primo levi

Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 Gennaio 2019
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HaTikwà – L’intervista è del 1979, porta la firma di Giorgio Segre ed è stata pubblicata su HaTikwà, una volta cartaceo. Per la Giornata della Memoria abbiamo pensato di pubblicarla nuovamente, in modo da renderla più fruibile e per far leggere nuovamente le parole di Primo Levi, sopravvissuto alla Shoah, partigiano, nonché chimico e scrittore. Le sue parole:

Ritiene che esista attualmente una cultura ebraica diaspora? E se sì, nel campo letterario gli esponenti di questa possono essere rapportati, sia pure con le ovvie varianti soggettive, a comuni denominatori?
Direi senza esitare di sì. Direi che esiste una cultura ebraica diasporica. Basta dare un’occhiata all’elenco dei premi Nobel. Esiste una presenza ebraica in tutti i rami della cultura. In tutti i paesi esistono tuttora colonie ebraiche consapevoli di esserlo, esiste nelle scienze umane, nelle lettere, nelle arti figurative, nelle scienze esatte, nelle scienze naturali. Direi che non manca in nessun luogo. Se poi veramente ci siano dei comuni denominatori, direi di sì. Ma con molte riserve, può essere molto piccolo il denominatore comune. Sarebbe interessante scavare e vedere che cosa c’è di ebraico in Saba, in Moravia per esempio: che cosa c’è di ebraico in non ebrei. Sarebbe molto interessante vederlo. Come è noto, negli Stati Uniti la letteratura è impregnata di ebraismo di oggi; e non soltanto da parte di autori ebrei, ma di tutti. L’America è il baricentro della cultura ebraica oramai. Si può dire che in tutti gli Stati Uniti c’è questa presenza differenziata, segmentata in una quantità di segmenti, che vanno dal classicismo addirittura, fino all’ebraismo più laico di Bellow, per intenderci. E’ curioso come sia un fenomeno di grande scala questa trasmigrazione, non dico dell’ebraismo, ma del baricentro dell’ebraismo, che non è più in Polonia, in Russia Bianca, in Ucrania, in Lituania. Ma è a New York. Ma non ha perso nulla per la strada: anzi si è arricchito. Addirittura l’yiddish, lingua straordinaria, meravigliosa, che in Italia è sconosciuta, sta facendo una capriola ulteriore: dopo aver attinto al tedesco, all’ebraico, al russo, al polacco, al lituano, adesso diventa English e attinge dell’inglese. Fenomeni che sono preziosi per i linguisti, perché assistono veramente ad una lingua che è la lingua più ibrida del mondo, vive proprio perché è ibrida. E’ una follia pensare a lingue pure. Pensi quanto è ibrido l’inglese. L’yiddish è ancora più ibrido dell’inglese, per lo meno ha un ibridismo più recente perché continua a trasformarsi. L’inglese è ormai bloccato dalla sua letteratura. L’yiddish ha una letteratura gloriosa, ma piccola, scarsa come volume, in proporzione, non è così appesantita. E’ in grado di continuare a evolversi con neologismi straordinari.

Che cosa ci può dire della cultura ebraica israeliana? 

Della cultura ebraica israeliana so molto poco. Ho l’impressione che non sia molto vitale, per lo meno che sia un po’ provinciale. E’ un’affermazione che butto lì, senza saperla giustificare, perché non ho sentito parlare di una letteratura israeliana moderna. So che c’è qualcuno che scrive: la figlia di Dayan, per esempio. Non ho letto i suoi libri: quindi non so pronunciarmi. Ho l’impressione che Israele tenda, come del resto è giusto che sia, a diventare un paese del Medio Oriente, quindi a recidere i suoi legami con la cultura europea ed occidentale in genere. Mi si dice che le nuove generazioni israeliane non siano più poliglotte. Parlano l’ebraico e forse l’inglese imparato a scuola, quando va bene; mentre invece la mia generazione, i miei coetanei israeliani, parlano quattro o cinque lingue, perché hanno conservato tutte le loro radici. Penso che in queste condizioni possa esistere, possa magari nascere una cultura specifica israeliana con caratteristiche diverse, cioè molto più mediorientale. Il che non è un insulto: vuol dire nuovi legami, legami col mondo arabo, col mondo islamico addirittura. Perché no? Mi risulta che la musica è già così: la musica israeliana di oggi ha attinto attivamente, e in modo fecondo, alla musica araba. Molto di più non saprei dire. Io sono un ebreo diasporico, e mi sento molto di più legato alla cultura occidentale. Non so molto di questa cultura nuova. Le cose che ho detto sono da prendere con riserva.

