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Consiglio UGEIConsiglio UGEI6 novembre 2018
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Durante il recente Congresso Ugei che si è svolto a Roma, nel corso della discussione, è emerso il tema della possibilità e/o l’opportunità di condividere il Seder di Pesach anche con persone non ebree. Per approfondire questo interessante argomento ci siamo rivolti a rav Haim Fabrizio Cipriani [HT redazione].

Mi è stato chiesto di esporre un’opinione sulla possibilità di invitare persone non ebree al Seder di Pesach.

In effetti è opinione di alcuni che questo sia proibito, e in molti ambienti ebraici, sia comunitari sia familiari, questo viene evitato, talvolta con conseguenze non banali a livello di relazioni. Si tratta di un soggetto molto delicato. L’atteggiamento di chi vorrebbe un’esclusione degli ospiti non ebrei è comprensibile in un’epoca come la nostra in cui la diluizione culturale dell’ebraismo porta a una progressiva perdita, quantitativa e qualitativa, del potenziale ebraico. Il punto è capire se questo tipo di atteggiamento è fondato dal punto di vista della tradizione ebraica, e se in qualche modo esso può essere efficace o  benefico in qualche modo.

Per tentare una risposta a questi quesiti, analizzeremo rapidamente alcuni fra i principali aspetti del problema.

L’aspetto problematico più frequentemente citato è una proibizione tecnica relativa alle leggi dei giorni di festa. La Torà permette esplicitamente di cucinare durante tali giorni: “Nessuna opera dovrà essere compiuta in essi, ma ciò che ogni essere mangia, solo quello potrà essere preparato per voi” [Es. 12:16]. Questo “per voi” che chiude il passo esclude la possibilità di preparare cibo per dei Gentili, ossia persone che non facciano parte della comunità d’Israele. La ragione è semplice e coerente. Mentre durante lo Shabbat è proibito sempre e comunque cucinare, giacché fa parte delle attività creative il cui spirito si oppone al carattere contemplativo della giornata, durante i giorni di festa solenne, di cui il giorno del Seder di Pesach fa parte, cucinare è permesso (anche se non lo è accendere un fuoco, ma questo non è rilevante ai fini del presente articolo). Si tratta di una facilitazione normativa notevole, il cui fine è quello di permettere di consumare, in un giorno festivo, cibi appena cucinati e quindi più appetitosi. Il problema è però che, qualora si cucinasse durante il giorno di festa, non sarebbe permesso farlo per dei non ebrei. Ma questo significa solo che è proibito cucinare del cibo espressamente preparato per loro, mentre queste persone possono tranquillamente consumare gli alimenti preparati per gli altri commensali ebrei.

Per questo il Talmud [TB Betsà 21a] raccomanda di specificare a eventuali Gentili che si trovino in una casa ebraica durante un giorno di festa, che non si potrà preparare nulla specificamente per loro. La cosa in sé potrebbe apparire strana, ma oggigiorno capita con relativa frequenza di cucinare una pietanza a parte per persone che magari soffrono di allergie o intolleranze, oppure hanno esigenze dietetiche particolari per ragioni di salute o di scelta, come i vegetariani o i vegani. Diverse autorità medievali specificano peraltro che tale avvertimento non è obbligatorio né necessario per diverse ragioni, e che sarà sufficiente servire agli ospiti non ebrei le stesse cose che si serviranno agli altri. Queste pietanze peraltro saranno state comunque preparate prima della festa, come è d’uso fare [cf. Mosè Maimonide, 1135-1204, Mishnè Torà Hilchot Yom Tov 1:13; Asher ben Yehiel, 1250-1327, Rosh Moed Katan 2:12]. Inoltre la possibilità che un ebreo, generalmente molto occupato in un contesto festivo, si metta a preparare cibo appositamente per alcuni individui, è altamente improbabile (e lo confermo non solo da rabbino ma da cuoco di casa), il che spinge diversi halachisti a non considerare la cosa problematica, anche qualora la presenza di non ebrei porti l’ebreo che cucina ad aumentare le quantità del cibo preparato [Yisrael Meir Kagan, 1838–1933, Mishnah Berurah 512:6].

