michael sierra

Consiglio UGEIConsiglio UGEI21 dicembre 2017
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Foto di Alessia Gabbianelli

Un nuovo Consiglio per i giovani ebrei d’Italia, eletto ieri a Torino al termine dei lavori del Congresso ordinario. In ordine di preferenze ricevute sono stati eletti il romano Giulio Piperno, la milanese Carlotta Jarach, il trentino (ma residente a Torino) Simone Israel, il torinese Alessandro Lovisolo, i romani Ruben Spizzichino e Luca Spizzichino, la milanese Alissa Pavia. Il rinnovo delle cariche ha riguardato anche quelle dei revisori dei conti: confermati Federico Disegni e Daniel Sacerdoti.

Il Congresso ha visto la partecipazione di figure storicamente attive nell’organizzazione, ma anche di nuove leve che hanno partecipato con entusiasmo all’elaborazione di molte mozioni. Una tre giorni quindi di lavori, di scambio di idee per il futuro e riflessioni sull’operato del Consiglio uscente, presieduto da Ariel Nacamulli. Ed è proprio Nacamuli ad esporre le sue riflessioni nella relazione finale: “Quello che si è appena concluso è stato un anno di grandi incertezze dalle tensioni internazionali, non ultime quelle recenti in Israele. È stato per noi l’anno di Irua, del Silent Party a Milano e ovviamente del Congresso di Torino. La prima parte dell’anno è stata caratterizzata da Irua, verso cui si sono mosse le energie, sia prima che dopo l’evento. È stata forse possibile un’analisi di alcune dinamiche giovanili, in parte già note: la grande frammentazione a Roma, una lontananza delle piccole comunità, una Milano poco interessata a partecipare a eventi nazionali”. E poi spiega perché la scelta sia ricaduta sul capoluogo piemontese: “La capitale UGEI di quest’anno è Torino. La scelta è dovuta all’ottimo lavoro del gruppo locale nel corso degli ultimi anni e da una mancanza di grandi eventi UGEI in Piemonte”.

congAd aprire ufficialmente i lavori del XXIII Congresso i saluti delle autorità comunitarie: a fornire un’introduzione sulla comunità ebraica di Torino e sulla storia degli ebrei piemontesi è il presidente Dario Disegni. Segue una breve lezione di rav Ariel Di Porto, rabbino capo, in cui ricorda la figura di rav Giuseppe Laras, scomparso quest’anno il 15 di novembre. In particolare si sofferma su alcune parole del rav che paragonava la condizione dell’ebraismo italiano all’origine della festa di Chanukkah, con il buon auspicio che l’olio, purchè scarso in quantità ma non in qualità, possa durare nel tempo. Tre gli interventi che hanno intervallato l’andamento dei tre giorni di lavori congressuali: quello di Sara Salmonì su Masa Italia e le esperienze di formazione in Israele, seguito poi dalla presentazione del “Progetto Tirocini” con Saul Meghnagi, che ha anche illustrato la recente nascita di un’associazione musicale in ricordo di Alisa Coen, a cui ha preso parte anche Giulio Disegni, vicepresidente UCEI, che ha sottolineato l’impegno verso i giovani e le sfide che ci attendono nel 2018 (tra le molte quelle legate al settantesimo anniversario della nascita dello Stato d’Israele e l’ottantesimo dalle Leggi Razziste). Infine l’intervento di Michael Sierra su Giovane Kehilà e gli ebrei italiani d’Israele.

Durante il congresso si è ampiamente discusso dei temi quali l’importanza di proseguire e approfondire il rapporto con la CII, Confederazione Islamica Italiana, di rinsaldare ulteriormente le relazioni tra UGN a UGEI in modo tale da favorire il naturale passaggio dei ragazzi di 17 anni, maturando fin da subito un di un “senso di appartenenza” all’UGEI. Riflessioni anche su Hatikwà, affinché il nuovo Consiglio vigili perché continui ad essere di fatto e non solo di nome un giornale aperto al confronto delle idee.

