marta spizzichino

Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 Ottobre 2017
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Il Bosco Monumentale del Sasseto è la meta da raggiungere per coloro che amano storia e natura. Natura perché ospita rocce ricoperte da licheni che lo rendono un luogo incantato tanto da esser scelto come una delle ambientazioni per il film “Il racconto dei racconti”; storia perché a esso è legata la vicenda del marchese Cahen.

Siamo a Torre Alfina, frazione di Acquapendente, tappa della Via Francigena, che ospita 345 anime. Un grande castello si erge sulla piccola chiesa di paese e sul bosco. Mi dicono che il castello sia appartenuto a un certo marchese Cahen, un cognome che ha tutta l’aria di essere ebraico. Chiedo di più. Un signore alle prese con il suo albero d’albicocche nota il mio interesse e mi introduce alla storia. Mi dice che dal processo di unificazione alla speculazione edilizia di Roma capitale, dal fenomeno del brigantaggio all’avvento del fascismo e alla seconda guerra mondiale la famiglia Cahen, nelle persone di Joseph Meyer, Edoardo, Teofilo, Rodolfo e Ugo, ben rappresenta le tappe verso una progressiva acquisizione di un’identità italiana.

Della famiglia si hanno diverse notizie: aveva origini belghe, apparteneva a un’élite internazionale legata al mondo della finanza e la sua fortuna aveva avuto inizio con le attività di Joseph Meyer (1804-1881). Gli interessi economici portarono alla creazione di un ramo italiano della famiglia i cui membri investirono nel collezionismo e nella cultura. Uno di questi investimenti fu il castello Monadelschi di Torre Alfina, polo principale della tenuta che Edoardo aveva acquistato nel 1880 dai Bourbon del Monte e restaurato dall’architetto Partini che, attento al gusto neo-medievale, aveva aggiunto una tomba mausoleo in stile neo-gotico nel bosco adiacente. Una storia che ricorda vagamente quella della famiglia Finzi-Contini raccontata da Bassani, con Moisé che decise di costruire una tomba monumentale per la propria famiglia.

La curiosità è grande e il racconto si fa sempre più interessante, voglio raggiungere la tomba del marchese.
Non contenta cerco più informazioni: il marchese Edoardo acquistò anche una villa in Umbria, nel comune di Allerona, nota per i suoi giardini curati da un famoso designer dell’epoca, Achille Duchêne. La vita della famiglia Cahen, il ramo italiano quanto quello francese, si fonde pienamente con i grandi nomi dell’arte del tempo. Una certa Cahen d’Anvers fu menzionata da D’Annunzio nel romanzo “Il piacere” come massimo esempio di eleganza mondana. Per non parlare delle nipoti francesi del marchese dipinte da Renoir, i cui ritratti andranno a confluire nella collezione di Hermann Göring, frutto della spoliazione di opere d’arte avvenuta durante il nazismo.
Il ramo italiano della famiglia terminò con il figlio di Teofilo. Tuttavia sappiamo per certo che nel 1943 il castello di Torre Alfina venne requisito dai tedeschi che ne fecero una sede di comando per poi tornare del vecchio proprietario, il figlio di Teofilo, che lo vendette nel 1959 ad Alfredo Baroli passando poi nelle mani di Luciano Gaucci.
Di storie che legano famiglie ebraiche al paesaggio della bassa Toscana e dell’orvietano ce ne sono molte ma quasi sempre sconosciute. Sarebbe cosa bella tuttavia che l’interesse per un passato ormai sbiadito rinascesse così da dargli nuova linfa: lontano dal non poter regalare più avventure il passato  ha ancora molto da dire, un po’ come i tigli all’entrata del bosco che hanno tutta l’aria di esser lì da molto tempo.

Da Shalom.it

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 Agosto 2017
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Un mosaico del Duomo di Monreale illustra la costruzione della Torre di Babele

Quali siano i fuochi intorno a cui l’ebraismo ruota è questione complessa: si potrebbe dire la Legge, l’identità, la tradizione e non ultima la percezione del tempo. Sappiamo bene che il terreno è instabile: se parlare di identità è problematico in quanto significa far accettare a tutti caratteristiche precise, altrettanto precaria è la questione del tempo e della Legge: del primo perché non tutti lo percepiscono in modo eguale e della Legge perché non tutti la rispettano in modo analogo. Aggiungerei alla lista l’influsso che le parole esercitano: sono pietre direbbe Carlo Levi e non sarebbe l’unico, anche il mito della torre di Babele sa quanto queste siano importanti e l’espressione dell’abuso dell’unità linguistica, simbolo di tracotanza, ce lo dimostra.

