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Consiglio UGEIUGEI26 Gennaio 2021
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di David Zebuloni, Direttore di HaTikwa

 

Cari lettori,

Nell’ideale collettivo, il Giorno della Memoria è il giorno del ricordo. Ovvero, l’unico giorno dell’anno in cui si ricorda la più grande tragedia che l’umanità abbia mai conosciuto. Un giorno di riscatto, di pentimento, di riflessione, di introspezione. Un giorno importante, certo, fondamentale in una civiltà che meriti di essere definita tale, ma un giorno soltanto. Liliana Segre una volta disse che l’indifferenza è più pericolosa della violenza, poiché dalla violenza ci si può difendere, dall’indifferenza invece no. Ecco, l’indifferenza trova terreno fertile lì dove vige il silenzio. Quel silenzio che dura 364 giorni l’anno e viene interrotto solamente il 27 di Gennaio. Per abbattere la barriera invisibile dell’indifferenza, dunque, HaTikwa si è posto l’obiettivo di preservare la Memoria non un solo giorno all’anno, ma ogni giorno dell’anno. Un impegno, una missione, che ci ha accompagnato durante tutto questo tormentato 2020, permettendoci così di raccontare le storie note e meno note di chi ce l’ha fatta e di chi non ce l’ha fatta.

Nelle seguenti pagine, infatti, troverete alcune delle interviste, delle recensioni e delle riflessioni sul tema della Memoria che abbiamo pubblicato nell’ultimo anno. Il desiderio di HaTikwa è stato ed è tutt’ora quello di attualizzare un ricordo apparentemente lontano e servire da monito a tutti coloro i quali pensano che il male che afflisse gli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale si sia estinto. No, l’odio e l’indifferenza non si sono (ancora) estinti, hanno solamente assunto nuovi volti e nuovi colori. Lo scopo di HaTikwa è dunque quello di connettere i lettori più giovani alla propria storia e trarne da essa quella speranza che solo la vita ci può donare. La speranza della marcia della morte che diventa marcia della vita, una gamba davanti all’altra. La speranza dell’empatia che sorge dalle ceneri del silenzio. La speranza di una farfalla che vola sopra i fili spinati: anche e soprattutto sopra quelli della nostra quotidianità.

 

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Consiglio UGEIUGEI7 Febbraio 2020
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HaTikwa, di Luca Spizzichino 

Nella serata di mercoledì, presso l’Istituto Tevere, è stato organizzato dall’Unione Giovani Ebrei d’Italia, insieme con lo stesso Istituto Tevere, l’associazione Religions For Peace Italia e Scholas Occurrentes, l’incontro “Dalla Memoria alla Società Interreligiosa”.

Presenti all’incontro, il direttore dell’Istituto Tevere, Mustafa Cenap Aydin, Sandro Di Castro, ex Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Responsabile della Sinagoga “Tempio dei Giovani” e neo Presidente della sezione romana del Bene Berith, Don Giuliano Savina, direttore dell’UNEDI, Luigi De Salvia, Presidente Religions for Peace Italia e in collegamento dall’Albania la Professoressa Milena Santerini, Coordinatrice Nazionale per la lotta contro l’antisemitismo.

Attraverso un breve videomessaggio la Coordinatrice Nazionale per la lotta contro l’antisemitismo ha spiegato come la Shoah “ci lascia non soltanto l’impegno affinché ciò che è successo non riaccada mai più, ma che noi da uomini e da donne, da fratelli e da sorelle dobbiamo essere uniti affinché questa Memoria significhi qualcosa di diverso”.

Il direttore dell’ANEDI ha sottolineato l’importanza del dialogo, attraverso un lungo processo partito dal Concilio Vaticano Secondo, che è arrivato alla nomina dell’attuale Papa, considerato da Don Giuliano Savina “non frutto del caso”. Ha spiegato inoltre come sia importantissimo il tema del dialogo per la Chiesa, perché proprio attraverso il dialogo “riconosce la gioia sua nell’essere nella Storia e nel mondo”.

L’intervento di Di Castro si è incentrato soprattutto sulla Memoria, ha raccontato un piccolo aneddoto, quello del suo incontro con Elie Wiesel, sopravvissuto alla Shoah, al quale domando quale fosse il modo migliore per ricordare quanto accaduto nel “Buco Nero della civiltà europea”, ovvero la Shoah, definita in questo modo dal dottor Di Castro. Secondo Wiesel, spiega Sandro Di Castro, il modo migliore è quello di ricordare la Shoah come noi ogni anno ricordiamo l’uscita dall’Egitto durante le prime due sere di Pesach, la Pasqua Ebraica. In questo modo spiega, “il ricordo genera una riflessione e un’innovazione del pensiero, e attraverso la memoria del passato, ci porta a generare dei pensieri che devono essere attualizzati alla realtà”.

