Parashà

Consiglio UGEIConsiglio UGEI8 Marzo 2019
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Questa settimana leggeremo la parashà di Pekudè che conclude il libro di Shemot. Nel particolare, si sofferma sul computo elaborato da Moshe, sulla quantità dei materiali utilizzati per edificare il Mishkan, la fabbricazione delle vesti sacerdotali e la costruzione definitiva del Tabernacolo per opera di Moshe.

Secondo il Rebbe, il nome di una parashà, che non è sempre equivalente alla prima parola del capitolo letto, riflette il suo significato. La Parashà letta la scorsa settimana si chiama “Vayakel“, tradotto in italiano come “raccogliere, unire“. Tuttavia nell’intera parashà si parla singolarmente dei vari oggetti che avrebbero composto il Mishkan, i quali vengono descritti minuziosamente dalla Torah. Sebbene il nome della parashà voglia dire “unire“, in questo caso la Torah pone accento sull’individualità e sull’unicità di ogni oggetto. D’altro canto “Pekudè” viene tradotto come “conteggio“. Quando contiamo qualcosa diamo importanza ad ogni oggetto nella sua individualità. Anche in questo caso il nome della Parashà non rispecchia il suo significato; infatti gli ultimi capitoli del libro di Shemot ci parlano di come Moshe abbia unito tutti gli oggetti del Mishkan. Perchè questa discrepanza? La parashà di Vayakel, raccogliere, avrebbe dovuto parlare dell’unione dei vari oggetti del Mishkan e la parasha di Pekudè avrebbe dovuto descrivere ogni oggetto nel suo essere.

Qui la Torah ci sta dando un grande insegnamento: un gruppo, per esser tale, deve essere composto da individui che si rispettano l’un l’altro, ognuno deve avere un suo carattere, deve essere unico e deve dare il suo contributo per migliorare la comunità di cui fa parte. Analogamente, come insegnato dalla parashà di questa settimana, un individuo non può essere solo, non può vivere solitariamente ma ha bisogno di far parte di una comunità, che lo faccia crescere e migliorare. Di conseguenza possiamo trarre due conclusioni: in primo luogo, nel momento in cui ogni individuo non dà il suo contributo alla comunità, essa cessa di esistere e nel momento in cui una comunità non si interessa di un individuo, non lo aiuta, non lo migliora, finisce per annullarlo. L‘importanza della collettività e del singolo devono essere quindi sempre di pari passo, non può infatti esservi una senza l’altra. Shabat shalom e Khodesh Tov!


Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 Febbraio 2019
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HaTikwà (M. Moscato) – La parashà che leggeremo questo Shabbat è quella di Ki Tissà. Nella parte centrale del testo, viene narrato l’episodio conosciuto come l’Heghel HaZaav, ossia del vitello d’oro. Nel lungo brano della tefillà nel quale Moshé si rivolge ad Hashem per difendere il popolo, possiamo notare la grandezza di questo uomo e l’amore che egli ha per il suo popolo, nonostante la grave colpa che esso ha commesso costruendo l’idolo d’oro.

La figura dello Tzaddik, il Giusto, spicca nella persona di Moshé proprio quando Hashem gli comunica che da quel momento egli non avrebbe più guidato il popolo nella terra di Israele. Moshé, nonostante la fiducia e il timore che nutre nei confronti di Hashem, non si arrende davanti alla decisione, ma continua ancora nella sua supplica. Moshé, pur di far perdonare il popolo, mette a repentaglio la propria vita dicendo: “Cancellami dal libro che Tu hai scritto“, ossia, cerca uno scambio di personaggi con il Creatore ed è pronto ad offrire la propria vita in cambio di quella del popolo.

Questo esempio lo possiamo trovare anche nel libro di Bereshit, nella parashà di Vayerà, quando Abramo viene a sapere che Hashem ha deciso di distruggere le città di Sodoma e Gomorra. In quell’episodio il patriarca contratta con Hashem per ottenere la salvezza dei suoi abitanti. Questo è proprio l’atteggiamento dello Tzaddik, che pur di salvare vite umane, è pronto ad offrire la propria. Generalmente questa parashà viene letta nello stesso periodo della festa di Purim, ricorrenza simile in quanto ci sono due personaggi, Mordechai e Ester, che pur di salvare la vita del loro popolo sono pronti a sacrificare la propria. Consideriamo loro dei veri Tzaddikim, Giusti, in quanto il loro sacrificio ci ha permesso oggi di studiare la Torah e mettere in pratica le Mitzvot che ci ha comandato Hashem.

