luca spizzichino

Consiglio UGEIUGEI17 Giugno 2020
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HaTikwa, di Luca Spizzichino

 

A seguito della morte dell’afroamericano George Floyd, sono esplose diverse manifestazioni nelle metropoli americane. Una mobilitazione di massa spinta dal malcontento generato dalla pandemia, e dalla necessità di riformare le forze dell’ordine, spesso protagoniste di atti brutali. Il più delle volte, oggetto di questi gesti violenti sono proprio le minoranze, la comunità afroamericana in primis. Ma queste proteste, diffuse su larga scala, sono sintomo di una società, quella a stelle e strisce, che sta cambiando in maniera repentina. Di quanto sta accadendo negli Stati Uniti ne abbiamo parlato con Pierardo Davini, giornalista del TG 3 e corrispondente da Roma dello US-Italy Global Affairs Forum, think tank specializzato in questioni americane e italiane.


Consiglio UGEIUGEI27 Aprile 2020
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HaTikwa, di Luca Spizzichino

 

Un altro 25 aprile è passato: diverso dagli altri, ma nel quale ogni italiano, quasi, dovrebbe festeggiare la fine di un regime, la nascita dello stato di diritto per come lo conosciamo oggi e della libertà. Una libertà che assaporiamo in ogni istante, anche in questo periodo particolare di distanziamento sociale e di quarantena, per il quale la Resistenza, con l’aiuto degli Alleati e della Brigata Ebraica, lottò anche a costo della vita.


Consiglio UGEIUGEI19 Aprile 2020
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HaTikwa, di Luca Spizzichino e Ludovica Efrati

 

La corsa per le elezioni presidenziali americane che presumibilmente si terranno a novembre, a meno che non si aggravi la situazione coronavirus negli Stati Uniti, vede ormai come candidato tra le fila repubblicane l’attuale Presidente USA Donald Trump, mentre per i democratici, le cui primarie stanno quasi per volgere a termine, la candidatura di Joe Biden è praticamente certa, dopo che Bernie Sanders, che avrebbe potuto dare filo da torcere alla campagna dell’ex vice di Obama fino alla Convention in Wisconsin, ha recentemente stupito tutti dando l’endorsement all’ex Vicepresidente, dando di fatto il via libera a una delle campagne elettorali più infuocate degli ultimi anni.

Per capire quali potranno essere le nuove politiche a stelle e strisce che riguarderanno lo Stato d’Israele e la lotta contro l’antisemitismo, e che inevitabilmente influenzeranno la vita delle comunità ebraiche in giro per il mondo, è stata fatta questa analisi politica improntata sulle dichiarazioni e la storia di questi tre candidati.

 

Donald J. Trump, il solo e unico amico d’Israele e degli ebrei?

Donald Trump è il 45esimo presidente degli Stati Uniti: annunciò la sua candidatura il 16 giugno 2015, accettando la nomination repubblicana nel 2016, dopo aver battuto diciassette candidati in una delle più combattute primarie repubblicane degli ultimi anni. L’8 novembre 2016, Trump fu eletto presidente degli Stati Uniti con il 46,1% dei voti, sebbene Hillary Clinton lo superasse con il 48,2%, ben tre milioni di voti in più; questo perché il candidato repubblicano aveva ottenuto un maggior numero di Grandi elettori.

In questi quattro anni di presidenza, Trump ha concentrato gran parte delle sue attività proprio sulle relazioni USA-Israele, a volte anche in maniera controversa, come nel caso del riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato d’Israele, che promise all’AIPAC Conference del 2016, ma anche riconoscendo la sovranità di Israele sulle alture del Golan.

Caratteristica della sua oratoria, come ormai chiunque sa, è la completa assenza del “politically correct” nel suo linguaggio. Diversi sono i casi che hanno fatto scalpore, prima e durante la sua carriera politica: di recente, una delle sue dichiarazioni più controverse è quella del 19 agosto 2019, quando il Presidente Trump dichiarò che “ogni ebreo che vota Democratico, penso mostri una grande mancanza di conoscenze o grande slealtà”. Un’affermazione, quella del tycoon, che gli costò l’indignazione di molte organizzazioni ebraiche americane.

Il giorno dopo, precisò che con la dichiarazione del giorno prima intendeva che “chi vota Democratico non è fedele al popolo ebraico, soprattutto allo Stato d’Israele”. Oggetto di questa dichiarazione non fu solo tutto l’elettorato democratico, ma anche la cosiddetta “Squad”: un gruppo di quattro donne facenti parte del Congresso Americano composto da Rashida Tlaib, rappresentante del Michigan, Ilhan Omar, rappresentante del Minnesota, Ayanna Pressley, rappresentante del Massachusetts, e Alexandria Ocasio-Cortez, rappresentante di New York. Esse erano considerate dal Presidente la “faccia del Partito Democratico”, che secondo lui si sta allontanando da Israele e togliendo gli aiuti esteri a quest’ultimo. Trump ha espresso la sua disapprovazione specialmente nei riguardi di Rashida Tlaib, la quale ha apertamente e ripetutamente fatto commenti d’odio nei confronti d’Israele su Twitter e che in passato ha seguito attraverso il proprio account Instagram una pagina con contenuti antisemiti. O come nel caso di Ilhan Omar che secondo l’ONG Stop Antisemitism è l’antisemita dell’anno per il 2019. Infatti diversi sono stati i commenti, tra cui la triste affermazione “It’s all about the Benjamins” fatta tramite un tweet in risposta al discorso di Netanyahu all’AIPAC, accusando gli ebrei di acquistare la loro influenza con il denaro.