Dopo una serie di altri piccoli interventi tra cui quella del Direttore dell’Istituto Tevere, del Consigliere UGEI Bruno Sabatello, e di altre persone del pubblico, l’incontro si è concluso con un piccolo rinfresco.


Consiglio UGEIUGEI20 Gennaio 2019
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di Redazione

 

I percorsi sono due, uno da quattro e l’altro da dieci chilometri. Le tappe sono sette e rappresentano i luoghi della Memoria della città di Torino. L’iniziativa è tanto semplice quanto straordinaria: una maratona per ricordare la Shoah e conoscere la strada verso il futuro. Il 27 Gennaio si terrà l’evento Run for MEM, per il terzo anno consecutivo, organizzato dall’UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) in collaborazione con la Comunità Ebraica di Torino e con il prezioso contributo dell’UGEI (Unione Giovani Ebrei d’Italia) che ha finanziato, per tutti i giovani che desiderassero aderire, il biglietto per il trasferimento dalla comunità di origine a Torino. Un’iniziativa ambiziosa, estremamente importante considerati i toni retorici che negli ultimi anni hanno accompagnato il Giorno della Memoria. Si corre per ricordare, per stare uniti, non per vincere. La Run for MEM è una corsa sportiva non competitiva, una gara che non vede vincitori né vinti, ma solo migliaia di partecipanti che hanno come unico obiettivo quello di dimostrare che la fiamma della memoria è ancora accesa. E arde. La partenza è prevista per ambedue i percorsi in Piazza Madama Cristina, a Torino. Vi sono alcune tappe comuni in cui è previsto un atto commemorativo, tra esse la Sinagoga in Piazzetta Primo Levi, Piazza Carlo Felice, Piazza CLN, il Rettorato in Via Verdi e Piazza Carlo Emanuele II (ex Ghetto). Il punto d’arrivo è Piazza San Carlo.

I media partner TV coinvolti nell’evento sono Sky Sport e La Stampa, il Testimonial d’eccezione invece sarà Shaul Ladany – superstite della Shoah, campione olimpionico e testimone diretto dell’attentato avvenuto alle Olimpiadi di Monaco nel ’72. Un personaggio dal vissuto eccezionale, con un passato da campione olimpionico ed un presente da docente universitario presso la Ben Gurion University. All’età di 82 anni Ladany non smette di emozionare. “Lo sport ha la capacità di evidenziare la nostra umanità superando le distinzioni di religione, credo, cultura e di genere e l’incontro con l’altro; un momento importante per oltrepassare confini e barriere”, dichiarano i vertici dell’organizzazione. “L’idea è di affermare la vita, che continua nonostante tutti i tentativi che hanno cercato nei secoli di sterminare gli ebrei così come altre popolazioni, con genocidi e massacri. La vita continua e va trasmessa la forza di vivere, a volte di sopravvivere e di avere il coraggio di raccontare quanto accaduto affinché non si ripeta mai più”. Noemi Di Segni, Presidente dell’organizzazione UCEI, definisce l’evento “un impegno dello sport contro l’antisemitismo”. La giornalista Paola Chiaraluce scrive a proposito dell’iniziativa: Gli orrendi volantini antisemiti di cui si è avuta notizia ci ricordano quanto questo impegno sia attuale. E quanto lavoro ancora ci sia da fare. Sarebbe bello se quelle scritte fossero sostituite da un cartello con scritto #WeRemember. Almeno per un giorno.”

Se dunque è vero che ogni lungo viaggio inizia sempre con un piccolo passo, la Run for MEM ci ricorda che la strada per un futuro migliore non è poi tanto lontana. Talvolta, comincia proprio sotto casa nostra. Basta indossare un paio di scarpe comode e scendere in Piazza.


Consiglio UGEIUGEI12 Aprile 2018
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L’11 Aprile, in occasione di Yom Ha Shoah, nelle abitazioni romane si è svolto il progetto Zikaron ba salon: un’iniziativa nata in Israele nel 2010, in cui un sopravvissuto ai campi di sterminio racconta la sua testimonianza in un ambiente più confortevole, e può interagire con studenti e persone intorno a lui. In questa giornata sono stati aperti contemporaneamente altri cinque salotti in cui hanno testimoniato Sami Modiano, Piero Terracina, Edith Bruck e altri sopravvissuti.

