Manuel Moscato

Consiglio UGEIConsiglio UGEI22 Febbraio 2019
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HaTikwà (M. Moscato) – La parashà che leggeremo questo Shabbat è quella di Ki Tissà. Nella parte centrale del testo, viene narrato l’episodio conosciuto come l’Heghel HaZaav, ossia del vitello d’oro. Nel lungo brano della tefillà nel quale Moshé si rivolge ad Hashem per difendere il popolo, possiamo notare la grandezza di questo uomo e l’amore che egli ha per il suo popolo, nonostante la grave colpa che esso ha commesso costruendo l’idolo d’oro.

La figura dello Tzaddik, il Giusto, spicca nella persona di Moshé proprio quando Hashem gli comunica che da quel momento egli non avrebbe più guidato il popolo nella terra di Israele. Moshé, nonostante la fiducia e il timore che nutre nei confronti di Hashem, non si arrende davanti alla decisione, ma continua ancora nella sua supplica. Moshé, pur di far perdonare il popolo, mette a repentaglio la propria vita dicendo: “Cancellami dal libro che Tu hai scritto“, ossia, cerca uno scambio di personaggi con il Creatore ed è pronto ad offrire la propria vita in cambio di quella del popolo.

Questo esempio lo possiamo trovare anche nel libro di Bereshit, nella parashà di Vayerà, quando Abramo viene a sapere che Hashem ha deciso di distruggere le città di Sodoma e Gomorra. In quell’episodio il patriarca contratta con Hashem per ottenere la salvezza dei suoi abitanti. Questo è proprio l’atteggiamento dello Tzaddik, che pur di salvare vite umane, è pronto ad offrire la propria. Generalmente questa parashà viene letta nello stesso periodo della festa di Purim, ricorrenza simile in quanto ci sono due personaggi, Mordechai e Ester, che pur di salvare la vita del loro popolo sono pronti a sacrificare la propria. Consideriamo loro dei veri Tzaddikim, Giusti, in quanto il loro sacrificio ci ha permesso oggi di studiare la Torah e mettere in pratica le Mitzvot che ci ha comandato Hashem.

Shabbat Shalom!


Consiglio UGEIConsiglio UGEI15 Febbraio 2019
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HaTikwà (M. Moscato) – La parashà che andremo ad approfondire questa settimana è la Parashà di Tetzavè. È una parashà molto dettagliata dove HaKadosh Baruch Hu comanda a Mose ed a Aron di indossare dei vestiti particolari. La Torah continua e spiega che il Coen Gadol doveva indossare una tunica lunga, chiamata Efod, di colore azzurro, Tehelet. Sopra a questa tunica doveva indossare due pettorali: uno sul petto e uno sulla schiena, collegati da due spalline di colore oro.

La particolarità del pettorale che indossava davanti il Coen Gadol era che su di esso vi erano poste dodici pietre sulla quali erano incisi i nomi delle dodici tribù, che secondo la Torah dovevano essere scritte nell’ordine decrescente dei figli di Yakov: Reuven, Shimon, Levi, Yeudà, Issahar, Zevulun, Dan, Naftali, Gad, Hasher, Yosef e Beniamin. Queste pietre erano scritte in quattro file e ogni fila aveva tre pietre. Il Coen Gadol doveva indossare anche un cappello, Miznefet, sul quale era scritto il Tetagramma di Dio.

Nel primo verso della parashà è scritto: “E tu ordinerai ai figli d’Israele che ti porteranno dell’olio d’oliva puro per l’illuminazione, per alimentare il lume che deve ardere quotidianamente”. Nel trattato di Shabbat, Cap. 2, è riportato: “Coloro che dedicano particolare attenzione all’olio d’oliva per l’accensione dei lumi dello Shabbat, avranno il merito di portare al mondo dei figli sapienti di Torah”. Da qui i nostri Maestri z”l hanno paragonato la Torah all’olio di oliva. Nel verso è scritto: “Ti porteranno dell’olio d’oliva puro“, ossia ti porteranno la Torah per essere studiata e interpretata insieme e per “l’illuminazione” si intende che studiando la Torah, approfondendola, si illuminerà la retta via che ogni ebreo deve percorrere.

Shabbat Shalom


Consiglio UGEIConsiglio UGEI25 Gennaio 2019
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HaTikvà (M.Moscato)La Parashà che andremo ad approfondire questa settimana è la Parashà di Itrò. Essa è conosciuta come la Parashà dei dieci comandamenti, Haseret Hadiberot. I nostri Maestri z”l dicono che questi comandamenti sono incisi su due tavole: da una parte i primi cinque comandamenti, che sono positivi in quanto rispecchiano il collegamento tra l’uomo ed Hashem, e dall’altra parte gli ultimi cinque, che sono proibitivi in quanto rispecchiano i rapporti tra gli uomini.