Durante la sua amministrazione si è vista chiaramente la sua posizione riguardo allo stato ebraico: un appoggio senza sé e senza ma, mettendo all’interno del suo Gabinetto, anche in ruoli chiave, personaggi apertamente pro-Israele e ostili all’Iran, in linea con le dichiarazioni fatte in passato durante tutta la campagna del 2016, nella quale attaccò senza mezzi termini l’allora Presidente Obama, considerando l’operato del presidente “una disgrazia per Israele” per il semplice motivo che ha concluso quello che, dalla corsa elettorale in poi, ha considerato un “bad deal” con l’Iran.

Pertanto si può capire che tra i candidati sui quali ci siamo focalizzati, Trump sia nettamente quello che più di tutti ha adottato e vorrebbe adottare misure e politiche a favore di Israele. Ma la sua sconsideratezza, in particolare nel prendere decisioni controverse, è veramente un bene per lo Stato Ebraico?

 

Joe Biden, l’eterno amico d’Israele ma in conflitto con l’attuale leadership israeliana

Nato nel novembre nel 1942 in Pennsylvania, Joe Biden è stato per ben 36 anni senatore del Delaware, dove vive dal 1953, prima di diventare Vicepresidente degli Stati Uniti sotto l’amministrazione Obama. Segnato da diverse tragedie familiari durante la sua vita, non ha mai lasciato la politica, se non nel 2015, quando decise di non candidarsi per le imminenti elezioni, a causa della morte di suo figlio Beau per un tumore al cervello.

Il rapporto che lega Biden e lo Stato d’Israele è molto profondo: ha inizio nel 1973, quando il neoeletto senatore Biden decise di fare una delle prime visite oltreoceano in Israele, alla vigilia della Guerra del Yom Kippur, durante la quale incontrò Golda Meir. Nel 1982 invece incontrò in Campidoglio l’allora Primo Ministro Menachem Begin, al quale disse che l’espansione degli insediamenti nella West Bank avrebbe messo in pericolo gli aiuti a sostegno d’Israele.

Tuttora Biden sostiene che l’espansione degli insediamenti sia un errore, e la decisione dell’amministrazione Trump di renderli legali, ha spiegato l’ex Vicepresidente, “danneggia la causa della diplomazia, ci allontana dalla speranza di una soluzione a due stati e non farà che infiammare ulteriormente le tensioni nella regione. Non si tratta di pace o sicurezza. Non si tratta di essere pro-Israele. Si tratta di sottovalutare il futuro di Israele al servizio della politica personale di Trump.”

Joe Biden conosce il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu da oltre trent’anni, durante i quali ci sono stati alti e bassi nel loro rapporto, specialmente quando, nel 2010, il premier israeliano decise di parlare al Congresso contro l’Iran Deal, annunciando 1.600 nuove case per cittadini ebrei a Gerusalemme Est. L’amicizia che lega i due è nota anche grazie alle parole dette da Biden durante un convegno nel 2014: “Bibi, non sono d’accordo con qualsiasi cosa tu dica, ma ti voglio bene”.

Il sostegno dell’ex Vicepresidente allo Stato d’Israele e la lotta contro l’antisemitismo sono state espresse molteplici volte durante tutto l’arco della sua lunghissima carriera politica: nel 2014, in un tweet ha affermato che “non esiste una minaccia che mi preoccupi più della crescente ondata di antisemitismo. Non può esserci tolleranza per l’antisemitismo.” Il tema della lotta all’antisemitismo è per lui un obbligo morale, come dichiarò nel 2016 all’AIPAC Policy Conference: “Quando le svastiche sono dipinte su sinagoghe, quando gli ebrei sono presi di mira da attacchi terroristici, quando migliaia di ebrei europei scappano in Israele per paura, quando organizzazioni che screditano, delegittimano e che isolano Israele, persistono sulla scena internazionale, è pericoloso, è sbagliato e ogni volta che lo incontriamo, abbiamo l’obbligo di esprimerci contro.”Ricordando inoltre che “Dobbiamo opporci ai tentativi di delegittimare Israele nel mondo.”