Lei ha parlato di argomenti dolorosi, come il rapporto fra l’oppressore e l’oppresso nei campi di sterminio e della figura stessa dell’aguzzino, perché, secondo lei, bisognerebbe indagare su come l’aguzzino giunge a fare determinate cose, che forse non avrebbe fatto in altre occasioni. Vorremmo che lei ci specificasse meglio il suo punto di vista.
Se sono stato vago in quell’intervista è perché sono tuttora vago su questo argomento. Non ho ancora le idee chiare su quello che farò o quello che vorrei fare. All’ingrosso si tratta di questo. La situazione della persecuzione ebraica, dell’Olocausto, ormai il termine è prevalso, tende a schematizzarsi, come tutto tende a schematizzarsi. Siamo degli animali, noi tutti esseri umani, che preferiscono le cose semplici. Ma le cose non sono semplici. Sono sempre complesse. Mi piacerebbe contribuire a un’analisi, diciamo sociologica. Io non sono un sociologo, o sono un sociologo dilettante. Ma comunque sono un testimone, l’esperienza l’ho conosciuta, l’ho attraversata. Mi piacerebbe ristabilirla nei suoi termini. Per cui questo binomio, la vittima e l’aguzzino, va studiato. Bisogna capire perché l’aguzzino è diventato aguzzino. Per quali vie. Se veramente era un aguzzino o forse invece no. Forse era uno che eseguiva tutti i compiti, tutti i gesti, tutti gli atti dell’aguzzino. Ma era uno come noi. E’ molto probabile ed è molto importante. E’ molto triste. E’ la tesi di Haren, questa della banalità del male. Questa tesi assomiglia a quella che sto dicendo. Cioè era molto più importante l’ambiente che non la natura umana interna. Non si parla di mostri. Io di mostri non ne ho visti neanche uno. Era gente come noi che agiva in quel certo modo per il fatto che esisteva un fascismo e un nazismo in Germania. Se tornasse un fascismo o un nazismo, dovunque si troverebbero persone che agirebbero in questo modo; e un discorso parallelo si può fare sulla vittima, sul perché di certi comportamenti, su cui molte cose si sono dette. Tipicamente le obiezioni che fanno i giovani israeliani si basano su “Noi non lo faremmo”. Ed è vero. Loro non lo farebbero, Ma se fossero nati quaranta anni prima lo avrebbero fatto. Si sarebbero comportati esattamente come gli ebrei deportati si sono comportati; e del resto anche i russi deportati, anche gli italiani deportati.

Cosa pensa delle varie manifestazioni e prese di posizione antisemite che si vanno intensificando in Italia e in Europa?
E’ difficile dire delle cose che non siano ovvie. E’ chiaro che davanti a fatti come quelli di Varese (*1) si prova dolore, si prova scandalo. Vorrei aggiungere una cosa. Mi sembra di poter distinguere un legame tra l’episodio dell’Express, l’intervista a Darquier de Pellepoix (*2), e l’intervista su Le Monde a Faurisson (*3) e questo fatto di Varese. E’ una tesi che propongo. Andrebbe discussa, dibattuta. Si direbbe: i tre episodi sono collegati da un’estrema stupidità. Non era cosi nella Germania di Hitler. Si potrebbero dire molte cose contro i nazisti, ma non che fossero tanto stupidi. Qui invece direbbe che c’è una delega agli idioti. E’ idiota perché è senile Darquier de Pellepoix. Idiota, bisogna parlare con rispetto dei malati di mente, ma è un malato di mente Faurisson? E questi di Varese, a quanto pare, erano dei ragazzini abbastanza inconsapevoli di quello che facevano. E’ probabile. Certamente è la delega agli idioti. I deleganti non è detto che lo siano, idioti, probabilmente non lo sono. E’ da valutarsi che non trovino di meglio tutti, anche in Francia, e usino gente di questo tipo.


