maria savigni

Consiglio UGEIConsiglio UGEI23 luglio 2017
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Cracovia, 1988. Il regime comunista è ancora in piedi, anche se le sue crepe ormai sono difficili da nascondere. Ci si chiede quanto durerà, e si è più disposti a fare gesti coraggiosi. In un piccolo teatro del centro un gruppo di oltre cento persone si riunisce per celebrare un evento che, per chiunque abbia familiarità con la storia del Novecento, può apparire quasi uno scherzo di pessimo gusto: la prima edizione del Festival di cultura ebraica a Cracovia, una città dove ormai – dopo la campagna antisemita del governo comunista nel 1967 – di ebrei non ce ne sono più.

A idearlo fu Janusz Makuch, un giovane non ebreo di una piccola cittadina nei pressi di Lublino entrato a contatto con la storia del popolo ebraico mentre faceva ricerche sul passato della propria città, e rimasto totalmente affascinato. Nella precarietà del periodo storico era già difficile pensare che un evento del genere potesse avere luogo senza provocare l’aperta ostilità del regime, e progettare una nuova edizione appariva ancora più arduo. Senza alcun dubbio però mai Makuch avrebbe immaginato che avrebbe guidato il Festival – ormai uno degli appuntamenti culturali più importanti a livello nazionale – per quasi un trentennio, fino all’attuale edizione numero 27.

Nell’arco di questo trentennio, il Festival è molto cambiato e oggi rappresenta uno dei palcoscenici più interessanti per le mille sfaccettature della musica ebraica, spaziando dal più scontato klezmer alla chazanut, passando per le nuove avanguardie musicali in Israele; dalla tradizione musicale irachena rivista dall’israeliano Dudu Tassa al Lecha Dodi in chiave blues di Paul Shapiro. Imperdibile è il concerto di chiusura: l’ultimo giorno del Festival, dalle sei del pomeriggio fino all’una di notte (o finché i musicisti riescono a resistere), tutti gli artisti si esibiscono nella piazza principale del ghetto, per l’occasione blindata e gremita come non mai.

Gli eventi culturali però non consistono solo in concerti ma anche in conferenze, proiezioni cinematografiche, workshop, mostre fotografiche e altro ancora, attirando un pubblico che nelle ultime edizioni è arrivato a superare le 10.000 persone. In occasione del workshop Yiddish Vinkl oltre trenta persone provenienti da vari Paesi – tra cui persino da Buenos Aires – si sono ritrovate per conversare fluentemente in yiddish, un evento decisamente insolito nella Cracovia del 2017.

Tra gli intervenuti di quest’anno, personalità come Dan Bahat, l’archeologo che ha condotto gli scavi al tunnel del Kotel, e il noto fotografo israeliano Nino Herman, ex fotografo di Shimon Peres che ha presentato una splendida mostra su Tel Aviv. Presente – sebbene a titolo meramente personale – anche rav Shmuley Boteach, autore del controverso libro “Kosher Sex”, che ha tenuto una lezione molto seguita sull’origine del male.

A fine giugno non solo Kazimierz, il quartiere ebraico, ma la città intera pare cambiare volto. Kazimierz, ormai eletto a ritrovo degli hippie polacchi, si tinge degli animati colori del Festival, e tutta la comunità ebraica si affretta per organizzare quella che ogni anno batte il record della più grande cena di Shabbat in Polonia dal dopoguerra a oggi, e che quest’anno ha riunito ben 650 persone.