Il sostegno a Israele è uno dei suoi punti fermi, nonostante la differenza di veduta sulla politica degli insediamenti, e ha più volte espresso la volontà di continuare a sostenere Israele attraverso gli aiuti militari, perché “gli israeliani si svegliano ogni mattina affrontando una minaccia esistenziale. Ecco perché dobbiamo sempre essere irremovibili che Israele deve essere in grado di difendersi”. Un appoggio, quello ad Israele, che mai e poi mai può essere condizionato, perché “la relazione non ha mai riguardato i singoli leader, ma riguarda i valori”. Riconoscendo il ruolo dello Stato Ebraico come faro di speranza per gli ebrei di tutto il mondo, ha affermato: “Israele esisterà sempre forte e capace come ultimo garante della sicurezza per gli ebrei di tutto il mondo. Questo è l’obbligo morale costante che abbiamo. Mai, mai, mai più e senza Israele, non c’è garanzia … il male pernicioso e persistente dell’antisemitismo, continua a sollevare la sua brutta testa. È in aumento in troppe parti del mondo, in particolare in Europa.”

In una recente intervista al giornale online Axios, un suo portavoce ha spiegato come la volontà dell’ex Vicepresidente sia quella di mantenere l’ambasciata a Gerusalemme, proponendo inoltre di aprire un consolato a Gerusalemme Est nell’ottica della soluzione a due stati.

Dopo il ritiro di Bernie Sanders e il suo endorsement, Biden è ufficialmente lo sfidante di Trump per la corsa alla Casa Bianca.

 

Bernie Sanders, colui che sarebbe stato il primo Presidente ebreo, ma anche il primo nemico dell’attuale governo israeliano

Nato a New York nel 1941, da una famiglia di ebrei polacchi, Sanders è attualmente senatore del Vermont al Congresso Americano. Non è mai stato particolarmente religioso durante la sua vita, dove il suo ebraismo veniva manifestato perlopiù durante le festività ebraiche, culminando dopo la laurea, quando passò 6 mesi in un kibbutz in Israele, prima di stabilirsi definitivamente in Vermont.

La carriera di Bernie è costellata da contraddizioni: una delle più grandi è quella che riguarda la sua identità ebraica ed il suo supporto per Israele. Da una parte, Bernie proviene da una famiglia di immigrati ebrei che hanno visto la Shoah con i propri occhi: come ha dichiarato egli stesso durante un’intervista su NPR nel 2015, “nella comunità in cui sono cresciuto, si vedevano persone con i numeri sulle braccia, questi erano numeri che i Nazisti usavano per identificare i prigionieri nei campi di concentramento. Sapevo che la maggior parte della famiglia di mio padre era stata uccisa dai Nazisti- da Hitler. E la parte emozionale – se non intellettuale – riconosce che bisogna eliminare razzismo ed antisemitismo, ho impiegato la maggior parte della mia vita nella lotta contro questo”.

Dall’altra parte, nel 2001 Sanders è stato l’unico ebreo al Congresso a non riconoscere la risoluzione che dava colpa al terrorismo palestinese per i crimini commessi nella Seconda Intifada. Ha votato contro il confine di sicurezza nel 2004, e non ha firmato la dichiarazione di solidarietà per Israele durante la guerra con Gaza del 2014. Quando Sanders venne intervistato sulla questione BDS, le sue risposte furono complesse: intervistato da MSNBC nel 2016, infatti, ha dichiarato che “Israele, come tutti gli stati nel mondo, ha fatto cose cattive. Chiunque voglia attaccare Israele per le sue politiche, ha ragione di farlo. Ma quanto l’antisemitismo trova spazio, quello è un errore”.

Il mese dopo, durante un’altra intervista con il New York Daily News, Bernie ha dichiarato che Israele aveva ucciso “10.000 persone innocenti” a Gaza durante Protective Edge. Il giorno seguente, il CEO dell’Anti-Defamation League, Jonathan Greenblatt, ha pubblicato una dichiarazione precisando che “il numero più alto di vittime dichiarato dalle autorità Palestinesi, che includono target di Hamas, sono cinque volte meno di quelle citate da Bernie Sanders”.

Nelle ultime due campagne elettorali ha volutamente disertato la AIPAC Policy Conference. Il motivo per il quale anche quest’anno non è stato presente, ha detto in un tweet, è perché reputa l’AIPAC una piattaforma per “i leader che esprimono fanatismo e si oppongono ai diritti palestinesi di base. Per questo motivo non parteciperò alla loro conferenza. Come presidente, sosterrò i diritti di israeliani e palestinesi e farò tutto il possibile per portare pace e sicurezza nella regione”.

Nel febbraio del 2020, durante la sua corsa alla Casa Bianca, Sanders ha rilasciato un video nel quale dichiarava il suo orgoglio nell’essere ebreo, e che non vede l’ora di essere il primo presidente ebreo nella storia americana.

Ritiratosi lo scorso 8 aprile, dopo la pole position nella prima parte delle primarie, dal Super Tuesday fino alla sospensione della sua campagna è stato il principale competitor di Joe Biden. Lunedì 13 aprile, contrariamente a quanto ci si aspettasse dopo l’infuocata Convention Democratica del 2016, che divise l’elettorato democratico e diede il via libera all’ascesa dell’attuale presidente, Bernie Sanders ha dato l’endorsement all’ex Vicepresidente, ufficializzando di fatto la nomina di Biden a candidato democratico alle elezioni di novembre.

