Rashi

Consiglio UGEIConsiglio UGEI6 Novembre 2018
Passover.jpg

20min743

Durante il recente Congresso Ugei che si è svolto a Roma, nel corso della discussione, è emerso il tema della possibilità e/o l’opportunità di condividere il Seder di Pesach anche con persone non ebree. Per approfondire questo interessante argomento ci siamo rivolti a rav Haim Fabrizio Cipriani [HT redazione].

Mi è stato chiesto di esporre un’opinione sulla possibilità di invitare persone non ebree al Seder di Pesach.

In effetti è opinione di alcuni che questo sia proibito, e in molti ambienti ebraici, sia comunitari sia familiari, questo viene evitato, talvolta con conseguenze non banali a livello di relazioni. Si tratta di un soggetto molto delicato. L’atteggiamento di chi vorrebbe un’esclusione degli ospiti non ebrei è comprensibile in un’epoca come la nostra in cui la diluizione culturale dell’ebraismo porta a una progressiva perdita, quantitativa e qualitativa, del potenziale ebraico. Il punto è capire se questo tipo di atteggiamento è fondato dal punto di vista della tradizione ebraica, e se in qualche modo esso può essere efficace o  benefico in qualche modo.

Per tentare una risposta a questi quesiti, analizzeremo rapidamente alcuni fra i principali aspetti del problema.

L’aspetto problematico più frequentemente citato è una proibizione tecnica relativa alle leggi dei giorni di festa. La Torà permette esplicitamente di cucinare durante tali giorni: “Nessuna opera dovrà essere compiuta in essi, ma ciò che ogni essere mangia, solo quello potrà essere preparato per voi” [Es. 12:16]. Questo “per voi” che chiude il passo esclude la possibilità di preparare cibo per dei Gentili, ossia persone che non facciano parte della comunità d’Israele. La ragione è semplice e coerente. Mentre durante lo Shabbat è proibito sempre e comunque cucinare, giacché fa parte delle attività creative il cui spirito si oppone al carattere contemplativo della giornata, durante i giorni di festa solenne, di cui il giorno del Seder di Pesach fa parte, cucinare è permesso (anche se non lo è accendere un fuoco, ma questo non è rilevante ai fini del presente articolo). Si tratta di una facilitazione normativa notevole, il cui fine è quello di permettere di consumare, in un giorno festivo, cibi appena cucinati e quindi più appetitosi. Il problema è però che, qualora si cucinasse durante il giorno di festa, non sarebbe permesso farlo per dei non ebrei. Ma questo significa solo che è proibito cucinare del cibo espressamente preparato per loro, mentre queste persone possono tranquillamente consumare gli alimenti preparati per gli altri commensali ebrei.

Per questo il Talmud [TB Betsà 21a] raccomanda di specificare a eventuali Gentili che si trovino in una casa ebraica durante un giorno di festa, che non si potrà preparare nulla specificamente per loro. La cosa in sé potrebbe apparire strana, ma oggigiorno capita con relativa frequenza di cucinare una pietanza a parte per persone che magari soffrono di allergie o intolleranze, oppure hanno esigenze dietetiche particolari per ragioni di salute o di scelta, come i vegetariani o i vegani. Diverse autorità medievali specificano peraltro che tale avvertimento non è obbligatorio né necessario per diverse ragioni, e che sarà sufficiente servire agli ospiti non ebrei le stesse cose che si serviranno agli altri. Queste pietanze peraltro saranno state comunque preparate prima della festa, come è d’uso fare [cf. Mosè Maimonide, 1135-1204, Mishnè Torà Hilchot Yom Tov 1:13; Asher ben Yehiel, 1250-1327, Rosh Moed Katan 2:12]. Inoltre la possibilità che un ebreo, generalmente molto occupato in un contesto festivo, si metta a preparare cibo appositamente per alcuni individui, è altamente improbabile (e lo confermo non solo da rabbino ma da cuoco di casa), il che spinge diversi halachisti a non considerare la cosa problematica, anche qualora la presenza di non ebrei porti l’ebreo che cucina ad aumentare le quantità del cibo preparato [Yisrael Meir Kagan, 1838–1933, Mishnah Berurah 512:6].

