marta spizzichino

Consiglio UGEIConsiglio UGEI30 Aprile 2017
nihil-500x255.jpg

6min366

La cultura occidentale non si è rapportata con uguale interesse e dedizione ai grandi temi che la tradizione filosofico-religiosa le ha offerto. Mi riferisco propriamente a quei macro argomenti di carattere morale da una parte e ai supposti tentativi di negarne la portata dall’altra. Le ragioni sono diverse: mancato interesse, scarsa attenzione ma soprattutto la paura di un ipotetico scacco a quei principi che la nostra società, imbevuta di religiosità, ha posto come fondamenta. Se ogni religione è una risposta al problema della morte e del male, il nichilismo non è banale negazione della vita o almeno non lo è in modo condizionante. E’ piuttosto un’anomala richiesta di liberazione ed emancipazione da una cornice sociale che non sembra rispondere ai bisogni di coloro che ne fanno parte. Il nichilismo è fenomeno complesso, troppo controverso per essere bollato come semplice rifiuto della vita e delle norme vigenti. E’ piuttosto ideologia della morte e insieme della vita, rovesciamento continuo che mai si cristallizza.

Ciò che il saggio di Gershom Scholem “Il nichilismo come fenomeno religioso” tenta di fare è strappare il tema a secoli di critica o dimenticanza. Intende inoltre proporre un metodo di analisi che sia imparziale, appassionato e che non lasci adito a sottintesi: nessuno spazio per il giudizio personale ma tanto per la verità storica. Come molti anche Scholem mostra un feticcio per le parole e il loro significato. Si spiega così il richiamo alla portata storica della parola. Nichilismo definisce nella Russia dell’Ottocento la decadenza seguita alla caduta degli antichi ordinamenti di valori assumendo aspetti spirituali, sociali e politici.

Nell’epoca della fisica moderna descrive il riguardo per un’unica verità: quella scientifica nelle vesti del materialismo filosofico prima e politico poi, tanto piacque agli anarchici che su tale concetto poggiarono la propria propaganda. Fu utilizzata anche nel linguaggio filosofico in Germania e Francia da parte di alcuni conservatori che, intendendo contrastare le correnti critiche verso la religione, l’idealismo tedesco e l’idealismo radicale, si dicevano ortodossi. E ancora si propone come caso limite di scetticismo in Jaspers, che ebbe il merito di avervi individuato impulsi diversi: uno di critica ai sistemi di valori che impediscono la natura dell’uomo e un altro, più radicale, che rifiuta l’intera realtà. Quest’ultimo presenta due facce: una quietistica di matrice gnostica che spinge l’animo alla contemplazione e in cui “la sublime unità di cosmo e Dio viene scissa, una frattura immensa si apre” – per dirla con Hans Jonas – e un’altra, di formazione neoplatonica, che dà vita alla corrente medievale del “Libero spirito”, spingendo verso la trasgressione anarchica. Accanto a queste tipologie di nichilismo, Scholem ne delinea un’altra: il letteralismo antitradizionale di stampo ebraico che si sviluppa in un contesto in cui dovrebbe essere la Norma a dettare legge. Eppure fenomeni di tal genere si affacciano in diversi periodi: dapprima con il caraismo, nato tra l’VIII e il IX secolo in Mesopotamia, che non riconosce la tradizione orale, e poi con il frankismo di matrice sabbatiana che, scendendo nell’abisso, annienta le leggi perseguendo un’ideologia militarista e, riprendendo la prassi marrana, si appella al silenzio.

Ciò che il testo vuole rilevare è come il nichilismo possa essere tanto il frutto di crisi quanto la scintilla verso un illuminismo tutto ebraico. I frankisti rappresentano esemplarmente la forma più radicale di questa eresia ebraica popolare che, gravitando intorno alla figura dispotica di Jacob Frank, giunge fino al Settecento inoltrato. Le opere di Scholem dimostrano ancora una volta l’impossibilità di inquadrare l’uomo una volta per tutte. Con la convinzione che “impulsi anarchici e sfrenati […] giacciono nel profondo di ogni animo umano” egli adotta un atteggiamento che più che anarchico potrebbe dirsi antidogmatico o meglio ancora di difesa in nome di una più che nobile indipendenza intellettuale. Una libertà che, come scrisse nelle pagine del diario datate al 1945, pagò a caro prezzo, rendendolo solo, prima come ebreo e poi come sionista.

