michael sierra

Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 giugno 2016
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dor1Come l’integrazione in un paese non è mai facile anche mantenere il legame con la propria storia, la lingua e l’identità d’origine non è una cosa semplice. La comunità Italiana in Israele è sicuramente un’eccezione – un luogo dove la cultura italiana e israeliana si incontrano. A confermare questa affermazione è stata l’inaugurazione di un nuovo progetto oggi a Gerusalemme, “Hakesher Ha-Rav Dorì” – il legame multigenerazionale. Il progetto che è stato inaugurato oggi nella scuola elementare Yehudà Halevì di Gerusalemme dall’Ambasciatore italiano Francesco Maria Talò e dall’addetta culturale dell’Ambasciata, Elena Loewenthal, consiste in una serie di incontri in cui i “nonni italiani” racconteranno ai nipoti (propri e altrui) storie della loro vita. In questo modo, verranno create testimonianze interattive dei racconti delle persone provenienti dall’Italia.

Il progetto prevede quattordici incontri e una presentazione conclusiva del lavoro realizzato dai ragazzi della quarta e quinta elementare insieme a i “nonni italiani” al Bet HaTfutzot (il museo del popolo) di Tel Aviv il prossimo anno. In occasione della stessa inaugurazione, sono stati consegnati diplomi ai bambini protagonisti di un’altra iniziativa ideata per mantenere il legame con le proprie origini: il doposcuola di lingua italiana, che si è svolto nel corso di tutto l’anno scolastico. Si tratta di un’altra iniziativa promossa dal comites italiano di Gerusalemme in coordinamento con il Ministero israeliano dell’istruzione che oggi permette perfino di ottenere 5 punti di credito nella maturità israeliana (Bagrut) facendo l’esame d’italiano.

dor3“Questo programma darà l’opportunità ai più giovani di ascoltare in italiano, ma anche in ebraico, le storie dei propri nonni rafforzando così il legame con la tradizione. Al tempo stesso, i nonni potranno imparare a usare i computer lavorando con i nipoti”, spiega Samuele Giannetti, l’anima del progetto. Gli “italkim” – ma forse in questo caso sarebbe meglio dire semplicemente “gli italiani in Israele” – che hanno già un giornale, un gruppo giovanile (Giovane Kehilà) e una seria di eventi in lingua Italiana hanno dimostrato che si può mantenere la propria identità italiana pur non vivendo geograficamente nella penisola e che per farlo si può cominciare dalla scuola elementare.

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Michael Sierra vive a Gerusalemme. Sta svolgendo il servizio militare
Michael Sierra, di Gerusalemme, è responsabile delle attività giovanili della comunità italiana in Israele

Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 giugno 2016
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Roberto Della Rocca - Con lo sguardo alla luna - Giuntina 2015
Roberto Della Rocca – Con lo sguardo alla luna – Giuntina 2015

כי לקח טוב נתתי לכם

תורתי אל תעזובו

עץ חיים היא למחזיקים בה

ותומכיה מאושר

דרכיה דרכי נעם

וכל נתיבותיה שלום

השיבנו אליך ה’ ונשובה

חדש ימינו כקדם

Vi ho dato un buon insegnamento

Non rifiutate la mia Torah (Proverbi 2;4)

E’ un albero di vita per chi la tiene

E chi la sostiene godrà

Le sue strade sono piacevoli

E tutte le vie sono vie di pace

Fa che ritorneremo da te Signore e ritorneremo

Rinnova i nostri giorni come nel passato (Eicha 5;21)

Mauricy Gottlieb, Ebrei in preghiera a Yom Kippur, 1878 (Museo d'arte moderna di Tel Aviv)
Mauricy Gottlieb, Ebrei in preghiera a Yom Kippur, 1878 (Museo d’arte moderna di Tel Aviv)

Questi versi che si usa cantare alla fine della lettura della Torah, quando il sefer viene riportato nell’aron, trasmettono per me nel modo più chiaro il messaggio contenuto in “Con lo sguardo alla luna”, del mio maestro rav Roberto della Rocca. La prima frase afferma l’esigenza, spiegata nell’introduzione del libro, di risalire alle fonti tradizionali ebraiche che si basano sulla Torah. La Torah, spiega in seguito il canto (e il libro), si rivela così “viva” e “attuale” per chi la studia. La luna che cresce e l’albero che si sviluppa sono forze della natura e simbolizzano entrambe la saggezza ebraica basata su fonti antiche, capace di rinnovarsi e rimanere sempre attuale. Ma sia il canto sia il libro ci spiegano che non basta solo studiare. Bisogna anche vivere un stile di vita ebraico che può portare alla felicità.

