Parashà

Consiglio UGEIConsiglio UGEI1 Febbraio 2019
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HaTikwà (M.Moscato) – La Parashà che leggeremo domani è la Parashà di Mishpatim. Fra questi brani vi potremo trovare svariate regole che Hashem detta al popolo d’Israele. Le cosiddette norme legislative o giuridiche, che vanno discusse davanti ad un tribunale rabbinico, un Bet Din. Nel primo verso leggiamo: “E queste sono le leggi che esporrai davanti a loro”. Si chiedono i nostri Maestri z”l quale sia il motivo della congiunzione all’inizio della frase. Rashi spiega che anche queste leggi sono state date sul Monte Sinai insieme ai dieci comandamenti. Possiamo dunque dedurre che questa congiunzione sta a significare la continuazione delle leggi che ha dato Hashem sul Monte Sinai. La prima regola che leggeriamo è: “Quando acquisterai uno schiavo ebreo, egli lavorerà sei anni e il settimo andrà in libertà senza pagare il riscatto”. Si chiedono i nostri Maestri z”l perché la prima regola tratta di questo argomento e non di qualcos’altro. Il Ramban, conosciuto anche come il Nahmanide, spiega che esistono due motivi. Il primo motivo ci ricollega al primo comandamento dove è scritto: “Io sono il Signore tuo D-o, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto e dalla schiavitù”. Il secondo motivo è invece collegato ad un brano della Torah (Devarim cap 15 verso 15) che cita: “E ti ricorderai quando sei stato schiavo in Egitto, perciò io ti comando oggi questa legge”.

Sempre nella nostra Parashà troviamo un verso che dice: “Non cucinerai il capretto nel latte di sua madre”. Nella Torah questa frase è scritta tre volte. Nella Ghemarà, trattato di Hulin, è scritto a nome di Rabbi Ishmael che nella Torah questa frase è scritta tre volte, riferendosi una volta alla proibizione di cuocere carne e latte insieme, una volta alla proibizione di mangiarli insieme ed un’altra volta alla proibizione di trarne un qualsiasi tipo di piacere, vantaggio o guadagno. Si chiedono dunque i nostri Maestri z”l come mai non sia scritto: “Non cucinerai, non mangerai e non ne trarrai piacere”, ma solamente tre volte “Non cucinerai”? I Chahamim z”l rispondono dicendo che non c’è proibizione senza la cottura, di conseguenza tutto dipende da essa. Tuttavia nella nostra epoca i Rabbanim hanno proibito di mischiare/mangiare/cuocere e godere della carne e del latte insieme, anche se la carne è cruda.

Shabbat Shalom.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI25 Gennaio 2019
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HaTikvà (M.Moscato)La Parashà che andremo ad approfondire questa settimana è la Parashà di Itrò. Essa è conosciuta come la Parashà dei dieci comandamenti, Haseret Hadiberot. I nostri Maestri z”l dicono che questi comandamenti sono incisi su due tavole: da una parte i primi cinque comandamenti, che sono positivi in quanto rispecchiano il collegamento tra l’uomo ed Hashem, e dall’altra parte gli ultimi cinque, che sono proibitivi in quanto rispecchiano i rapporti tra gli uomini.

Soffermiamoci sul quinto comandamento, quello che afferma: “Onora tuo padre e tua madre affinché si prolunghino i tuoi giorni sulla terra che il Signore tuo D-o ti ha dato”. Rabbi Moshe Ben Maimon, conosciuto anche come il Rambam, sostiene che con il quarto comandamento Hashem completa la descrizione degli obblighi dell’uomo per onorare direttamente Hashem. Secondo l’interpretazione del Rambam, Hashem ci indica gli obblighi verso le Sue creature, iniziando con i doveri verso i nostri genitori, i quali assomigliano al Creatore in quanto loro sono suoi soci nella creazione di un bambino. È come se Hashem fosse il nostro primo genitore e il padre e la madre completino l’atto di portarci alla luce. Qualcuno potrebbe onorare i suoi genitori per puro affetto o per obblighi morali nei loro confronti. Nella Torah troviamo questa mitzvah due volte: la prima volta proprio in questa Parashà, dove c’è appunto scritto che dobbiamo onorare nostro padre e nostra madre. Il secondo riferimento invece lo troviamo nella Parashà di Kedoshim, dove Hashem ci dice che ogni persona deve temere sua madre e suo padre.