Da Shalom.it

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 Marzo 2017
frommerich-500x286.jpg

6min226

Se ieri la riflessione politico-economica cercava un’alternativa ai sistemi capitalisti da una parte e comunisti dall’altra, oggi la questione appare diversa: si ragiona sempre e comunque in termini dualistici ma l’interesse sembra spostato su altri versanti. Parlare e pensare per mezzo di opposizioni richiede minore sforzo: semplifica il discorso e lo rende accessibile. Si pensa di guadagnare quel poco di chiarezza che finisce con il far perdere alle parole e ai concetti l’esattezza che dovrebbero mantenere. Si parla di dicotomia essere-avere, progresso-regresso, evoluzione-involuzione e tanto altro, tralasciando i vari strati che i due poli delimitano. Se l’opposizione avere/essere di cui Fromm parla nel 1976 era vera ieri, lo è mille e una volta in più oggi – facendo attenzione però alla semplificazione a cui i due concetti contrapposti mirano. Fromm riprende queste modalità esistenziali e  tenta di criticare lati della nostra società che non apprezziamo e che tentiamo di cambiare. Modifica l’approccio subordinando per una volta la pulsione dell’accumulo e possesso a quella dell’esserci. Alla piaga dell’avere ne corrisponde una più fisica e attuale: quella della macchina burocratica che ingloba dentro di sé tutto ciò che trova, senza nessuna distinzione. Lo faceva nel Novecento e lo fa oggi con abiti differenti, presentandosi come imperfetta anche se necessaria.

Un’inefficienza che si presenta dapprima nella sfera istituzionale ma che riesce a estendersi anche in quella individuale. Un meccanismo che parla di sé, da sé e a sé e che, non riuscendo a esser compreso, rimane nell’autoreferenzialità. Questo riproduce sempre i propri metodi reiterando lo stesso percorso, non riuscendo a intraprendere strada diversa. La sensazione è quella dell’insufficienza, dell’impotenza, della spersonalizzazione e della necessità di assorbire quante più cose possibili. Si è in un vicolo cieco che non mostra apparentemente alcuna via d’uscita.

Nella riflessione che Fromm attua in “Avere o essere”, che vuole essere più un manifesto programmatico che una mera utopia, si tenta di stabilire una chiave di lettura e una soluzione a quel male tipico della modernità: se ne tracciano le linee e si riflette su un’alternativa in grado di condurre all’elaborazione di una società giusta ed equa. I toni sono ottimisti ma disincantati. Fromm vaglia una critica a quella disumanizzazione del carattere sociale e della religione industriale che nella seconda metà del XX secolo cominciava ad affacciarsi sul mondo e che oggi si impone più che mai. Scrive di protesta nei confronti di una società che sembra marcire. E’ una disapprovazione che si sviluppa nel quadro di un cristianesimo monoteistico, di un panteismo ateo, di un conservatorismo intransigente e di un socialismo di ascendenza marxista che, a modo loro, rispondono come possono. Fromm esamina quel “senso dell’avere” elaborato da Eckhart e ripreso da Marx, facendo riferimento al suo opposto: a una modalità dell’essere che non veda le azioni degli individui come espressioni di alienazione e subordinazione al consumismo ma come espressione di religiosità umanistica. La burocrazia è all’antipodo di questa concezione positiva: è pericolosa perché non vi è in essa distinzione tra coscienza e dovere ma piena identificazione tra i due; fingendo di presentare la strada per la libertà finisce per soffocarla. Non vi è richiamo a nessun tipo di riverenza, sia essa religiosa o no. Se esiste una degenerazione dell’eccessiva istituzionalizzazione, che si dovrebbe presentare come imparziale, razionale e impersonale (ma che finisce per diventare parziale, arazionale e personale), deve esistere anche un suo opposto che include diverse sfumature. Fromm ha individuato l’alternativa: è la strada verso un umanesimo ricco ma non “cratico”, lo stesso che l’occidente ha posto come base per la propria cultura ma che continua a dimenticare.