Ma una domanda da porsi c’è lo stesso: visto il suo passato, che tipo di presidente ebreo sarebbe stato, se avesse conquistato la poltrona dello Studio Ovale?

 

 


Consiglio UGEIUGEI17 Marzo 2020
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HaTikwa, di Luca Spizzichino 

Francesco Costa è un giovane giornalista, nato a Catania nel 1984. Dopo tre anni a Roma, dal 2010 vive a Milano e lavora per Il Post, di cui è il vicedirettore. Ha rivoluzionato il modo di fare giornalismo in Italia con Da Costa a Costa: nata come newsletter, al quale si è aggiunto un podcast, diventato poi uno di quelli di maggiore successo nel nostro paese, con il quale dal 2015 ha raccontato la politica e la società americana. Nel 2016 ha vinto il Premio Internazionale Spotorno Nuovo Giornalismo per la copertura delle elezioni presidenziali statunitensi, mentre nel 2018 ha vinto il premio della Festa della Rete per il miglior podcast italiano.

Come è nata l’idea di creare Da Costa a Costa?

Innanzitutto, grazie! Da Costa a Costa è nato nel 2015 soprattutto da un mio desiderio, cioè provare a seguire l’inizio della campagna elettorale delle presidenziali del 2016, e raccontare quello che accadeva negli Stati Uniti in un modo che non fosse il solito, non tradizionale, quindi non con i soliti articoli. Io sono un giornalista, quindi è quello ho sempre fatto, e lo faccio ancora adesso con piacere, però volevo provare qualcosa di nuovo. All’epoca mi inventai di recuperare uno strumento antico, per quanto ancora valido, la newsletter, e a quello strumento si è poi affiancato qualche mese dopo anche un podcast, un altro strumento antico che però sta raccogliendo sempre più appassionati e ascoltatori. Quindi, Da Costa a Costa nasce come racconto della politica e della società americana attraverso una newsletter, una che arriva nelle caselle di posta di chi si è iscritto gratuitamente, e con un podcast ascoltabile gratuitamente. Mentre da quest’anno ho aggiunto un racconto fatto su Instagram, uno dei social network più utilizzati soprattutto dai giovani, anch’esso multimediale, nel quale racconto attraverso le immagini quello succede e quello che osservo quando vado negli Stati Uniti, sul campo. Vado negli States grazie alle donazioni che i lettori e gli ascoltatori fanno in modo del tutto volontario, perché questo progetto continui a esistere. Tutto è gratis, chi vuole donare non ottiene niente in cambio, ma i donatori sono abbastanza da permettere al progetto di restare in piedi.

Ci hai raccontato le peculiarità della politica americana, ma anche semplici spaccati di vita a stelle e strisce. Come è nata questa passione per l’America?

È nata un po’ per caso, come spesso poi accadono le cose nella vita. Sono appassionato di storia, oltre a essere laureato in Scienze Politiche. Finita l’università mi sono interessato alla politica estera, volevo fare il giornalista e in quel momento lì, nel 2007, stava succedendo qualcosa di nuovo in America: c’era un candidato che poi diventò presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ma che all’epoca era un candidato completamente sconosciuto, con un nome improbabile, ed era afroamericano, cosa che all’epoca significava molto di più di quello che significa oggi, che provava a diventare Presidente degli Stati Uniti. Mi appassionai a quella storia dal punto di vista giornalistico, cominciai per conto mio a documentarmi, a seguirla. Nel frattempo, provavo a fare il giornalista, e il caso ha voluto che entrassi in una redazione nel 2008, poco prima che iniziassero le elezioni presidenziali. Il primo vero incarico affidatomi fu quello di andare in un pub a Roma, dove gli americani seguivano la lotta elettorale, e quindi mi ritrovai al mio primo incarico giornalistico. Pensa quanto potessi essere felice per la mia carriera, in mezzo a questi americani in lacrime, felicissimi che festeggiavano, all’epoca, l’improbabile e impensabile elezione di un uomo afroamericano alla presidenza degli Stati Uniti. Insomma, fui comprato a vita da quel momento lì, e la politica divenne non solo la mia passione, ma anche un pezzo del mio lavoro, perché da lì ho continuato a seguire la politica americana come giornalista.

Recentemente è uscito il tuo primo libro, Questa è l’America. Leggendolo, si nota come la società statunitense in questi ultimi anni sia radicalmente cambiata. Quali sono stati i motivi di tale cambiamento?