(*1): 7 marzo a Varese. Al Palazzetto dello Sport, durante I’incontro di Pallacanestro tra la squadra locale Emerson e la squadra israeliana Maccabi, un gruppo di tifosi ha steso davanti a sé uno striscione con la scritta “1-10-100 Mauthausen”, inalberando delle croci che poi, spezzate in seguito all’intervento della polizia, sono state lanciate sul campo. Ostentando il saluto romano, sono state lanciate grida, quali “saponette, saponette”, “Ebrei ai forni”, “Adolf Hitler ce lo ha insegnato uccidere gli ebrei non è reato”, “Sieg Heil”, “Non facciamo parlare gli sporchi ebrei” eccetera. Arrestate 5 persone del gruppo, quasi tutti appartenenti alla sezione locale del Fronte della Gioventù (organizzazione giovanile del MSI).

(*2): Nel 1978, durante un’intervista rilasciata a L’Express dopo l’ennesimo rifiuto spagnolo ad estradarlo, Darquier de Pellepoix dichiarò: “Vi voglio dire cosa successe davvero ad Auschwitz. Sì, fu usato il gas, è vero. Ma per gassare i pidocchi”.

(3*): Nel 1978 fu pubblicato su Le Monde uno dei testi di Faurisson, intitolato «Le problème des chambres a gaz», cui seguirà un confronto sulle pagine del celebre quotidiano, l’opzione negazionista farà, seppure momentaneamente, la sua apparizione nel dibattito intellettuale, tentando di trovare spazio e legittimazione all’interno di una sedicente «battaglia delle idee». Dopo Faurisson, una lunga serie di storici dilettanti, privi di alcuna reale competenza in materia, come di documenti, materiali o testimonianze a sostegno delle loro posizioni, tenteranno di accreditare una tesi ripugnante in base alla quale la verità della Shoah corrisponderebbe invece alla «menzogna del XX secolo».


Consiglio UGEIConsiglio UGEI24 Novembre 2017
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Il “Sistema periodico” è il risultato della raccolta di racconti molto diversi, scritti da Primo Levi in periodi diversi e pensati, in alcuni casi, nel corso di decenni. Levi ha cercato a lungo un principio unificatore, una struttura attorno a cui riunire i contributi che vanno, nell’ordine delle pagine infine adottato, dagli antenati ebrei piemontesi di “Argon”, una costellazione di personaggi “nobili e inerti”, allo straordinario viaggio di un atomo di carbonio che è una riflessione sulla vita e il suo rigenerarsi perpetuo, “storia del tutto arbitraria” e “tuttavia vera”, ma anche sui mestieri di chimico e di scrittore. Il “Sistema periodico” e la scrittura di Levi sono stati al centro del convegno “Cucire parole, cucire molecole” che ieri e oggi si è svolto a Torino, organizzato dall’Accademia delle Scienze e dal Centro Internazionale di Studi Primo Levi. Tra i relatori, Robert Gordon, Gian Luigi Beccaria, Martina Mengoni e Luigi Cerruti.

La chimica è magia e la sua pratica quotidiana, tra alambicchi e vernici, apre al senso della meraviglia scientifica. E’ una ricerca per “dragare il ventre del mistero con le nostre forze”, perché “tutto intorno a noi era mistero che premeva per svelarsi”, scrive Levi nel racconto “Idrogeno”. E ancora, altrove: “Per me la chimica rappresentava una nuvola indefinita di potenze future”.

Ma è anche e soprattutto nel momento della scrittura che Primo Levi è chimico. Levi scrive con chiarezza estrema, soppesando elementi e assemblando molecole. Il risultato è una esemplare limpidezza, lontana dagli espressionismi plurilinguistici di Gadda, altro scrittore scienziato. Primo Levi, secondo la mia opinione di lettore appassionato ma non specialista, dimostra che quello della scrittura è un alacre lavoro di laboratorio, non colpo di genio isolato ma impegno di lunga durata, limatura e progressivo perfezionamento. Non perché non ci sia anche il genio, ma perché questo è precondizione, non causa della grandezza. Primo Levi va spesso alla ricerca delle parole e attinge, per esempio, da parlate locali e dal giudaico piemontese. La chimica stimola la vitalità della scrittura, è ricerca di combinazioni linguistiche nuove. Levi è filologo ricco di acume quando va alla radice di modi di dire e espressioni popolari, o compie digressioni sul significato delle parole. Nel “Canto di Ulisse” di “Se questo è un uomo” scrive: “Ma misi me per l’alto mare… Di questo sì, di questo sono sicuro, sono in grado di spiegare a Pikolo, di distinguere perché ‘misi me’ non è ‘je me mis’, è molto più forte e più audace, è un vincolo infranto, è scagliare se stessi al di là della barriera”. Oppure nella “Chiave a stella”, leggendo il quale sembra di entrare in officina, con quella lingua ricca di metafore aziendali e di fabbrica.

