pirke avot

Consiglio UGEIConsiglio UGEI30 agosto 2017
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29 agosto e 10 ottobre 1897. 120 anni fa, due date importanti da ricordare. La prima segna l’apertura del primo Congresso sionista a Basilea, la seconda la costituzione a Vilna del Bund, l’Unione generale dei lavoratori ebrei di Russia, Polonia e Lituania di cui ho scritto la settimana scorsa su queste colonne recensendo il bel libro di Massimo Pieri “Doikeyt. Noi stiamo qui ora!”. Sionismo e bundismo sono stati movimenti molto diversi, ma non senza affinità e analogie significative, in particolare per la riflessione sull’identità ebraica e per il ruolo attivo che hanno svolto, muovendo le masse ebraiche dell’Europa orientale. Il Bund e il Congresso sionista sono le prime organizzazioni a rivendicare in modo esplicito diritti nazionali per gli ebrei, proponendosi con forza come soggetti collettivi di storia. Entrambi sono una risposta all’antisemitismo e un’alternativa all’assimilazione, e per entrambi ebraismo è ciò che pertiene al popolo ebraico nel suo complesso: non all’osservanza e neppure alla religione, quella “fede mosaica” con cui a molti ebrei in quegli anni sembrava inevitabile e spesso anche auspicabile relegare da una parte l’ebraismo all’interno delle pareti domestiche, e nasconderlo dall’altra nello spazio pubblico; salvo poi, più tardi, accorgersi dolorosamente, come il protagonista della “Famiglia Karnowski” di Israel J. Singer, che dell’ebraismo intimo e famigliare non era rimasto niente, mentre si era additati e perseguitati come ebrei per strada.

Il Bund e i sionisti, diversamente, pongono al centro l’identità ebraica, quella di una nazione che si definisce attraverso l’appartenenza, la prassi cultuale, una storia e un patrimonio mitologico comune, un modo di pensare e di affrontare le questioni etiche, di cucinare, di vestire eccetera. Il sionismo, che nei primi decenni è nel mondo ebraico un movimento significativo ma minoritario, aggiunge l’aspirazione a salire verso la Terra d’Israele per progettare un nuovo modello di abitare e coabitare. Non a caso, sia per il Bund sia per i sionisti la scelta della lingua è fondamentale e a lungo dibattuta: a vincere la concorrenza saranno rispettivamente lo yiddish e l’ebraico, definite appunto lingue nazionali.

Ma più di ogni altra cosa è l’atteggiamento che unisce sionisti e bundisti fin dalle origini: è quello di chi si è a lungo percepito come troppo debole per far sentire la propria voce collettiva e che sente di poter entrare finalmente da protagonista nel corso della storia. In fondo, questi due movimenti davvero rivoluzionari tentano di rispondere alla domanda antica delle “Massime dei Padri” (Pirkè Avot I, 14): “Se non sono io per me, chi sarà per me? E quand’anche io pensi a me, che cosa sono io? E se non ora quando?”.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 maggio 2017
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Da quando si è affacciata sulla scena politica statunitense a fianco del padre, Ivanka Trump è stata al centro dell’attenzione dell’ebraismo mondiale (e non solo). La neo-first daughter ha suscitato da subito grandi entusiasmi ma anche numerose critiche. I social network “ebraici” ne hanno esaltato il ruolo di promotrice degli interessi di Israele e del popolo ebraico per una nuova era post-Obama, ma non le hanno nemmeno risparmiato nulla, dal modo di vestire non rispettoso della tzniuth (modestia) alle accuse più infamanti di aver “comprato” la propria conversione all’unico scopo di poter sposare Kushner.

Se già aveva fatto discutere molto la decisione di partecipare al gala per l’inaugurazione della presidenza Trump, da quando l’aereo AirForceOne ha decollato alla volta di Riyad le critiche sono esplose. L’accusa? Ivanka ha dapprima volato di Shabbat per raggiungere l’Arabia Saudita con la famiglia e infine si è concessa un bel piatto di carbonara con il consorte in un lussuoso ristorante smaccatamente tarèf (non kasher) di Roma centro.

Senza dubbio violare lo Shabbat pubblicamente è una infrazione grave. La first daughter disponeva di tutti i mezzi economici per poter viaggiare il giorno che preferiva, oppure poteva altrettanto tranquillamente lasciare la sua graziosa presenza a Washington. Il fatto è più grave dato che si tratta di una convertita, sia perché nel ghiur (conversione) l’adesione alle mitzvot è frutto di una libera scelta sia perché in questo caso l’idea di una responsabilità collettiva è ancora più accentuata. Un gher (convertito) che trasgredisce finisce per gettare discredito verso tutta la categoria.

Altrettanto criticabile è la scelta di non optare per uno dei numerosi ristoranti provvisti di tehudà (certificazione di kasherut), dove i coniugi Kushner-Trump avrebbero potuto assaggiare – e senza colpo ferire – piatti ancora più autenticamente romani perché della tradizione culinaria di una comunità ebraica millenaria.

Eppure, qualcosa stride in questa narrazione. Da un lato, le critiche si sono concentrate unicamente su Ivanka, che è sempre stata molto riservata sulla sua conversione ma non ha mai nascosto che Jared Kushner, e la decisione di costruire una famiglia con lui, abbiano giocato un ruolo molto importante. Il marito, che si definisce un ebreo ortodosso, l’ha accompagnata durante questo viaggio eppure è inspiegabilmente uscito quasi illeso dalla grandine di critiche. Perché mai tutta questa differenza di trattamento?

Elena e Paride

Esiste, nell’ebraismo, un obbligo di rimproverare il prossimo, corollario di un’idea di responsabilità collettiva o meglio ancora condivisa, ma è senza dubbio un compito molto difficile, che richiede molta cautela. Prima di tutto, cosa abbiamo davvero in mano? Nessuno di noi era su quel volo e tantomeno al ristorante romano. Possiamo basare il nostro giudizio solo da quanto affermato dai giornalisti, che non sono però immuni da distorsioni: la celebre dispensa per volare di Shabbat che un rabbino avrebbe dato a Ivanka e marito, e che tanto ha agitato le coscienze, alla fine si è rivelata fake news. Persino la scandalosa carbonara, a quanto pare, è stata ordinata da un membro del team, mentre Ivanka si è accontentata di una pizza margherita.

Forse dovremmo riflettere di più su quella che diversi hanno definito la mitzvah più trasgredita, il divieto di lashon harà, o maldicenza. E’ un concetto distinto dalla diffamazione, e trova applicazione solo se i fatti diffusi corrispondono al vero. Ci ricorda come anche la verità, talvolta, possa essere usata per umiliare, e il rimprovero del prossimo trasformarsi in un agevole strumento di inconscia autoincensazione. L’ammonimento non può mai avere la finalità – o le conseguenze – di aprire una morbosa caccia agli errori o mancanze altrui: “Procurati un maestro, acquistati un compagno, e giudica ognuno dal lato del bene”, è l’invito dei Pirke Avot. Il beneficio del dubbio, forse, non è del tutto inappropriato.

Maria Savigni, 22 anni, vive nelle campagne lucchesi, dove, quando non è intenta a leggere o sfornare challot (o entrambe le cose), studia giurisprudenza


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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