Netanyahu

Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 Marzo 2019
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HaTikwa (D. Coen)Non capita tutti i giorni di ricevere a casa il primo ministro del tuo Paese. Ebbene sì, a mio fratello e a me, è successo. Era un giorno come tutti gli altri: università e lavoro, quando ad un certo punto ricevo una chiamata da mio padre, che mi è venuto a trovare dall’Italia, per dirmi che devo annullare tutti gli impegni e non far venire a casa nessuno nelle prossime ore. Nella mia mente iniziano a viaggiare un sacco di idee. Comincio a domandarmi cosa possa essere successo e, quindi, di corsa torno a casa. Dopo qualche minuto bussano alla porta, Benjamin Netanyahu, il Primo Ministro dello Stato di Israele, è fuori dalla porta di casa con due deputati della Knesset ed una scatola di cioccolatini. Entrano e ci sediamo introno al tavolo, emozionati iniziamo a parlare di politica e di Israele.

Molti possono pensare che sia stato soltanto una farsa mediatica per ricevere più voti in prossimità delle elezioni, forse è così, ma mio fratello ed io abbiamo avuto modo di parlare direttamente con lui su argomenti importanti ed attuali. Abbiamo condiviso con lui la nostra esperienza di Olyim Hadashim e gli abbiamo spiegato cosa secondo noi si può ancora migliorare in tutto questo delicato processo. In poche parole, un modo per confrontarci e cercare di cambiare qualcosa. Benjamin Netanyahu è una persona simpatica, con un alto senso dell’umorismo, con un tono di voce profondo e diretto.

Insieme abbiamo discusso dei maggiori cambiamenti che Israele ha avuto negli ultimi vent’anni, in ambito economico e di relazioni estere. Un’economia che ha raggiunto il Giappone, con le tasse che si sono abbassate di quasi la metà per favorire la creazione della Startup Nation, per dare la possibilità ai giovani di iniziare la propria carriera e mettersi in gioco. Israele ormai è leader, non soltanto nel campo economico, ma anche nelle relazioni internazionali, negli addestramenti militari comuni con Italia, Francia, America, Grecia e non solo. Israele ha aperto relazioni con molti Paesi africani ed arabi (sunniti musulmani) così come si è ben distinta per gli aiuti umanitari in Paesi colpiti da disastri naturali. Israele, insomma, da piccolo e povero Paese del Medio Oriente ad una delle potenze nel mondo in tutti gli ambiti. Dopo quasi un’ora di discussioni purtroppo ci siamo dovuti salutare, ma con una sua promessa a me e ai miei amici della marina: il prossimo incontro, tutti insieme con Benjamin Netanyahu nei suoi uffici a Gerusalemme.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 Febbraio 2019
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HaTikwà (S.Bedarida) – Ho avuto la recente opportunità di fare un breve viaggio di due giorni a Tbilisi, la capitale della Georgia. Ex Repubblica Sovietica, indipendente dal 1992, il Paese oggi si trova sulla sponda orientale del Mar Nero e conta circa 4 milioni di abitanti.Il suo paesaggio è tipico della regione caucasica, montano, e l’architettura è splendida e unica, a rappresentare davvero il ponte geografico, artistico e culturale tra Europa orientale e Asia centrale. Come ogni capitale di una nazione, a Tbilisi si possono vedere frequentemente bandiere georgiane sventolare dai balconi dei principali edifici istituzionali e non, unite alle bandiere dell’Unione Europea, a cui la Georgia si sente profondamente legata e di cui spera in futuro di poter fare parte. Inoltre, c’è anche un buon numero di bandiere israeliane, a cominciare dall’unione delle due issate sul terrazzo del palazzo che ospita la Camera di Commercio israelo-georgiana, sita lungo la centralissima Rustaveli Avenue.