Il legame fra la felicità e la scelta della strada giusta viene approfondito nell’ottavo e nono capitolo del libro, sulla storia del profeta Giona e del re Qohelet. Per continuare lungo la stessa linea, l’ultima frase del canto si collega alla prima parte del libro, “Percorsi del tempo” e anche a un capitolo dell’ultima sezione, “Percorsi dell’etica”, che si intitola: “E’ vecchio chi smette di interrogarsi”.

Per concludere, il libro è una miscela di riflessioni e approfondimenti che nel loro insieme costituiscono un campionario di tanti possibili modi di articolare i rapporti tra pensiero ebraico e tradizione filosofica occidentale, ispirandosi a un ebraismo vivo che si nutre del passato, proiettato verso il futuro, intriso di significati e valori per l’esistenza che ribadisce una tradizione tesa alla pace e al rispetto delle differenze.

Su “Con lo sguardo alla luna” anche Giorgio Berruto ha scritto una breve recensione.

Michael Sierra vive a Gerusalemme. Sta svolgendo il servizio militare
Michael Sierra vive a Gerusalemme. Sta svolgendo il servizio militare

Consiglio UGEIConsiglio UGEI28 marzo 2016
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10min206

logoyeudYeud – Future Leader Training è un corso organizzato dall’Ucei a partire dal 2009 per formare quei giovani ebrei italiani che in futuro si occuperanno della gestione delle comunità di cui fanno parte. L’edizione di quest’anno è la seconda che si svolge a Gerusalemme, sotto la direzione scientifica di rav Roberto della Rocca e Dan Wiesenfeld, e con l’indispensabile impegno di Claudia Jonas con il gruppo e di Genny Di Consiglio a Roma. Il programma, molto denso, si è svolto dal 6 al 13 marzo e ha previsto laboratori di team building e leadership, incontri con rabbini e esperti di ebraismo e Israele, visite mirate a luoghi di importanza focale per lo stato di Israele e occasioni di approfondimento su attualità e politica. Il filo rosso che ha unito il programma è stato quello del dialogo e del dibattito: innescato dagli stimoli che sono stati proposti, ha presto superato i muri dell’aula di Kyriat Moriah per trasformarsi in una rete di libero confronto che per tutta la settimana non ha smesso di venire tessuta.
Quelle che seguono sono le riflessioni dei partecipanti.

yeudgruppoElena Gai Ye’ud mi ha dato la possibilità di confrontarmi, di creare un dibattito sano e costruttivo che mi ha permesso non solo di conoscere le opinioni e i punti di vista altrui, ma anche di conoscere meglio i miei punti di forza e i miei limiti. Bisogna sapersi mettere sempre in gioco, saper mostrare ciò in cui si crede e contemporaneamente saper rivalutare le proprie certezze, sapersi confrontare e saper imparare dagli altri. Questo è alla base delle relazioni umane, e comprenderne l’importanza è essenziale per chi si vuole definire “leader”.

Charlotte Eman Quest’esperienza è stata unica e molto formativa. Abbiamo imparato a condividere idee, obiettivi, scopi e strategie, per creare qualcosa di molto importante: un gruppo di amici molto legati, ma, cosa più importante, un team indissolubile in grado di risolvere situazioni.

