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Consiglio UGEIConsiglio UGEI14 giugno 2017
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Rosso Rimmon è nato due anni e mezzo fa dopo aver tenuto per circa due anni corsi di cucina ebraica. Le mie alunne aumentavano, mi chiedevano consigli, volevano diventare esperte di questa cucina eclettica e diversificata.

L’occasione è venuta poi quando mia figlia Noemi si è laureata in fotografia, e abbiamo quindi pensato di unire le nostre due passioni: un po’ per scherzo, un po’ per divertimento ci siamo buttate in quest’avventura.

A due anni e mezzo dalla nascita di Rosso Rimmon i nostri iscritti su YouTube sono più di 4000 e contiamo più di 100 video che variano da cucina ebraica, ricette per i ragazzi e ricette base.

Postiamo video ogni settimana e riceviamo moltissimi messaggi ai quali rispondiamo in tempi brevissimi.

Abbiamo anche delle colonne sonore originali suonate da amici che ci hanno aiutato in questa avventura.

Il video più cliccato? La pita naturalmente!

Vi invitiamo a venire a visitare il nostro canale e, come sempre e soprattutto, Rosso Rimmon vi augura beteavon!

Chiara


Consiglio UGEIConsiglio UGEI14 aprile 2017
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Chad Gadya secondo El Lissitzky

Nella storia ebraica ogni uomo, ogni animale, ogni evento è collegato agli altri in un’unica vicenda. C’è un celebre canto di Pesach, Chad Gadya, che riassume quest’idea. In esso gatto e cane, bastone, fuoco e acqua, il bue e l’uomo che lo macella sono parti della stessa storia. Una storia di vittime che sono anche carnefici, in un circolo che sembra illustrare una legge della sopraffazione universale. Di questo scrive Elie Wiesel in A Passover Haggadah, un’edizione della Haggadah di Pesach con il suo commento; ma ne scrive anche in un indimenticabile racconto contenuto nel volume L’ebreo errante, pubblicato anni fa da Giuntina, dal titolo L’ospite di una sera.

Ungheria, 1944. Il Paese è invaso dalla Germania nazista mentre una famiglia di ebrei, di cui fa parte il giovane protagonista, celebra il seder di Pesach. L’ospite è un profugo polacco che agli occhi del narratore è anche Elia, il profeta: verso la fine del seder esce di casa correndo e scompare senza lasciare tracce.

“Il cuore pesante, ritornammo a tavola e alzammo i nostri bicchieri ancora una volta. Recitammo le consuete benedizioni, i salmi e, per finire, cantammo Chad Gadya, questo terribile canto in cui, in nome della giustizia, il male attira il male, la morte chiama la morte, finché l’Angelo sterminatore non si fa a sua volta sgozzare dall’Eterno stesso, benedetto egli sia. Amavo questo canto ingenuo dove tutto sembrava semplice, primitivo: il gatto e il cane, l’acqua e il fuoco, di volta in volta carnefici e vittime, destinati a subire la stessa punizione all’interno di uno stesso disegno. Ma quella sera il canto non mi piacque. Mi ribellavo contro la rassegnazione che esso implicava. Perché Dio agisce sempre in ritardo? Perché non ha eliminato l’Angelo della Morte prima che fosse stato commesso il primo omicidio?”.

Arthur Kolnik, “Chad Gadya”

Chad Gadya vuole suscitare compassione per una piccola capra? Oppure mostrare come procede la giustizia divina, la legge insondabile? La parabola di tutti i protagonisti, che di volta in volta compaiono e vengono inghiottiti nel vortice di violenza che ossessivamente si ripete, trova un senso nel finale del canto, con la morte della morte? E’ immediato pensare che la canzone evochi il destino del popolo ebraico, almeno secondo Wiesel. Un destino che perpetua storie di inevitabile dolore, oppure catena che può essere infranta, scrivendo alla storia un finale nuovo, un esito diverso? Per me è difficile trovare una risposta univoca, limpida, netta. Per la prima volta quest’anno Elie Wiesel non sarà al Seder di Pesach, ma ci accompagnano le parole con cui smaschera l’identità dell’ospite, e con cui il racconto si chiude: “Alla fine di un lungo viaggio che sarebbe durato quattro giorni e tre notti egli scese in una piccola stazione, vicino a una cittadina tranquilla, da qualche parte nella Slesia, dove già l’attendeva il suo carro di fuoco per portarlo in cielo. Ciò non prova abbastanza che era il profeta Elia?”. Non è forse vero che Pesach è la festa della gioia nella tristezza, della tristezza nella gioia?