In maniera generale l’atteggiamento dei decisori è quindi piuttosto permissivo al proposito, specie nel caso di cibo preparato in contenitori comuni a tutti i commensali, e questo soprattutto in situazioni dove fare diversamente comporterebbe possibili astii, incomprensioni o sentimenti di ostilità [Mishnah Berurah 512:6]. Secondo alcuni, questo principio  si estende all’invitare persone non ebree proprio al fine di evitare tali situazioni conflittuali  [Biur Halachà 512:1]. A questo dobbiamo aggiungere che, come già detto, è uso comune cucinare prima dell’inizio del giorno di festa, anche perché quest’ultima inizia la sera, con una cena festiva che non è pensabile di preparare all’ultimo momento. Ciò vale anche il caso del Seder di Pessach, che si tiene la prima sera della festa. Cucinando prima del tramonto, la normativa permette quindi, volendo, anche di preparare cibi esclusivamente per gli invitati Gentili.

Constatiamo quindi che questo ostacolo tecnico, relativo alle leggi dei giorni festivi, è facilmente superabile. Su questa base per esempio, rav Shaul Israeli [Responsa baMareh haBazak vol. 3: 56] permise al rabbino capo di Trieste, che richiedeva una sua opinione, di aprire il tradizionale Seder comunitario ai membri delle famiglie degli ebrei iscritti alla comunità, che spesso erano Gentili.

Esistono poi degli aspetti specifici al Seder di Pessach che meritano di essere sviscerati. Il Seder di Pessach come osservato nell’ebraismo rabbinico a partire dalla distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 EV, è una cerimonia basata sul rito biblico che si articolava intorno al consumo dell’agnello pasquale, il cosiddetto Pessach, che dà il nome alla festa. A proposito dell’agnello, la Torà specifica: “… Nessuno straniero ne mangerà … E quando uno straniero soggiornerà presso di te, e farà Pessach per YHVH, che ogni maschio sia circonciso;  e si avvicinerà per farlo, e sarà come un cittadino del paese. Ma nessun incirconciso ne mangerà.” [Es. 12 : 43-48]

L’agnello pasquale era quindi il centro della celebrazione della nascita di Israele come popolo, nel momento in cui si preparava a uscire dall’Egitto. La carne sacrificale era vietata ai non ebrei, a meno che essi non si circoncidessero, ma anche agli ebrei che non fossero circoncisi, cosa che varrebbe ancora oggi qualora il Tempio fosse ricostruito. L’aspetto centrale qui è che la differenza non è di ordine etnico ma di identità culturale, storica e spirituale. Solo chi è circonciso ha la possibilità di condividere pienamente quello che è considerato un aspetto fondatore dell’ebraismo, ossia la facoltà di mettere in atto un processo di liberazione. Non a caso, la Torà indica che diversi Gentili vorranno unirsi a celebrare Pessach, e la possibilità per loro di farlo pienamente esisteva, attraverso quella che era percepita come una forma di proto-conversione (in realtà si trattava probabilmente della conversione in uso all’epoca biblica).

Da quando il Tempio non esiste più, gli ebrei celebrano una cerimonia, il Seder, basata su alcuni elementi dell’antica cerimonia biblica, in particolare il consumo di pane azzimo ed erbe amare, che in origine accompagnavano la carne dell’agnello, e che oggi vengono invece consumati in modo autonomo. Nessuna regola biblica si applica a questa cerimonia, e non vi sono basi normative per proibire la partecipazione di un Gentile. Vi è solo un particolare, quello dell’Afikoman, l’ultima porzione di pane azzimo, che conclude il pasto rituale, ed è considerata, come recita il testo della Haggadà, “ricordo del sacrificio di Pessach”. Siccome quest’ultimo elemento del pasto ha quindi un legame molto diretto con l’antico sacrificio, si è sviluppato l’uso di non condividere l’Afikoman con persone non ebree. Ma si tratta di un uso, e non di un divieto, anche perché, va sottolineato, si tratta solo di un ricordo del Pessach, o addirittura secondo alcuni un ricordo del pane azzimo che lo accompagnava [Rashbam Pessachim 119b s.v. Ein.], tutti aspetti che rendono questo uso possibile ma certamente non obbligatorio. Di contro, esistono numerosi aspetti i quali dovrebbero suggerire che la presenza di non ebrei a un Seder sia una cosa non solo tollerata, ma benvenuta e auspicata.