Ruben Spizzichino Evitare di definire opinioni non affini alle mie “diverse”, ma semplicemente “altrui”. Il diverso presuppone l’autoreferenzialità, comporta l’impossibilità di comunicare e relega la discussione in uno stato stagnante di idee. “Diverso” indica il dislivello di concetti e posizioni. “Altro”, implica il rispetto per il prossimo, pone la parità di idee, condizioni fondamentali per la loro evoluzione. Insomma, solo uno stupido resta cristallizzato sulla propria idea e irrispettoso verso quelle “diverse”.

yeudlezioneSabra Salvadori Yeud per me è stato un modo per conoscere da vicino la realtà israeliana grazie ai numerosi temi affrontati, ma soprattutto un momento di confronto con altri ragazzi che, come me, vivono e partecipano alla vita delle comunità ebraiche italiane. Grazie a questo confronto ho potuto constatare le differenze culturali dei ragazzi a seconda che questi vivano nelle comunità di grandi dimensioni o nelle comunità più piccole.

Nathan Bendaud Come formare un team? Chiedete a Claudia Jonas, Dan Wiesenfeld e rav Roberto della Rocca e vi spiegheranno di prendere 15 ragazzi dai 18 ai 30 anni provenienti da varie comunità italiane con il sogno un giorno di diventarne leader.

Michael Sierra Al di la delle ottime conferenze del programma, penso che Yeud abbia costruito un ottimo team formato da futuri leader di tutte le comunità ebraiche italiane, compresa quella in Israele. L’investimento nella formazione di leadership giovanile per rinforzare i contatti fra le comunità, a mio avviso, è fra i compiti più importanti. Sono sicuro che la scelta di svolgere il seminario in Israele non sia stata casuale. Le comunità in Italia hanno tanto da imparare da Israele e la comunità italiana in Israele ha tanto da imparare dalle comunità italiane. A nome di “Giovane kehilà”- il gruppo giovanile degli italiani in Israele che ha come scopo rinforzare i contatti con le comunità italiane e contribuire allo sviluppo della società israeliana, ringrazio molto l’UCEI, e Rav della Rocca in particolare, per questa occasione. Sono sicuro che presto vedremo i frutti di questo programma.

Simone Somekh Mi sono confrontato con docenti e ospiti dalle più svariate idee politiche e religiose, ma anche con gli altri partecipanti. Per sette giorni, ho respirato un’atmosfera di apertura al confronto e voglia di collaborare che ho raramente visto in altri eventi e programmi. Un ebraismo in decadenza come quello italiano necessita urgentemente di leader più lungimiranti e più spazio per i giovani. Valori di base della vita ebraica come l’osservanza dello shabbat e lo studio dei testi si stanno perdendo per dare spazio a faziosità e politica. Il seminario di Yeud è stato un’esperienza per crescere; credo che tutti i ragazzi partecipanti siano di grande esempio per molte figure di spicco dell’ebraismo italiano, che ancora stentano ad adottare vedute più larghe e strumenti di management anglosassoni.

yeudlezDaniel Foà Una settimana dedicata alla scoperta. Abbiamo scoperto luoghi e persone, ma principalmente idee. La conoscenza dell’altro è occasione di crescita. La discussione è ricchezza.

Arièl Nacamulli Yeud è stata un’esperienza fantastica, un’occasione in cui incontrare ragazzi molto diversi tra loro ma con il desiderio comune di mettersi al servizio dell’ebraismo italiano. È quello di cui abbiamo bisogno.

Yael Di Consiglio Yeud è stata un’esperienza fantastica che difficilmente dimenticherò. Pur essendo la più piccola mi sono integrata da subito nel team. Nonostante i ritmi frenetici delle lezioni la curiosità di conoscerci e confrontarci su diverse visioni ci ha spinto a interagire tutto il giorno, discutendo delle nostre opinioni, sempre diverse le une dalle altre. Eppure nessuno voleva prevaricare: siamo stati pronti ad ascoltare le opinioni degli altri e da esse apprendere. E’ stata una settimana con un giusto mix di leadership, Torah, pizza, shawarma e waffles.

Saleyha Leah Hossain Partendo dalla comune convinzione che un leader sia il capobranco di un gruppo meno importante, siamo giunti, grazie al sostegno continuo di Dan Wiesenfeld e di altri rilevanti professori e rabbini, non solo a demolire quest’errata interpretazione ma a creare ed essere un team coeso, arricchito dalle peculiarità di ciascuno di noi e forte grazie alla profonda amicizia che si è creata.