L’opera del chimico scrittore si fa forte di sobrio rigore e periodare terso, una lingua florida e parole che vengono accuratamente pesate. Nessuna concessione effimera al “bello scrivere”: il risultato sgorga naturalmente dal lungo e difficile lavoro, “un trapasso dall’oscuro al chiaro” secondo Levi, come emergono naturalmente dal marmo le figure di Michelangelo. Limare e fresare parole e frasi, come eliminare i frammenti superflui di marmo, significa applicare un principio di economia e tendere all’eleganza. “Concentrare, cristallizzare, asciugare alla pompa, lavare e ricristallizzare”: è la preparazione del solfato di zinco descritta nel racconto “Zinco”, ma può indicare anche il mestiere di scrittore di Primo Levi.

Elementi, vernici e materiali, inoltre, sono protagonisti con caratteri umani, e lo scrittore, come un alchimista, percepisce significati umani nella materia. E’, in fondo, nient’altro che la chimica: materia viva, metamorfosi, trasformazione. “Pensare con le mani e con tutto il corpo”, come spiega Faussone nella “Chiave a stella”. Cucire parole, cucire molecole.

Nell’opera di Primo Levi in generale e nel “Sistema periodico” in particolare è evidente, come già notava Calvino, il tentativo di saldare la cultura umanistica e quella scientifica, ricomponendo una frattura che nella cultura italiana è particolarmente lacerante e che con il tempo, purtroppo, non accenna a diminuire. “Perché Primo Levi scrive, visto che fa il chimico?”, potrebbe allora chiedere qualcuno. Bisognerà allora prendere la parola e raccontare che il “Sistema periodico” – “il miglior libro di scienza mai scritto” secondo il “Guardian” – narra la storia della chimica, cioè della vita. Per farlo, si può cominciare da un minuscolo atomo di carbonio.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI21 Luglio 2017
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Per il secondo anno di fila l’Ugei organizza un Viaggio della Memoria per i giovani ebrei italiani. Dal 29 ottobre al 1° novembre visiteremo Dachau e Monaco, Salisburgo e Mauthausen (qui per ulteriori informazioni e per procedere all’iscrizione). Ma prima di partire, forse, può essere utile riflettere sul significato di questa esperienza. Perché la prassi del Viaggio della Memoria è sempre più diffusa, e non di rado l’impressione è che si trasformi in un pellegrinaggio alla ricerca di una contrizione forzosa e spesso generica, o addirittura nella migrazione vacanziera verso un luogo famoso da visitare: occhiali da sole, foto ricordo e via, il prossimo anno in Thailandia. L’obiettivo non è, credo, andare ad Auschwitz o in un altro campo di concentramento e sterminio per vedere un prato, un bosco di betulle, ruderi, recinzioni, qualche binario. Non è una questione di rigore o rispetto. E’, semplicemente, che questo non è Auschwitz.

Non sto dicendo che il viaggio, questo viaggio, non sia importante, ma solo che la destinazione è un’altra: non una tranquilla località della Slesia a poche decine di chilometri dalla bella Cracovia, ma un luogo molto più vicino e infinitamente più lontano. Visitare Auschwitz è il punto di partenza del viaggio, non l’arrivo. L’arrivo è quello che succedeva ad Auschwitz, quello che noi possiamo fare è conoscerlo un po’ meglio e ricordarlo. Auschwitz non è un prato verde, non tronchi bianchi di betulle luccicanti al sole. E’ destra e sinistra, è la lingua violentata, cani e stivali, urla nella notte, Sonderkommando, cenere, fumo, quell’odore sempre nell’aria, è l’Ulisse di Primo Levi, il dio appeso alla forca di Elie Wiesel, il piccolo Jona che giocando tra mucchi di cadaveri trova quello del padre, milioni di mani, milioni di volti, milioni di nomi. Questa è la meta del viaggio. L’altro, semmai, il punto di partenza.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 Luglio 2017
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Una forza incombente chiede all’uomo di superare gli altri, la natura e se stessi. Dal tentativo vecchio quanto la civiltà di soverchiare i limiti nasce talvolta la paura o l’onore. La capacità di oltrepassare i confini appaga l’uomo che da impasto di terra qual era ieri, passa oggi a dominare il simile e la natura: infrange i codici scritti e orali sciogliendone i vincoli. Vuole sottrarsi alle regole che lo spazio e il tempo gli pongono, lancia l’atto di sfida nei confronti di Dio e non rinuncia alla posta in gioco.