Alberto Sed aveva 15 anni ed era già orfano di padre quando venne arrestato: fu portato all’orto botanico e picchiato dai tedeschi che volevano sapere dove si nascondessero i parenti di sua madre, che lui aveva visto solo poche volte. Fu deportato al campo di sterminio di Auschwitz con la madre e le tre sorelline, Angelica, Fatina ed Emma. Erano stati presi a Roma il 21 marzo 1944, furono caricati sul treno piombato che dal campo di raccolta di Fossoli portava ad Auschwitz il 16 maggio, nello stesso convoglio di Piero Terracina.

Da sinistra: Enrica Calò Sed, Angelica Sed, Emma Sed, Alberto Sed, Fatina Sed

Sua madre e la sorella minore Emma sono subito uccise nelle camere a gas. Alberto è immatricolato con il n. A-5491 ed inviato al blocco 29. Anche le sorelle Angelica e Fatina superano la selezione ed entrano nel campo. Durante la sua prigionia ha lavorato sulla Rampa: c’erano tre kommandi, secondo il racconto di Alberto: uno puliva i treni, uno prendeva le valigie e uno divideva gli uomini e le donne e selezionata chi doveva morire e chi sarebbe entrato a lavorare nel campo. Le persone deboli venivano mandate direttamente ai forni crematori. Alberto ha lavorato anche nei forni crematori, e conserva l’atroce immagine delle SS che  costringevano con le armi i prigionieri ebrei a lanciare in aria i bambini più piccoli appena arrivati con i convogli, prendevano la mira e sparavano loro in volo. «Amo immensamente i bambini, ma non sono più riuscito a prenderne uno in braccio. Se solo accenno al gesto, mi assale la paura che qualcuno mi gridi di lanciarlo». Racconta Alberto nel suo libro. Viene mandato via da Auschwitz e passa 6 mesi alle miniere di carbone (aveva 16 anni), ma non voleva lavorarci, quindi inizia a fare gli incontri di box per i tedeschi.

Dopo più di 10 mesi di prigionia, Alberto Sed fu liberato nell’aprile 1945 dagli americani. Appena le circostanze e le forze glielo consentono intraprese il viaggio di ritorno. A Roma Alberto ritrova la sorella Fatina, come lui sopravvissuta ad Auschwitz, sottoposta nel lager agli esperimenti del dottor Josef Mengele e apprende anche della morte della sorella Angelica avvenuta nel dicembre 1944.
Per anni Alberto non ha voluto raccontare la sua esperienza, nemmeno alla moglie Renata. Dopo un’intervista con il colonnello dei carabinieri Roberto Riccardi, che si è occupato di scrivere il  libro sulla sua esperienza, Alberto ha iniziato anche ad andare nelle scuole e interagire con gli studenti, diventando uno dei testimoni chiave della Shoà; la sua storia è rilevante per ricostruire l’esperienza dei bambini italiani deportati ad Auschwitz.

Giorgia Calò


Consiglio UGEIUGEI28 Marzo 2018
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Una domenica pomeriggio di marzo si è svolta al Centro Sociale della Comunità ebraica di Torino la presentazione del libro “Tullio e i Giusti del Canavese”, realizzato dalle classi V delle scuole elementari di Verolengo, Rondissone e Torrazza Piemonte. I bambini, dopo aver ascoltato la storia di Tullio Levi, ex presidente della Comunità ebraica di Torino, l’hanno riportata in un libro presentato al concorso del MIUR “I giovani ricordano la Shoà” vincendo il primo premio a livello regionale. Tullio e la sua famiglia sono stati nascosti da Pietro, Maria e Carlo Antoniono che sono stati riconosciuti Giusti delle Nazioni da Yad Vashem.

I bambini hanno compiuto un lungo percorso e hanno presentato il loro libro attraverso un piccolo spettacolo sincero e soprattutto pieno di consapevolezza rispetto all’importantissimo tema trattato.
Valore aggiunto di questo lavoro è stata la possibilità per i bambini di incontrare e conoscere i protagonisti della storia, oltre a Tullio Levi anche i discendenti della famiglia Antoniono.
Tutto ciò contribuirà a mantenere vivo in loro il ricordo di questa vicenda e della sua importanza.
Le maestre hannno voluto affrontare con particolare attenzione le motivazioni che hanno portato alle leggi razziste e alla Shoà focalizzandosi soprattutto sul tema dell’esclusione e sulle sue conseguenze.

La grande serietà che ha contraddistinto il lavoro svolto in queste classi merita un elogio nei confronti delle maestre, persone coscienti dell’importanza della memoria e dell’abituare fin da bambini al grande valore della diversità.

Chiara Levi


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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