David Giuili E’ stata un’esperienza bella e costruttiva. Durante i giorni di Yeud mi sono sentito proprio a casa. Mi ha emozionato molto la riconoscenza verso Herzl e come viene mantenuto il suo ricordo: in Israele è sentito molto il patriottismo e la fratellanza, in Italia non interessa minimamente…

Giorgio Berruto Se condividere uno spazio è sempre una sfida, tanto più lo è lavorare insieme. Ci insegna Dan Wiesenfeld che anche un team ha una vita. C’è la formazione, un innamoramento in cui l’entusiasmo primeggia. Poi vengono i contrasti: il negativo, la percezione dell’altro, il confrontarsi talvolta sordo. C’è l’assestamento e la fase normativa: la capacità decisiva di codificare regole – regole non scritte – e di stringere il mirino sull’obiettivo e sul metodo. E c’è lo stadio performativo, in cui l’altro è ormai Altro, uno spazio che si dischiude, interlocutore con cui confrontarsi non più per necessità, ma per scelta.

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Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 marzo 2016
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raccah1Aiutare quanti soffrono di presbiopia a mettere meglio a fuoco i caratteri e a usare meno gli occhiali?

È possibile grazie all’applicazione israeliana  GlassesOff che oggi lancia una nuova versione. Vi lavora anche un giovane ebreo romano trasferito in Israele, Samuel Raccah.

Sviluppata in Israele, il paese con il maggior numero di start-up pro capite al mondo,  GlassesOff è fra le più promettenti dell’ultimo quinquennio. Si tratta di una rivoluzionaria applicazione che permette di eliminare la dipendenza dagli occhiali da lettura oltre che di migliorare altri parametri legati alla vista come il tempo di reazione agli stimoli, messa a fuoco, nitidezza delle immagini, riduzioni di mal di testa e riduzione di sensazione di affaticamento dell’occhio. Questi parametri sono ben apprezzati da vari enti come squadre sportive e dell’aeronautica israeliana che ha cominciato a interessarsene. L’applicazione è disponibile al download gratuitamente sull’App Store e sul Play Store, e offre un test gratuito della vista per predire i benefici che l’app è in grado di apportare.

È sufficiente scaricare l’applicazione, eseguire alcuni esercizi della durata di 12 minuti per tre volte a settimana e nell’arco di due mesi l’occhio riacquisterà la capacità di leggere e focalizzare immagini a breve distanza.  GlassesOff sfrutta tecnologie sviluppate dal neuroscienziato della Tel Aviv University Uri Polat. Il principio alla base dell’applicazione è semplice: proprio come la qualità delle immagini scattate da una macchina fotografica dipende da due fattori – la lente e il processore dell’immagine – similmente la nostra visione dipende da due fattori: l’occhio e il cervello.  GlassesOff migliora l’elaborazione cerebrale dell’immagine e garantisce in media un ringiovanimento dell’occhio di 8,6 anni.

raccah3L’applicazione ha ricevuto diversi riconoscimenti in riviste specializzate di oculistica a livello internazionale ed è stata testata con successo nei laboratori dell’Università di Berkeley della California.

GlassesOff ha i propri uffici a Tel Aviv dove attualmente lavora Samuel Raccah, un giovane ebreo romano di 23 anni. Laureato a Roma in Ingegneria gestionale, Samuel ha deciso di ultimare la propria carriera accademica e di intraprendere quella lavorativa in Israele. Ispirato dagli ideali del sionismo e dal desiderio di seguire l’“Israeli Dream”, Samuel oggi fa eco a molti giovani ebrei che abbandonano l’Italia per stabilirsi in Israele e ristabilire il continuum con la loro terra d’origine.

Per capire meglio come si inserisce un giovane italiano in una start-up di successo israeliana abbiamo visitato la start-up dove abbiamo incontrato Samuel e il suo CEO, Nimrod Madar, e abbiamo fatto loro alcune domande.

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Nimrod Madar – CEO di GlassesOff

Qual è il contributo di un giovane ragazzo italiano come Samuel?