La leggenda del golem, l’essere d’argilla che prende vita mediante formule magiche, ricorda l’Adamo primigenio cui mancava l’infusione dell’anima per diventare uomo. Se ieri la storia era relegata al carattere mitico, oggi mi sembra che finisca con l’assumere sempre più i contorni della realtà. Il golem cui mi riferisco non è di terracotta né tantomeno è chiamato in vita dalla parola che gli viene tracciata sulla fronte, al contrario di quello creato nel Cinquecento dal leggendario rabbino di Praga Bezalel. Golem oggi può essere tante cose: la natura – nel senso ampio del termine -, la tecnologia, la bioetica e non solo. Potrei tirare in ballo la robotica e non sarei la prima.

Primo Levi nel racconto “Il servo” allude proprio a questo: a quella strana compresenza di vecchio e nuovo, una miscela che ha l’odore dell’antico ma che non parla latino. Il rabbino Arié, acciaccato oramai dall’età, decise dunque di costruire un golem che gli fosse fedele e la cui precisione e completezza stessero nella cura posta nella creazione. Se prendi duecentoquaranta libbre d’argilla e dai loro forma d’uomo ne verrà un idolo: ciò che vogliono i gentili ma non gli ebrei. Per fare un uomo, il tragitto pare più irto, perché le istruzioni sono più numerose, essendo inscritte in ogni nostro minuscolo seme, e questo il rabbino Arié lo sapeva, poiché aveva visto nascere e crescere figli numerosi, e aveva considerato le loro fattezze. Non voleva far nascere un uomo ma un lavoratore, l’equivalente della nostra lavastoviglie si può dire? Ciò che nella lingua boema si chiama robot.

L’intenzione di Levi era sì di parafrasare la storia ma anche di attualizzarla,  preludendone degli aspetti futuri. Essa ha superato il suo autore, come spesso avviene con le opere di quegli uomini d’ingegno veramente capaci: parla del mondo di oggi, al pubblico più e meno colto, ai ragazzi con gli iPhone e alle casalinghe con le lavastoviglie.
Se ieri questo mondo appariva mediamente lontano, un po’ ambiguo seppur curioso oggi si mostra come realtà in cui tutti viviamo e da cui traiamo molto: risparmiamo del tempo e semplifichiamo la vita ma finiamo per ledere alla capacità individuale che ci contraddistingue, il lavoro o meglio ancora il saper fare. Tuttavia non credo che la tecnologia diminuisca le fatiche, vorrebbe farlo ma non sempre vi riesce, possiamo dire che le muta.

Levi ebbe sì un’intuizione, forse buffa quanto lungimirante: il suo golem è il padre delle moderne tecnologie. Incuriosito com’era dall’indagarne l’influsso sul vivere quotidiano pone delle domande cui stenta a trovar risposte. Quale è lo scarto tra noi e loro? Come studiarle e a quali discipline appellarsi? Si può chiedere aiuto all’etica, all’ingegneria, alla filosofia e ancora all’antropologia, un giusto compromesso che dà uguale statuto a materie “umanistiche” quanto “scientifiche”. Una questione però si impone sulle altre non riesce a trovare risposta: avranno questi robot la capacità di ribellarsi ai loro creatori, come fece l’uomo con Dio e il golem con il rabbino?

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI16 Dicembre 2016
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Piero Terracina
Piero Terracina

“Meditate che questo è stato”. Termina così, citando Primo Levi, il commovente racconto di Piero Terracina, ascoltato da un gruppo di giovani in occasione dell’anniversario della razzia del 16 ottobre 1943, che si è tenuto presso la “Casa della memoria e della storia”, organizzato dall’UGEI. I giovani presenti possono ritenersi molto fortunati, e di questo sono sicuramente consapevoli, in quanto costituiscono l’ultima generazione che può godere del grande privilegio di ascoltare dal vivo le parole di coloro che questa orribile tragedia hanno vissuto sulla propria pelle.