In maniera generale l’atteggiamento dei decisori è quindi piuttosto permissivo al proposito, specie nel caso di cibo preparato in contenitori comuni a tutti i commensali, e questo soprattutto in situazioni dove fare diversamente comporterebbe possibili astii, incomprensioni o sentimenti di ostilità [Mishnah Berurah 512:6]. Secondo alcuni, questo principio  si estende all’invitare persone non ebree proprio al fine di evitare tali situazioni conflittuali  [Biur Halachà 512:1]. A questo dobbiamo aggiungere che, come già detto, è uso comune cucinare prima dell’inizio del giorno di festa, anche perché quest’ultima inizia la sera, con una cena festiva che non è pensabile di preparare all’ultimo momento. Ciò vale anche il caso del Seder di Pessach, che si tiene la prima sera della festa. Cucinando prima del tramonto, la normativa permette quindi, volendo, anche di preparare cibi esclusivamente per gli invitati Gentili.

Constatiamo quindi che questo ostacolo tecnico, relativo alle leggi dei giorni festivi, è facilmente superabile. Su questa base per esempio, rav Shaul Israeli [Responsa baMareh haBazak vol. 3: 56] permise al rabbino capo di Trieste, che richiedeva una sua opinione, di aprire il tradizionale Seder comunitario ai membri delle famiglie degli ebrei iscritti alla comunità, che spesso erano Gentili.

Esistono poi degli aspetti specifici al Seder di Pessach che meritano di essere sviscerati. Il Seder di Pessach come osservato nell’ebraismo rabbinico a partire dalla distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 EV, è una cerimonia basata sul rito biblico che si articolava intorno al consumo dell’agnello pasquale, il cosiddetto Pessach, che dà il nome alla festa. A proposito dell’agnello, la Torà specifica: “… Nessuno straniero ne mangerà … E quando uno straniero soggiornerà presso di te, e farà Pessach per YHVH, che ogni maschio sia circonciso;  e si avvicinerà per farlo, e sarà come un cittadino del paese. Ma nessun incirconciso ne mangerà.” [Es. 12 : 43-48]

L’agnello pasquale era quindi il centro della celebrazione della nascita di Israele come popolo, nel momento in cui si preparava a uscire dall’Egitto. La carne sacrificale era vietata ai non ebrei, a meno che essi non si circoncidessero, ma anche agli ebrei che non fossero circoncisi, cosa che varrebbe ancora oggi qualora il Tempio fosse ricostruito. L’aspetto centrale qui è che la differenza non è di ordine etnico ma di identità culturale, storica e spirituale. Solo chi è circonciso ha la possibilità di condividere pienamente quello che è considerato un aspetto fondatore dell’ebraismo, ossia la facoltà di mettere in atto un processo di liberazione. Non a caso, la Torà indica che diversi Gentili vorranno unirsi a celebrare Pessach, e la possibilità per loro di farlo pienamente esisteva, attraverso quella che era percepita come una forma di proto-conversione (in realtà si trattava probabilmente della conversione in uso all’epoca biblica).

Da quando il Tempio non esiste più, gli ebrei celebrano una cerimonia, il Seder, basata su alcuni elementi dell’antica cerimonia biblica, in particolare il consumo di pane azzimo ed erbe amare, che in origine accompagnavano la carne dell’agnello, e che oggi vengono invece consumati in modo autonomo. Nessuna regola biblica si applica a questa cerimonia, e non vi sono basi normative per proibire la partecipazione di un Gentile. Vi è solo un particolare, quello dell’Afikoman, l’ultima porzione di pane azzimo, che conclude il pasto rituale, ed è considerata, come recita il testo della Haggadà, “ricordo del sacrificio di Pessach”. Siccome quest’ultimo elemento del pasto ha quindi un legame molto diretto con l’antico sacrificio, si è sviluppato l’uso di non condividere l’Afikoman con persone non ebree. Ma si tratta di un uso, e non di un divieto, anche perché, va sottolineato, si tratta solo di un ricordo del Pessach, o addirittura secondo alcuni un ricordo del pane azzimo che lo accompagnava [Rashbam Pessachim 119b s.v. Ein.], tutti aspetti che rendono questo uso possibile ma certamente non obbligatorio. Di contro, esistono numerosi aspetti i quali dovrebbero suggerire che la presenza di non ebrei a un Seder sia una cosa non solo tollerata, ma benvenuta e auspicata.