“Una delle cose fondamentali nella nostra azienda che ha sicuramente contribuito al nostro successo è il Team Working. Quando parlo di Team Working non parlo di una semplice collaborazione come in ogni azienda ma di un vero impegno e lavoro di squadra di tutti i dipendenti oltre il loro ruolo. Abbiamo altre persone da paesi diversi e questo aiuta molto per il fatto che anche il nostro mercato è un mercato globale. L’applicazione viene usata da persone di tutto il mondo”.

Quali sono i competitors e quali gli investors di GlassesOff?

“GlassesOff ha ricevuto diversi finanziamenti in diversi round, attualmente il contributo totale versato dagli investitori si aggira attorno ai 15 milioni di dollari. E’ una cifra molto alta che è stata spesa quasi interamente per la prima fase di ricerca e sviluppo, per affinare l’algoritmo e perfezionare la tecnologia. Gli investitori provengono da diverse nazioni, alcuni sono israeliani, altri europei e altri ancora americani. Sono arrivati anche investimenti da istituzioni e da centri di ricerca. Oggi GlassesOff è una società quotata alla Borsa di New York.

Sarebbe sorprendente dire che non abbiamo competitors, anche se in realtà nel caso di GlassesOff veramente non ne abbiamo! La nostra tecnologia è protetta da brevetti e proprietà intellettuale. Se la chirurgia e gli occhiali da lettura possono essere considerati nostri competitors, allora ne abbiamo. Altrimenti, posso garantirti che non esista alcuna altra tecnologia al mondo che sia in grado di eliminare la dipendenza dagli occhiali da lettura semplicemente attraverso un app. Esistono programmi simili che migliorano la memoria o le capacita cognitive, ma non sono nostri competitors. Noi utilizziamo la neuroscienza in un campo completamente diverso, la vista”.

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raccah2Samuel

Cosa avresti voluto fare da grande quando eri bambino?

“Ho sempre vissuto ogni attimo della mia esistenza con la consapevolezza che a ciascuno è concesso lo spazio di una sola vita, e secondo questo principio ho cercato sempre di distinguermi e di eccellere. Il mio desiderio è realizzare un prodotto tecnologico che migliori drasticamente la vita quotidiana delle persone e di cui, per motivi di riservatezza, non parlo pubblicamente”.

Qual era il tuo legame con Israele (e con il mondo ebraico in generale) prima di trasferirti?

“Ho frequentato le medie e il liceo ebraico. Oltre a ciò ho partecipato ai campeggi del Bene Akiva e ho sempre frequentato il tempio assieme alla mia famiglia. Credo che il maggior contributo al mio sentimento sionista sia da ricercare in un viaggio che ho compiuto in seconda liceo insieme ai miei compagni di classe: abbiamo visitato Israele attraverso un itinerario durato tre settimane e che mi ha permesso di conoscerne le aree meno perlustrate e più peculiari come il Negev o le basi militari presso il confine”.

Oggi vivi in Israele? Hai ottenuto la cittadinanza israeliana?

“La politica di immigrazione israeliana è uno dei fattori più rilevanti che hanno alimentato le aliyot di massa dell’ultimo quinquennio. Israele è molto favorevole all’insediamento di giovani ebrei provenienti dall’estero, e per tale motivo eroga contributi e benefici di cui tutti gli ebrei della diaspora possono godere, tra cui appunto la cittadinanza”.

Quando sei venuto per la prima volta in Israele qual è stata la tua impressione? Raccontaci dell’esperienza…

“Ho sempre visitato Israele con buona assiduità, almeno due volte l’anno. È difficile descrivere la mia prima esperienza in Israele perché risale a più di venti anni fa. Ricordo però alcune esperienze successive, come la visita alle gallerie del Kotel, un’esperienza ancora viva nella mia memoria”.

raccah4Si sente parlare spesso di “intelligenza ebraica” e si dice che “gli israeliani hanno idee innovative”. Cosa ne pensi?

“Il pragmatismo israeliano è da anni al centro di un dibattito mondiale, e non posso che abbracciare le tesi che sono state formulate a riguardo: Israele è una hub di innovazione a livello globale, il merito va ricercato in diversi fattori, ma il primo fra tutti è senz’altro la ricerca dell’utile: la precarietà dello stato israeliano ne giustifica la perpetua ricerca di sistemi per migliorare la vita”.