Alice Fubini

Da Moked.it


Consiglio UGEIConsiglio UGEI1 novembre 2017
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Alcuni mesi fa, durante un discorso alle Nazioni Unite, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha detto: “I trattati di pace con Egitto e Giordania continuano a costituire ancore di stabilità in un Medio Oriente instabile”. Il giorno dopo, con la mia amica Anna ho visitato il centro che porta avanti l’eredità di uno degli uomini che dedicarono la propria vita a queste ancore, il Centro Yitzhak Rabin.

Durante la visita mi è tornato in mente un episodio di quando facevo la guida per Zofim, il movimento scoutistico israeliano. Dovevo condurre una peulà (attività) con un gruppo di ragazzi delle scuole medie nel giorno del ricordo di Rabin. Al termine della peulà, in cui avevamo discusso dell’assassinio di Rabin e della questione dell’incitamento a uccidere, uno dei giovani mi ha chiesto: “Perché c’è un giorno dedicato a Rabin e non ad altri primi ministri?”. Per rispondere alla domanda ho organizzato un’altra peulà. Questa volta non su Rabin, ma su Barni, un bambino con un nome di fantasia. Ho detto agli studenti che Barni era uno scout preso di mira dai coetanei. Molti tra gli altri scout non prendevano parte agli atti di bullismo, ma non facevano neanche nulla per fermare chi invece lo faceva. Un giorno Barni viene picchiato. A partire da questa storia abbiamo cominciato a discutere del significato della responsabilità collettiva.

In questo modo ho spiegato che, analogamente, lo scopo del giorno in ricordo di Rabin non è soltanto quello di trasmettere la sua eredità di primo ministro coraggioso e visionario, ma anche di insegnare una lezione che parte dal suo assassinio, una lezione per migliorare il futuro di Israele. Terminata la peulà, lo studente che mi aveva interrogato sul senso di un giorno del ricordo mi ha detto di aver compreso davvero perché l’assassinio di Rabin deve continuare a essere commemorato.

Il Centro Rabin sembra costruito esattamente per rispondere alla domanda del ragazzo. Presenta la straordinaria vita di Yitzhak Rabin e la sua morte tragica, elementi cardine della storia di Israele il cui impatto non può essere ignorato o dimenticato affinché sia frantumato il rischio di una ripetizione.

Il cuore del Centro Yitzhak Rabin è il museo di Israele. Grazie a quasi 200 brevi filmati, i visitatori esplorano la storia e la nascita dello stato attraverso sale espositive, ciascuna incentrata su punti di svolta dello sviluppo del paese. Sono presentati i conflitti, le sfide sociali e le domande a cui il paese ha cercato di rispondere, ma anche i suoi successi. Lungo il corridoio interno e intrecciata al resto del museo, ecco la storia della vita di Yitzhak Rabin, come un filo rosso lungo la storia e lo sviluppo di Israele.

Il Centro dispone anche di workshop per trasmettere a ogni studente, soldato e giovane israeliano appartenente a qualsiasi settore della società i valori di cui si fa portavoce. Seminari danno vita a esperienze di grande valore che arricchiscono 12.000 studenti di scuole superiori e 13.000 giovani soldati dell’Idf ogni anno. Chi partecipa a questi programmi educativi impara a vedere in Rabin un modello di leadership per la sua fede accanita nella responsabilità sociale e per la fiducia nella pace e nella sicurezza. Così si può diventare consapevoli del proprio ruolo per promuovere il benessere e l’unità del popolo di Israele. I workshop interattivi portano a discutere questioni chiave per giovani leader: democrazia, identità, responsabilità, libertà di espressione in una società pluralista.

La missione del Centro è assicurare il ricordo delle vive lezioni che possiamo trarre dalla vicenda di Yitzhak Rabin e modellare una società e una leadership che siano aperte al dialogo, alla democrazia, al sionismo e alla coesione sociale.

Nel Centro possiamo imparare molto anche di Menachem Begin, un leader del partito rivale di Rabin, il Likud. Infatti, al di là delle differenze politiche, Begin ha posto una delle summenzionate “ancore” in questa regione instabile, firmando nel 1979 l’accordo di pace con l’Egitto di Anwar Sadat. Tutto ciò porta a pensare che gli uomini dotati di vision e desiderosi di pace, tra di essi anche l’ex presidente dello stato Shimon Peres, scomparso lo scorso anno, sappiano andare oltre le divisioni politiche.