Può apparire paradossale ai lettori italiani, ma il trend più significativo che si sta registrando in Polonia è semmai un sorprendente – e talvolta quasi surreale- filosemitismo. Ed è così che Kazimierz si è riempito di locali “ebraici” o “israeliani”, rigorosamente non kasher, in cui il microcosmo hipster polacco può rifugiarsi dal caldo sorseggiando un “succo di arance biologiche di Jaffa”, qualunque cosa voglia dire. “Oggi non sei più cool se non hai un amico ebreo”, mi ha detto sottovoce una guida turistica, ed è vero. L’antisemitismo esiste ed è ancora forte in certi ambienti, ma si scontra con questa netta inversione ad U. E’ ancora presto per capire se si tratti di una semplice moda passeggera o se porterà a un totale e auspicabile cambiamento nel complesso rapporto tra Polonia e mondo ebraico, ma il Festival rappresenta senza dubbio uno dei tentativi più riusciti per un reincontro tra Polonia ed ebrei.

Gli eventi ebraici in Polonia si sprecano, eppure mi pare significativo che quello dal maggiore impatto sia stato l’unico nato non per ricordare la Shoah ma per celebrare la vitalità dell’ebraismo, il suo bagaglio culturale, linguistico, storico e religioso. Non quello che è andato perso, ma ciò che abbiamo ricevuto e trasmetteremo in eredità.

Maria Savigni, volontaria del team. 22 anni, vive nelle campagne lucchesi, dove, quando non è intenta a leggere o sfornare challot (o entrambe le cose), studia giurisprudenza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI26 maggio 2017
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Da quando si è affacciata sulla scena politica statunitense a fianco del padre, Ivanka Trump è stata al centro dell’attenzione dell’ebraismo mondiale (e non solo). La neo-first daughter ha suscitato da subito grandi entusiasmi ma anche numerose critiche. I social network “ebraici” ne hanno esaltato il ruolo di promotrice degli interessi di Israele e del popolo ebraico per una nuova era post-Obama, ma non le hanno nemmeno risparmiato nulla, dal modo di vestire non rispettoso della tzniuth (modestia) alle accuse più infamanti di aver “comprato” la propria conversione all’unico scopo di poter sposare Kushner.

Se già aveva fatto discutere molto la decisione di partecipare al gala per l’inaugurazione della presidenza Trump, da quando l’aereo AirForceOne ha decollato alla volta di Riyad le critiche sono esplose. L’accusa? Ivanka ha dapprima volato di Shabbat per raggiungere l’Arabia Saudita con la famiglia e infine si è concessa un bel piatto di carbonara con il consorte in un lussuoso ristorante smaccatamente tarèf (non kasher) di Roma centro.

Senza dubbio violare lo Shabbat pubblicamente è una infrazione grave. La first daughter disponeva di tutti i mezzi economici per poter viaggiare il giorno che preferiva, oppure poteva altrettanto tranquillamente lasciare la sua graziosa presenza a Washington. Il fatto è più grave dato che si tratta di una convertita, sia perché nel ghiur (conversione) l’adesione alle mitzvot è frutto di una libera scelta sia perché in questo caso l’idea di una responsabilità collettiva è ancora più accentuata. Un gher (convertito) che trasgredisce finisce per gettare discredito verso tutta la categoria.

Altrettanto criticabile è la scelta di non optare per uno dei numerosi ristoranti provvisti di tehudà (certificazione di kasherut), dove i coniugi Kushner-Trump avrebbero potuto assaggiare – e senza colpo ferire – piatti ancora più autenticamente romani perché della tradizione culinaria di una comunità ebraica millenaria.

Eppure, qualcosa stride in questa narrazione. Da un lato, le critiche si sono concentrate unicamente su Ivanka, che è sempre stata molto riservata sulla sua conversione ma non ha mai nascosto che Jared Kushner, e la decisione di costruire una famiglia con lui, abbiano giocato un ruolo molto importante. Il marito, che si definisce un ebreo ortodosso, l’ha accompagnata durante questo viaggio eppure è inspiegabilmente uscito quasi illeso dalla grandine di critiche. Perché mai tutta questa differenza di trattamento?