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 marzo 2017
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ravviterbo“Eli ata veodeka… ecco qua una bistecca”. Ti devo molto rav Achille Viterbo. Ti dobbiamo molto tutti noi. Quando eravamo piccoli ci radunavi per il talmud torah del mercoledì, ci traslitteravi le principali preghiere e ce le facevi imparare. Io, Beniamino, Giulia, Isak e Ruben eravamo delle pesti, ma tu ci volevi bene, e ti dedicavi a noi con passione. Per farci imparare a memoria lo Shemà ci avevi promesso una tavoletta di cioccolata per ogni brano, una ricompensa ghiotta per dei bambini alle elementari: una piccola per il primo brano, una grande per il secondo e un’altra piccola per il terzo. Venivi a casa nostra quando non eravamo noi a venire da te. Con un registratore e un audio cassetta ci hai registrato le nostre prime teffilot e aftarot. Io dissi la mia prima a dieci anni, il secondo giorno di Pesach; Beniamino invece ne aveva undici e lesse l’aftarà di Shabbat chol hamoed. L’anno dopo ci facesti fare a cambio. Ognuno aveva la propria parte del seder di Pesach da dire, anche se quella della Giulia era più lunga, perché lei la leggeva senza cantarla.

Ci radunavi, da più piccoli, a Purim, per fare il pozzo. Ognuno portava dei regalini incartati e venivano messi nel “pozzo”, da cui a turno li pescavamo. Ognuno tornava a casa con dei nuovi regali. A ogni festa facevi in modo che noi fossimo coinvolti: le favette a Simchat Torah, le bische clandestine di cioccolatini giocati al sevivon a Chanukkà e gli schiaffetti alla benedizione dei bambini.

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La sinagoga di Padova

Mi ricordo quando venivi dalla nonna, lei ci teneva molto che tu mi insegnassi l’Allelujà dell’Allel. L’ultima preghiera che mi hai insegnato è stato Musaf. Con il tuo fare gentile venivi a casa per registrarmi una nuova parte e per sentire come avessi imparato quelle registrate la settimana precedente. Conserverò per sempre con grande affetto quelle audiocassette. Mi ricordo quando mi dicesti di farmi insegnare da rav Locci la parte della kedushà, perché lui la cantava meglio. Ti ho pensato molto questo Shabbat, quando l’ho recitato, così come ieri sera, quando ti ho ricordato durante una cena di Shabbat per ragazzi che ho organizzato.

Ci siamo visti l’ultima volta alcuni anni fa al tempio a Trieste. Eri così orgoglioso di presentarmi come un tuo allievo, e ricordo l’affetto con cui mi desti la berachà.

Grazie mille di tutto rav, veglia su noi tutti.

Benedetto Sacerdoti


Consiglio UGEIConsiglio UGEI10 novembre 2016
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Nel corso dell’anno che si sta avviando a conclusione l’Ugei ha cercato di stringere legami sempre più solidi con Delet, l’Assessorato alle Politiche Giovanili della Comunità Ebraica di Roma, di cui è attualmente responsabile Ruben Spizzichino. Obiettivo condiviso è stato il coinvolgimento nelle attività da noi proposte dei giovani della più numerosa comunità ebraica italiana. Nel 2016 gli appuntamenti più significativi organizzati in comune da Ugei e Delet sono stati il secondo seder di Pesach, ad aprile, e la festa di Sukkot, a ottobre, due successi notevoli in termini di intensità e partecipazione, segno di una collaborazione che ci auguriamo venga implementata nel futuro prossimo. Abbiamo intervistato Ruben Spizzichino sul significato e le potenzialità del coordinamento, a Roma, tra Ugei e Delet, sulla composita realtà giovanile romana, su come viene percepita nella capitale l’Unione dei giovani ebrei italiani.