Sono tanti, naturalmente. Ci accorgiamo di questi cambiamenti solo quando poi accadono delle cose che non ci spieghiamo facilmente, come Donald Trump presidente degli Stati Uniti. Ma quello è il punto di arrivo, non il punto di inizio. Questi fatti, quando noi ce ne accorgiamo è perché accaduto qualcosa prima di cui non ce ne eravamo accorti. I cambiamenti della società naturalmente sono tantissimi: la crisi economica del 2008-2009 ha avuto un fortissimo impatto, interi pezzi di territorio si sono ridisegnati. Posti che una volta economicamente andavano fortissimo oggi non lo sono più e viceversa, posti che erano messi male ora sono messi bene, pensiamo al Sud degli Stati Uniti, e in particolare al Sud-ovest, che oggi è il vero motore dell’economia del paese. La popolazione si è spostata di conseguenza, oggi si vive sempre di più nelle città e sempre meno nelle aree rurali, e questa contrapposizione, che noi vediamo anche in altri paesi occidentali, spiega molti dei cambiamenti americani contemporanei. La comunicazione online e la nascita dei social network hanno contribuito a radicalizzare le posizioni delle persone in un contesto in cui le regole del gioco, cioè il modo in cui funzionano le istituzioni americane, sono immutabili. Noi parliamo di cambiare la legge elettorale ogni dieci minuti in Italia, però in America le regole sono veramente immutabili, loro hanno combattuto una guerra civile, senza colpi di stato, senza cambiare forma di governo, senza sospendere elezioni. Ecco, queste regole del gioco stanno iniziando ad accusare il colpo, e non stanno funzionando più come prima. Hanno garantito agli Stati Uniti 230 anni di predominio economico, culturale, militare e scientifico sul mondo; oggi però cominciano a non funzionare più bene, creano un governo disfunzionale che non riesce a gestire i problemi e le esigenze delle persone, e quindi questi problemi si allargano.

Parlando dello stato attuale della società americana, nel tuo libro parli di un’eclissi che gli Stati Uniti stanno attraversando. Ci puoi spiegare questo concetto?

Analizzando la società americana, ma soprattutto viaggiando negli Stati Uniti e parlando con gli americani, guardando alla situazione, mi sono accorto che i problemi si stanno allargando: dalla sanità alle diseguaglianze economiche, ad un senso di precarietà che si percepisce in giro, anche andando a cercare le spiegazioni a cose che non capiamo dell’America, che nel libro cerco di raccontare; del rapporto degli americani con la sanità, con le armi e con le tasse. Da anni si parla di declino americano. Io ho provato a indagare, e ho visto che i paesi in declino hanno caratteristiche che gli Stati Uniti non ha. I paesi in declino sono paesi la cui economia è in declino, e l’economia americana non lo è; sono paesi che demograficamente stanno invecchiando, e l’America no; sono paesi che vedono un loro predominio scientifico-tecnologico diminuire, e invece in America si continuano a sfornare grandi innovazioni tecnologiche che cambiano il mondo, pensiamo ad Apple, Facebook, Google ed Amazon che sono tutte americane. E ce ne sono moltissime altre che non arrivano al grande pubblico, ma che incidono nel settore della componentistica e delle biotecnologie. Ogni anno, quando ci sono i Premi Nobel, andate a vedere la lista e noterete che sono quasi tutti o americani o persone che studiano o lavorano in America. Quindi non c’è un declino americano, nei termini in cui lo conosciamo, e allora ho provato a spiegare questi due fatti contraddittori, con quello che nel libro cerco di descrivere come un’eclissi. Il sogno americano esiste ancora, ma è distorto. L’America continua ad andare a tutta velocità, come ha fatto per gran parte del Novecento, ma è come se questa macchina avesse una ruota sgonfia, perdesse pezzi strada facendo. Chi ce la fa, lo fa molto bene. Ci sono molte più opportunità che in qualsiasi altro paese occidentale. Chi non ce la fa invece gioca totalmente senza rete di protezione, e quindi finisce seriamente nei guai, al contrario nostro, dove chi viene licenziato, vede la sua impresa fallire o non riesce a ottenere un’istruzione di alto livello, viene tutelato. In questo io vedo un’eclissi del sogno americano, come se fosse diventato tutto più oscuro, più lugubre, e nel libro cerco di argomentare perché.

Guardando ad entrambi i partiti, e ai risultati ottenuti nelle elezioni del 2016 e del 2018, si può notare come stia svanendo pian piano l’elettorato moderato. Qual è la causa di questa polarizzazione?