Intanto va considerato che un numero considerevole di ebrei ha genitori non ebrei (spesso uno, ma nei casi di persone convertite anche entrambi), e in quel caso la loro presenza fa parte dell’obbligo normativo di Kibbud Horim, il rispetto dovuto ai genitori. Numerose autorità rabbiniche hanno sottolineato l’importanza che questa mitsvà (responsabilità obbligatoria) sia onorata anche da chi ha genitori Gentili, pregando per la loro salute e recitando per loro le preghiere funebri [cf. Ovadia Yossef, 1920-2013, Yehavé Daat 6:60] ed evitando di causare loro imbarazzi di alcun genere [Moshe Feinstein, 1895-1986, Iggherot Moshè, Yoreh Deah 213:130].

Vi è poi una ragione pedagogica di ordine generale da tenere in conto. Se da un lato alcune fonti proibiscono di insegnare Torà a persone non ebree, vi sono non ebrei che contemplano la conversione all’ebraismo, per i quali è importante imparare, e a cui è assolutamente permesso insegnare Torà [Moshe Feinstein, Iggherot Moshè, Yoreh Deah 3:90]. Senza contare che si considera in linea di massima che quando nell’uditorio vi siano anche ebrei, questo non comporta problema [Moshe Feinstein, Iggherot Moshè, Yoreh Deah 2:132; Yechiel Yaakov Weinberg, 1884-1966, Seridei Esh Yoreh Deah 55].

Esiste inoltre un principio importante di riavvicinare le persone, per esempio ebrei che abbiano contratto matrimonio con non ebrei (la stragrande maggioranza oggigiorno), o che per diverse ragioni si siano allontanati dalla vita ebraica. In questi casi, riavvicinare le persone è una mitsvà molto importante [BenTsion Uziel, 1880-1953, Piské Uziel beSheelot haZeman, 65].

Senza contare poi il principio fondamentale di mipnè darkè shalom, ossia di costruire relazioni di pace coi nostri vicini non ebrei. Questo principio ha il peso di una legge talmudica ed è applicato in molte occasioni, fra cui quella evocata da alcuni di inviare cibo a persone non ebree in occasione delle feste in modo tale da condividerne la gioia con loro [Mishna Berurah 512:100], e in generale come mezzo per evitare situazioni di attrito ed imbarazzo [TB Ghittin 61a]. Il principio gemello di questo è mishum evà, ossia quello di evitare ragioni di incomprensione e astio, che è evocato anch’esso da alcune fonti proprio riguardo alla necessità di accogliere invitati non ebrei alle feste ebraiche [Yisrael Meir Kagan, 1838–1933, Mishnah Berurah 512:6].

In pratica quindi, come abbiamo constatato, non vi sono proibizioni reali rispetto alla partecipazione di non ebrei a un Seder di Pessach. Al massimo si potrebbe pensare, come alcuni fanno, di spiegare che sarà opportuno per loro non consumare l’Afikoman, ossia il pezzetto di pane azzimo che chiude la cerimonia, non come forma di esclusione ma come riconoscimento delle specificità identitarie e culturali di ognuno. Si tratta di una forma di rispetto che per gli ebrei, troppo spesso costretti a compiere scelte identitarie forzate, è importantissimo. Questo può essere spiegato facilmente e, lungi dall’essere fonte di astio, può al contrario essere riconosciuto come un gesto di attenzione. In fondo, condividere l’Afikoman sarebbe un po’ analogo a quando nelle scuole francesi si faceva cantare ai bambini francesi di origine magrebina “Nos ancêtres les gaulois” (“I Galli, nostri antenati”), privandoli della loro dignità culturale precipua.

Nessuna proibizione quindi, ma al contrario diversi argomenti in favore di una ampia condivisione.