Perciò consiglio caldamente la visita del Centro Rabin a chi vuole imparare che cosa sia Israele e come si configuri il suo mosaico politico. Lo consiglio anche agli israeliani, qualunque sia il loro orientamento politico, perché credo che, per elaborare un’opinione, occorra conoscere la nostra storia e come essa viene raccontata. Se qualcuno mi chiedesse perché, la mia risposta sarebbe la stessa che ho dato ai giovani che mi chiedevano che senso avesse la giornata in ricordo di Rabin: la responsabilità collettiva.

Michael Sierra 

(© The Times of Israel – traduzione a cura di HT)

Da The Times of Israel


Consiglio UGEIConsiglio UGEI12 febbraio 2017
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I giovani italoisraeliani preoccupati per le dichiarazioni di Marine Le Pen sulla doppia cittadinanza 
I giovani italoisraeliani sono preoccupati per le dichiarazioni di Marine le Pen in tema di doppia cittadinanza. Lo esprime con un comunicato la “Giovane Kehilà”, l’organizzazione giovanile dei giovani italiani in Israele, in cui si porta solidarietà ai francoisraeliani e alla comunità ebraica francese e si condannano le dichiarazioni della presidente e candidata all’Eliseo del Front National Marine Le Pen.
“La candidata del Front National all’Eliseo Marine Le Pen, fedele al suo stile, tenta di sobillare gli animi di quell’elettorato che ha fatto la triste fortuna sua e di suo padre puntando il dito contro i possessori di doppia cittadinanza, e chiamando –  guarda la coincidenza – direttamente in causa i francoisraeliani, affermando che in caso di sua elezione alla presidenza saranno chiamati a scegliere quale delle due cittadinanze mantenere” si legge nel comunicato, che poi afferma “non potevamo aspettarci altro, da una candidata che ha più volte suggerito agli ebrei francesi di non indossare la kippah nei luoghi pubblici per non diventare oggetto di aggressione antisemita – come dire a una ragazza di non indossare la minigonna per non essere stuprata – e che si propone di mettere al bando, se mai sarà eletta, la macellazione kasher. Marine mette la cipria alla sua ‘nuova destra’, ma nonostante i toni più pacati e il lifting operato al suo partito ha la stessa faccia e anima del padre. La faccia e l’anima dell’estrema destra e della xenofobia. Esprimiamo la nostra solidarietà alla Comunità ebraica francese, che in queste ore ‘qualcuno’ accusa sottilmente di ‘doppia fedeltà’ e ai nostri compatrioti giovani francoisraeliani, loro malgrado oggetto in queste ore di campagna e manovre elettorali”.
Il comunicato conclude che “la Giovane Kehilà, in quanto organizzazione di giovani fieri della propria identità italiana e israeliana, continuerà a battersi per il diritto di ogni ebreo a fare aliyah senza ripercussioni sui suoi diritti e sulla sua sicurezza e affinché certe suggestioni neofasciste non trovino mai ascolto e ribalta nell’arena politica in Italia”.
Per maggiori informazioni:  
Dario Sanchez, portavoce
Michael Sierra, coordinatore generale: Giovane.Kehila@gmail.com  
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Consiglio UGEIConsiglio UGEI25 luglio 2016
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sh1Densissimo e ricco di spunti interessanti il programma elaborato da Michael Sierra e dal team di Giovane Kehillà per lo shabbaton tenutosi a Yerushalaim tra l’8 e il 9 luglio. Primo appuntamento del weekend la visita all’Israel Museum guidata dal giornalista Simone Somekh. In particolare, i partecipanti hanno potuto far visita alla mostra temporanea dal titolo “Wire(less)” che, partendo dalla connessione primordiale dell’esistenza umana, il cordone ombelicale, ha permesso ad autori israeliani e non di esplorare “ciò che tiene unito”, saldamente o per un soffio, che sia un filo, una corda o un intricato network di materiali. Ai visitatori il compito di fornire la propria interpretazione alle opere.

Dopo una rapida visita ad altre parti del museo tra cui gli immancabili ed emozionanti rotoli del Mar Morto, i partecipanti si sono recati all’hotel in cui, dopo la kabbalat shabbat al tempio italiano, hanno passato in allegria lo shabbat.