Elena e Paride

Esiste, nell’ebraismo, un obbligo di rimproverare il prossimo, corollario di un’idea di responsabilità collettiva o meglio ancora condivisa, ma è senza dubbio un compito molto difficile, che richiede molta cautela. Prima di tutto, cosa abbiamo davvero in mano? Nessuno di noi era su quel volo e tantomeno al ristorante romano. Possiamo basare il nostro giudizio solo da quanto affermato dai giornalisti, che non sono però immuni da distorsioni: la celebre dispensa per volare di Shabbat che un rabbino avrebbe dato a Ivanka e marito, e che tanto ha agitato le coscienze, alla fine si è rivelata fake news. Persino la scandalosa carbonara, a quanto pare, è stata ordinata da un membro del team, mentre Ivanka si è accontentata di una pizza margherita.

Forse dovremmo riflettere di più su quella che diversi hanno definito la mitzvah più trasgredita, il divieto di lashon harà, o maldicenza. E’ un concetto distinto dalla diffamazione, e trova applicazione solo se i fatti diffusi corrispondono al vero. Ci ricorda come anche la verità, talvolta, possa essere usata per umiliare, e il rimprovero del prossimo trasformarsi in un agevole strumento di inconscia autoincensazione. L’ammonimento non può mai avere la finalità – o le conseguenze – di aprire una morbosa caccia agli errori o mancanze altrui: “Procurati un maestro, acquistati un compagno, e giudica ognuno dal lato del bene”, è l’invito dei Pirke Avot. Il beneficio del dubbio, forse, non è del tutto inappropriato.

Maria Savigni, 22 anni, vive nelle campagne lucchesi, dove, quando non è intenta a leggere o sfornare challot (o entrambe le cose), studia giurisprudenza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI7 aprile 2017
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Hatikwà è uno spazio aperto al confronto delle idee e al dibattito. Di seguito la risposta di Maria Savigni all’articolo di Ruben Spizzichino pubblicato il 5 aprile scorso. Il virgolettato introduttivo è citazione dell’esordio dell’articolo di Ruben. [HT redazione]

“Ancora una volta la Corte Suprema israeliana torna a dividere Israele e il mondo ebraico. Poche settimane fa abbiamo assistito a un nuovo straziante episodio che ha mobilitato la società israeliana: il ritiro da Amona. Tanti gli israeliani accorsi nella zona per difendere i diritti dei loro fratelli, ma non è bastato. Ancora una volta siamo costretti a vedere ebrei sradicati da ebrei.”

Vorrei concentrarmi su questi punti, visto che si parla di “diritti”. La questione a livello giuridico è molto complessa e non so quanto possa interessare approfondirla, ma penso che potrebbe valere la pena notare che:

  • Amona è diverso da altri settlements perché non solo è considerato illegale dalla comunità internazionale ma lo è anche dal punto di vista del diritto civile israeliano. Sono stati avviati procedimenti giudiziari dalle autorità israeliane già dal 2006, qualche anno dopo il suo completamento.
  1. La Corte Suprema israeliana

    La Corte Suprema israeliana è un organo espressione della democrazia israeliana: i giudici che la compongono sono nominati dal Presidente dello Stato su indicazione di una commissione apposita (presieduta dal Ministro della Giustizia). La pronuncia della Corte, del 2014, concedeva due anni di tempo agli abitanti di Amona per abbandonare l’insediamento, che avrebbe dovuto essere stato demolito entro dicembre 2016. A febbraio è dovuto intervenire l’esercito per dare esecuzione alla pronuncia.

  2. Parlare di “diritti dei loro fratelli” o di “sradicamento” non ha alcun fondamento perché vuol dire, a livello molto tecnico, mettersi contro la stessa democrazia israeliana. Indirettamente si dà ragione a tutti i detrattori che sostengono Israele non sia uno stato di diritto e un Paese democratico ma uno Stato che adotta due pesi e due misure.
  1. Non vedo come si possano associare i “resistenti” di Amona a una sorta di versione contemporanea degli eroi di Masada. Assomigliano di più a un inquilino abusivo che ha ottenuto tutte le proroghe che la legge gli consentiva per rinviare il pagamento dell’affitto. Nonostante tutto non ha mai pagato e alla fine ha ricevuto lo sfratto, ma nemmeno questo è bastato ad allontanarlo. Sono dovute andare le forze dell’ordine a prenderlo, eppure ha ancora il coraggio di lamentarsi.
Maria Savigni, 22 anni, vive nelle campagne lucchesi, dove, quando non è intenta a leggere o sfornare challot (o entrambe le cose), studia giurisprudenza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI13 gennaio 2017
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Un sessantesimo di Olam Ha’Ba
(Shabbat a Gerusalemme)