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Ruben Spizzichino

Si è svolto da poco l’evento di Sukkot, organizzato in collaborazione da Ugei e Delet. Com’è andata? Il nostro bilancio è più che positivo. Viviamo un periodo estremamente complesso e sappiamo quanto sia difficile al giorno d’oggi aggregare, ancora più complicato quando si parla di giovani. Non possiamo lamentarci dei risultati ottenuti giovedì 20 ottobre. La serata era inserita in una settimana già colma di iniziative, inoltre la concomitanza di due eventi ebraici e soprattutto della partita della Roma in Europa League avrebbero potuto decimare il nostro bacino. Invece siamo riusciti a raggiungere quasi 200 ragazzi e ragazze. Buona musica e fiumi di sushi hanno contraddistinto la serata, soddisfacendo anche i partecipanti più esigenti.

A Roma c’è un terreno condiviso di incontro e confronto per i giovani? I movimenti giovanili ebraici, Bene Akiva e Hashomer, costituiscono i primi luoghi di incontro, confronto e a volte scontro di noi giovani. Tuttavia pensare ad un solo e unico terreno di incontro credo sia riduttivo. Oggi vediamo il prolificarsi di organizzazioni ebraiche giovanili, ognuna con la propria peculiarità. E’ vero che aumenta il pluralismo, ma anche la debolezza in seguito alla frammentazione della realtà giovanile. Inoltre non dimentichiamoci di quanto e come Facebook stia sostituendo le pratiche tradizionali di confronto.

delet-logoA chi si rivolge Delet? Chi partecipa agli eventi che organizza? Ci sono gruppi di giovani ebrei difficili da raggiungere e, viceversa, altri che partecipano assiduamente? Delet – Assessorato alle Politiche Giovanili si rivolge a un pubblico eterogeneo, dai 18 ai 35 anni. Coprendo un range di età molto ampio, Delet ha sviluppato diversi format in relazione al target da coprire. Un esempio è Delet Art, dedito ad attività di stampo artistico e culturale, che nel corso del tempo ha riscosso molto successo, specialmente tra i più grandi. A proposito di giovani ebrei difficili: un fenomeno chiave su cui vorrei soffermarmi è l’allontanamento dei giovani ”vicini”. In passato la partecipazione agli ambienti o eventi comunitari era sinonimo di integrazione, oggi invece, vediamo un’ostentata indifferenza nei confronti degli organi adibiti all’aggregazione. Il paradosso romano ci mostra come siano proprio gli “esterni” o cosiddetti “ebrei lontani” ad aderire agli eventi comunitari, mentre gli ebrei “attivi” si trovano nella posizione di poter rifiutare l’offerta comunitaria.

sukkotCredi ci siano differenze di rilievo tra gli interessi, aspirazioni e orizzonti dei giovani ebrei romani e quelli dei giovani delle comunità del nord Italia? A mio avviso le discrepanze sono marginali, parlare di differenze rilevanti credo sia azzardato. Inoltre anche se fossero di rilievo, non credo che il fattore geografico sia così determinante. Conosco molti giovani romani in contrasto con romani ma in accordo con torinesi e viceversa. I nostri orizzonti, le nostre speranze, i nostri interessi, sono condivisi con ogni giovane ebreo, ci prefiggiamo di potenziare e promuovere la gioventù ebraica al di là della provenienza.

ugeilogoChe cosa ritieni che debba fare l’Ugei in generale? E nello specifico a Roma? Come viene percepita l’Unione giovanile nella tua città? Cosa fare per migliorare? Nell’ultimo anno L’Ugei ha dovuto affrontare situazioni critiche. L’organizzazione era reduce da un Congresso povero di partecipanti e candidati, il che alimentava un’atmosfera demoralizzante. Nonostante ciò, molte sono state le iniziative intraprese volte ad accrescere e avvalorare la partecipazione dei giovani ebrei. Certo è, che molto ancora è da migliorare. Dall’interno, l’Ugei dovrebbe potenziare il sostegno alle attività sociali, culturali e religiose organizzate da associazioni, organizzazioni e movimenti giovanili. Invece sul fronte estero, anche in relazione al grave problema dell’assimilazione, dovrebbe incentivare gli scambi tra le giovani e i giovani ebrei nel mondo, promuovendo la circolazione e gli incontri. Un altro punto di sviluppo è proprio il rapporto tra Ugei e Assessorato alle Politiche Giovanili di Roma. Statisticamente comprendiamo più della metà delle utenze Ugei. Il dato che fa riflettere ci mostra che Roma è la comunità più grande d’Italia, ma nel 2016 solo un rappresentante dell’Ugei vive nella capitale. Ciò conferma un mancato radicamento a livello locale. Lavoreremo con impegno e dedizione in sintonia con il Consiglio Ugei 2017, oltre le barriere, al fine di limare le distanze, e rinvigorire il nostro legame. Siamo già all’opera per portare Roma all’Ugei e l’Ugei a Roma.