Varie le attività proposte nel corso del weekend: commenti ad articoli pubblicati su “Kol HaItalkim” e su “Hatikwà” e discussioni sull’aliyah di ieri e di oggi, il tutto condito dal saporito cibo delle mamme italiane e da una buona seuda shelishit al mulino Montefiore, da cui si può ammirare Gerusalemme dall’alto. Tra i partecipanti, alcuni olim chadashim (nuovi immigrati) che sono stati incoraggiati a condividere con tutti le motivazioni, mai banali, che li hanno portati a trasferirsi in Israele.

Questi i commenti di alcuni dei partecipanti:

sh2Simone Somekh: Michael e il team di Giovane Kehillà si sono superati anche nell’organizzazione di questo evento, offrendo ai partecipanti un numero impressionante di attività per tutti i gusti: dalla visita al museo al cibo italiano, dalla passeggiata con vista della Città vecchia ai dibattiti di politica.

Beniamino Parenzo: Lo shabbaton di Giovane Kehillà è stata un’esperienza fantastica: culturalmente e intellettualmente stimolante, senza però rinunciare ai momenti goliardici tipici di quando si fa una gita fuori porta tra amici!

Simone Bedarida: Lo shabbaton di Giovane Kehillà è stata una piacevole e unica occasione per me per conoscere la particolare realtà dei ragazzi italiani che hanno deciso di andare a vivere in Israele, o anche e soprattutto italiani nati e cresciuti in Israele. Tra cena, giochi di ruolo, pranzo “all’italiana” e dibattiti, lo shabbat è piacevolmente trascorso dapprima in un parco poco lontano dal tempio italiano, successivamente sotto al mulino Montefiore, con un’allegra birra alle 5 del pomeriggio. È stata davvero una bella esperienza, e come consigliere Ugei spero fortemente che si possa rinforzare la collaborazione tra l’Ugei e questa realtà locale italo-israeliana, per poter realizzare progetti di interesse comune.

Miriam Sofia: Le “connessioni” (wire-less) non erano soltanto la tematica della mostra temporanea che abbiamo visitato all’Israel Museum venerdì mattina ma anche il fil rouge di questo shabbaton organizzato da Giovane Kehillà. Insieme abbiamo esplorato le “connessioni” e le “disconnessioni” tra gli italkim di ieri e di oggi cercando di trovare uno spunto su cui riflettere e migliorare come singoli e come comunità che accoglie chi arriva e chi ricerca un po’ della vecchia casa italiana nella nuova casa in Israele. Mi sono sentita in famiglia e tra amici tra il buon cibo delle mamme italiane, birra e bamba al mulino Montefiore e l’atmosfera festosa dello shabbat. Personalmente non vedo l’ora di partecipare ai prossimi eventi e di poter ampliare questo gruppo fantastico!

sh3Michael Sierra: Chi sono gli italkim di oggi, chi sono gli italkim di una volta e qual è il loro contributo? Cosa rappresenta per noi Israele e cos’è una kehillà? Queste sono solo alcune delle domande affrontate nell’ultimo shabbaton di Giovane Kehillà. Uno shabbaton cominciato all’Israel Museum dove abbiamo parlato di connessioni grazie alla mostra “Wireless” e di una connessione in particolare – quella chiamata “sionismo”. Proprio lì abbiamo potuto notare che l’ebraismo italiano dà un grande contributo allo stato di Israele. Abbiamo visitato la sinagoga di Vittorio Veneto e, fra le varie altre, anche quella del Suriname. Non ci siamo ovviamente limitati a visitare il museo: il giorno seguente, dopo le canzoni, il tish, le chiacchierate e lo svago, siamo andati al tempio italiano di Gerusalemme a incontrare gli italkim. Lasagne, pasta, polenta, tortini, gelati e tiramisù – insomma, da quell’incontro non siamo rimasti affamati ma, come è noto, dagli italiani non si fa altro che mangiare. Infatti, dopo aver discusso di aliyah, nello spazio dedicato ai giovani, del legame con le varie istituzioni e altri argomenti di attuale interesse al Gan Haatzmaut, siamo andati a farci uno snack & beer nel primo quartiere fuori dalle mura dove la vista non ha paragoni – Mishkanot shaananim. Un quartiere fondato da un livornese ebreo che viveva nell’Inghilterra prima della Brexit, Mosè Montefiore. La conclusione dello shabbaton e la scelta dei progetti per i prossimi mesi sono state, a mio avviso, la parte più importante. Come nella tradizione della Giovane Kehillà, il focus non è stato sulle persone ma sui progetti. Si è deciso quindi di adottare il formato “Shabbat project” per il prossimo shabbaton. Prossimo progetto alla scoperta d’Israele: gita al Negev coordinata da Moshe Polacco; prossimo appuntamento a tema più prettamente ebraico, la preparazione di challot pensata da Miriam Sofia e infine come progetto di volontariato, una grande spaghettata per le persone bisognose.