Perché costruirsi una città e perché una torre sono domande cui l’ermeneutica ebraica tenta di rispondere. Secondo alcuni la ragione è da rintracciare nella generazione successiva al diluvio il cui unico scopo fu quello di raccogliersi. Il suo unico fine era garantire sicurezza e serenità. Tuttavia se si comprende quale fosse lo scopo della città meno chiaro appare quello della torre, opera vana e illusoria che diventò segno della città stessa. Ecco che le domande si dipanano e le risposte pure. La torre avrebbe dovuto proteggere l’umanità da un secondo diluvio, ma in breve divenne l’emblema del culto idolatrico teso a detronizzare Dio. Essa fu dunque espressione della coscienza che gli uomini ebbero di sé e della loro forza, fu sfida del divino e ricerca, mai conclusa, di immortalità e di un nome. Infatti per impedire la dispersione città e torre non bastano; il nome, coronamento necessario di un’impresa che ha tutti i presupposti per dirsi idolatrica, fu cosa necessaria.

“La confusione delle lingue”, incisione di Gustave Doré

In Bereshit 11, 1-9 si dà il primo significato, più diffuso: Dio fece crollare l’unità per mezzo della barriera linguistica. La confusione provocata non coinvolse solo i gruppi ma anche i singoli individui: nessuno era più in grado di capire il proprio vicino. La disperazione sorse dall’impossibilità di comprendere e farsi comprendere, perché se ascoltare è necessario conoscere è fondamentale. Solo a partire dal Targum Yonathan la confusione creata fu vista come l’origine della varietà delle lingue: Dio scese sulla terra e i Suoi 70 angeli comunicarono le lingue ai 70 popoli che vi risiedevano.

Non mancò chi, interessato all’origine della lingua, si chiese quale ne fosse lo statuto: se fosse nata per convenzione, dettata dai bisogni degli uomini, o da Dio. Le risposte miravano all’unità perché seppur se ne riconoscesse la diversità non si rinunciava a ricercarne l’unità in una che voleva dirsi primigenia. L’artificio, il linguaggio quanto i mattoni, per gli uomini di Babilonia era diventato il fine in sé: la conquista della tecnica, congiunta con la fama e la gloria, qui non trovò limiti. E’ lì che Dio andò ad agire: sul fulcro intorno a cui ruotava il tutto, il linguaggio che, da unico qual era, venne frammentato e poi mescolato.

Da Shalom

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI19 Luglio 2017
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Una forza incombente chiede all’uomo di superare gli altri, la natura e se stessi. Dal tentativo vecchio quanto la civiltà di soverchiare i limiti nasce talvolta la paura o l’onore. La capacità di oltrepassare i confini appaga l’uomo che da impasto di terra qual era ieri, passa oggi a dominare il simile e la natura: infrange i codici scritti e orali sciogliendone i vincoli. Vuole sottrarsi alle regole che lo spazio e il tempo gli pongono, lancia l’atto di sfida nei confronti di Dio e non rinuncia alla posta in gioco.

La leggenda del golem, l’essere d’argilla che prende vita mediante formule magiche, ricorda l’Adamo primigenio cui mancava l’infusione dell’anima per diventare uomo. Se ieri la storia era relegata al carattere mitico, oggi mi sembra che finisca con l’assumere sempre più i contorni della realtà. Il golem cui mi riferisco non è di terracotta né tantomeno è chiamato in vita dalla parola che gli viene tracciata sulla fronte, al contrario di quello creato nel Cinquecento dal leggendario rabbino di Praga Bezalel. Golem oggi può essere tante cose: la natura – nel senso ampio del termine -, la tecnologia, la bioetica e non solo. Potrei tirare in ballo la robotica e non sarei la prima.

Primo Levi nel racconto “Il servo” allude proprio a questo: a quella strana compresenza di vecchio e nuovo, una miscela che ha l’odore dell’antico ma che non parla latino. Il rabbino Arié, acciaccato oramai dall’età, decise dunque di costruire un golem che gli fosse fedele e la cui precisione e completezza stessero nella cura posta nella creazione. Se prendi duecentoquaranta libbre d’argilla e dai loro forma d’uomo ne verrà un idolo: ciò che vogliono i gentili ma non gli ebrei. Per fare un uomo, il tragitto pare più irto, perché le istruzioni sono più numerose, essendo inscritte in ogni nostro minuscolo seme, e questo il rabbino Arié lo sapeva, poiché aveva visto nascere e crescere figli numerosi, e aveva considerato le loro fattezze. Non voleva far nascere un uomo ma un lavoratore, l’equivalente della nostra lavastoviglie si può dire? Ciò che nella lingua boema si chiama robot.

