luca clementi

Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 Febbraio 2020
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HaTikwa, di Luca Spizzichino e Luca Clementi

Barbara Pontecorvo, nata a Roma nel 1968, è un avvocato dal 1996, con un particolare interesse per l’analisi politica nazionale ed internazionale, soprattutto del Medioriente. Dirige da oltre tre anni Solomon – Osservatorio sulle Discriminazioni, un’organizzazione di volontari, apolitica e senza fini di lucro, per la tutela di ogni forma di discriminazione, ispirata alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e delle Nazioni Unite, alla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Nata nel 2015 su richiesta di una parte della Comunità internazionale, in particolare dagli americani, che sentiva il bisogno che ci fosse un’associazione italiana in difesa delle ragioni di Israele, in particolare contro il fenomeno BDS. Negli ultimi anni si è battuta per l’adozione da parte delle istituzioni italiane della definizione di antisemitismo della International Holocaust Remembrance Alliance.

All’interno di Solomon – Osservatorio per le discriminazioni, ha svolto un ruolo fondamentale per quanto riguarda l’adozione da parte del governo italiano della Definizione IHRA dell’antisemitismo. Può ritenersi soddisfatta?

Ci riteniamo soddisfatti, ma lo riteniamo solo l’inizio di un cammino. La Definizione deve essere contemplata per intero, non soltanto dal Consiglio dei Ministri, ma anche dalle altre istituzioni dello Stato italiano: la stiamo promuovendo verso i comuni, le regioni e le università, quindi è solo l’inizio di un cammino, ma è certamente un passo molto importante.

Adottata la Definizione, da giurista quale è Lei, cosa si aspetta che cambi, da un punto di vista legale, per quanto riguarda l’approccio al fenomeno dell’antisemitismo? Pensa che l’adozione possa svolgere un ruolo fondamentale per arginare il fenomeno a livello territoriale?

Quella dell’antisemitismo è una Definizione operativa, quindi non a carattere legislativo e vincolante, ma serve per dare un’indicazione ai giudici e agli operatori. Nel quadro legislativo, che è chiaramente incompleto, c’è un vuoto riguardo alle vecchie e nuove forme di antisemitismo. Riteniamo, e per questo ci abbiamo creduto in questi 3 anni, che sia uno strumento fondamentale, e lo è anche negli altri paesi che l’hanno adottata prima di noi, per riuscire ad inquadrare il fenomeno.

Avrà sicuramente letto la recente inchiesta de La Stampa, che ha mostra una ricerca di Euromedia sull’antisemitismo: i risultati, come ben sa, sono sconcertanti. Come commenta tutto questo?

La ricerca è stata commissionata dall’Osservatorio Solomon, ed è una ricerca volta a dare una fotografia della realtà esistente, isolando il fenomeno dell’antisemitismo rispetto ad altri fenomeni come razzismo e omofobia. Abbiamo proprio ritenuto che fosse necessario inquadrare e fare luce su questo fenomeno. I risultati sono molto interessanti, perché danno sia un dato storico, che rivela un ritorno degli stereotipi dell’antisemitismo storico, sia un dato sociologico, che invece rivela come i giovani sono più desiderosi di combattere fenomeni discriminatori legati all’antisemitismo; vi è anche un dato politico, dove appare che le forze liberali e di centro sono quelle in cui si avverte meno la discriminazione.

Un’ultima domanda: quale dev’essere l’approccio di noi giovani? L’aumento dell’antisemitismo coinvolge inevitabilmente anche l’UGEI. Cosa possiamo fare nel quotidiano per cercare di combattere questi pregiudizi?

La cosa fondamentale è far capire che questo tipo di pregiudizio legato all’antisemitismo nelle sue innumerevoli forme è una lesione dei diritti civili. Per il benessere di una società civile, è necessario far rientrare nell’alveo dei diritti umani qualsiasi lotta a qualsiasi forma di antisemitismo.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI5 Gennaio 2020
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HaTikwa, di Luca Clementi e Luca Spizzichino