Non ci resta quindi che aspettare e invitare tutti gli italkim a prendere parte e contribuire a questa vibrante Kehillà.

Miriam Sofia, di Torino, sta completando il master in Neuroscienze a Padova. Attualmente svolge un Tirocinio presso il Tel Hashomer Hospital di Tel Aviv
Miriam Sofia, di Torino, sta completando il master in Neuroscienze a Padova. Attualmente svolge un Tirocinio presso il Tel Hashomer Hospital di Tel Aviv

Consiglio UGEIConsiglio UGEI13 luglio 2016
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Manlio Di Stefano, Luigi Di Maio e Ornella Bertorotta a Gerusalemme
Manlio Di Stefano, Luigi Di Maio e Ornella Bertorotta a Gerusalemme

Siamo al bar “Hataklit” di Gerusalemme l’amico Dani e io, a guardare la finale degli europei. Vicino a noi, noto delle facce conosciute. Sono Bertorotta, Di Stefano e Di Maio – la delegazione del Movimento 5 stelle. “Anche voi italiani?”, chiede uno del Consolato, seduto vicino a noi e a loro. “Sì”, rispondiamo. Che bello, cosa fate qui a Gerusalemme? Io ho appena finito il servizio militare, spiega Dani, e lui (indica me) lo sta facendo adesso. Io che trovavo in quel momento un interesse particolare per il calcio – che non mi ha mai interessato -, continuo a guardare la partita.

m5ss“Sei italiano e sei venuto qui per fare il servizio militare?”, chiede Di Stefano. “Sì, mi piace vivere in Israele”. È un paese pieno di possibilità”, gli risponde Dani, guardandolo negli occhi con sincerità. “E dove l’hai fatto?” A Hevron, risponde. Ci racconti di Hevron?, gli chiede a quel punto Di Stefano incuriosito. “Hevron è un posto difficile”, risponde Dani. Ci sono estremisti di tutte e due le parti”.

pallessDi Stefano sembra deluso. Forse sperava di trovare un ex-soldato di “Breaking the Silence”, di quelli che farebbero di tutto per qualche banconota e un po’ di stima da parte dei “famosi politici europei”. A quel punto Di Maio, che ha ascoltato, si rivolge a me: “Anche tu sei venuto qui per fare il servizio militare?” Gli spiego di no. Io sono nato qui e per me è una cosa normale. L’italiano lo parlo per via dei miei genitori e perché faccio parte della comunità italiana in Israele. “Hai la cittadinanza italiana?” “Sì”. “Ti piace quello che fai?” Gli rispondo di sì. “Siamo un esercito che rispetta i diritti umani, facciamo di tutto per usare quanta meno forza possibile e ovviamente siamo fedeli al nostro dovere – quello di proteggere i civili. Una risposta super corta, ma sufficiente per esprimere quello che credo davvero.

Ci salutiamo in modo educato. L’incontro è durato 15 minuti al massimo. Non mi illudo. Non penso che una semplice conversazione fatta in un bar con due “strani italiani che fanno il servizio militare in Israele” cambierà quello che pensano, ma presentarci come siamo veramente e soprattutto presentare orgogliosamente l’esercito di difesa d’Israele per quello che davvero è, mi ha reso soddisfatto fino alle stelle.

Michael Sierra vive a Gerusalemme. Sta svolgendo il servizio militare
Michael Sierra, di Gerusalemme, è responsabile delle attività giovanili della comunità italiana in Israele

 



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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