Intanto va considerato che un numero considerevole di ebrei ha genitori non ebrei (spesso uno, ma nei casi di persone convertite anche entrambi), e in quel caso la loro presenza fa parte dell’obbligo normativo di Kibbud Horim, il rispetto dovuto ai genitori. Numerose autorità rabbiniche hanno sottolineato l’importanza che questa mitsvà (responsabilità obbligatoria) sia onorata anche da chi ha genitori Gentili, pregando per la loro salute e recitando per loro le preghiere funebri [cf. Ovadia Yossef, 1920-2013, Yehavé Daat 6:60] ed evitando di causare loro imbarazzi di alcun genere [Moshe Feinstein, 1895-1986, Iggherot Moshè, Yoreh Deah 213:130].

Vi è poi una ragione pedagogica di ordine generale da tenere in conto. Se da un lato alcune fonti proibiscono di insegnare Torà a persone non ebree, vi sono non ebrei che contemplano la conversione all’ebraismo, per i quali è importante imparare, e a cui è assolutamente permesso insegnare Torà [Moshe Feinstein, Iggherot Moshè, Yoreh Deah 3:90]. Senza contare che si considera in linea di massima che quando nell’uditorio vi siano anche ebrei, questo non comporta problema [Moshe Feinstein, Iggherot Moshè, Yoreh Deah 2:132; Yechiel Yaakov Weinberg, 1884-1966, Seridei Esh Yoreh Deah 55].

Esiste inoltre un principio importante di riavvicinare le persone, per esempio ebrei che abbiano contratto matrimonio con non ebrei (la stragrande maggioranza oggigiorno), o che per diverse ragioni si siano allontanati dalla vita ebraica. In questi casi, riavvicinare le persone è una mitsvà molto importante [BenTsion Uziel, 1880-1953, Piské Uziel beSheelot haZeman, 65].

Senza contare poi il principio fondamentale di mipnè darkè shalom, ossia di costruire relazioni di pace coi nostri vicini non ebrei. Questo principio ha il peso di una legge talmudica ed è applicato in molte occasioni, fra cui quella evocata da alcuni di inviare cibo a persone non ebree in occasione delle feste in modo tale da condividerne la gioia con loro [Mishna Berurah 512:100], e in generale come mezzo per evitare situazioni di attrito ed imbarazzo [TB Ghittin 61a]. Il principio gemello di questo è mishum evà, ossia quello di evitare ragioni di incomprensione e astio, che è evocato anch’esso da alcune fonti proprio riguardo alla necessità di accogliere invitati non ebrei alle feste ebraiche [Yisrael Meir Kagan, 1838–1933, Mishnah Berurah 512:6].

In pratica quindi, come abbiamo constatato, non vi sono proibizioni reali rispetto alla partecipazione di non ebrei a un Seder di Pessach. Al massimo si potrebbe pensare, come alcuni fanno, di spiegare che sarà opportuno per loro non consumare l’Afikoman, ossia il pezzetto di pane azzimo che chiude la cerimonia, non come forma di esclusione ma come riconoscimento delle specificità identitarie e culturali di ognuno. Si tratta di una forma di rispetto che per gli ebrei, troppo spesso costretti a compiere scelte identitarie forzate, è importantissimo. Questo può essere spiegato facilmente e, lungi dall’essere fonte di astio, può al contrario essere riconosciuto come un gesto di attenzione. In fondo, condividere l’Afikoman sarebbe un po’ analogo a quando nelle scuole francesi si faceva cantare ai bambini francesi di origine magrebina “Nos ancêtres les gaulois” (“I Galli, nostri antenati”), privandoli della loro dignità culturale precipua.