Shabbat Shalom!


Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 Febbraio 2019
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HaTikwà (M. Moscato) – La parashà che andremo ad approfondire questa settimana è la Parashà di Tetzavè. È una parashà molto dettagliata dove HaKadosh Baruch Hu comanda a Mose ed a Aron di indossare dei vestiti particolari. La Torah continua e spiega che il Coen Gadol doveva indossare una tunica lunga, chiamata Efod, di colore azzurro, Tehelet. Sopra a questa tunica doveva indossare due pettorali: uno sul petto e uno sulla schiena, collegati da due spalline di colore oro.

La particolarità del pettorale che indossava davanti il Coen Gadol era che su di esso vi erano poste dodici pietre sulla quali erano incisi i nomi delle dodici tribù, che secondo la Torah dovevano essere scritte nell’ordine decrescente dei figli di Yakov: Reuven, Shimon, Levi, Yeudà, Issahar, Zevulun, Dan, Naftali, Gad, Hasher, Yosef e Beniamin. Queste pietre erano scritte in quattro file e ogni fila aveva tre pietre. Il Coen Gadol doveva indossare anche un cappello, Miznefet, sul quale era scritto il Tetagramma di Dio.

Nel primo verso della parashà è scritto: “E tu ordinerai ai figli d’Israele che ti porteranno dell’olio d’oliva puro per l’illuminazione, per alimentare il lume che deve ardere quotidianamente”. Nel trattato di Shabbat, Cap. 2, è riportato: “Coloro che dedicano particolare attenzione all’olio d’oliva per l’accensione dei lumi dello Shabbat, avranno il merito di portare al mondo dei figli sapienti di Torah”. Da qui i nostri Maestri z”l hanno paragonato la Torah all’olio di oliva. Nel verso è scritto: “Ti porteranno dell’olio d’oliva puro“, ossia ti porteranno la Torah per essere studiata e interpretata insieme e per “l’illuminazione” si intende che studiando la Torah, approfondendola, si illuminerà la retta via che ogni ebreo deve percorrere.

Shabbat Shalom


Consiglio UGEIConsiglio UGEI1 Febbraio 2019
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HaTikwà (M.Moscato) – La Parashà che leggeremo domani è la Parashà di Mishpatim. Fra questi brani vi potremo trovare svariate regole che Hashem detta al popolo d’Israele. Le cosiddette norme legislative o giuridiche, che vanno discusse davanti ad un tribunale rabbinico, un Bet Din. Nel primo verso leggiamo: “E queste sono le leggi che esporrai davanti a loro”. Si chiedono i nostri Maestri z”l quale sia il motivo della congiunzione all’inizio della frase. Rashi spiega che anche queste leggi sono state date sul Monte Sinai insieme ai dieci comandamenti. Possiamo dunque dedurre che questa congiunzione sta a significare la continuazione delle leggi che ha dato Hashem sul Monte Sinai. La prima regola che leggeriamo è: “Quando acquisterai uno schiavo ebreo, egli lavorerà sei anni e il settimo andrà in libertà senza pagare il riscatto”. Si chiedono i nostri Maestri z”l perché la prima regola tratta di questo argomento e non di qualcos’altro. Il Ramban, conosciuto anche come il Nahmanide, spiega che esistono due motivi. Il primo motivo ci ricollega al primo comandamento dove è scritto: “Io sono il Signore tuo D-o, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto e dalla schiavitù”. Il secondo motivo è invece collegato ad un brano della Torah (Devarim cap 15 verso 15) che cita: “E ti ricorderai quando sei stato schiavo in Egitto, perciò io ti comando oggi questa legge”.