**********

Il Seder di Pesach secondo Emanuele Luzzati

In conclusione di questa discussione però, offrirei una riflessione che è a mio avviso centrale. Se da un lato abbiamo mostrato la non sussistenza di reali impedimenti normativi in questo contesto, va sottolineato che le posizione teoriche dei decisionari di epoche passate corrispondono a situazioni sociali e culturali ben diverse da quelle attuali, e il processo normativo ebraico deve tener conto di tali cambiamenti. Non solo, ma vi è sempre stato uno scarto necessario fra la dimensione della Halachà (la legge ebraica) teorica e quella della sua applicazione pratica, come avviene in ogni sistema di pensiero. Per esempio, la fonte citata della Mishnah Berurah da un lato permette una certa elasticità, dall’altro sottolinea che, nel giorno di festa, sarebbe proibito cucinare anche per un ebreo non pienamente osservante [512:2]. Se si seguisse fino in fondo questo principio, che molto probabilmente rav Kagan (l’autore) non avrebbe seguito in pratica, coloro che evitano di invitare non ebrei, dovrebbero evitare analogamente di invitare ebrei che non siano pienamente osservanti, i quali oggi corrispondono a circa il 95% dell’ebraismo mondiale. Una posizione difficilmente difendibile, che ricorda quella, ironica ma non poi così tanto, dell’individuo che indossi i Tefillin (filatteri per la preghiera) e, vedendo una persona in pericolo di annegare, non si getti in acqua perché la Halachà proibisce di bagnare i Tefillin. Ogni principio legale e normativo deve essere posto e compreso in un contesto specifico, mentre il contesto attuale merita chiaramente riflessioni e comportamenti a esso adeguati.

Il rabbino tedesco Yaakov Emden (1697-1776), nel suo commento alla Haggadah di Pessach, sottolinea come uno dei primi passi recitati dica: “Chiunque è affamato, venga e mangi. Chiunque abbia bisogno, venga e faccia Pessach”, per ricordare come proprio questa festa, ricordo fra l’altro delle origini del popolo ebraico bistrattato e perseguitato in Egitto, debba fra l’altro insegnare l’apertura e la condivisione. E non a caso uno dei primi rituali del Seder, lo Yachats, consiste nello spezzare il pane azzimo, simbolo di condivisione e vicinanza.

In pratica, le tavole di molti ebrei e di molti autorevoli rabbini sono sempre state condivise con non ebrei, a Pessach e oltre. Rav Shlomo Zalman Auerbach (1910-1995) sottolinea che tale era l’uso in passato, specie nel caso di ospiti di rilievo [Shulchan Shlomo Yom Tov I, p. 207 nota 8]. Sappiamo che così faceva anche rav Avraham Yitzhak Kook (1865-1935), primo rabbino capo ashkenazita della terra d’Israele sotto mandato britannico [Moadè haReayah p. 420], e più recentemente questo era l’uso regolare di rav Elio Toaff, rabbino capo di Roma fino a pochi anni fa. Nello stesso modo operava il mio maestro, rav Giuseppe Laras, e questi erano i criteri usati quando chi scrive interveniva in qualità di shaliach, inviato dall’Ufficio Rabbinico di Milano, per la supervisione e la conduzione di Sedarim comunitari presso diverse comunità italiane.

Come detto nell’introduzione al presente articolo, la volontà di alcuni di voler limitare le interazioni con il mondo non ebraico è comprensibile, specie in un momento storico dove l’assimilazione degli ebrei conosce livelli elevatissimi. Si tratta senza dubbio di un fenomeno allarmante e molto grave per il futuro dell’ebraismo. Ma non ritengo che la chiusura costituisca la migliore arma per combattere una tendenza culturale probabilmente inarrestabile per svariate ragioni. Come il grande commentatore Rashi (1040-1105) fa notare, l’eccesso di fortificazioni è spesso segno di debolezza, mentre la loro assenza è segno di forza [Rashi su Num. 13:18 s.v. heHazaq]. L’unica possibilità dell’ebraismo è quella di rinunciare alla tentazione del ripiego su di sé, costruendo invece la sua forza sulla conoscenza e sulla serena consapevolezza di un patrimonio che deve essere insegnato, studiato, condiviso senza timore.

In particolare, in questa situazione in cui molti ebrei si allontanano dalla vita ebraica, e in cui molti non ebrei anelano a condividere con il mondo ebraico diverse occasioni di crescita spirituale, è più che mai necessario basarsi sulle aperture normative presenti nelle fonti che abbiamo visto, applicandole con una visione lucida del contesto attuale. Perché, come rav Joseph Soloveitchik (1903-1993) faceva notare, il Seder, prima di essere una cena rituale, è un momento di approfondimento e di studio articolato intorno a una cena.