Le cause sono tante, tra cui quelle già citate prima su come si sia polarizzata anche demograficamente la popolazione. Pensiamo anche al fatto che i due partiti americani, per larghissima parte del Novecento, includevano al loro interno persone e politici dalle idee molto diverse; per questo erano obbligati a trovare una sintesi al loro interno, e a moderare queste tendenze estreme da una parte e dall’altra, per poi contendersi il voto degli elettori provando a convincere quelli dall’altra parte. Questo meccanismo a un certo punto è saltato, per tanti motivi. Il Partito Democratico, ad esempio, per una buona parte del Novecento aveva al Sud una classe politica molto conservatrice, e che oggi non ha più. Quello Repubblicano, che è quello conservatore, aveva avuto per larga parte del secolo scorso una corrente liberale, progressista e moderata, pensiamo a Rockefeller e ai repubblicani delle grandi città, che adesso non ci sono più. I partiti sono diventati sempre più omogenei dal punto di vista ideologico, e hanno avuto sempre meno la necessità di trovare posizioni di compromesso al loro interno. Le regole di gioco, di cui abbiamo parlato prima, hanno prodotto un contesto per cui nella gran parte dei Collegi della Camera, si sa già chi vincerà in partenza. I Collegi sono stati ridisegnati perché includano un certo tipo di popolazione che sai più o meno come voterà (il fenomeno del “Gerrymandering“, ndr), perché ci sono dei precedenti naturalmente. Tutto questo fa sì che i partiti non abbiano più alcun incentivo a cercare di convincere gli elettori avversari, ma fanno delle gare basate sulla purezza ideologica. Poi sono arrivati i media naturalmente, e i social network, e queste tendenze portano a estremizzare le posizioni delle persone e a scoraggiare il confronto. Questo fenomeno negli Stati Uniti comincia negli anni ’90 e accelera molto più avanti, portando non solo all’elezione di Trump, ma guardando dall’altra parte all’eversione di un candidato come Bernie Sanders, le cui idee soltanto dieci anni fa dentro il partito non avrebbero avuto proprio cittadinanza, e invece oggi sono patrimonio di una minoranza molto consistente del Partito Democratico.

L’elezione di Alexandria Ocasio-Cortez, di Ilhan Omar e di altri nel 2018, possono quindi considerarsi i primi casi di estremizzazione a sinistra del Partito Democratico?

Lo sono, ma gli indizi di questa estremizzazione, sia a sinistra che a destra, sono ovunque, anche in questioni non politiche. Come racconto nel libro, chi sa solo di politica, in realtà non capisce veramente di politica. Molti dei cambiamenti si vedono nella cultura delle persone; per esempio, il modo in cui gli sport americani vengono abitualmente suddivisi per tipo di appartenenze è interessante: l’NBA (la famosa lega di pallacanestro americana, ndr) è la lega dei progressisti, mentre invece il baseball (MLB) e il football americano (NFL), sono le leghe il cui pubblico ha una forte accezione conservatrice, per non parlare dell’hockey (NHL) e delle corse automobilistiche (Nascar). Lì il calcio è un fenomeno sportivo molto di sinistra, e in particolare un fenomeno sportivo femminile, e chi segue il calcio tendenzialmente non guarda Fox News (canale dalla linea conservatrice). Tutte queste cose prima non c’erano, mentre ora queste divisioni si possono trovare nei film che si guardano, nella musica che si ascolta, ed è molto interessante guardare oltre alla politica per capire la politica.

Pensando a quello che è stato appena detto, ormai nessuno si stupisce se i Golden State Warriors si rifiutano di andare alla Casa Bianca, o se LeBron James critica il governo, mentre nel NFL, il gesto di Colin Kaepernick è stato un caso nazionale…

Esattamente.

Parliamo di attualità adesso. Lo scorso 3 marzo si è tenuto il Super Tuesday, alla luce dei risultati ottenuti da Biden. Come si sta evolvendo la corsa al posto di candidato democratico alle elezioni che si terranno a novembre?

Sicuramente è diventata una corsa a due, gli altri candidati rimasti in corsa si ritireranno sicuramente a breve o saranno irrilevanti. In questa corsa a due abbiamo un favorito, ed è Biden, che è in vantaggio sui voti ricevuti, dei delegati maturati con quei voti, ed è soprattutto quello con una traiettoria ascendente; mentre Bernie Sanders, che era arrivato da favorito al Super Tuesday, ha deluso moltissimo le attese, ha raccolto meno voti di quanti erano considerati alla sua portata. Sanders ha dimostrato così di non aver allargato il suo consenso rispetto al 2016, e di fare molta fatica con gli elettori non bianchi. Questo è strano e preoccupante per lui, perché il suo messaggio si rivolge soprattutto ai più poveri e ai più discriminati, un messaggio che insiste sulle ingiustizie del capitalismo americano, e qui in America i più poveri sono gli afroamericani; se gli afroamericani non votano per te, vuol dire che qualcosa non ha funzionato. Non è ancora finita, perché Sanders non ha uno svantaggio incolmabile ed ha una base di sostenitori che lo finanzia molto bene. Da questo punto di vista il senatore del Vermont è il candidato economicamente più attrezzato, dopo il ritiro di Bloomberg, e pertanto possiamo dire che non è finita qui. Ma se c’è un favorito, oggi è sicuramente Joe Biden.

Nelle ultime settimane, aspettarsi una vittoria così netta di Joe Biden in South Carolina e durante il Super Tuesday sembravano piuttosto improbabili, soprattutto alla luce delle sue performance oratorie durante i dibattiti e nei comizi non così eccellenti. Cosa ha portato a questa inversione di tendenza?