Ho deciso perciò di affrontare con interesse l’argomento assieme alla guida, un ragazzo della mia età. Gli ho detto che sono ebreo, e la sua reazione ha manifestato stupore e grande rispetto nei miei confronti. Lui infatti non aveva mai incontrato prima d’allora persone di appartenenza ebraica, ma ha dichiarato che quello che ha sempre sentito da suo padre sugli ebrei è di “esserne sempre amici, perché si tratta di persone estremamente brillanti e intelligenti, da cui poter imparare”. Sono rimasto letteralmente senza parole: in un contesto globale in cui ancora oggi quando esplicito la mia identità sono spesso oggetto di domande non sempre poste con fine di interesse, ma talvolta con lo scopo di generare sfottò e imbarazzo, non mi era mai capitato di avere a che fare con qualcuno che avesse come unica immagine di noi, pervenutagli tramite un sentito dire, qualcosa di simile a questo. Un sentito dire estremamente positivo e privo dei più comuni stereotipi.

La guida allora ha sottolineato con fierezza la grande amicizia fra la Georgia e Israele, e il legame anche a livello non solo politico ma anche umano, da parte dei singoli. Il rapporto fra i due stati nasce innanzitutto dal profondo senso di ospitalità e accoglienza della popolazione georgiana nei confronti degli stranieri. Gli ebrei georgiani hanno infatti da sempre trovato un’oasi di grande pace in territorio georgiano, e la popolazione locale è fiera di poter ospitare una comunità ebraica.
Gli ebrei georgiani, che hanno toccato anche le 50mila unità, sono ridotti oggi a qualche migliaio, a causa della massiccia emigrazione proprio verso Israele, avvenuta prevalentemente per ragioni economiche e di opportunità lavorativa.

In ogni caso, la rottura e la tensione dei rapporti fra la Georgia e la Russia, a causa del contenzioso politico legato ai territori di Abcasia e Ossezia del Sud, con conseguenti sanzioni commerciali da parte dei secondi, e la relativa vicinanza geografica tra la Georgia e Israele hanno permesso l’intensificarsi delle relazioni commerciali fra i due paesi e l’attrazione di investimenti nel paese caucasico proprio da parte di quegli ebrei georgiani emigrati e figli di emigrati, i quali hanno potuto beneficiare dell’ottenimento della doppia cittadinanza e investire in proprietà immobiliari nel paese d’origine. Infine, nel febbraio 2014, a cementare ulteriormente l’amicizia fra i due paesi, l’allora primo ministro georgiano Garibashvili, alla presenza dell’omologo israeliano Netanyahu, ha piantato un albero nella Foresta delle Nazioni, in occasione di Tu Bi Shvat. La Georgia è un paese davvero interessante e particolare da visitare, per i paesaggi, l’architettura e la cucina. Aver avuto l’opportunità di scoprirvi anche un sincero alleato e amico del popolo ebraico e di Israele ha reso questo viaggio ancor più significativo e memorabile.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 Novembre 2018
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Pochi giorni dopo la sua vittoria alle elezioni generali del Brasile, il neopresidente Jair Bolsonaro ha confermato la volontà di visitare al più presto Israele con l’intenzione di spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Bolsonaro negli ultimi mesi è stato descritto in chiave molto negativa su tutti i principali media del mondo, persino su testate storicamente allineate con la destra liberale o conservatrice. Tramite le sue dichiarazioni in campagna elettorale si è presentato come un misogino, un omofobo, un antiambientalista, un reazionario, un difensore della tortura e della pena di morte, un nostalgico delle passate dittature del Brasile. In più occasioni ha minacciato minoranze e oppositori politici, eleggendo come proprio il motto “Deus, pàtria, famìlia” – uno slogan già tanto amato dai fascisti italiani -.

Tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo l’oceano come quello che ci separa dal lontano Brasile, e niente esclude che Bolsonaro possa rivelarsi migliore di come è apparso. Anche se come insegna l’intera tradizione ed etica ebraica, non si può negare il potere e la responsabilità che detiene ogni singola parola. Un monito da tenere ancora più presente ai giorni nostri, dove sovente le parole di un politico, mal interpretate o meno, finiscono per fomentare l’odio di persone che non si pongono nessun problema nel passare direttamente all’azione. L’amicizia dunque, espressa da Bolsonaro nei confronti di Israele, e a quanto pare il sentimento reciproco del governo Netanyahu, si potrebbero archiviare come mera realpolitik. Del resto, come molti negli ultimi giorni hanno ricordato, anche i democratici e liberali stati d’Europa intrattengono spesso ottimi rapporti con dittatori o presidenti che reggono regimi a partito unico o dove vengono calpestati costantemente diritti civili e umani. La Cina, la Russia di Vladimir Putin, la Tunisia di Ben Alì, gli stati del Golfo, o come dimenticare quando Churchill e Roosevelt scelsero di allearsi con l’Unione Sovietica di Iosif Stalin per combattere la Germania nazista? Il rischio però nel caso attuale è che Israele finisca per ritrovarsi un giorno più isolata con una propria cerchia di amicizie composta soltanto da governi che condividono retoriche e politiche di estrema destra. Dove mentre all’esterno si tende la mano a Israele, internamente si alimenta – o comunque non si frena – un clima di intolleranza rivolto a chiunque sia “diverso”, colpendo non di rado gli ebrei locali. Specie quando entra in gioco, con questi governi populisti, un’esaltazione dell’ignoranza e viene operata una revisione della memoria storica che non fa mai sconti per nessuno, o quando vengono attaccati unilateralmente i mass media o mitologiche “élites della finanza mondialista” che nel pensiero dell’uomo comune sono spesso sinonimo di ebrei.

La relazione di Israele con governanti dalle idee autoritarie potrebbe essere ancora interpretata come una scelta dovuta non tanto a degli interessi in gioco quanto a dei valori condivisi, dando occasione a chi contesta Israele “senza se e senza ma” per rappresentarlo come uno stato proiettato verso il fascismo. Incrementando contemporaneamente lo stesso antisemitismo, che ritorna a galla ogni qual volta Israele raggiunge le cronache internazionali. Bolsonaro e i suoi sostenitori si sono più volte fatti ritrarre avvolti dalle bandiere d’Israele, e lo stesso presidente in alcune sue dirette video aveva ben visibile dietro di sé una menorah. Certo, sarebbe stato improbabile che un Churchill si facesse fotografare con in mano una bandiera con la falce e martello per esprimere il suo sostegno verso l’Armata Rossa.

Oltre a questi pericoli, l’amore e la vicinanza nei confronti di Israele che ognuno di noi può a diversi livelli sentire non può farci trascurare o peggio rimpiazzare i valori di democrazia e libertà secondo i quali i primi halutzim e i padri fondatori si ispirarono per la creazione della stessa Medinah. O coloro, anche ebrei, che nell’ultimo secolo hanno combattuto o sono morti per i diritti civili e l’eguaglianza di ognuno, o per liberare l’Europa dal nazifascismo. Sarebbe un tradimento verso la memoria e la storia ebraica, esaudendo la brama di chi sogna un popolo ebraico esiliato dal mondo e dalle problematiche di ogni luogo.

Francesco Moisès Bassano


Consiglio UGEIConsiglio UGEI3 Novembre 2017
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Tutti gli anni, all’inizio di novembre, a Torino viene organizzata una serata in ricordo di Yitzhak Rabin, lo statista israeliano assassinato da Ygal Amir, ebreo, il 4 novembre 1995. In molte comunità ebraiche di tutto il mondo, e naturalmente anche in Israele, si svolgono momenti di ricordo analoghi. Perché, a distanza di oltre venti anni, continuare a dedicare questo spazio alla figura di Rabin? La domanda non è retorica: al contrario, viene posta sempre più frequentemente, soprattutto in Israele, non senza intenti polemici e strumentalizzazioni. Una prima risposta, come ha scritto Simone Disegni su HaKehillah, è che la figura di Rabin è quella del combattente per la difesa di Israele e del sognatore di una pace possibile, di un uomo straordinariamente realista e di chi è convinto che ci sia un tempo, un tempo giusto, per ogni cosa.