Nessuna proibizione quindi, ma al contrario diversi argomenti in favore di una ampia condivisione.

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Il Seder di Pesach secondo Emanuele Luzzati

In conclusione di questa discussione però, offrirei una riflessione che è a mio avviso centrale. Se da un lato abbiamo mostrato la non sussistenza di reali impedimenti normativi in questo contesto, va sottolineato che le posizione teoriche dei decisionari di epoche passate corrispondono a situazioni sociali e culturali ben diverse da quelle attuali, e il processo normativo ebraico deve tener conto di tali cambiamenti. Non solo, ma vi è sempre stato uno scarto necessario fra la dimensione della Halachà (la legge ebraica) teorica e quella della sua applicazione pratica, come avviene in ogni sistema di pensiero. Per esempio, la fonte citata della Mishnah Berurah da un lato permette una certa elasticità, dall’altro sottolinea che, nel giorno di festa, sarebbe proibito cucinare anche per un ebreo non pienamente osservante [512:2]. Se si seguisse fino in fondo questo principio, che molto probabilmente rav Kagan (l’autore) non avrebbe seguito in pratica, coloro che evitano di invitare non ebrei, dovrebbero evitare analogamente di invitare ebrei che non siano pienamente osservanti, i quali oggi corrispondono a circa il 95% dell’ebraismo mondiale. Una posizione difficilmente difendibile, che ricorda quella, ironica ma non poi così tanto, dell’individuo che indossi i Tefillin (filatteri per la preghiera) e, vedendo una persona in pericolo di annegare, non si getti in acqua perché la Halachà proibisce di bagnare i Tefillin. Ogni principio legale e normativo deve essere posto e compreso in un contesto specifico, mentre il contesto attuale merita chiaramente riflessioni e comportamenti a esso adeguati.

Il rabbino tedesco Yaakov Emden (1697-1776), nel suo commento alla Haggadah di Pessach, sottolinea come uno dei primi passi recitati dica: “Chiunque è affamato, venga e mangi. Chiunque abbia bisogno, venga e faccia Pessach”, per ricordare come proprio questa festa, ricordo fra l’altro delle origini del popolo ebraico bistrattato e perseguitato in Egitto, debba fra l’altro insegnare l’apertura e la condivisione. E non a caso uno dei primi rituali del Seder, lo Yachats, consiste nello spezzare il pane azzimo, simbolo di condivisione e vicinanza.

In pratica, le tavole di molti ebrei e di molti autorevoli rabbini sono sempre state condivise con non ebrei, a Pessach e oltre. Rav Shlomo Zalman Auerbach (1910-1995) sottolinea che tale era l’uso in passato, specie nel caso di ospiti di rilievo [Shulchan Shlomo Yom Tov I, p. 207 nota 8]. Sappiamo che così faceva anche rav Avraham Yitzhak Kook (1865-1935), primo rabbino capo ashkenazita della terra d’Israele sotto mandato britannico [Moadè haReayah p. 420], e più recentemente questo era l’uso regolare di rav Elio Toaff, rabbino capo di Roma fino a pochi anni fa. Nello stesso modo operava il mio maestro, rav Giuseppe Laras, e questi erano i criteri usati quando chi scrive interveniva in qualità di shaliach, inviato dall’Ufficio Rabbinico di Milano, per la supervisione e la conduzione di Sedarim comunitari presso diverse comunità italiane.

Come detto nell’introduzione al presente articolo, la volontà di alcuni di voler limitare le interazioni con il mondo non ebraico è comprensibile, specie in un momento storico dove l’assimilazione degli ebrei conosce livelli elevatissimi. Si tratta senza dubbio di un fenomeno allarmante e molto grave per il futuro dell’ebraismo. Ma non ritengo che la chiusura costituisca la migliore arma per combattere una tendenza culturale probabilmente inarrestabile per svariate ragioni. Come il grande commentatore Rashi (1040-1105) fa notare, l’eccesso di fortificazioni è spesso segno di debolezza, mentre la loro assenza è segno di forza [Rashi su Num. 13:18 s.v. heHazaq]. L’unica possibilità dell’ebraismo è quella di rinunciare alla tentazione del ripiego su di sé, costruendo invece la sua forza sulla conoscenza e sulla serena consapevolezza di un patrimonio che deve essere insegnato, studiato, condiviso senza timore.