L’intenzione di Levi era sì di parafrasare la storia ma anche di attualizzarla,  preludendone degli aspetti futuri. Essa ha superato il suo autore, come spesso avviene con le opere di quegli uomini d’ingegno veramente capaci: parla del mondo di oggi, al pubblico più e meno colto, ai ragazzi con gli iPhone e alle casalinghe con le lavastoviglie.
Se ieri questo mondo appariva mediamente lontano, un po’ ambiguo seppur curioso oggi si mostra come realtà in cui tutti viviamo e da cui traiamo molto: risparmiamo del tempo e semplifichiamo la vita ma finiamo per ledere alla capacità individuale che ci contraddistingue, il lavoro o meglio ancora il saper fare. Tuttavia non credo che la tecnologia diminuisca le fatiche, vorrebbe farlo ma non sempre vi riesce, possiamo dire che le muta.

Levi ebbe sì un’intuizione, forse buffa quanto lungimirante: il suo golem è il padre delle moderne tecnologie. Incuriosito com’era dall’indagarne l’influsso sul vivere quotidiano pone delle domande cui stenta a trovar risposte. Quale è lo scarto tra noi e loro? Come studiarle e a quali discipline appellarsi? Si può chiedere aiuto all’etica, all’ingegneria, alla filosofia e ancora all’antropologia, un giusto compromesso che dà uguale statuto a materie “umanistiche” quanto “scientifiche”. Una questione però si impone sulle altre non riesce a trovare risposta: avranno questi robot la capacità di ribellarsi ai loro creatori, come fece l’uomo con Dio e il golem con il rabbino?

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI6 Luglio 2017
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A conclusione delle settimane segnate da Gay Pride in tutto il mondo, da Tel Aviv a New York, da Milano a Torino, pubblichiamo le impressioni di Clara D’ottavi, Marta Spizzichino e Giulio Piperno, che hanno preso parte al Gay Pride che si è tenuto a Roma.

Clara D’ottavi – Le persone oggi si rendono conto che essere apertamente omofobe è vergognoso e di denigrazioni dirette senza (seppur falsa) diplomazia se ne sentono poche (generalmente). Il volto che prende oggi l’omofobia è più insidioso e subdolo, si nasconde dietro opinioni apparentemente scherzose e innocenti.  Le persone si reputano altresì buone nel “tollerare” le diversità invece di accoglierle come sfumature del normale. Il giorno in cui tutti capiremo che non c’è nulla da tollerare sarà il giorno in cui potremmo davvero dire “RIP omofobia” (come leggeva uno slogan al Pride). Ai commenti “tolleranti” in stile “a me stanno pure simpatici ma quelli esagerati non mi piacciono, perché ostentare?” Il Pride risponde in tutta la sua gloria, esagerato e sfarzoso per poter gridare:  “Noi esistiamo eccome, provate ancora a negarlo!”.

Marta Spizzichino – Il Gay Pride è tanto in tutti i sensi: vi è tanta musica, tanti colori e tante persone, e ben venga che sia così. E’ tanta la strada che si fa per arrivare a Piazza Venezia partendo da Piazza della Repubblica a Roma; e tanta è stata la strada percorsa da coloro che per i diritti hanno lottato. Se di esagerazione e irriverenza vogliamo parlare facciamolo pure, non a tutti piacciono travestimenti e paillette, me compresa. Ciò nonostante difenderei chi li indossa: in loro vorrei vedere molto di me in quanto a coraggio e impertinenza. Forse li difenderei anche se non vi trovassi nulla di tutto ciò, mi piacerebbe pensare che sia stata l’umanità a parlare, perché alla fine non è vero che non ha più nulla da dire.