A cura di Giorgio Berruto


Consiglio UGEIConsiglio UGEI31 luglio 2016
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Ricordo di Elie Wiesel - disegno di Deboara Spizzichino per Hatikwà
Ricordo di Elie Wiesel – Disegno di Debora Spizzichino per Hatikwà

Le parole sono armi e la conoscenza è una corazza, valide nella difesa e nell’attacco risultano incredibilmente flessibili. Questo è il messaggio che è emerso il giorno 14 luglio nei pressi del giardino del Tempio  di Roma dalla conferenza in ricordo del premio Nobel per la pace Elie Wiesel.

Si sono alternati gli interventi di Mario Venezia, presidente della Fondazione Museo della Shoah e Maurizio Molinari, direttore della “Stampa”, entrambi insistendo sull’importanza della memoria condivisa e sul pericolo imminente cui va incontro: la scomparsa dei testimoni oculari. Quando questi non ci saranno più a chi delegare il compito di raccontare? Con quale strumento e con quale fermezza? Molinari interviene ricordando un aneddoto raccontatogli da Wiesel, che vide sei testimoni della Shoah cominciare il racconto della terribile esperienza e i nipoti concluderlo. Questa è l’idea che egli aveva della narrazione: la storia vissuta dalle vittime è la medesima che deve essere riportata dai discendenti.

Oltre all’anima del sopravvissuto in Elie Wiesel risiedeva quella del leader militante e dell’insegnante. Fu tra i fondatori del Museo della Shoah di Washington ma la devozione alla libertà difesa dagli Stati Uniti mal si sposava con l’indifferenza mostrata dagli stessi nel non aver bombardato i campi di sterminio a guerra quasi conclusa. Sentiva la necessità di ricordare all’America questo errore e lo sottolineava ogni qual volta ne avesse occasione. Le opportunità non mancarono: prima con Reagan e poi con Obama cui raccontò il motivo per il quale risulta impossibile difendere la memoria della Shoah senza difendere Israele e ricordò la ragione per cui Auschwitz non fosse stata bombardata: l’assenza di un leader risoluto in grado di parlare con Roosevelt lasciando il campo a una dilagante indifferenza.

wieselWiesel era espressione e interprete del popolo ebraico, credeva nel potere del Talmud come base per la formazione identitaria e antidoto all’odio, di cui lo studio uccide i frutti marci. Diffondeva ideali di libertà che lo portarono ad amare prima Parigi e poi New York e ancora Gerusalemme, cuore pulsante di un’identità mai spenta. Faceva attenzione ai diversi pubblici che aveva davanti adeguando a essi il suo linguaggio. Le parole sono ponti tra un passato poco conosciuto e un presente ancora da definire, si deve combattere con la puntualità delle parole e la chiarezza dei discorsi, preferendo racconti poco estesi e precisi. Parlando con Obama comparò l’uscita degli afroamericani dalla schiavitù con quella degli ebrei raccontata nell’Haggadah, e segnò così l’inizio della celebrazione di Pesach alla Casa Bianca.

Wiesel era tra i pochi capaci di dialogare risultando universale, battendosi non solo per la causa ebraica ma anche per quella dei popoli dei Balcani a fine anni ’90. Bisogna ricordare le duplici facce del razzismo e più in particolare dell’antisemitismo: quella che si insedia in ambienti in cui l’ebraismo c’è ed è parte integrante dell’assetto sociale e quella in cui è visto come qualcosa di lontano e negativo: l’approdo è uguale ma le cause diverse e diverso è l’approccio da utilizzare quando le si vuole contrastare. A noi spetta il compito più arduo data la posizione mediana: non siamo testimoni e tanto meno storici, tuttavia dobbiamo fregiarci dei loro stessi strumenti, gli unici capaci di contrastare il germe propagatore di ostilità e rancore.

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza
Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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