Da Shalom.it

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza
Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI14 Dicembre 2016
viaggiomembirkenau-500x335.jpg

10min240

Si è da poco concluso il Viaggio della Memoria dell’Ugei, un percorso di sei giorni che ha compreso visite ad Auschwitz, Cracovia e Varsavia. Ci ha accompagnato il Prof. Andrea Bienati, che ringraziamo di cuore. Queste sono le impressioni di alcuni dei partecipanti.

viaggiomembirkenauGabriele Ajò Viaggio della memoria: non solo un viaggio alla scoperta di un Paese apparentemente lontano, ma un percorso di riflessione e conoscenza che mi ha stupito ed emozionato. Un’esperienza forte, coinvolgente, per non dimenticare un passato doloroso, ma soprattutto per raccogliere il testimone e trasmettere, raccontare alle generazioni future. Tra noi, gruppo Ugei, si è creata un’alchimia, una complicità nei momenti di commemorazione e in quelli di celebrazione secondo uno spirito di forte coesione. Siamo pronti a ricordare, a fare Memoria.

Ariel Nacamulli Il viaggio appena concluso, e lo dico al di fuori di ogni ruolo istituzionale, è un tipo di viaggio che tutti dovrebbero fare una volta nella vita. La nostra nello specifico è stata un’esperienza unica: un gruppo di correligionari che è diventato un gruppo di amici, un gruppo eterogeneo di ragazzi di diversa sensibilità e dai diversi interessi. Ed è proprio il gruppo di amici con cui avrei voluto condividere un viaggio di questo tipo.

Carola Disegni Tutto il viaggio è stato pervaso da un’emozione forte, perché nel caso della Shoah è difficile disgiungere la storia dai sentimenti. La visione del campo di Birkenau e i blocchi di Auschwitz mi hanno messa in condizione di pensare al male e alla tragedia in modo concreto senza muri o recinti. Forse la presenza di un testimone diretto della Shoah avrebbe permesso di comprendere ancor più le sofferenze e le atrocità subite da chi è passato in quell’inferno.

auschGiulia Mastroeni Quello organizzato dall’Ugei è stato un viaggio estremamente intenso, che mi ha permesso di ricordare, di riportare letteralmente nel cuore ciò che dentro di me, in quanto ebrea e in quanto parente di deportati ad Auschwitz, già c’era: la consapevolezza che chi reggeva le redini della storia in un momento che non si colloca poi così lontano nel tempo avrebbe voluto un mondo diverso, un mondo in cui io non sarei dovuta esistere. Ho potuto rendermi conto per la prima volta davvero di tutto l’orrore di un mondo in cui un inimmaginabile dispiego di forze e mezzi è stato messo al servizio dell’annientamento dell’empatia, ciò che più fa sì che l’uomo sia uomo. Ho visto luoghi dove ogni mattone, ogni sasso trasuda ancora morte, ho visto non-luoghi, che nulla avevano di umano, dove, comunque, si sono consumate vite, storie, sentimenti. Credo che non avrei potuto ricevere strumenti migliori per portare alla luce la storia, la nostra storia; per questo ringrazio il nostro Socrate, il prof. Andrea Bienati, gli organizzatori, che tanto si sono prodigati per rendere possibile questo viaggio, e anche tutti gli altri compagni, che, ciascuno a suo modo, mi hanno regalato una parte di sé che terrò sempre nel cuore.

Marta Spizzichino Se dico Auschwitz dico freddo, neve e alberi spogli. Potrei dire incapacità di comunicare, di capire e farsi capire. E ancora fame, burocrazia e pazzia. Dare nomi aiuta a comprendere e tradurre in parole a semplificare. Un nuovo linguaggio sarebbe dovuto nascere: accanto a una Lagersprache parlata nei campi ne sarebbe necessario uno che parli di questi.

