nathan greppi

Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 Gennaio 2019
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HaTikvà (N.Greppi) – È all’8 dicembre 2017 che risale l’uscita su Youtube di quello che probabilmente è uno dei più bei videoclip della musica israeliana degli ultimi anni: Like Orpheus è un singolo del gruppo metal degli Orphaned Land (realizzato assieme a Hansi Kursch, frontman del gruppo tedesco dei Blind Guardian). Nel video, si vedono due giovani, una musulmana e un ebreo ortodosso, i quali conducono una doppia vita: quando sono soli nelle proprie stanze, al riparo da sguardi indiscreti, si mettono ad ascoltare quella musica metal che nelle loro comunità non viene ben vista. Nel corso del video, i due attendono che le famiglie siano andate a dormire per cambiarsi completamente i vestiti e uscire di casa di nascosto, diretti verso lo stesso concerto metal. Qui, immersi nella folla, si sentono liberi di dare sfogo al loro vero Io. Il video finisce la mattina dopo, quando i due giovani sono alla stessa fermata dell’autobus, lei con il velo e lui con le payot, ignari di essersi incrociati la sera prima. Questo singolo si incastra perfettamente con il percorso musicale degli Orphaned Land: questo gruppo, formatosi a Petah Tiqwa nel 1991, è noto per il suo stile soprannominato “Oriental metal”, in quanto ibrida i suoni tipici del metal con le musiche popolari degli ebrei mizrahìm. Da anni il gruppo è molto impegnato nel promuovere attraverso le sue canzoni la pace tra i popoli e le religioni, tanto che si sono più volte esibiti assieme a band arabe: nel 2013, ad esempio, hanno compiuto un tour in giro per l’Europa con i Khalas, gruppo metal palestinese di Acri. Mentre nel dicembre 2011, si sono esibiti tra gli altri con il gruppo tunisino dei Myrath, che in un’intervista al mensile italiano Metal Maniac espressero la propria soddisfazione al riguardo.

Il loro desiderio di dialogo tra le fedi appare evidente in una scena del videoclip: prima di dirigersi al concerto, i due ragazzi baciano lui i tefillin e lei il Corano, a simboleggiare il fatto che il loro atteggiamento trasgressivo non è una mancanza di rispetto verso la religione, ma solo una ribellione verso delle comunità chiuse dove non riescono a essere sé stessi.

Il loro impegno gli è valso anche un altro grande risultato: infatti, essi oggi hanno un discreto seguito anche nei paesi arabi, nonostante le censure in vigore sulla cultura israeliana. In un’intervista al Corriere della Sera in occasione del tour con i Khalas, il frontman del gruppo Kobi Farhi affermò riguardo ai paesi arabi che In quasi tutti, con il nostro passaporto israeliano, non possiamo esibirci, e i nostri dischi non sono distribuiti. Ma nel nostro primo live in Turchia, pochi mesi fa, dal pubblico spuntavano bandiere iraniane, tunisine, egiziane, siriane. E naturalmente palestinesi”. Nella stessa intervista, ha aggiunto che “questo tour non è un progetto politico. Al contrario, è un progetto sovrapolitico: la musica è al di sopra, si eleva. E ci eleva, facendoci scordare gli estremismi.”


Consiglio UGEIConsiglio UGEI6 Gennaio 2019
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HaTikwà (N.Greppi) – Nel 2002 è uscito un singolo di grande successo: Tikva è stata pubblicata da due dei più famosi rapper israeliani, Subliminal (il cui vero nome è Kobi Shimoni) e HaTzel (“L’Ombra” in ebraico, nome d’arte di Yoav Eliasi), entrambi di Tel Aviv. Il testo della canzone contiene numerose allusioni ai compagni dell’esercito morti in guerra e alle loro famiglie distrutte dal dolore, mentre colui che racconta chiede a Dio di dargli speranza (“tikva” in ebraico) per l’avvenire. Subliminal è sin dai primi anni 2000 uno dei più importanti rapper del suo paese, capace di attirare ai suoi concerti decine di migliaia di persone, soprattutto giovani.

