascoltare le opinioni degli altri e da esse apprendere. E’ stata una settimana con un giusto mix di leadership, Torah, pizza, shawarma e waffles.

Saleyha Leah Hossain Partendo dalla comune convinzione che un leader sia il capobranco di un gruppo meno importante, siamo giunti, grazie al sostegno continuo di Dan Wiesenfeld e di altri rilevanti professori e rabbini, non solo a demolire quest’errata interpretazione ma a creare ed essere un team coeso, arricchito dalle peculiarità di ciascuno di noi e forte grazie alla profonda amicizia che si è creata.

David Giuili E’ stata un’esperienza bella e costruttiva. Durante i giorni di Yeud mi sono sentito proprio a casa. Mi ha emozionato molto la riconoscenza verso Herzl e come viene mantenuto il suo ricordo: in Israele è sentito molto il patriottismo e la fratellanza, in Italia non interessa minimamente…

Giorgio Berruto Se condividere uno spazio è sempre una sfida, tanto più lo è lavorare insieme. Ci insegna Dan Wiesenfeld che anche un team ha una vita. C’è la formazione, un innamoramento in cui l’entusiasmo primeggia. Poi vengono i contrasti: il negativo, la percezione dell’altro, il confrontarsi talvolta sordo. C’è l’assestamento e la fase normativa: la capacità decisiva di codificare regole – regole non scritte – e di stringere il mirino sull’obiettivo e sul metodo. E c’è lo stadio performativo, in cui l’altro è ormai Altro, uno spazio che si dischiude, interlocutore con cui confrontarsi non più per necessità, ma per scelta.

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UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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