Giulio Piperno – Ogni volta che vado al Gay Pride mi chiedo se quella a cui sto assistendo sia una manifestazione politica o un inno alla vita. La risposta è che probabilmente è entrambe le cose. Quell’euforia, quell’entusiasmo verso l’amore, quel sentirsi liberi di essere ciò che si vuole essere che si respira per la strada. Ricorda un po’ il carnevale, con le maschere i balli e la musica; ma non bisogna venir tratti in inganno da questa analogia. Il carnevale è sempre stato il giorno del caos, di inversione delle regole, di follia. Quello che si reclama invece non è folle, e vorrebbe essere “la regola”. Ho visto gente tenersi la mano anche se normalmente la mano non se la tiene, ho visto gente mostrare sorrisi e una voglia di esistere troppo spesso nascosta. Non deve essere un semplice scherzo, un giorno di festa diluito in un anno di indifferenza. Molto si è ottenuto nel nostro paese negli ultimi anni, a livello legale e a livello morale, ma ancora si sente parlare dei diritti degli omosessuali come “concessioni”. Una differenza che può sembrare un’inezia di forma, ma nasconde in realtà una profonda divergenza concettuale. Immedesimarsi non è facile. Quanti di fronte a dilemmi quali l’adozione si chiedono che cosa voglia dire non poter avere un bambino con la persona amata? Quanti si chiedono come sarebbe la loro vita senza la possibilità di mettere su una famiglia? Troppo spesso si ha una prospettiva di superficie, congelata nella propria chiusura cognitiva. Le lotte di ieri hanno liberato la donna da secoli di subordinazione, e molte possono fare le lotte di oggi. L’importante è tenere a mente l’idea che c’è dietro: un umano bisogno di uguaglianza.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI20 Giugno 2017
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Vi sono temi con cui l’ebraismo ha subito familiarizzato subendo alcuni un graduale processo di sviluppo, altri che devono ancora essere pienamente concettualizzati. Il libro di Yosef H. Yerushalmi “Verso una storia della speranza ebraica” nasce come tentativo di colmare lo iato tra questi due poli: i temi cristallizzati da una parte e il flusso di quelli da definire dall’altra. Se è vero che l’esilio ha svolto il ruolo di esperienza culturale essenziale per l’ebraismo quale ora lo conosciamo, è altrettanto vero che non tutti i suoi aspetti sono stati opportunamente sviluppati. Mi riferisco a “quella storia della speranza ebraica” che pare essere del tutto assente. “Si pensi che non abbiamo una storia dell’Amore, della Morte, della Pietà né della Crudeltà né della Gioia”, scriveva lo storico Febvre nel 1941 e se solo fosse stato uno studioso di ebraismo avrebbe accennato anche alla mancanza della speranza come categoria storiografica. Richiamandosi a queste parole Yerushalmi pone la questione dell’esilio come terreno d’indagine: polemizza contro l’approccio con cui la storiografia ebraica ha pensato la diaspora quale mera condizione esistenziale tralasciandone la valenza storica.

Negli stessi cantieri di lavoro Daniel e Jonathan Boyarin riflettono sull’argomento accentuando due parametri fondamentali per l’identità di un gruppo: una comune radice genealogica e la provenienza geografica. Il tema dell’esilio e della condizione diasporica apre così la strada a una continua riformulazione: fa dialogare il luogo da cui si proviene o che si abbandona con quello in cui si risiede e tenta poi di valutarne le contraddizioni interne. Contraddizioni tanto più evidenti quanto più l’esule tenta di esprimersi, consapevole però dell’inadeguatezza della lingua nel definire la sua condizione. Di pari importanza è pensare la coppia speranza/disperazione non solo in termini di perdita, assenza e nostalgia ma anche come continua trasformazione dettata da nuove suggestioni che lo sradicamento impone.

Dietro tutto questo si rifugge la passività per abbracciare un’ottica di sfida nei confronti del presente e di investimento sul futuro. Se la parola esilio si avvicina al significato di andare oltre o uscire, diaspora indica la dispersione di un popolo rispetto alla terra d’origine inglobando talora il problema di un possibile radicamento e dunque crescita. Se l’esilio è un leitmotiv fin dalle prime pagine della Bibbia – la storia universale comincia con la cacciata dal paradiso – perché non se ne sviluppa la speranza che pure pare essere concetto necessario? Perché non la continua dialettica tra esilio dalla terra d’origine e domicilio nella terra che ci ospita? E che dire dei diversi modi in cui l’esilio può esser letto – come esperienza reale e ideale ad esempio? Per non parlare poi delle cause che lo hanno motivato e delle percezioni che gli ebrei di esso hanno avuto.

L’approccio critico che Yerushalmi applica all’analisi dell’esilio pare ricordare la presa di Gerico: ci si avvicina quatti quatti al tema prendendolo da diverse vie. Si potrebbe cominciare a riformulare lo studio del passato: all’atteggiamento paternalistico verso gli ebrei di ieri deve essere sostituita l’analisi del contesto storico e dei suoi cambiamenti epocali; all’aspetto fideistico deve essere avvicinato quello storico e al posto dell’approccio acritico si deve scegliere quello dialettico. Più che un libro di storia quello di Yerushalmi sembra essere un saggio di critica storica: in ogni riga si sente il monito della comparazione e del distacco, l’unico in grado di costruire un dialogo tra i vari orizzonti: temporali, tematici e storici.

Da Shalom.it

Marta Spizzichino, di Roma, studia filosofia alla Sapienza


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