Non a caso lo studio, l’insegnamento e la trasmissione sono gli elementi fondamentali dell’ebraismo, perché sono gli unici che possano davvero combattere l’ignoranza, madre di ogni pregiudizio. E muoversi dall’ignoranza verso la consapevolezza è l’unico modo affinché l’umanità possa elevarsi e costruirsi, come detto: “Non nuoceranno, né distruggeranno in tutto il monte della mia distinzione. Perché la terra sarà piena della conoscenza di YHVH come le acque coprono il mare.” [Is. 11:9]

Rav Haim Fabrizio Cipriani, rabbino presso le comunità Etz Haim (Genova) ULIF (Marsiglia), Kehilat Kedem (Montpellier).

www.etzhaim.eu
http://haim.cipriani.free.fr
https://www.facebook.com/RavHaimCipriani


Consiglio UGEIConsiglio UGEI29 Ottobre 2018
rashi.jpg

4min589

Durante il congresso Ugei che si è svolto a Roma dal 19 al 21 ottobre scorso, raccontato su HaTikwà da Susanna Winkler, sono intervenuto durante una sessione in plenaria molto coinvolgente. Ho iniziato il mio breve discorso citando il commento di Rashi a Bemidbar/Numeri 13:18. Almeno due persone mi hanno immediatamente interrotto, dimostrando innanzitutto incapacità a fare proprie le più elementari regole di confronto, che prevedono di lasciare parlare anche chi la pensa diversamente senza mettersi a ululare, e se si ha qualcosa di significativo da dire chiedere poi la parola per rispondere con garbo. Tengo a sottolineare che questa modalità di imporre il proprio punto di vista senza consentire agli altri di esprimersi è stata impiegata in più occasioni durante la discussione, non certo solo nei miei confronti, come ha notato ieri Marta Spizzichino su queste colonne. Il succo dell’intervento sguaiato di costoro, al netto del tono volgare e aggressivo era: quello che dici, cioè quello che riporti di Rashi, non è vero. E tra le righe ma evidente: chi sei tu da permetterti di citare il più importante dei commentatori? Mancandomi purtroppo conoscenze adeguate per rispondere su due piedi e non potendo fare una ricerca online – era Shabbat – ho lasciato cadere l’argomento senza rispondere. Potevo essermi sbagliato, ricordando male o fraintendendo un passo che sapevo di aver letto. Il sospetto che la citazione fosse corretta e che a sbagliare non solo nei modi, ma anche nel merito, fosse quel paio di presunti paladini del sacro fuoco della vera fede – la loro naturalmente – mi è rimasto, anche perché più volte mi è già capitato di vedere che proprio quelli che si considerano latori di uniche ed eterne verità sono di solito anche i più ignoranti e incivili. E, neanche a dirlo, è stato così anche questa volta.

Terminato il congresso e tornato nella mia Torino, sono andato a controllare il passo, consultandomi anche con un rabbino e un amico di indubbia competenza. Ecco qui quello che grazie a loro ho trovato. Rashi commenta il versetto che l’edizione della Torà a cura di rav Dario Disegni rende con: “Osservate il paese com’è e il popolo che vi risiede, se è forte o debole, se è poco o molto numeroso”. Sono parole rivolte nel deserto da Mosè agli esploratori che hanno il compito di andare nella terra di Canaan e poi tornare a riferire. La loro missione sarà un fallimento e segnerà l’inizio della peregrinazione per quarant’anni nel deserto. Così Rashi, citando un midrash (Mid. Tanchumà 6) commenta l’espressione “se è forte o debole”: “Ha dato loro un segno. Se vivono in città aperte (non fortificate) [è segno che] sono forti, perché confidano sulla propria forza. Se invece vivono in città fortificate, [è segno che] sono deboli”.