Biden continua a non essere il miglior Biden. Lui è sempre stato un politico che sa stare benissimo in mezzo alle persone, molto empatico, che parla a braccio e cattura l’attenzione di chi ha davanti. L’ho visto spesso dal vivo, e ho notato che è molto invecchiato, anche durante il discorso nel quale ha festeggiato la vittoria al Super Tuesday, tanto che ha perso il filo e ha confuso sua moglie con sua sorella. Però mantiene una capacità di rappresentanza degli interessi di un grande pezzo dell’elettorato democratico notevole, e quando è andato molto male all’inizio delle primarie, in Iowa e in New Hampshire, tutti, me compreso, hanno messo in discussione le sue possibilità. Lui e il suo staff dicevano che quei due stati sono piccolissimi e non sono rappresentativi dell’America, ed è vero, infatti quando si è andati a votare in South Carolina, uno stato molto grande ed etnicamente eterogeneo, l’ex-vicepresidente ha fatto straordinariamente bene, a tal punto da costringere al ritiro Amy Klobuchar e Pete Buttigieg, che non avevano più alcuna possibilità di farcela. Così ha inclinato il piano che l’ha portato al Super Tuesday a vincere in tutto il Sud e al Nord, in Minnesota (stato della Klobuchar, ndr), in Massachusetts (stato di Elizabeth Warren, che si è ritirata la settimana dopo questa intervista, ndr) e a fare molto bene nello stato di Bernie Sanders, il Vermont, nel quale il senatore ha vinto solamente col 50% dei vita, al contrario del 2016, dove vinse con l’80%. E tutto questo è un indicatore di una notevole fragilità per Sanders e di forza per Biden.

Prima di martedì scorso, Mike Bloomberg, con la sua campagna atipica, guardando anche ai diversi sondaggi usciti, sembrava prospettarsi come il terzo incomodo di queste primarie democratiche. Quali possono essere le cause di questo clamoroso flop dell’ex-sindaco di New York?

Che Biden si è essenzialmente tirato su. La scommessa di Bloomberg era quella di essere il candidato moderato che riunisse il partito, e questo perché aveva le risorse per battere Trump. Si può dire che il suo è stato un fallimento dell’ultimo miglio, perché lui, da zero e in meno di tre mesi, è diventato nei sondaggi e nei dati un candidato importante di queste elezioni. Al Super Tuesday è andato male, ma ha ottenuto dei voti e dei delegati. Il punto è che è venuta a mancare la premessa fondamentale di questa campagna elettorale, e cioè che Biden sarebbe stato un flop. All’ultimo momento Biden si è tirato su, lui che è molto amato dal partito, e che è stato il vice di Obama per otto anni. Dal momento che Biden ha dato un grande cenno di vita, non solo in South Carolina, ma forte degli endorsement di Buttigieg, Klobuchar e di Beto O’Rourke, il Partito ha capito che era lui il candidato intorno al quale consolidarsi, e Bloomberg, che molti consideravano la loro ultima chance, a quel punto ha perso il motivo per essere votato.

In un editoriale uscito a seguito del Super Tuesday, l’autore sostiene che dietro la vittoria di Biden, ci sia lo zampino dell’ex-presidente Obama. È vero?

Secondo me questa cosa è infondata. Noi italiani, e tra questi alcuni miei colleghi e da quello che si dice in TV, siamo appassionati di retroscena. Obama non ha detto una parola, come ex-presidente non ha nessun ruolo nelle primarie, sosterrà il vincitore così da tenere unito il partito, ed essere poi efficace nella vera campagna elettorale, che va dall’estate a novembre. Alcuni dicono che Obama abbia fatto pressioni su Klobuchar e Buttigieg perché si ritirassero e sostenessero Biden, e questo è infondato. Finché ci sono prove, li possiamo prendere come fatti, ma riguardo a ciò non ce ne sono. Ma c’è un’altra questione: che queste telefonate siano avvenute o meno, Buttigieg e Klobuchar, non avevano nessuna speranza di vittoria quando si sono ritirati, il Super Tuesday per loro sarebbe significato spendere un sacco di soldi e una sonora umiliazione, come quella di Elizabeth Warren, che è rimasta in corsa ed è finita terza nel suo stato.

La nostra redazione è composta interamente da giovani. Quali sono i tuoi consigli per far s che il nostro giornale possa crescere? Esiste un modo innovativo di fare giornalismo?