Yael Di Consiglio Questo viaggio non è stato come tutti gli altri viaggi, ero preparata, l’ho studiato a scuola e fin da bambina i miei familiari me ne hanno parlato, ma quando lo si vede con i propri occhi sembra un’altra storia. È stata un’esperienza toccante che mi ha trasmesso emozioni e brividi fortissimi che nessun testo riuscirebbe a suscitare. Avevo le lacrime agli occhi quando ho letto il nome del mio bisnonno nel Libro dei nomi ma dovevo stare vicina ad altre persone. Sono contenta di aver partecipato a questo viaggio Ugei perché avere un gruppo di amici che ti sostiene è fondamentale. È stata un’esperienza che non dimenticherò facilmente.

ausch2Benedetto Sacerdoti Ripercorrere i luoghi che hanno visto lo sterminio milioni di ebrei, fra cui membri della mia famiglia, deve essere un imperativo per tutti. Non si può comprendere senza vedere in prima persona la folle razionalità con cui è stato  deciso di distruggere il nostro popolo. Il ghetto, la valigia da 10 kg, la bugia di essere avviati a campi di lavoro recitata fino all’ultimo istante. E il racconto della moglie di Rudolf Höss, comandante del campo di Auschwitz, che si lamentava della lenzuola sporcate dalla cenere nell’aria.

Alexandra Halfon In questo viaggio ho visto di cosa sia capace l’indifferenza umana. Un silenzio, che ha tuonato più forte degli spari, le bombe e le violenze fisiche. Ho visto quegli occhi stanchi, impauriti, e disperati i semplici uomini che desideravano vivere ancora, immortalati in foto, appesi su vecchi muri. Ho visto trecce di capelli di donna private della loro femminilità, della loro dignità. Ho visto tanto e ne ho fatto parte di me, per contribuire anch’io a fare memoria.

Ruben Veneziani Durante questo viaggio ho appreso che molti dei problemi e delle difficoltà che ognuno di noi incontra nell’arco della giornata sono solo piccole problematiche in confronto a quelle dei deportati ad Aushwitz o Birkenau. Penso che un viaggio del genere cambi in ognuno di noi il modo di vivere in quanto ciò che abbiamo visto con i nostri occhi è qualcosa di molto più terribile di ciò che ci si aspettava.

Alice Fossati Polonia anni della guerra, ebrei nei ghetti e furore nazista in ascesa. Gli atti di resistenza in un periodo dove le persone sparivano nella notte o venivano giustiziate pubblicamente per il solo fatto di essere ebree, non erano solo le lotte violente per contrastare tutto questo. Aiutare chi era nel ghetto portando medicine e approvvigionamenti, aprendo farmacie e facendo sorgere fattorie dove coltivare vicino ai quartieri chiusi erano atti di resistenza. Gli stessi ebrei che all’interno del ghetto seppur in condizioni terribili scrivevano e pubblicavano quotidiani o addirittura approfondimenti su teatro e cinema e scrivevano per far conoscere al di fuori ciò che era la vita dentro alle mura è stata resistenza. Ciò che possiamo ricordare sono le mille sfaccettature della forza con cui si può contrastare un’ingiustizia.

Elena Gai Un viaggio che ci ha portato nei luoghi dell’esistenza e della vita ebraica in Polonia e che ci ha mostrato come essa sia stata travolta dalla Shoah. Un’esperienza che ci ha reso consapevoli e che ci rende responsabili dell’eredità e del peso della memoria attraverso la riflessione, la profondità delle emozioni  provate e l’analisi sulla storia.

Filippo Tedeschi È doppia la mia soddisfazione personale rispetto a questo viaggio: da un lato mi rimangono i toccanti momenti vissuti e gli insegnamenti ricevuti, dall’altro tutti i “grazie” ricevuti per aver organizzato il tutto. Spero che il progetto possa continuare, partendo dalla base che questo Consiglio ha costruito, per poterlo migliorare ancora e permettere a più persone di poter vivere questa esperienza.

vars


Consiglio UGEIConsiglio UGEI13 Novembre 2016
viaggiomemvagone-500x335.jpg

1min215

Si torna alla quotidianità più consapevoli portando con sé settant’anni di storia e qualche immagine. Di Birkenau ricorderò il freddo pungente, le rotaie e una rosa appesa a un vagone. Di Cracovia le foglie gialle per le vie e le lapidi storte del cimitero ebraico. Di Varsavia la giovinezza dei palazzi. Della Polonia la stanchezza per aver combattuto una lotta contro nemici che per secoli l’hanno privata della libertà. Oggi tenta di lasciare un passato doloroso alle spalle, ricordandolo ma mettendo da parte la sofferenza: è giovane e vuole ricominciare a vivere anche lei.