È Sabato:
Figure di scacchi
Scivolano lentamente
Nella città d’Oro

Ha frugato nella mia intimità rubata
Il mio grembo è un deserto di ghiaccio

Ma ora
Ecco il tenero deserto della Sposa
Dolce attesa
Di un frammento d’eternità

Il vento mi accarezza, materno
Mi scolpisce
Come creatura nuova
Io, angelo di cemento
Contro il cielo terso

Di continuo l’universo si rigenera
Dolorosamente

Ma oggi
Solo il silenzio della creazione
Oggi vivo sospesa
Nel respiro di Dio

Maria Savigni, 22 anni, vive nelle campagne lucchesi, dove, quando non è intenta a leggere o sfornare challot (o entrambe le cose), studia giurisprudenza
Maria Savigni, 22 anni, vive nelle campagne lucchesi, dove, quando non è intenta a leggere o sfornare challot (o entrambe le cose), studia giurisprudenza

Consiglio UGEIConsiglio UGEI25 dicembre 2016
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8min369

donneQualche settimana fa, a Tel Aviv, una giovane donna si presenta di fronte a una corte rabbinica, in cerca di aiuto. Vuole ottenere il divorzio, ma il marito si rifiuta di concederle il ghet. Fin qui, niente di nuovo sotto il sole, ma quando la ventenne ha rivelato di essere stata avvicinata da una corrente clandestina, chiamata Habayit Hayehudi Hashalem, e indotta a un matrimonio poligamico, presso la corte e le autorità israeliane è subentrato lo stupore.

Seppur il matrimonio poligamico sia ormai vietato dall’ortodossia contemporanea e dalla legge israeliana, l’unione in questione era halakhicamente valida (al contrario di una donna in sposa a più uomini, in cui il secondo matrimonio – se avvenisse – non avrebbe alcun valore halakhico) e richiedeva l’intervento della corte perché la donna potesse essere libera di risposarsi. Ormai abituati ad associarla solo all’islam o a correnti radicali del mormonismo, non è immediato realizzare che in effetti la poligamia sia stata, in passato, tranquillamente praticata anche nell’ebraismo.

Adamo ed Eva secondo Albrecht Dürer
Adamo ed Eva secondo Albrecht Dürer

In realtà, la stessa Torah non ha mai guardato alla poligamia come a una condizione ideale. Il modello di unione sono Adamo ed Eva, rappresentati come due parti complementari, e anche se Abramo e Giacobbe avevano più mogli, la decisione non appare mai una vera e propria scelta: in un caso viene giustificata dalla sterilità di Sara, e nell’altro da un inganno costruito ad arte da Labano. Per i sovrani d’Israele, invece, costituiva un prezioso strumento per sancire alleanze politiche con diverse tribù e fazioni.

Già a partire dall’epoca del Talmud la tendenza si era notevolmente attenuata: in tutta l’epoca talmudica nessun rabbino è noto per aver avuto più di una moglie, anche se durante il Medioevo i sefarditi, influenzati dall’ambiente e dalla cultura islamica, continuavano a praticarla. Finché, attorno all’anno 1000, rav Gershom ben Judah pronuncia il verdetto con cui sostanzialmente viene proibita la poligamia (ad eccezione di un caso molto particolare, in cui la moglie diventa mentalmente incapace e non può quindi ricevere il ghet, a seguito di un’autorizzazione speciale da parte di 100 rabbini). Il verdetto, in linea teorica, è vincolante solo per gli ebrei ashkenaziti. Nel mondo sefardita, invece, si è affermata la prassi della ketubah matrimoniale anche come strumento per vincolare il marito alla monogamia.