In particolare, in questa situazione in cui molti ebrei si allontanano dalla vita ebraica, e in cui molti non ebrei anelano a condividere con il mondo ebraico diverse occasioni di crescita spirituale, è più che mai necessario basarsi sulle aperture normative presenti nelle fonti che abbiamo visto, applicandole con una visione lucida del contesto attuale. Perché, come rav Joseph Soloveitchik (1903-1993) faceva notare, il Seder, prima di essere una cena rituale, è un momento di approfondimento e di studio articolato intorno a una cena.

Non a caso lo studio, l’insegnamento e la trasmissione sono gli elementi fondamentali dell’ebraismo, perché sono gli unici che possano davvero combattere l’ignoranza, madre di ogni pregiudizio. E muoversi dall’ignoranza verso la consapevolezza è l’unico modo affinché l’umanità possa elevarsi e costruirsi, come detto: “Non nuoceranno, né distruggeranno in tutto il monte della mia distinzione. Perché la terra sarà piena della conoscenza di YHVH come le acque coprono il mare.” [Is. 11:9]

Rav Haim Fabrizio Cipriani, rabbino presso le comunità Etz Haim (Genova) ULIF (Marsiglia), Kehilat Kedem (Montpellier).

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Consiglio UGEIConsiglio UGEI14 ottobre 2018
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Da alcuni anni mi capita spesso, partecipando a riunioni, congressi e assemblee in ambito ebraico, di nutrire un sospetto. L’argomento più ricorrente in queste occasioni è facilmente identificabile: come favorire una maggiore partecipazione a attività ed eventi proposti. Fin qui, niente di strano, è anzi doveroso porsi la questione di come cercare un maggiore coinvolgimento, anche se non di rado le ottime intenzioni si scontrano con incapacità di fatto a mettere davvero in discussione certe priorità e convincimenti personali. Ma fino a qui, ripeto, nessuna sorpresa. Quello che mi stupisce è invece che alcune persone molto presenti nella vita e nella gestione delle comunità ebraiche, che si ritrovano regolarmente in simili consessi, diano per assodato che agli ebrei che definiscono “lontani” interessi poco o nulla della propria identità ebraica.

Tanto per cominciare, la vicinanza e la distanza esprimono relazioni e non stati fissi. Si tratta poi di una relazione reciproca: se B è lontano da A, anche A è lontano da B. Inoltre e soprattutto, chi mette in un unico mazzo tutti gli ebrei che non frequentano con regolarità quotidiana o settimanale o mensile la comunità, perde le infinite sfumature con cui l’appartenenza ebraica di ciascuno si esprime. E’ evidente che esista una sete di ebraismo e perfino di comunità spesso anche tra i frequentatori sporadici e “lontani”.

Declinato in mille modi – anche estremamente personali, perciò discutibili – è un ebraismo che va oltre lo stringente criterio adottato in Italia per regolare la possibilità di iscriversi a una comunità. Mi vengono in mente i mille modi diversi che hanno le persone che conosco di rispettare l’astensione da prodotti lievitati durante la festa di Pesach, certamente uno tra i momenti identitari più sentiti dagli ebrei. C’è chi opera una pulizia certosina pianificata mesi prima dell’inizio della festa e chi porta in cantina i pacchetti di pasta, chi lascia la farina in cucina ma la rinchiude in uno stipo e evita di consumarla e chi mangia prodotti lievitati ma solo fuori casa, oppure rinuncia a qualcosa dal valore altamente simbolico, per esempio la pasta o il pane, ma non a tutto. Ci sono quelli che sterilizzano le stoviglie e quelli che per otto giorni consumano patate bollite in un angolo dell’appartamento dopo aver ripulito ogni centimetro della casa o venduto simbolicamente ogni proprietà per non rischiare di trovarsi in possesso di chametz (o anche entrambe le cose insieme: pulizia e vendita). Alcuni solo per questa settimana osservano norme di casherut trascurate durante il resto dell’anno, altri nel timore di lasciare qualche briciola oppure per mancanza di informazione adeguata estendono il divieto del chametz alla polvere, altri ancora se ne infischiano però al seder delle prime due sere partecipano, e una volta ho conosciuto perfino un israeliano che, a Pesach, raccontava di mangiare con gusto pane e porchetta.