viaggiomemvagone

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza
Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI31 Luglio 2016
perPE-e1469960534642-347x500.jpg

5min219
Ricordo di Elie Wiesel - disegno di Deboara Spizzichino per Hatikwà
Ricordo di Elie Wiesel – Disegno di Debora Spizzichino per Hatikwà

Le parole sono armi e la conoscenza è una corazza, valide nella difesa e nell’attacco risultano incredibilmente flessibili. Questo è il messaggio che è emerso il giorno 14 luglio nei pressi del giardino del Tempio  di Roma dalla conferenza in ricordo del premio Nobel per la pace Elie Wiesel.

Si sono alternati gli interventi di Mario Venezia, presidente della Fondazione Museo della Shoah e Maurizio Molinari, direttore della “Stampa”, entrambi insistendo sull’importanza della memoria condivisa e sul pericolo imminente cui va incontro: la scomparsa dei testimoni oculari. Quando questi non ci saranno più a chi delegare il compito di raccontare? Con quale strumento e con quale fermezza? Molinari interviene ricordando un aneddoto raccontatogli da Wiesel, che vide sei testimoni della Shoah cominciare il racconto della terribile esperienza e i nipoti concluderlo. Questa è l’idea che egli aveva della narrazione: la storia vissuta dalle vittime è la medesima che deve essere riportata dai discendenti.

Oltre all’anima del sopravvissuto in Elie Wiesel risiedeva quella del leader militante e dell’insegnante. Fu tra i fondatori del Museo della Shoah di Washington ma la devozione alla libertà difesa dagli Stati Uniti mal si sposava con l’indifferenza mostrata dagli stessi nel non aver bombardato i campi di sterminio a guerra quasi conclusa. Sentiva la necessità di ricordare all’America questo errore e lo sottolineava ogni qual volta ne avesse occasione. Le opportunità non mancarono: prima con Reagan e poi con Obama cui raccontò il motivo per il quale risulta impossibile difendere la memoria della Shoah senza difendere Israele e ricordò la ragione per cui Auschwitz non fosse stata bombardata: l’assenza di un leader risoluto in grado di parlare con Roosevelt lasciando il campo a una dilagante indifferenza.

wieselWiesel era espressione e interprete del popolo ebraico, credeva nel potere del Talmud come base per la formazione identitaria e antidoto all’odio, di cui lo studio uccide i frutti marci. Diffondeva ideali di libertà che lo portarono ad amare prima Parigi e poi New York e ancora Gerusalemme, cuore pulsante di un’identità mai spenta. Faceva attenzione ai diversi pubblici che aveva davanti adeguando a essi il suo linguaggio. Le parole sono ponti tra un passato poco conosciuto e un presente ancora da definire, si deve combattere con la puntualità delle parole e la chiarezza dei discorsi, preferendo racconti poco estesi e precisi. Parlando con Obama comparò l’uscita degli afroamericani dalla schiavitù con quella degli ebrei raccontata nell’Haggadah, e segnò così l’inizio della celebrazione di Pesach alla Casa Bianca.

Wiesel era tra i pochi capaci di dialogare risultando universale, battendosi non solo per la causa ebraica ma anche per quella dei popoli dei Balcani a fine anni ’90. Bisogna ricordare le duplici facce del razzismo e più in particolare dell’antisemitismo: quella che si insedia in ambienti in cui l’ebraismo c’è ed è parte integrante dell’assetto sociale e quella in cui è visto come qualcosa di lontano e negativo: l’approdo è uguale ma le cause diverse e diverso è l’approccio da utilizzare quando le si vuole contrastare. A noi spetta il compito più arduo data la posizione mediana: non siamo testimoni e tanto meno storici, tuttavia dobbiamo fregiarci dei loro stessi strumenti, gli unici capaci di contrastare il germe propagatore di ostilità e rancore.

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza
Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza


UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


Contattaci