Romano, classe 1964, una delle voci più autorevoli del panorama giornalistico italiano, stiamo parlando di Maurizio Molinari, dal 2016 direttore del quotidiano “La Stampa”. Corrispondente estero per il giornale torinese, prima da New York, poi da Bruxelles e Gerusalemme. Durante la sua carriera è stato  in Medio Oriente, Africa e Turchia, e ha intervistato alcuni dei personaggi più influenti dell’epoca contemporanea. Molinari, oltre ad essere un giornalista, è anche uno scrittore di saggi. Tra i più celebri: Il Califfato del terrore. Perché lo Stato islamico minaccia l’Occidente (2015), Jihad. Guerra all’Occidente (2015), Duello nel ghetto (2017), Il ritorno delle tribù (2017), Perché è successo qui. Viaggio all’origine del populismo italiano che scuote l’Europa (2018), ed Assedio all’Occidente. Leader, strategie e pericoli della seconda guerra fredda (2019), del quale abbiamo parlato in questa intervista esclusiva, attraverso il quale abbiamo potuto notare direttamente la sua capacità di saper interpretare in maniera chiara e analitica il complesso scenario mondiale che stiamo vivendo, dal crescente clima di  antisemitismo alle terze elezioni in Israele, fino ad arrivare alle recentissime tensioni tra Stati Uniti e Iran, a seguito dell’uccisione del Generale Qasem Soleimani, numero due della teocrazia iraniana e capo delle Forze Quds, unità d’élite delle Guardie Rivoluzionarie.

Direttore, grazie per il tempo che ci ha concesso. Per noi è un privilegio averLa come primo intervistato di HaTikwa 2020. Non Le facciamo perdere tempo e partiamo subito con la prima domanda. Nell’ultimo anno, si è vista in maniera più evidente ed eclatante una preoccupante ondata di antisemitismo che sta colpendo tutto l’Occidente. Dalla vandalizzazione dei cimiteri alle minacce di morte alla Senatrice a vita Liliana Segre, fino ad arrivare all’attentato di Halle, durante Kippur. Quali sono le cause di questa recrudescenza che sta preoccupando le varie Comunità ebraiche occidentali?

L’antisemitismo è un fenomeno che accompagna la storia dell’umanità, quindi, anche se con intensità differenti, si manifesta in maniera costante. È un fiume carsico, non è qualcosa che scompare, ogni volta va sotto e riemerge, con caratteristiche nuove che si sommano a quelle precedenti. Nell’ultimo anno i nuovi aspetti sono fondamentalmente due: il primo riguarda gli Stati Uniti, dove si sta manifestando un antisemitismo violento, analogo a quello che in passato abbiamo visto in Europa e in Asia. La novità è che a compiere questi attacchi sono o gruppi di suprematisti bianchi, o estremisti afroamericani, che sono un fenomeno completamente nuovo, in quanto non erano mai arrivati a compiere atti violenti tesi a uccidere gli ebrei. Il secondo riguarda l’Europa, dove, invece, lo scenario è molto diverso. Le novità si vedono nell’antisemitismo a bassa intensità, ovvero tutta una serie di eventi che riguardano aggressioni minime: spinte, insulti e tiri di sassi. E questi attacchi il più delle volte non sono classificati come atti antiebraici, e questo pone un problema, perché non c’è una normativa in Europa volta a punirli. La difficoltà nell’identificare le novità è che queste si sommano a fenomeni preesistenti. La vandalizzazione dei cimiteri, per esempio, è un fenomeno che c’è sempre stato in Europa, soprattutto per mano dell’estrema destra, ma non bisogna confondere questi fenomeni con il dilagare di micro-aggressioni, soprattutto in paesi come la Francia, il Belgio, la Germania, la Gran Bretagna e i paesi scandinavi, dove le Comunità ebraiche si trovano in seria difficoltà. La domanda da porsi è: perché in Europa questa tipologia di attacchi sta dilagando? Penso che la risposta abbia a che vedere con la tensione sociale che c’è in molti paesi europei, dovuta all’impoverimento della società e alla moltiplicazione di fenomeni politici estremi che portano a fenomeni di intolleranza. È errato, tuttavia, identificare l’antisemitismo con singoli fenomeni politici: esso si nutre di volta in volta di elementi differenti. In Europa, per esempio, l’insofferenza e la protesta sociale dilagano e investono tutti i paesi, indipendentemente dal colore della protesta, che sia di destra o di sinistra, e portano ad un aumento dell’intolleranza nei confronti degli ebrei. Per capire il fenomeno bisogna uscire dalle categorie classiche: se uno segue quest’ultime, non capisce l’antisemitismo, perché questo attraversa la storia e vive di luce propria. Se noi andiamo a vedere cosa accade all’interno delle famiglie dell’estrema destra o estrema sinistra in Europa, notiamo che si sviluppano in maniera molto diversa. All’interno dei gruppi sovranisti, identificano gli ebrei come l’alleato dei migranti, mentre nell’estrema sinistra l’ebreo è identificato come la terza colonna di Israele, considerato uno Stato despota che viola i diritti umani. Le due narrative nutrono questa intolleranza, e quindi questi fenomeni a bassa intensità. In Italia le aggressioni sono ancora sporadiche, ma in città come Berlino, Londra, Leeds o Manchester si tratta di una realtà complicata.