Un caso particolare sono gli ebrei yemeniti, che, essendo rimasti isolati per molti secoli e non essendo né sefarditi né ashkenaziti, hanno mantenuto seppur in modo abbastanza marginale questa pratica fino a tempi recenti. Con l’immigrazione in Israele, però, i sefarditi sono arrivati a un’autonoma takkanah, verdetto, contro la poligamia e anche gli yemeniti si sono adeguati alle leggi dello stato. Rav Yehezkel Sopher, però, il leader di Habayit Hayehudi Hashalem, non è d’accordo. Sostiene che la takkanah di Gershom non sia più valida a partire dal 1260, come riportato da alcune fonti, e tutto ciò che è menzionato nella Torah deve poter essere riportato in vita. Ammesso che il divieto sia effettivamente ‘scaduto’, non tutto ciò che non è vietato è auspicabile: che senso può avere la reintroduzione di una pratica abbandonata da secoli, oggi proibita da larga parte degli stati, guardata con sfavore dalla stessa Torah? Per rav Sopher, però, uno scopo c’è: la poligamia potrebbe rivelarsi uno strumento efficace per contrastare l’aumento demografico della popolazione araba in Israele e i frequenti matrimoni misti, oltre che una soluzione per le tante donne nubili e per scongiurare l’infedeltà (!) da parte dei mariti. La fertilità ebraica, secondo i suoi calcoli, aumenterebbe almeno del 10%.

Rav Dov Stein
Rav Dov Stein

Le posizioni del gruppo, duramente contrastate dall’ufficio del rabbino capo sefardita Shlomo Amar, hanno trovato il sostegno di rav Dov Stein di Gerusalemme, già noto alle autorità per il suo attivismo in altri movimenti radicali, tra cui il movimento per la ricostituzione del Sinedrio, e per sostenere pubblicamente la necessità di riportare in uso i sacrifici animali in terra d’Israele. Questi movimenti, seppur marginali, si fanno portavoce di un forte proselitismo e rischiano di fare vittime soprattutto tra soggetti fragili, proprio come la ventenne andata di fronte alla corte rabbinica. La ragazza era andata a vivere in una famiglia ebraica osservante perché, cresciuta in un contesto non ortodosso, aveva deciso di seguire un percorso di avvicinamento alle mitzvot, ma – alla fine – è stata intrappolata in un matrimonio bigamo con il padre della famiglia.

Habayit Hayehudi Hashalem, di fatto, sfida apertamente l’ortodossia contemporanea, e soprattutto dichiara guerra alla rabbanut israeliana che attualmente mantiene il monopolio sulla supervisione dei matrimoni religiosi. Per rav Sopher, però, il ritorno della poligamia non è fine a se stesso: fa parte del disegno di redenzione già in atto e che porterà, un giorno molto prossimo, alla venuta del Messia.

Sacrifici animali sulla Spianata, il ritorno della poligamia… Più che un sogno messianico, a me pare l’inizio di un incubo.

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Fonti

http://www.jpost.com/Jewish-World/Jewish-News/New-Jewish-group-wants-to-restore-polygamy

http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-4100434,00.html

http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/221373

http://www.jewishencyclopedia.com/articles/12260-polygamy

Si ringrazia Paolo Sciunnach per la consulenza.

Maria Savigni, 22 anni, vive nelle campagne lucchesi, dove, quando non è intenta a leggere o sfornare challot (o entrambe le cose), studia giurisprudenza
Maria Savigni, 22 anni, vive nelle campagne lucchesi, dove, quando non è intenta a leggere o sfornare challot (o entrambe le cose), studia giurisprudenza


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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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