Giorgio Berruto


Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 Agosto 2016
giobbe-369x500.jpg

5min361
Giobbe secondo Marc Chagall
Giobbe secondo Marc Chagall

Elie Wiesel è morto nello Shabbat in cui si è letta la parasha di Shelach. Una parasha drammatica e complessa in cui si consuma una tragedia – l’episodio degli esploratori – che segnerà il destino del popolo ebraico per sempre. I temi del rapporto con la terra di Israele, della fiducia in D-o, della speranza e della disperazione si dipanano di fronte al lettore attento e lo invitano a non rimanere indifferente. In qualche modo è una parasha di domande e di risposte. Domande dolorose e risposte sincere, anche quando la sincerità non basta o non è richiesta o è essa stessa portatrice di sofferenza – quasi a dire che fare i conti con la realtà è sempre una cosa complessa. Mosè manda dodici uomini – “capi fra i figli di Israele” – a esplorare la terra promessa e chiede loro di indagarne le qualità, di scoprire che tipo di popoli la abitano, come sono le città, se ci sono degli alberi. Tornati, gli esploratori fanno un resoconto molto duro: la terra stilla latte e miele ma gli abitanti sono fortissimi, ci sono anche dei giganti, le città sono fortificate. Inoltre il paese “divora i suoi abitanti”.

Elie Wiesel
Elie Wiesel

Un midrash riporta che gli esploratori trovano una situazione di desolazione: tutti sono andati al funerale di un grande uomo – Rashì forse lo definirebbe un “adam kasher” (un uomo idoneo): Giobbe. Giobbe, colui che, nella sofferenza più tragica, ha avuto il coraggio di affrontare D-o e chiederGliene ragione, l’uomo che non ha avuto timore di urlare all’Altissimo per costringerLo a spiegare dove sia la Sua Giustizia. Forse per questo Giobbe era tanto caro a Wiesel che, nella sua vita, ha conosciuto da vicino che cosa sono la sofferenza e la morte, che vuol dire interrogarsi quotidianamente alla ricerca di un senso senza trovarlo. Perché, come succede e Giobbe, la risposta di D-o può essere peggiore del Suo silenzio, più banale e foriera di disperazione essa stessa. Wiesel, affacciato sull’abisso del buio impenetrabile della “Notte”, guardando in faccia la capacità dell’uomo di distruggere l’altro uomo, sentendo l’odore nauseabondo della morte e patendo la privazione di tutto, ha scelto la strada più difficile di non smettere di domandare, di sussurrare un interrogativo che diventa un urlo e una sfida: perché?

Lasciano questo mondo nello stesso momento Giobbe e Wiesel e a noi non resta che riscoprirci più silenziosi e pavidi a fare i conti con D-o, la nostra Storia e l’anelito perenne – e così spesso insoddisfatto – alla redenzione. Mi pare di vederli, proprio adesso, l’uno accanto all’altro, Giobbe e Wiesel, a porre la stessa domanda e a ricevere la stessa risposta. La fede del mio popolo, che non è diversa dalla loro, è che, qualunque sia, questa risposta sarà meravigliosa e convincente. Ma, a ben guardare, ciò che ha davvero del meraviglioso, e forse anche del miracoloso, è la capacità umana – che, in verità, credo pochi uomini abbiano avuto fino in fondo – di porre la domanda e di non arrendersi alla risposta, fosse anche D-o stesso a fornirla.

Giuseppe Mallel, di Roma, medico specializzando in Anatomia Patologica
Giuseppe Mallel, di Roma, medico specializzando in Anatomia Patologica

Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 Luglio 2016
kisui-500x337.png

12min2424

kisuiCaro Simone,

ho letto con attenzione il tuo articolo. Lo ho apprezzato per il coraggio con cui ti sei lanciato esprimendo liberamente il tuo pensiero e il tuo disdegno per una realtà che però credo essere più complessa di quella che delinei tu. In generale l’articolo è interessante perché ha vari spunti, ma forse un po’ confusionario perché metti molti elementi in campo.
Mi spiego meglio.
Sei sicuro di quello che scrivi, ovvero che le donne che si coprono il capo nel mondo ebraico lo facciano per una sorta di scelta di “sottomissione”?
Verso la fine dell’articolo ci lasci mandando un messaggio ambiguo: vuoi dire che nel mondo ebraico la donna è trattata come una schiava? Perché a me, la prima volta che l’ho letto, ha lasciato questa sensazione. Attenzione! Di chi stiamo parlando, delle donne ebree o delle donne musulmane?