Ma c’è di più, perché ricordare Rabin non basta. Dobbiamo ricordare anche il suo assassino, il suo assassino ebreo. Dobbiamo mostrare, dobbiamo guardare tutti gli anni le immagini che precedettero il 4 novembre. Le manifestazioni di decine di migliaia di persone, non solo ebrei residenti nei territori oltre la Linea verde, in cui sventolavano insieme bandiere del Likud e dei gruppi extraparlamentari della destra estremista e violenta, cartelli mostravano Rabin con la divisa di Eichmann e la croce uncinata al braccio o la kefiah dei terroristi palestinesi, venivano gridati slogan contro i “traditori di Oslo”, gli “ebrei che odiano se stessi”, il “governo antisionista”. E poi striscioni di “morte ai traditori” e roghi di fotografie di Rabin al grido “con il sangue e con il fuoco cacceremo Rabin”. A pochi passi, tra gli altri, Benjamin Netanyahu, il politico che più di tutti seppe cavalcare la protesta, non disse una parola contro le violenze che cominciavano a diffondersi, ma anzi ne fu corresponsabile, incitando a “difendere Gerusalemme unita” di fronte a chi letteralmente dipingeva il primo ministro laburista come uno degli assassini di Auschwitz. L’uccisione di colui che tanto aveva fatto in direzione di una pace difficile ma possibile da parte di un altro ebreo è simbolo della fine dell’età dell’innocenza per Israele.

E’ importante, credo, ricordare questo, e insieme ricordare la manifestazione per la pace voluta da Rabin, che ebbe partecipazione molto superiore, e al termine della quale Ygal Amir sparò. Non è importante ripetere e ricordare per non dimenticare una tragedia del passato, ma per un altro motivo, molto più semplice e evidente: perché ci riguarda, ci riguarda da vicino oggi più che mai. Ci riguarda perché la tomba di Rabin, sul monte Herzl a Gerusalemme, vicino a quelle dei fondatori e dei soldati caduti in difesa dello Stato, è l’unica sorvegliata da telecamere, poiché è stata vandalizzata più volte da estremisti ebrei. Ci riguarda perché i responsabili del clima di violenza e odio che nel 1995 ha armato la mano dell’assassino sono gli stessi che ancora oggi diffondono odio: medesimi gli ambienti, medesime spesso anche le persone. Ci riguarda perché è fortissima la voglia, da parte di una certa Israele, di dimenticare Rabin, perché nel 2016 le stesse manifestazioni che si sono tenute nello Stato ebraico sono state ridotte e sotto tono, l’evento più partecipato e sentito, in piazza Rabin a Tel Aviv, è quasi saltato per “mancanza di fondi” ed è stato organizzato in extremis solo per iniziativa del Partito laburista. Il rischio è che questi momenti siano sempre più isolati, fugaci, insignificanti. Nasce perciò un’altra domanda: come fare per evitare che il ricordo e l’insegnamento si trasformino in cerimonia?

Giorgio Berruto, responsabile di Hatikwà, giornale Ugei. Vive e lavora a Torino

Consiglio UGEIConsiglio UGEI1 Novembre 2017
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Alcuni mesi fa, durante un discorso alle Nazioni Unite, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha detto: “I trattati di pace con Egitto e Giordania continuano a costituire ancore di stabilità in un Medio Oriente instabile”. Il giorno dopo, con la mia amica Anna ho visitato il centro che porta avanti l’eredità di uno degli uomini che dedicarono la propria vita a queste ancore, il Centro Yitzhak Rabin.

Durante la visita mi è tornato in mente un episodio di quando facevo la guida per Zofim, il movimento scoutistico israeliano. Dovevo condurre una peulà (attività) con un gruppo di ragazzi delle scuole medie nel giorno del ricordo di Rabin. Al termine della peulà, in cui avevamo discusso dell’assassinio di Rabin e della questione dell’incitamento a uccidere, uno dei giovani mi ha chiesto: “Perché c’è un giorno dedicato a Rabin e non ad altri primi ministri?”. Per rispondere alla domanda ho organizzato un’altra peulà. Questa volta non su Rabin, ma su Barni, un bambino con un nome di fantasia. Ho detto agli studenti che Barni era uno scout preso di mira dai coetanei. Molti tra gli altri scout non prendevano parte agli atti di bullismo, ma non facevano neanche nulla per fermare chi invece lo faceva. Un giorno Barni viene picchiato. A partire da questa storia abbiamo cominciato a discutere del significato della responsabilità collettiva.