Il suo successo non è dovuto solo al suo talento musicale, ma anche al messaggio che rivolge ai suoi fan: durante la Seconda Intifada, quando gli attentati terroristici erano all’ordine del giorno, molti si rispecchiavano in questo ragazzo che elogiava apertamente l’esercito e i soldati caduti, e che durante i suoi concerti porta sempre al collo un pendaglio con il Magen David, sfoggiato con orgoglio. Un atteggiamento, il suo, che fece parlare di sé anche oltre l’atlantico: infatti, l’11 giugno 2003 il quotidiano americano USA Today commentava con stupore il successo di questo giovane rapper che, a detta sua, nelle sue canzoni voleva solo parlare dei problemi che affliggono il suo paese senza peli sulla lingua. Nonostante negli anni molti critici musicali israeliani lo abbiano accusato di essere un fanatico, nelle sue canzoni egli non cede mai alla tentazione di usare toni razzisti: infatti, nei primi anni delle loro carriere Subliminal e HaTzel collaborarono spesso con il rapper palestinese Tamer Nafar, fondatore del gruppo DAM, che però con il tempo ha assunto posizioni politiche diametralmente opposte alle loro. Anche per questo i loro rapporti si sono fatti sempre più conflittuali, fino a spezzarsi irreparabilmente. Alla storia dell’amicizia finita male tra Tamer e Subliminal è stato dedicato, nel 2003, il documentario Channels of Rage. Sempre in Tikva compare un brano, cantato invece da HaTzel (che negli ultimi anni ha perso appeal come cantante ma si è riciclato come influencer della destra più populista): “Chaym be Chalom, kulam medabrim al Shalom”, che vuol dire “Vivono in un sogno, e tutti parlano di pace”. Con queste parole, i due cantanti rivendicano una visione “realista” delle cose opposta a quella più “utopica” della sinistra pacifista.

Ho visto quanti ne sono andati
Troppi di loro non sono tornati
Amici separati, case rotte,
Le lacrime delle famiglie si sono rovesciate
Boccioli di fiori di persone che non hanno fiorito
La speranza nelle nostre teste, l’amore nei nostri cuori,
Il sogno nei nostri spiriti, così continuiamo sul nostro cammino.

Il silenzio è scomparso per questo, ancora suoni di guerra
Un altro soldato ritorna avvolto in cosa? Nella bandiera del paese
Sangue e lacrime assorbite dalla terra
E un’altra madre scioccata è rimasta con una sola foto
La speranza è chiusa nel cuore, la nazione forte non si piegherà
Perché il figlio di una putt*** che può fermare Israele non è nato.
 Dammi la speranza di accettare ciò che non c’è
La forza di cambiare ciò che c’è.

Vieni, continuiamo, la nostra vita è davanti a noi
Non è tardi perché domani è un nuovo giorno
Il sogno perirà se perdiamo la speranza
Quindi cerca di amare.

Hai promesso una colomba, nel cielo c’è un falco
Fratello, punture di ramoscello velenoso, questo non è un ramoscello d’ulivo
Vivendo in un sogno, tutti parlano di pace
Ma sparano, opprimono, tirano, schiacciano il grilletto
In un mondo di attacchi suicidi, la gente parla ancora
Vivendo nell’illusione della rettitudine, allargano la spaccatura nella nazione.

Passa la follia ogni giorno per sopravvivere
Non voglio vivere per combattere,
Combattimenti per vivere
Piantare la speranza, manda radici
Scudo nel mio corpo per il sogno
quindi non sarà frantumato a schegge
Basta, basta con il dolore, basta con le lacrime
Un anno in cui la terra sanguina senza dormire e perché?

Dammi la speranza di accettare ciò che non c’è
La forza di cambiare ciò che c’è.
Vieni, continuiamo, la nostra vita è davanti a noi
Hashem, dammi la speranza di accettare ciò che non c’è
Dammi la forza di cambiare ciò che è
Dammi il coraggio di provare a sistemare il mondo.
Vieni, continuiamo, la nostra vita è davanti a noi.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI9 Luglio 2018
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Con grande interesse ho letto l’opinione di Nathan Greppi pubblicata ieri su HaTikwa, giornale aperto al confronto delle idee. Leggere il suo articolo mi ha fatto molto piacere per due motivi. Innanzitutto perché Nathan ha dimostrato che, volendo, è possibile esprimere un’opinione anche molto netta con pacatezza e garbo. In una parola: affidandosi all’argomentazione e non, come capita sempre più spesso altrove, con gli insulti. Mi ha fatto piacere perché – e questo è il secondo motivo – non sono d’accordo con pressoché nulla di quanto Nathan scrive. Provo a rispondergli punto per punto.