Il racconto di Piero comincia dal 1938, ripercorrendo il lungo cammino di cinque anni che lo portò ad Auschwitz. Inizia così dal giorno in cui 349 deputati del Parlamento italiano su 349 alzarono la mano per approvare le leggi razziali o, forse più correttamente, razziste. Nessun astenuto. Quel giorno cambiò la vita di Piero. La sua amata insegnante gli disse che dal giorno seguente non poteva più frequentare quella scuola: “Ero disperato, perché anche a meno di 10 anni si può essere disperati”, sottolinea.

pieroterrlocandinaLe Leggi razziste costituirono la premessa logico-giuridica per quella che poi diventò la vera e propria persecuzione degli ebrei per annientarli. Gli amici, racconta Piero, divennero perfetti sconosciuti. Nessuna telefonata, nessuna visita, anzi, se lo incontravano per strada si voltavano dall’altra parte. Piero ricorda a tutti noi e sottolinea come le leggi razziste non prevedessero soltanto l’espulsione degli alunni ebrei dalle scuole statali e ci legge altri divieti con la voce affranta di chi a queste leggi si è dovuto sottomettere. Mi ha colpito, forse perché non ne ero a conoscenza, che agli ebrei fu vietato persino di fare il bagno al mare. Vengono i brividi a pensare che leggi del genere possano essere state approvate dal Parlamento italiano, nei confronti di altri cittadini italiani che avevano combattuto ed erano morti per la creazione dello Stato italiano, nella più completa indifferenza della maggior parte.

La prima sera di Pesach del 1943, proprio nel solenne momento del canto dell’Haggadah, Piero e la sua famiglia vennero arrestati e portati nel carcere di Regina Coeli. Poi 18 vagoni partirono dalla stazione Tiburtina pieni di persone, trattate come animali e ignare della destinazione. Persone che vennero subito private della propria umanità, ammassate in carri bestiame senza posti per sedere, lasciate per giorni a respirare l’odore degli escrementi di tutti, lasciate urlare e implorare un po’ d’acqua senza avere una risposta. “Auschwitz è l’inferno, ma l’inferno era già cominciato nel viaggio”.

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Piero Terracina con Sami Modiano

Piero racconta poi di come, arrivato ad Auschwitz, abbia seguito, dopo molti dubbi, il consiglio ricevuto da uno sconosciuto di dichiarare 18 anni invece di 15. Se non lo avesse fatto, non avremmo potuto ascoltare le sue parole. Non sarebbe sopravvissuto, come un milione e mezzo di altri bambini e ragazzi. Piero descrive i pesanti lavori che è stato costretto a svolgere, quelli sotto il sole cocente nei mesi estivi, e quelli sulla neve nei mesi invernali. Racconta l’amicizia che è nata tra lui e Sami Modiano a cui è legato indissolubilmente, come a un fratello. Il dubbio che ognuno si poneva la mattina era se sarebbero riusciti ad arrivare alla sera, se avrebbero ancora avuto le forze necessarie ad andare avanti. Un giorno Piero si rese conto di aver esaurito le proprie forze, di non potercela fare più, e decise che, in un modo o nell’altro, avrebbe dovuto mollare. Così si mise seduto accanto a una latrina per ore. Ancora oggi si domanda se non sia stato notato da nessuno o se qualcuno lo abbia visto e abbia fatto finta di niente. Sa che la prima opzione è quella più probabile, ma spera che sia accaduta la seconda.

memoria_ricordoPiero ci esorta a meditare e, dopo la sua inesauribile testimonianza che ci ha riempito di emozioni, è difficile non seguire il suo consiglio. Se solitamente i giovani hanno difficoltà ad ascoltare discorsi troppo lunghi, i presenti hanno dimostrato che quelli di Piero si possono ascoltare per ore senza mai stancarsi, perché ogni parola persa è una parola dimenticata e dimenticare ciò che è stato sarebbe l’errore più grande che si possa commettere per evitare che quanto accaduto possa ripetersi. Piero aveva iniziato la serata con un monito che deve rimanere bene impresso nella nostra testa:

“La memoria non è il ricordo. Il ricordo si esaurisce con la fine della persona che ricorda quello che ha vissuto. La memoria è come un filo che va dal passato al presente ma poi deve raggiungere anche il futuro. Quindi il futuro è condizionato dal passato e soltanto se faremo memoria e la trasmetteremo poi alle nuove generazioni, soltanto così possiamo sperare che il passato non torni.”

Dobbiamo mantenere la memoria di quanto accaduto, come se fosse successo a noi. Ma non è sufficiente, dobbiamo “fare” memoria, lo dobbiamo a Piero e agli altri, sopravvissuti o no.

Barbara Coen vive a Tel Aviv, studia economia presso la IDC di Herzliya
Barbara Coen vive a Tel Aviv, studia economia presso la IDC di Herzliya


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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