A una prima lettura, mi sembra che in questo articolo tu non tenga conto di una “divisione” fondamentale interna all’ebraismo stesso: tra la scelta (o non scelta) delle donne harediot di indossare una parrucca e l’usanza del “kisui rosh”, che peraltro è in uso anche tra le donne ebree delle nostre comunità italiane. Posso dire che nei templi di Roma, di Shabbat, sono più le donne sposate che lo indossano che quelle sposate che ne fanno a meno. Ho notato che anche nella comunità di Torino, e in parte in quella di Milano, le donne col kisui rosh al tempio di Shabbat non erano poche. E’ una moda? Forse. O forse no. Sarebbe interessante approfondire ad esempio se quelle stesse donne vanno in giro ogni giorno così o solo di Shabbat. E allora perché lo fanno, di Shabbat e proprio al tempio?
Magari adottano un modo convenzionalmente accettato per dire al resto degli uomini che sono sposate e dunque non libere. Non ci vedo nulla di male!
E poi che differenza c’è tra le nostre donne che mettono un fazzoletto in testa e quelle che invece scelgono di mettere una parrucca?
La differenza è abissale.
kisui2Questo per dirti che le modalità di espressione identitaria religiosa attraverso l’abbigliamento (e dunque il copricapo) sono argomenti complessi, su cui si potrebbe fare una ricerca approfondita ed estremamente interessante a livello antropologico.

Quando vivevo in Israele, girando per le strade di Gerusalemme, ero talmente colpita dalla varietà di modi di esprimersi che avevo proposto al mio professore di antropologia culturale di farne una ricerca: abbigliamento e identità religiosa. A Gerusalemme avrai notato che ci sono moltissimi modi diversi di comunicare attraverso gli abiti. Ci sono i cosiddetti “bacarozzi” (dall’ebraico “jukim”, qualcuno li chiama così in senso giocoso o dispregiativo), che sarebbero i haredim – anche chiamati “shchorim” (“neri”) o “dossim” (termine che imita la pronuncia askenazita della parola “datim”, religiosi). Questi hanno tante altre divisioni al loro interno e vogliono dire qualcosa di ben preciso col proprio abbigliamento. Ma poi ci sono anche i “kippot srugot”, gli uomini vestiti “normali” ma che vanno sempre in giro con la kippà fatta di filo e tenuta sul capo con una molletta, hai presente? Li riconosci anche quando hanno la divisa: la kippà la indossano sempre. Girano col capo coperto in segno di tzeniut (“pudore”) e rispetto verso D-o. Questi sono i rappresentanti di un ebraismo ortodosso più simile al nostro, se vogliamo, ma ancora molto variegato al proprio interno. Ecco, già solo a queste due categorie di uomini corrisponde una controparte di abbigliamento femminile differente, ad esempio rappresentato proprio dalla parrucca per alcune delle donne harediot e l’assenza di essa per le kippot srugot. Le sfumature in quel contesto sono fondamentali, perché raccontano molto delle persone e di quello che ciascuno vuole comunicare di sé agli altri.

Tornando al tuo articolo ho provato un ulteriore disagio. Sembra che tu ignori completamente il testo biblico da cui questa mitzvà deriva. Ti sei documentato, sulla Torah, da dove nasce la discussione su questi aspetti? Visto che nella vita nulla è casuale, il fatto che io abbia letto (in anteprima!) il tuo articolo nella settimana della parasha di Naaso’ mi colpisce particolarmente. In essa, infatti, si parla della sotà, la moglie sospettata di adulterio. A proposito di questo si accenna anche alla questione della tzeniut, legata alla copertura del capo.
La sotà viene portata al Bet Hamikdash, il Tempio di Gerusalemme, per bere l’acqua. Il verso dice (Bemidbar/Numeri 5, 18): “Il Cohen farà stare la donna in piedi di fronte al S-gnore, scoprirà la testa della donna e porrà sulle sue palme l’offerta di ricordo che è un’offerta di gelosia e in mano al Cohen saranno le acque amare, letali”. Rashi commenta dicendo che “scoprirà la testa” vuol dire “scioglierà le trecce dei suoi capelli in modo da farla vergognare”. Rashi aggiunge che da qui si impara che, per le figlie di Israele, stare a capo scoperto è fonte di vergogna.
Dalla fonte del Talmud (Ketubot, 72, 1) in riferimento a questo verso, si evince che quella del kisui rosh è utilizzata addirittura come esempio di ebraismo! E’ scritto nel verso di Bemidbar “e la sua testa è scoperta”. La scuola di Rabbi Ishmael insegna che si tratta di una richiesta di attenzione da parte delle ebree affinché queste non escano con il capo scoperto. Da questo mi sembra che si possa capire che il discorso è capovolto! Infatti sono proprio le donne che hanno fatto questa richiesta. Dunque quanto è lontano tutto ciò dall’idea di sottomissione da cui siamo partiti?