Sempre nella nostra Parashà troviamo un verso che dice: “Non cucinerai il capretto nel latte di sua madre”. Nella Torah questa frase è scritta tre volte. Nella Ghemarà, trattato di Hulin, è scritto a nome di Rabbi Ishmael che nella Torah questa frase è scritta tre volte, riferendosi una volta alla proibizione di cuocere carne e latte insieme, una volta alla proibizione di mangiarli insieme ed un’altra volta alla proibizione di trarne un qualsiasi tipo di piacere, vantaggio o guadagno. Si chiedono dunque i nostri Maestri z”l come mai non sia scritto: “Non cucinerai, non mangerai e non ne trarrai piacere”, ma solamente tre volte “Non cucinerai”? I Chahamim z”l rispondono dicendo che non c’è proibizione senza la cottura, di conseguenza tutto dipende da essa. Tuttavia nella nostra epoca i Rabbanim hanno proibito di mischiare/mangiare/cuocere e godere della carne e del latte insieme, anche se la carne è cruda.

Shabbat Shalom.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI25 Gennaio 2019
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HaTikvà (M.Moscato)La Parashà che andremo ad approfondire questa settimana è la Parashà di Itrò. Essa è conosciuta come la Parashà dei dieci comandamenti, Haseret Hadiberot. I nostri Maestri z”l dicono che questi comandamenti sono incisi su due tavole: da una parte i primi cinque comandamenti, che sono positivi in quanto rispecchiano il collegamento tra l’uomo ed Hashem, e dall’altra parte gli ultimi cinque, che sono proibitivi in quanto rispecchiano i rapporti tra gli uomini.

Soffermiamoci sul quinto comandamento, quello che afferma: “Onora tuo padre e tua madre affinché si prolunghino i tuoi giorni sulla terra che il Signore tuo D-o ti ha dato”. Rabbi Moshe Ben Maimon, conosciuto anche come il Rambam, sostiene che con il quarto comandamento Hashem completa la descrizione degli obblighi dell’uomo per onorare direttamente Hashem. Secondo l’interpretazione del Rambam, Hashem ci indica gli obblighi verso le Sue creature, iniziando con i doveri verso i nostri genitori, i quali assomigliano al Creatore in quanto loro sono suoi soci nella creazione di un bambino. È come se Hashem fosse il nostro primo genitore e il padre e la madre completino l’atto di portarci alla luce. Qualcuno potrebbe onorare i suoi genitori per puro affetto o per obblighi morali nei loro confronti. Nella Torah troviamo questa mitzvah due volte: la prima volta proprio in questa Parashà, dove c’è appunto scritto che dobbiamo onorare nostro padre e nostra madre. Il secondo riferimento invece lo troviamo nella Parashà di Kedoshim, dove Hashem ci dice che ogni persona deve temere sua madre e suo padre.

Qual è dunque la differenza tra onorare e temere i genitori? Temere significa, per esempio, che un figlio non si deve sedere nel posto fisso di un suo genitore, o non deve contraddire le sue parole né assumere posizioni contrastanti. L’onore significa, per esempio, che il figlio deve offrire ai suoi genitori del cibo, accompagnarli e aiutarli. Deduciamo che l’onore richieda atti positivi. Leggendo attentamente i due versi vediamo che nel comandamento relativo all’onore, il padre viene nominato prima della madre, mentre nel comandamento relativo al timore la madre viene prima del padre. Perché? Hashem sa che l’essere umano tende a dare onore più alla madre che al padre: essa educa i bambini e li tratta con gentilezza; il padre invece è maggiormente associato all’atto di ammonimento dei propri figli.

Per quanto riguarda il timore invece vale il contrario: è naturale per un figlio temere il padre di più rispetto alla madre e quindi la Torah da precedenza alla madre nel comandamento relativo al timore. Lo scopo è quello di insegnarci che dobbiamo temere e rispettare nostra madre e nostro padre in egual misura. La parola kavod (onore) ha la stessa radice della parola kaved (pesante). Ciò implica che onorare i propri genitori significa prenderli molto seriamente, farsi carico di loro, dando ad essi tutto il peso della nostra attenzione. Provvedere alle necessità dei genitori è una dimostrazione di grande valore morale.

Shabbat Shalom a tutti.