Dal punto di vista ebraico questi comportamenti non sono ovviamente tutti equivalenti. Credo però che quello di Pesach sia un caso significativo che disegna una realtà molto più complessa di quella che talvolta supponiamo, una costellazione di usi, abitudini, convinzioni e atteggiamenti che sfugge a ogni tentativo di schematizzare rigidamente.

Giorgio Berruto


Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 aprile 2018
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La pagina di una Haggadah stampata a Venezia nel 1740

Durante la vecchiaia trascorsa in povertà in Italia, don Isaac Abravanel compose un commento alla Haggadà di Pesach, destinato a duratura fortuna e stampato a più riprese, in particolare a Venezia, nei secoli successivi. In questi anni, i primi del Cinquecento, Abravanel era reduce da un triplice esilio, dal Portogallo, dalla Castiglia e infine da Napoli. Come Abravanel, alcune centinaia di migliaia di ebrei spagnoli e portoghesi senza più terra e beni cercavano una nuova dimora su entrambe le rive del Mediterraneo e spingendosi anche più a nord.

“Che cosa abbiamo guadagnato, noi uomini dell’esilio, oggi, dal fatto che i nostri padri sono usciti dall’Egitto?”, si chiede Abravanel. “Come è detto [nell’Haggadà]: ‘Se il Santo, benedetto sia, non avesse fatto uscire i nostri padri dall’Egitto, noi e i nostri figli e i figli dei nostri figli saremmo ancora asserviti al faraone’. Forse dimoreremmo in Egitto in una più grande quiete di quella che sperimentiamo nell’esilio presso Edom [Roma e l’Europa cristiana] e Ismaele [il mondo islamico]; secondo quanto dissero i nostri padri: ‘Sarebbe stato meglio per noi servire l’Egitto che morire nel deserto’ dei popoli, tra le distruzioni e le espulsioni, ed essere uccisi con la spada, affamati, imprigionati, e soprattutto lasciare la nostra fede per il peso dell’oppressione”.

L’attraversamento del Mar Rosso nella Haggadah stampata da Belforte a Livorno nel 1903

A questa lancinante questione Abravanel cerca di dare alcune risposte, tra queste la più interessante dice: “Poiché se non fossimo usciti, non saremmo giunti al monte Sinai, e non avremmo ricevuto la Torah e i precetti, e la Presenza divina non avrebbe dimorato tra noi, e non saremmo un popolo prezioso per Dio”. E’ questo, secondo Yeshayahu Leibowitz (“Le feste ebraiche”, Jaca Book), l’argomento decisivo, perché “il significato principale dell’uscita dall’Egitto non consiste nella liberazione dalla schiavitù, ma nella preparazione e nell’addestramento ad accogliere il giogo della Torah e dei precetti, vera libertà dell’uomo”. Le parole di Abravanel, allora, “insegnano che il fatto di essere un popolo prezioso non è legato alla liberazione dalla schiavitù d’Egitto, ma alla nostra disposizione ad accogliere su di noi quel giogo, che ci prepara a non essere più vincolati alle leggi della nostra natura e a superare gli avvenimenti della vita. Questa è la vera libertà dell’uomo”.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI30 marzo 2018
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Belmonte

Belmonte è un isolato paese di montagna del Portogallo centrosettentrionale, a quaranta chilometri dal confine con la Spagna. Quando nel 1917 un ebreo polacco, l’ingegnere minerario Samuel Schwartz, si imbattè per caso in una comunità di criptogiudei non poteva credere ai propri occhi. Ma lo stupore degli “ebrei nascosti” di Belmonte nel momento in cui Schwartz si presentò come ebreo e raccontò dell’esistenza di comunità ebraiche in tutto il mondo fu molto probabilmente ancora più grande. Per convincerli Schwartz recitò lo Shemà e fu solo alla parola “Adonai”, l’unica ebraica che i criptogiudei di Belmonte ancora conoscevano, che li persuase.