Qual è dunque la differenza tra onorare e temere i genitori? Temere significa, per esempio, che un figlio non si deve sedere nel posto fisso di un suo genitore, o non deve contraddire le sue parole né assumere posizioni contrastanti. L’onore significa, per esempio, che il figlio deve offrire ai suoi genitori del cibo, accompagnarli e aiutarli. Deduciamo che l’onore richieda atti positivi. Leggendo attentamente i due versi vediamo che nel comandamento relativo all’onore, il padre viene nominato prima della madre, mentre nel comandamento relativo al timore la madre viene prima del padre. Perché? Hashem sa che l’essere umano tende a dare onore più alla madre che al padre: essa educa i bambini e li tratta con gentilezza; il padre invece è maggiormente associato all’atto di ammonimento dei propri figli.

Per quanto riguarda il timore invece vale il contrario: è naturale per un figlio temere il padre di più rispetto alla madre e quindi la Torah da precedenza alla madre nel comandamento relativo al timore. Lo scopo è quello di insegnarci che dobbiamo temere e rispettare nostra madre e nostro padre in egual misura. La parola kavod (onore) ha la stessa radice della parola kaved (pesante). Ciò implica che onorare i propri genitori significa prenderli molto seriamente, farsi carico di loro, dando ad essi tutto il peso della nostra attenzione. Provvedere alle necessità dei genitori è una dimostrazione di grande valore morale.

Shabbat Shalom a tutti.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 Gennaio 2019
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HaTikwà (M.Moscato)La Parashà che andremo ad approfondire questa settimana è Vaerà. Sin dall’inizio il Signore rassicura Moshè rinnovando la promessa di una redenzione completa. Il Popolo però, afflitto dalle sofferenze della schiavitù in Egitto, non presta ascolto alle parole di Moshè. Moshé e Aron si recano dal Faraone, intimandolo di liberare il Popolo Ebraico, perché il Signore è con loro. Così iniziano gli “otiot”, i segni manifesti. Aron getta davanti al Faraone un bastone che si trasforma in serpente per poi tornare di nuovo verga. Gli stregoni del Faraone tentano di emulare il miracolo, ma il serpente di Moshé inghiotte i serpenti dei maghi egizi. Così Moshè annuncia al Faraone le dieci piaghe sulla terra d’Egitto inviate dal Signore. In questa parashà troviamo le prime sette, che sono: sangue, rane, pidocchi, mescolanza di belve feroci, peste, ulcere e grandine.

Sempre nella stessa Parashà troviamo un verso significativo “Il cuore del Faraone è indurito (  כבד – kaved) e rifiuta di mandare via il popolo” (Shemot capitolo 7 verso 14). I nostri Maestri Z”L sostengono che il significato di “kaved” sia “duro” e non “indurito”. Quindi questo verso può essere letto nel seguente modo:”Il cuore del Faraone è duro e rifiuta di mandare via il popolo“. Secondo l’approccio letterale, possiamo pensare che se una persona è estremamente ostinata, nulla potrà smuoverla dalle sue posizioni.

A volte anche noi siamo ostinati e con il cuore duro, proprio come il Faraone, ma facendo le mitzvot passo dopo passo, questo cuore si scioglie e ne siamo felici. “Mitzva gdola liot beSimcha”. Abbandoniamo l’ostinazione e onoriamo la Torah come recita il verso “E’ una grande mitzvà essere felici”.

Shabbat Shalom. 

 

Manuel Moscato, vive in Israele. Ha mosso i primi passi al Collegio Rabbinico di Roma. Dal 2017 frequenta la Yeshivat HaKotel di Gerusalemme. 



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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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