In questo modo ho spiegato che, analogamente, lo scopo del giorno in ricordo di Rabin non è soltanto quello di trasmettere la sua eredità di primo ministro coraggioso e visionario, ma anche di insegnare una lezione che parte dal suo assassinio, una lezione per migliorare il futuro di Israele. Terminata la peulà, lo studente che mi aveva interrogato sul senso di un giorno del ricordo mi ha detto di aver compreso davvero perché l’assassinio di Rabin deve continuare a essere commemorato.

Il Centro Rabin sembra costruito esattamente per rispondere alla domanda del ragazzo. Presenta la straordinaria vita di Yitzhak Rabin e la sua morte tragica, elementi cardine della storia di Israele il cui impatto non può essere ignorato o dimenticato affinché sia frantumato il rischio di una ripetizione.

Il cuore del Centro Yitzhak Rabin è il museo di Israele. Grazie a quasi 200 brevi filmati, i visitatori esplorano la storia e la nascita dello stato attraverso sale espositive, ciascuna incentrata su punti di svolta dello sviluppo del paese. Sono presentati i conflitti, le sfide sociali e le domande a cui il paese ha cercato di rispondere, ma anche i suoi successi. Lungo il corridoio interno e intrecciata al resto del museo, ecco la storia della vita di Yitzhak Rabin, come un filo rosso lungo la storia e lo sviluppo di Israele.

Il Centro dispone anche di workshop per trasmettere a ogni studente, soldato e giovane israeliano appartenente a qualsiasi settore della società i valori di cui si fa portavoce. Seminari danno vita a esperienze di grande valore che arricchiscono 12.000 studenti di scuole superiori e 13.000 giovani soldati dell’Idf ogni anno. Chi partecipa a questi programmi educativi impara a vedere in Rabin un modello di leadership per la sua fede accanita nella responsabilità sociale e per la fiducia nella pace e nella sicurezza. Così si può diventare consapevoli del proprio ruolo per promuovere il benessere e l’unità del popolo di Israele. I workshop interattivi portano a discutere questioni chiave per giovani leader: democrazia, identità, responsabilità, libertà di espressione in una società pluralista.

La missione del Centro è assicurare il ricordo delle vive lezioni che possiamo trarre dalla vicenda di Yitzhak Rabin e modellare una società e una leadership che siano aperte al dialogo, alla democrazia, al sionismo e alla coesione sociale.

Nel Centro possiamo imparare molto anche di Menachem Begin, un leader del partito rivale di Rabin, il Likud. Infatti, al di là delle differenze politiche, Begin ha posto una delle summenzionate “ancore” in questa regione instabile, firmando nel 1979 l’accordo di pace con l’Egitto di Anwar Sadat. Tutto ciò porta a pensare che gli uomini dotati di vision e desiderosi di pace, tra di essi anche l’ex presidente dello stato Shimon Peres, scomparso lo scorso anno, sappiano andare oltre le divisioni politiche.

Perciò consiglio caldamente la visita del Centro Rabin a chi vuole imparare che cosa sia Israele e come si configuri il suo mosaico politico. Lo consiglio anche agli israeliani, qualunque sia il loro orientamento politico, perché credo che, per elaborare un’opinione, occorra conoscere la nostra storia e come essa viene raccontata. Se qualcuno mi chiedesse perché, la mia risposta sarebbe la stessa che ho dato ai giovani che mi chiedevano che senso avesse la giornata in ricordo di Rabin: la responsabilità collettiva.

Michael Sierra 

(© The Times of Israel – traduzione a cura di HT)

Da The Times of Israel



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