Pesach era per i criptogiudei di Belmonte una delle poche feste che in qualche modo mantenevano una specificità e venivano celebrate, sia pure nascostamente e con enormi rischi. Il percorso di liberazione del popolo ebraico raccontato nell’Haggadah, d’altra parte, non poteva non affascinare e influenzare chi sentiva di vivere sotto un’oppressione analoga a quella del faraone. Un bellissimo canto di Pesach ritrovato proprio a Belmonte e intitolato “Adonai u Senhor meu”, Adonai è il mio Signore, insegna quello che è necessario affinché “per l’odio e il nemico” giunga “il momento della debolezza”: “Se al tuo prossimo non nuocerai / se andrai predicando il bene / se non testimonierai il falso / e non offenderai ciò che è bene”. E se “o Senhor nos livrou / daquele rei tão cruel”, “il Signore ci liberò da quel re tanto crudele”, perché non potrebbe farlo una seconda volta?

La rappresentazione dei quattro figli in una Haggadah stampata a Vienna nel 1823

Quali sono le preghiere degli ebrei? Quali le tradizioni? Sembra di udire le domande a Schwartz degli ebrei nascosti, discendenti di nuclei di perseguitati che nel Cinquecento trovarono rifugio in luoghi difficilmente raggiungibili perfino dalla longa manus dell’Inquisizione e che di generazione in generazione diedero forma a una identità certo non pienamente ebraica, ma neppure cristiana. Una identità trasmessa nei secoli anche a conseguenza dello stigma sociale da cui i criptogiudei erano circondati, e che di fatto costringeva a matrimoni endogamici. Che cosa significa tutto questo?

Sono le domande degli ebrei nascosti, e quelle dei figli che nella sera del seder di Pesach, seduti intorno allo stesso tavolo, interrogano i presenti. Anche qui a Belmonte ci sono il saggio, il malvagio, il semplice. E c’è, soprattutto, il figlio che sa troppo poco per riuscire a formulare domande. In questo caso, chiarisce l’Haggadah, devi essere tu a cominciare a raccontare, a spiegare, a introdurre, e le domande seguiranno certamente con naturalezza. E’ uno sforzo niente affatto scontato, ripeterlo ogni anno leggendo l’Haggadah può contribuire a farlo davvero nostro non solo a Pesach, ma durante tutto l’anno.

Giorgio Berruto

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI25 marzo 2018
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Dal 18 al 29 marzo 2018 il centro ebraico Pitigliani, in collaborazione con l’ufficio rabbinico, da là possibilità di preparare le ciambellette di Pesach, fornendo gli ingredienti, gli utensili e persino un paio di ricette, tra cui quella di Daniele Boari, che preparerà i tipici dolcetti  in occasione del Seder della seconda sera proprio al Pitigliani; in ogni caso chiunque può sbizzarrirsi seguendo le proprie ricette e tradizioni, intraprendere la via della creatività.

Un’occasione divertente e perché no, anche benefica: i ragazzi delle associazioni giovanili ebraiche JEvents, Ugei, Delet e Benè Berith giovani hanno deciso di preparare insieme le ciambellette da donare alla Deputazione e hanno trascorso la mattinata di domenica a impastare, per arrivare a sfornare circa 8 kg di ciambellette per Pesach.

L’iniziativa, a cui i ragazzi hanno aderito con entusiasmo, è stata anche un’opportunità per creare un clima di collaborazione e coesione tra associazioni diverse, il cui scopo è quello di incentivare i giovani a partecipare in maniera attiva alla vita sociale comunitaria, unite in questo contesto per una buona causa.

Giorgia Calò



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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