 Qual è il tuo titolo nella start-up e qual è il tuo ruolo all’interno dell’azienda? Di cosa ti occupi?

“Sono un business analyst, mi occupo di tutte le decisioni strategiche di GlassesOff: dalla pricing strategy, alla segmentation, alle previsioni finanziarie, fino alla go-to-market strategy. Il mio ruolo mi permette di intervenire su diversi fronti e contribuire a tutte le divisioni funzionali dell’azienda, un aspetto che amo moltissimo del lavoro in una start-up: il dinamismo e la multifocalizzazione su diverse aree di competenza che porta a lavorare con tutti i colleghi dinamicamente”.

 Quando hai deciso di lavorare per GlassesOff e come sei venuto a conoscenza di questa start-up? Ti hanno subito preso o hai dovuto superare degli esami?

“La storia che mi ha portato a lavorare per GlassesOff è curiosa: il teaching assistant del mio ultimo corso universitario rimase così impressionato dal mio rendimento accademico che mi offrì un lavoro presso GlassesOff. Perciò ho avuto la fortuna di avviare la mia carriera lavorativa subito dopo aver ultimato gli studi. La decisione finale è spettata al CEO che mi ha dimostrato da subito fiducia e calore”.

Qual è il tuo contributo come italiano alla start-up?

“Stiamo lavorando per aprire un nuovo mercato in Italia, in cui crediamo fortemente. Attualmente collaboriamo con alcuni giornalisti delle maggiori testate italiane, e a breve verrà lanciata una campagna mediatica in Italia. Tra i miei vari compiti, mi occupo di coordinare gli sforzi del reparto marketing e di mediare le relazioni con la stampa italiana. È un impegno che onoro con orgoglio in quanto ebreo italiano”.

Michael Sierra vive a Gerusalemme. Sta svolgendo il servizio militare
Michael Sierra vive a Gerusalemme. Sta svolgendo il servizio militare

Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 febbraio 2016
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La sinagoga italiana a Gerusalemme
La sinagoga italiana a Gerusalemme

“L’aiuto che la comunità ha promesso alle organizzazioni giovanili deve essere effettivo ed efficace […] Pertanto è mia intenzione organizzare una sala cinematografica e di ricreazione affinché noi possiamo tenere in un sano ambiente questi ragazzi per dar loro insieme allo svago, anche opportune nozioni di educazione e di cultura”. Era il 1952, e così rav Elio Toaff z’l, una delle più grandi figure dell’ebraismo italiano, affrontava un tema cruciale, quello del coinvolgimento delle nuove generazioni nella vita comunitaria a un anno dal suo insediamento a rabbino capo di Roma. Certo, la situazione a cui faceva riferimento il rav, quella di una comunità ebraica della diaspora, era ben diversa dalla realtà israeliana.

Nasce quindi spontanea la domanda di che bisogno ci sia di una sinagoga italiana e in generale di una comunità italiana in Israele. Domanda a cui immagino i suoi fondatori, e con loro ovviamente Umberto Nahon, avrebbero risposto che la sinagoga serve, serve per mantenere l’ebraismo italiano in Israele e preservare il rito italiano antico di millenni. Negli anni la Hevrat Yehudè Italia si è sviluppata e il tempio e il museo italiano sono diventati un vero centro culturale, fondamentale per mantenere i legami con l’Italia. La Hevrà oggi attira olim hadashim insieme a persone di terza e perfino quarta generazione, ed è frequentata da chi, pur avendo mantenuto le tradizioni del paese d’origine, non sa l’italiano, e da chi non rinuncerebbe per nulla al mondo al giudaico romanesco e promette di mantenere le proprie usanze sui “santi sefarimme”. C’è chi è più osservante e chi meno, e persone che vengono da tutte le comunità d’Italia. Questa varietà è, secondo me, una delle cose più belle e particolari della Hevrà.

Eppure partecipando quest’anno come l’anno scorso all’assemblea della Hevrà, mi sono guardato intorno, e non ho visto nessuno dei miei coetanei. Così mi sono chiesto: perché? Non penso che l’ebraismo italiano non interessi più ai giovani italoisraeliani e neanche che non ci siano giovani nella Hevrà, anche considerando il grande numero di aliyot degli ultimi due anni e il fatto che in Israele le famiglie hanno in media più figli che in Italia. Il vero motivo della bassa partecipazione dei giovani a mio parere è semplicemente che la Hevrà al momento non suscita il loro interesse.