  1. Secondo Nathan un motivo per cui l’Ucei non dovrebbe criticare le dichiarazioni del ministro dell’interno Matteo Salvini è la crescita nei consensi di cui gode secondo i sondaggi il leader della Lega. Nathan ha ragione presupponendo che qualsiasi analisi o presa di posizione politica non possa evitare di fare i conti con la realtà (in questo caso, il consenso verso Salvini nei sondaggi), e fa bene a sottolinearlo. Ma sono convinto sia completamente fuori strada quando dà per assodato che la realtà dovrebbe dettare automaticamente l’analisi politica. Perché se così fosse non dovremmo fare altro che guardare la realtà e accettarla com’è, rinunciando in partenza al tentativo di migliorarla raddrizzando le cose che non vanno e che, fino a prova contraria, possono essere migliorate. L’analisi politica deve guardare alla realtà, non legittimarla e giustificarla a priori. La conseguenza inevitabile della posizione espressa da Nathan è la cancellazione della libertà di scelta e, come suoi corollari, la santificazione del presente, la monumentalizzazione del passato e la negazione del futuro: esattamente il contrario del messaggio espresso dall’ebraismo.
  2. Ha ragione Nathan a chiarire che epiteti come “fascista” o “antisemita” non dovrebbero essere usati a cuor leggero, come insulti generici, pena la svalutazione irrimediabile del loro significato. Avvicinarsi alla posizione opposta, quella secondo cui i “fascisti” e gli “antisemiti” “non dicono sul serio”, “scherzano”, “non intendono davvero”, è però altrettanto sbagliato e ancora più pericoloso.
  3. L’attuale incapacità di Berlusconi di dare un’identità anche residuale al proprio partito famigliare, Forza Italia, e le dichiarazioni che seguono, o meglio inseguono senza raggiungere, quelle di Salvini, non devono far dimenticare che Forza Italia non fa parte della maggioranza al governo. Gli italoisraeliani che hanno espresso il proprio voto a marzo hanno preferito in misura più che proporzionale il blocco Berlusconi-Salvini-Meloni (44%: è verosimile che all’interno di questo numero ci sia una quota consistente di votanti che hanno scelto Berlusconi nonostante Salvini e Meloni) ma soprattutto il Pd e +Europa che, conteggiati insieme, hanno superato il 46%, più del doppio del risultato elettorale generale. Bisogna inoltre tenere conto del numero abbastanza modesto dei votanti.
  4. Ribadito che la Lega non è un partito fascista – anche se spesso e volentieri ai fascisti e ai neofascisti strizza l’occhio, e utilizza sovente un linguaggio cameratesco di chiamata alle armi – rimane una formazione nazionalpopulista non di destra, ma di estrema destra. I suoi modelli sono Le Pen, Orban, Putin: tutto fuorché liberali, insomma. Per non dire nulla dei cedimenti sul tema dei diritti, della scienza e il complottismo ben più che latente. Troveremo sempre una fazione o un partito peggiore di un altro. Credo, tanto per fare alcuni esempi non collegati tra loro, che Hitler sia peggio di Mussolini, Hamas peggio di Fatah, Trump peggio di Bush, l’Iran degli ayatollah peggio di quello dello Scià. Basta questo per rinunciare a criticare i secondi? Io non credo.

Giorgio Berruto

Questo articolo è una risposta all’opinione di Nathan Greppi pubblicata ieri 8 luglio su HaTikwa, che per comodità di consultazione riproduciamo anche di seguito [NdR]:

UCEI, rom e migranti: 4 motivi per NON attaccare Salvini

Nelle ultime settimane si è molto parlato, sia nei mass media che sui social, delle prese di posizione del Ministro dell’Interno Matteo Salvini, in particolare per quanto riguarda i rom e i barconi che portano i migranti. Posizioni che hanno suscitato prese di posizione contrarie da parte dell’UCEI, oltre che della senatrice Liliana Segre. Ma siamo sicuri che attaccare Salvini sia la cosa giusta? Qui sotto proviamo a elencare 4 motivi per cui osteggiarne le azioni può essere un errore:

1 Nonostante tutti gli attacchi che la Lega ha ricevuto da più direzioni, i sondaggi parlano chiaro: secondo l’istituto Swg, il Carroccio è passato dal 17% delle elezioni politiche al 29,2% come gradimento. Inoltre, il centrodestra è riuscito a prendere città e province dove dalla fine della Guerra erano stati eletti sempre e solo politici di sinistra (come Genova, Siena e Sesto San Giovanni). Ma il dato che più fa pensare riguarda un sondaggio Ipsos realizzato per il Corriere della Sera: infatti, è emerso che il modo in cui Salvini ha gestito l’affare Aquarius non ha ricevuto consenso solo dagli elettori di destra o 5 Stelle, ma anche da un terzo degli elettori del PD. In altre parole, prendendo posizione contro chi ha dalla sua parte la maggioranza degli italiani, l’UCEI rischia di suscitare reazioni ostili verso gli ebrei.

2 Qui devo passare a parlare di esperienze dirette: infatti, chi ha frequentato licei di provincia, e ha conosciuto i giovani che votano la Lega o i 5 Stelle, sa bene che etichettare come “fasciste” determinate posizioni non porta alcun risultato; anche quando parlavo con i miei compagni di classe delle posizioni di Grillo sugli ebrei e Israele, nella maggior parte dei casi a loro non importava. E questo non perché fossero antisemiti: la maggior parte di loro non aveva mai visto prima un ebreo, e quando lo scoprono le prime reazioni sono di stupore o indifferenza, ma mai di odio.

3 Prendere posizione contro una determinata fazione politica può essere divisivo anche per gli stessi ebrei italiani: infatti, è risaputo che da anni una parte consistente di essi è politicamente vicina a Berlusconi, tanto che il 4 marzo il 44% degli italiani residenti in Israele ha votato per lui, e che nel 2008 tale percentuale saliva al 73%. Inoltre, anche tra gli ebrei c’è chi teme l’immigrazione islamica, a causa della quale in Francia gli atti antisemiti sono in costante aumento. Una preoccupazione tale che persino il presidente UCEI Noemi Di Segninel settembre 2017, parlando dei migranti ha detto che non dobbiamo essere indifferenti, ma neanche “coprirci di buonismo”.

4 Infine, e questa è forse la ragione più importante, perché la Lega ha catalizzato voti che, se essa non esistesse, andrebbero a partiti veramente neofascisti come CasaPound e Forza Nuova. E forse è anche grazie al fatto che il Carroccio non è più un partito solo del nord che alle Regionali del Lazio CasaPound si è fermata al 2%. In questo caso, chi non ama la Lega dovrebbe perlomeno ricorrere alla logica del “meno peggio”.

Nathan Greppi


Consiglio UGEIConsiglio UGEI8 Luglio 2018
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Nelle ultime settimane si è molto parlato, sia nei mass media che sui social, delle prese di posizione del Ministro dell’Interno Matteo Salvini, in particolare per quanto riguarda i rom e i barconi che portano i migranti. Posizioni che hanno suscitato prese di posizione contrarie da parte dell’UCEI, oltre che della senatrice Liliana Segre. Ma siamo sicuri che attaccare Salvini sia la cosa giusta? Qui sotto proviamo a elencare 4 motivi per cui osteggiarne le azioni può essere un errore:

  • Nonostante tutti gli attacchi che la Lega ha ricevuto da più direzioni, i sondaggi parlano chiaro: secondo l’istituto Swg, il Carroccio è passato dal 17% delle elezioni politiche al 29,2% come gradimento. Inoltre, il centrodestra è riuscito a prendere città e province dove dalla fine della Guerra erano stati eletti sempre e solo politici di sinistra (come Genova, Siena e Sesto San Giovanni). Ma il dato che più fa pensare riguarda un sondaggio Ipsos realizzato per il Corriere della Sera: infatti, è emerso che il modo in cui Salvini ha gestito l’affare Aquarius non ha ricevuto consenso solo dagli elettori di destra o 5 Stelle, ma anche da un terzo degli elettori del PD. In altre parole, prendendo posizione contro chi ha dalla sua parte la maggioranza degli italiani, l’UCEI rischia di suscitare reazioni ostili verso gli ebrei.
  • Qui devo passare a parlare di esperienze dirette: infatti, chi ha frequentato licei di provincia, e ha conosciuto i giovani che votano la Lega o i 5 Stelle, sa bene che etichettare come “fasciste” determinate posizioni non porta alcun risultato; anche quando parlavo con i miei compagni di classe delle posizioni di Grillo sugli ebrei e Israele, nella maggior parte dei casi a loro non importava. E questo non perché fossero antisemiti: la maggior parte di loro non aveva mai visto prima un ebreo, e quando lo scoprono le prime reazioni sono di stupore o indifferenza, ma mai di odio.
  • Prendere posizione contro una determinata fazione politica può essere divisivo anche per gli stessi ebrei italiani: infatti, è risaputo che da anni una parte consistente di essi è politicamente vicina a Berlusconi, tanto che il 4 marzo il 44% degli italiani residenti in Israele ha votato per lui, e che nel 2008 tale percentuale saliva al 73%. Inoltre, anche tra gli ebrei c’è chi teme l’immigrazione islamica, a causa della quale in Francia gli atti antisemiti sono in costante aumento. Una preoccupazione tale che persino il presidente UCEI Noemi Di Segni, nel settembre 2017, parlando dei migranti ha detto che non dobbiamo essere indifferenti, ma neanche “coprirci di buonismo”.
  • Infine, e questa è forse la ragione più importante, perché la Lega ha catalizzato voti che, se essa non esistesse, andrebbero a partiti veramente neofascisti come CasaPound e Forza Nuova. E forse è anche grazie al fatto che il Carroccio non è più un partito solo del nord che alle Regionali del Lazio CasaPound si è fermata al 2%. In questo caso, chi non ama la Lega dovrebbe perlomeno ricorrere alla logica del “meno peggio”.

Nathan Greppi

Su HaTikwa la risposta all’opinione di Nathan Greppi da parte di Giorgio Berruto a questa pagina [NdR]


Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 Febbraio 2018
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“Ha avuto, nella sua vita, la sfortuna di incontrare due diverse forme del fascismo, un qualcosa che noi oggi dobbiamo ascoltare dalla viva voce di chi ha sperimentato come il totalitarismo può prendere forme mortifere.” Con queste parole la giornalista Daniela Ovadia ha presentato Vera Vigevani Jarach, attivista ebrea italo-argentina che durante la dittatura militare perse la figlia Franca e contribuì a creare il movimento di proteste delle Madri di Plaza de Mayo, in un incontro al Magazzino Musica organizzato dall’UGEI e da JOI giovedì 15 febbraio.

Dopo il benvenuto del Presidente UGEI Carlotta Jarach, la Vigevani ha iniziato partendo proprio dall’introduzione della Ovadia: “Direi che siamo preoccupati di nuovo, perché anche qui in Italia ci sono serie preoccupazioni di nuovi movimenti fascisti. Qui e in altri paesi.” Proprio il giorno prima ne ha parlato con la neoeletta senatrice Liliana Segre, “e abbiamo condiviso questa preoccupazione, perché ci sono dei bruttissimi segni.” Ha aggiunto che sui giornali italiani si tende a non parlare di ciò che succede attualmente in Argentina: “Sta succedendo che abbiamo un governo legittimo, regolarmente votato, che però è un governo autoritario, che sui diritti umani fa delle cose che sembrano quasi totalitarie, non li rispettano sia nel mondo del lavoro sia con questo modello economico, più o meno lo stesso che avete voi in Italia.”

In seguito ha raccontato un fatto che le è capitato tempo fa, quando ebbe occasione di incontrare Papa Francesco, in Piazza San Pietro, e in quell’occasione gli disse: “Caro Papa, io mi chiamo tal dei tali, ho avuto due genocidi, mio nonno è rimasto in Italia, è finito ad Auschwitz, non c’è tomba, poi molti anni dopo mia figlia, diciottenne, per la dittatura civico-militare, e anche lei finì in un campo di concentramento e non ‘è tomba perché ci furono i voli della morte. Caro Papa, perché non (mandare) non un’enciclica, ma un messaggio di solidarietà non solo ai cristiani ma a tutto il mondo, e in mezzo a questo messaggio perché non ci metti questo: ‘Mai più in silenzio.’ Mai più l’indifferenza.” Poco dopo, una suora che la accompagnava in piazza, e che era nipote di un’altra desaparecida, le disse: “Sa signora, questa parola, ‘solidarietà’, io credo che stanno cercando di cancellarla dal vocabolario.”