kisui3I maestri del Talmud discutono su alcuni dettagli riguardanti la questione, tra questi mi sembrano di particolare rilevanza i seguenti:
primo: visto che è scritto “non escano con il capo scoperto” ne deduciamo forse che la copertura del capo è d’obbligo solo in luogo pubblico (cioè fuori casa), oppure la donna deve coprirsi anche a casa?
secondo: è possibile usare la parrucca? Perché se il capello è attaccato al corpo è parte della donna, se non è attaccato al corpo no.
terzo: i capelli devono essere coperti del tutto o in parte? E, se in parte, in che misura?
Come tu stesso intuivi, anche la halachà non è indifferente ad altri fattori legati a dove si vive (in Israele o nella diaspora) e a che tipo di comunità si appartiene (comunità ortodosse, comunità chassidiche o altro). La questione è ancora più ampia e questo non è il luogo adatto ad approfondirla ulteriormente, anche in relazione al fatto che il kisui rosh rappresenta solo un aspetto fra le molteplici regole di tzeniut che riguardano sia le donne sia gli uomini e che hanno molto da insegnarci sul rapporto di ciascuno col proprio corpo e con l’altro sesso.

Però il punto più rilevante su cui ci troviamo in disaccordo, caro Simone, credo sia l’idea stessa che c’è dietro il fare una mitzvà. Nel momento in cui scegliamo di “essere” ebrei, e dunque di osservare le mizvot, stiamo aderendo (e non sottomettendoci!) ad alcune regole. Ognuno di noi sceglie di rispettare le mitzvot. Certo, esistono contesti storici e sociali in cui è venuta meno la possibilità di aderire per scelta libera e consapevole a questo sistema di valori. E tuttavia, in ogni epoca, per molti fare una mizvà – ogni mitzva, compresa quella del kisui rosh –  è sinonimo di libertà.

Un’ultima questione su cui vorrei invitarti a riflettere è di non cadere in facili similitudini! Torah e Corano sono due universi molto distinti, fondati su sistemi di ermeneutica profondamente diversi, in cui il rapporto con il Testo scritto e la Verità in esso contenuta, non sono paragonabili. Nel sistema islamico, vale soprattutto la parola scritta. La Torah invece è fondata sull’oralità, e incoraggia il commento e la discussione. Quindi attenzione a quando facciamo parallelismi, sicuramente leciti, ma a volte fuorvianti.

Rinnovo comunque il messaggio iniziale: complimenti per il coraggio con cui hai esposto la tua idea. Ti invito però a mettere in evidenza quali corde profonde ti sono state toccate dalle letture che hai fatto o dalle esperienze che hai avuto. Perché hai voluto dire la tua su questo tema? Quella, secondo me, è sempre la parte più affascinante degli articoli che scriviamo.

Barbara Zarfati

 

 

 

 

 

 

Hatikwà non ha – non deve e non può avere – una linea unica e definita su questo e molti altri argomenti. Quello che vogliamo fare è dare modo alle idee di confrontarsi. Questa articolata analisi esprime l’opinione di Barbara Zarfati, che risponde a un precedente commento di Simone Bedarida. Un giornale aperto al libero confronto delle idee: è questo, insieme agli ovvi corollari del rispetto per le idee altrui e della capacità di esprimere le proprie, l’unico principio formale che vogliamo mantenere costante.
[Giorgio Berruto, direttore Ht]



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


Contattaci