Le sue attività ed eventi sono infatti per lo più rivolti a un pubblico di anziani o di bambini. Da piccolo, ricordo bene quanto amassi decorare la sukkà, partecipare al coro di Chanukah, andare a fare i mishlochè manot di Purim… Oggi invece trovo meno occasioni che siano adatte a ragazzi ventenni. Non è assolutamente mia intenzione lamentarmi, anzi. Vorrei che questo commento da un lato richiamasse noi giovani a tornare a partecipare e creare nuove iniziative, dall’altro facesse riflettere tutti noi, giovani e meno giovani, sulla situazione attuale e sul futuro, non un futuro remoto, ma piuttosto su come vogliamo vedere la Hevrà fra qualche anno.  L’età tra i 18 e i 35 anni è l’età in cui si esce di casa fisicamente e spiritualmente. Per questo ritengo sia importante che su questa fascia vengano investite le energie della Hevrà, e che pensando a essa vengano compiute le scelte strategiche del Consiglio.

Negli ultimi due anni le aliyot dall’Italia hanno raggiunto numeri più alti di ogni altro periodo. Non è più un segreto che mentre le piccole comunità in Italia spariscono (e non soltanto per la aliyà), la presenza degli ebrei italiani in Israele aumenta. Per questo è importante ricordare che il futuro della Hevrà è il futuro di tutto l’ebraismo italiano.

shabbatonIn questa prospettiva, sono contento di poter affermare che il primo passo è già stato fatto. A seguito dell’ultima assemblea della Hevrà, è stato deciso di creare una sottocommissione giovani: il gruppo “Giovane Kehillà”. Per i giovani esistono già attività nella nostra Hevrà, per esempio la cerimonia di Yom haShoah, la spaghettata di Sukkot, gli incontri con ragazzi in viaggio dall’Italia… Tutte queste iniziative sono però state organizzate durante gli anni da singoli componenti della Hevrà e non da un gruppo formale. Anche fuori da Gerusalemme ne esistono: le cene di shabbat e i limmud degli italiani di origine tripolina a Tel Aviv, per esempio. Il ruolo del gruppo sarà proprio quello di formalizzare questi eventi, di informare i giovani con notizie che li riguardano e di rappresentarli. Un gruppo che non lavorerà, ci tengo a sottolinearlo, in modo separato, ma a stretto contatto con il Consiglio, in un dialogo continuo. Le iniziative in cantiere sono tante, da un evento per Purim, film, feste, conferenze, gite, il programma annuale sarà presto stabilito. Perché è tempo di darci da fare!

Perché una formalizzazione delle attività giovanili farà bene ai giovani, ma anche alla Hevrà stessa. Potrà aiutare ad avvicinare coloro che dall’organizzazione sono lontani. E può renderla forse più attraente e piacevole da frequentare.

Colgo l’occasione per augurare al nuovo Consiglio buon lavoro e fare a quello uscente i miei più cordiali complimenti.

Colgo inoltre l’occasione anche per invitare tutti i giovani italiani in Israele a partecipare allo shabbaton del 26-27 febbraio. Lo shabbaton sarà un’occasione per condividere due giorni insieme con ragazzi italiani da tutta Israele e si terrà presso la Havat hanoar, il mitico ostello degli italiani in Israele, e nella comunità italiana. L’invito ufficiale per lo shabbaton è stato diramato in modo ufficiale attraverso la Hevrà, il Comites e i vari social network.

Già con la festa di Tu-Bishvat, la partecipazione dei giovani ha portato una nuova radice giovanile di ebraismo italiano alla Hevrà e nuovi frutti per tutti gli italiani in Israele. Ringrazio tutti quelli che hanno aiutato e auguro a tutti

Buon lavoro!

Michael Sierra vive a Gerusalemme. Sta svolgendo il servizio militare
Michael Sierra vive a Gerusalemme. Sta svolgendo il servizio militare


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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