Ha continuato chiedendo al pubblico, e soprattutto ai giovani, cosa volevano sapere poiché, come le disse una volta Primo Levi, “quello che è accaduto una volta può accadere un’altra volta.” “Cosa si può fare perché questo non accada?” si è chiesta. “Si possono fare molte cose, non c’è mai una garanzia ma ci sono delle cose che si possono fare, e il mio impegno, da molti anni a questa parte, è cercare di trasmettere la memoria ma non soltanto per guardare verso il passato, è soprattutto per guardare il presente e quello che potrebbe accadere nel futuro.” A tal fine, spesso va a parlare nelle scuole superiori e nelle università, sia in Argentina che in Italia, per rivolgersi ai giovani.

Parlando dell’Argentina, ha spiegato che il concetto di “desaparecido” non è nato in Argentina, ma è stato importato da militari francesi, che da anni facevano le stesse cose in Algeria, e che vennero in Argentina apposta per insegnarlo agli argentini. Inoltre, ha raccontato che anche nei campi argentini i prigionieri politici portavano un numero e subivano orribili torture, incatenati mani e piedi. “Non è vero che non si sapeva, ancora oggi ci sono persone che dicono ‘ma no, io non sapevo niente’; non è possibile. Innanzitutto, dal momento in cui noi Madri di Plaza de Mayo abbiamo cominciato a scendere in piazza, noi le storie le conoscevamo e cercavamo di dirle, ma la gente guardava dall’altra parte. E c’era la paura, la paura esisteva, anche noi avevamo paura, ma l’abbiamo vinta.”

Ripartendo dalle origini del movimento, la Vigevani ha raccontato che all’epoca c’era un silenzio connivente su ciò che accadeva; le madri degli scomparsi iniziarono a parlare tra loro, facendo le stesse cose e vedendosi negli stessi posti, e a volte andavano in un ufficio del governo per chiedere dov’erano i loro figli: a lei una volta risposero: “Non si preoccupi, faccia finta che sua figlia sia in vacanza.” A un certo punto, dopo che avevano anche mandato lettere ai politici o ad Amnesty International una di loro, Azucena Villaflor, disse “basta, qui bisogna andare in piazza!” Ciò nonostante ci fosse lo stato d’assedio e fosse proibito, per un gruppo, riunirsi in piazza. “Non siamo state eroine,” ha detto, “eravamo madri e avevamo bisogno di sapere dov’erano i nostri figli.”

Concentrandosi invece sulla situazione degli italiani in Argentina, ha raccontato che spesso chiedevano aiuto all’ambasciata che però chiudeva le porte. Inoltre, per molto tempo i grandi giornali italiani non parlavano dell’Argentina, come il Corriere, che influenzato dal membro della P2 Licio Gelli ritirò il proprio corrispondente da Buenos Aires in quel periodo.

Parlando di come vivevano gli ebrei, ha ricordato un episodio della sua infanzia: quando arrivò in Argentina, nel marzo 1939, aveva 11 anni ma aveva perso delle classi delle elementari, e il padre la mandò in una scuola italiana, che però dipendeva dal Ministero degli Esteri, e quindi era fascista: “Il libro era lo stesso libro che si usava in Italia. Eravamo tre bambine ebree, due di Milano e una di Napoli. Eravamo piccole, ma non eravamo stupide, capivamo quello che stava accadendo. Un giorno ci portano in uno scantinato, dove ci fanno sedere tutte per terra, per ascoltare il discorso di Mussolini dell’entrata in guerra. E ci siamo messe a piangere, tutte e tre. La direttrice ci vede, ci porta in direzione e ci da un tè per calmarci, e ci spiega ‘io capisco voi, ma è nostro obbligo.’ Poi però abbiamo capito una cosa, che ci ha molto addolorato: non era solo il nostro tema di essere migranti ed ebrei, ma abbiamo capito che il discorso di Mussolini e l’entrata in guerra significava la morte di molti soldati italiani.” Ha aggiunto che, durante la dittatura, le autorità argentine erano molto antisemite, tanto che su 30.000 desaparecidos 2.000 sono ebrei, quelli che venivano internati subivano torture atroci e raramente si sono salvati.

Infine, ha voluto dare un messaggio di incoraggiamento: “Allora c’era solo un organo per i diritti umani in Argentina, oggi sono 13. Siamo una resistenza abbastanza forte, e anche se non vorrebbero devono rispettarci.”

Nathan Greppi

Da Mosaico-cem.it



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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