Ovviamente non posso dare lezioni, ma quello che ho imparato dal mio lavoro e da quello che faccio al Post, è che il giornalismo non ha bisogno di grandi trasformazioni. Anzi nel modo in cui al Post facciamo il giornale, c’è poco di innovativo e molto di tradizionale è un modello conservatore ed è quello che va recuperato: quello di verificare le notizie, non usare titoli urlati ed emotivi, non essere allarmisti né sensazionalisti. Non c’è niente innovato in questo, anzi, ma è quanto di buono bisogna recuperare e tenere della migliore tradizione giornalistica italiana e mondiale. Questo è il primo consiglio che vi darei: il giornalismo va applicato e non innovato. Ma nei metodi e negli strumenti, in cosa utilizzare per far viaggiare il giornalismo, che non deve essere per forza l’articolo, al contrario vi consiglio di provare a sperimentare. Non è detto che tutto vada bene per tutti. Ora c’è la moda dei podcast, tra un anno ce ne sarà un’altra, ma non bisogna seguire le mode. Bisogna però provare dei metodi, che possono essere più efficaci in aggiunta agli articoli, senza sostituire quello che fate già per raccontare le vostre storie: che sia un video su YouTube, o degli account sui social network aggiornati quotidianamente, oppure una newsletter o degli incontri dal vivo, o addirittura dei documentari. Bisogna trovare dei modi alternativi, perché nelle abitudini dei lettori e delle persone noto un desiderio di leggere qualcosa in meno, ma comunque rimanere informati in altri modi: attraverso le immagini, l’ascolto, o la lettura di newsletter o aggiornamenti in altra forma. Bisogna perciò provare a sperimentare, mantenendo però saldi i criteri e valori del giornalismo che rimangono immutabili.


Consiglio UGEIUGEI3 Marzo 2020
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HaTikwa, di Luca Spizzichino

In queste ore si stanno concludendo gli scrutini di quella che è stata la terza tornata elettorale in un anno, un unicum nella storia dello Stato d’Israele, registrando inoltri dati altissimi sull’affluenza, i più alti dalle elezioni del 1999. Con lo scrutinio al 97%, la composizione della Knesset, si sta delineando in questo modo: il Likud di Benyamin Netanyahu, con 36 seggi; Blue and White, il partito dell’ex Generale Benny Gantz, si ferma a 32 seggi; Joint List, la lista araba, con 15 seggi, uno dei migliori risultati mai ottenuti dal partito; i partiti religiosi Shas e United Torah Judaism, hanno guadagnato rispettivamente 10 e 7 seggi; gli stessi seggi della coalizione di sinistra Labor-Gesher-Meretz (7) e di Yisrael Beytenu di Avigdor Lieberman (7), all’ultimo posto Yamina, il partito di destra guidato da Naftali Bennet.

Con la seguente composizione del Parlamento israeliano, nessuna delle due grandi coalizioni raggiungerebbe la maggioranza, scanso grandi scossoni portati dal conteggio delle schede dei soldati e degli invalidi che verranno conteggiati per ultimi. Con la coalizione di destra guidata dal Likud che si ferma a un passo dal traguardo a 59 seggi, mentre quella guidata da Kahol Lavan si fermerebbe a 50.

Guardando ai risultati di queste concitate elezioni, possiamo notare come anche questa volta a fare l’ago della bilancia per la formazione di un nuovo governo, sia anche questa volta Avigdor Lieberman, soprannominato ormai dagli analisti, il “Kingmaker”, colui che può decidere le sorti di questa tornata elettorale. Ma il dato più impressionante è quello che riguarda il Likud, o per meglio dire quello di “Bibi” Netanyahu, il Capo di Stato più longevo della storia dello stato ebraico, che con l’imminente processo, parte dei media contro e le dichiarazioni negative di alcuni ex funzionari di alto grado, è riuscito comunque a far ricredere tutti quei sondaggi che negli scorsi mesi lo davano per spacciato.

Interessante l’analisi fatta dal Jerusalem Post sulla figura di “King Bibi”, come soprannominato dai suoi supporters, il quale lo ha definito un Mago. Nessuno riesce a fare campagna elettorale come lui, con un carisma, un’energia e un’oratoria che nessuno ha in questo momento in tutto il panorama politico israeliano. Nonostante le pesanti accuse che lo porteranno a processo tra due settimane, è riuscito a prendersi la fiducia di quegli elettori che lo scorso settembre lo avevano “abbandonato”, a partire dalla vittoria schiacciante nelle primarie del Likud contro Sa’ar, passando per la rinuncia all’immunità fino ad arrivare al Deal of the Century. La sua strategia ha funzionato, e ha raggiunto un risultato che lui stesso considera “la più grande vittoria della mia vita”, sbilanciandosi rispetto alle passate elezioni, nonostante l’insicurezza di una maggioranza capace di formare un governo. Nel frattempo, Netanyahu ha già iniziato le prime riunioni con i rappresentanti degli altri partiti di destra, per capire il da farsi.

Mentre all’Expo di Tel Aviv, Netanyahu e il Likud festeggiavano la vittoria, parziale, di questa terza campagna, dall’altra parte Benny Gantz, ha fatto trasparire una certa delusione, commentando così i risultati: “Non è questo il risultato che consentirà ad Israele di tornare sulla retta via. Il senso di delusione e di dolore è comprensibile”. “L’importante è restare uniti, fedeli ai nostri principi. Non consentiremo ad alcuno – ha aggiunto – di distruggere il Paese, di mandare in frantumi la democrazia”.

Prima di martedì prossimo non si avranno i risultati ufficiali, ma tutti i partiti sono concordi sul fatto che bisogna scongiurare in qualunque modo la possibilità di una quarta tornata elettore, che potrebbe portare a risultati drammatici.



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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