Soffermiamoci sul quinto comandamento, quello che afferma: “Onora tuo padre e tua madre affinché si prolunghino i tuoi giorni sulla terra che il Signore tuo D-o ti ha dato”. Rabbi Moshe Ben Maimon, conosciuto anche come il Rambam, sostiene che con il quarto comandamento Hashem completa la descrizione degli obblighi dell’uomo per onorare direttamente Hashem. Secondo l’interpretazione del Rambam, Hashem ci indica gli obblighi verso le Sue creature, iniziando con i doveri verso i nostri genitori, i quali assomigliano al Creatore in quanto loro sono suoi soci nella creazione di un bambino. È come se Hashem fosse il nostro primo genitore e il padre e la madre completino l’atto di portarci alla luce. Qualcuno potrebbe onorare i suoi genitori per puro affetto o per obblighi morali nei loro confronti. Nella Torah troviamo questa mitzvah due volte: la prima volta proprio in questa Parashà, dove c’è appunto scritto che dobbiamo onorare nostro padre e nostra madre. Il secondo riferimento invece lo troviamo nella Parashà di Kedoshim, dove Hashem ci dice che ogni persona deve temere sua madre e suo padre.

Qual è dunque la differenza tra onorare e temere i genitori? Temere significa, per esempio, che un figlio non si deve sedere nel posto fisso di un suo genitore, o non deve contraddire le sue parole né assumere posizioni contrastanti. L’onore significa, per esempio, che il figlio deve offrire ai suoi genitori del cibo, accompagnarli e aiutarli. Deduciamo che l’onore richieda atti positivi. Leggendo attentamente i due versi vediamo che nel comandamento relativo all’onore, il padre viene nominato prima della madre, mentre nel comandamento relativo al timore la madre viene prima del padre. Perché? Hashem sa che l’essere umano tende a dare onore più alla madre che al padre: essa educa i bambini e li tratta con gentilezza; il padre invece è maggiormente associato all’atto di ammonimento dei propri figli.

Per quanto riguarda il timore invece vale il contrario: è naturale per un figlio temere il padre di più rispetto alla madre e quindi la Torah da precedenza alla madre nel comandamento relativo al timore. Lo scopo è quello di insegnarci che dobbiamo temere e rispettare nostra madre e nostro padre in egual misura. La parola kavod (onore) ha la stessa radice della parola kaved (pesante). Ciò implica che onorare i propri genitori significa prenderli molto seriamente, farsi carico di loro, dando ad essi tutto il peso della nostra attenzione. Provvedere alle necessità dei genitori è una dimostrazione di grande valore morale.

Shabbat Shalom a tutti.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI4 Gennaio 2019
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HaTikwà (M.Moscato)La Parashà che andremo ad approfondire questa settimana è Vaerà. Sin dall’inizio il Signore rassicura Moshè rinnovando la promessa di una redenzione completa. Il Popolo però, afflitto dalle sofferenze della schiavitù in Egitto, non presta ascolto alle parole di Moshè. Moshé e Aron si recano dal Faraone, intimandolo di liberare il Popolo Ebraico, perché il Signore è con loro. Così iniziano gli “otiot”, i segni manifesti. Aron getta davanti al Faraone un bastone che si trasforma in serpente per poi tornare di nuovo verga. Gli stregoni del Faraone tentano di emulare il miracolo, ma il serpente di Moshé inghiotte i serpenti dei maghi egizi. Così Moshè annuncia al Faraone le dieci piaghe sulla terra d’Egitto inviate dal Signore. In questa parashà troviamo le prime sette, che sono: sangue, rane, pidocchi, mescolanza di belve feroci, peste, ulcere e grandine.

Sempre nella stessa Parashà troviamo un verso significativo “Il cuore del Faraone è indurito (  כבד – kaved) e rifiuta di mandare via il popolo” (Shemot capitolo 7 verso 14). I nostri Maestri Z”L sostengono che il significato di “kaved” sia “duro” e non “indurito”. Quindi questo verso può essere letto nel seguente modo:”Il cuore del Faraone è duro e rifiuta di mandare via il popolo“. Secondo l’approccio letterale, possiamo pensare che se una persona è estremamente ostinata, nulla potrà smuoverla dalle sue posizioni.

A volte anche noi siamo ostinati e con il cuore duro, proprio come il Faraone, ma facendo le mitzvot passo dopo passo, questo cuore si scioglie e ne siamo felici. “Mitzva gdola liot beSimcha”. Abbandoniamo l’ostinazione e onoriamo la Torah come recita il verso “E’ una grande mitzvà essere felici”.

Shabbat Shalom. 

 

Manuel Moscato, vive in Israele. Ha mosso i primi passi al Collegio Rabbinico di Roma. Dal 2017 frequenta la Yeshivat HaKotel di Gerusalemme. 



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L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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