Cambiamo argomento, nelle ultime settimane in Israele si è deciso di ritornare ancora una volta alle elezioni, le terze in poco meno di un anno e mezzo. Con l’imminente processo a Benyamin Netanyahu, quale sarà il futuro del Likud? Quali sono le previsioni quindi, per la prossima tornata elettorale? 

Bellissima domanda, io credo che il fatto che le primarie del Likud si siano concluse con la conferma di Netanyahu sia la prova che Netanyahu ha ancora un’importante possibilità di restare Primo Ministro d’Israele. Fino a quando il Likud fa quadrato attorno a Netanyahu, la sua forza come leader è superiore a quella di ogni altro leader politico. C’è in teoria da affrontare la spada di Damocle dell’inchiesta da parte della magistratura. Le terze elezioni, poi, saranno molto drammatiche, poiché sono un unicum nella storia di Israele. Saranno fondamentalmente una resa dei conti tra Netanyahu e il suo oppositore Benny Gantz. La mia impressione è che Netanyahu e Gantz fossero vicini ad un accordo anche dopo le seconde elezioni, ma non è stato possibile perché gli alleati di uno e dell’altro si sono opposti. Io credo che, qualora l’esito delle elezioni dovesse sostanzialmente essere simile, questa volta Netanyahu e Gantz potrebbero fare un compromesso, senza i loro alleati.

Di recente è stato pubblicato il suo ultimo libro “Assedio all’Occidente” nel quale lei parla di un’imminente seconda Guerra Fredda. Su quali fronti si scontreranno le varie super potenze? E nello scacchiere geopolitico, economico e tecnologico, che ruolo avranno l’Italia e Israele? 

La cosa più nuova di questa seconda Guerra Fredda è che i protagonisti sono gli Stati Uniti e la Cina, e la sfida è una sfida soprattutto sul piano della tecnologia. Mentre nel caso della prima Guerra Fredda si trattava una sfida ideologica tra Stati Uniti, Occidente e Unione Sovietica, in cui uno voleva occupare l’altro, in questo caso è una gara esclusivamente tecnologica: vince chi riesce a sviluppare le nuove tecnologie emergenti in maniera più efficace e più aggressiva. Sappiamo che le risorse degli Stati Uniti sono maggiori, ma è anche vero che la Cina è in vantaggio, soprattutto nello sviluppo dell’intelligenza artificiale e della tecnologia del 5G. Questo significa che gli Stati Uniti devono rincorrere la Cina come dovettero rincorrere l’Unione Sovietica nel 1957 quando ci fu il lancio dello Sputnik. La sfida fondamentale avviene soprattutto nello spazio cibernetico, ovvero lo spazio dove si sviluppano le comunicazioni internet. Tutta questa vicenda investe l’intero pianeta, anche l’Italia, perché fa parte del blocco degli alleati USA. Nello sviluppo delle tecnologie cibernetiche è molto indietro, e quindi è un paese molto vulnerabile. Questo è un problema per gli Stati Uniti, perché dal punto di vista cibernetico qualcuno avere la tentazione di passare per l’Italia. È molto più facile attaccare paesi come l’Italia o la Spagna o il Portogallo, piuttosto attaccare gli Stati Uniti, la Gran Bretagna o il Canada, perché sono messi meglio da quel punto di vista. Israele è un paese protagonista, perché seppur non appartenendo a nessun blocco, ha un potenziale di spesa cibernetica molto alto. Dal punto di vista dello sviluppo delle nuove tecnologie, Israele è uno dei paesi più avanzati al mondo. Questo significa che tanto gli Stati Uniti quanto la Cina hanno interesse ad averlo dalla propria parte. Questo è molto interessante, perché costituisce una geografia completamente nuova, un mondo completamente diverso da quello in cui siamo nati. Oggi bisogna comprendere come il controllo dei dati dell’informazione che ci scambiamo con i telefoni è molto più importante di aerei, carri armati, navi o altro.

Quali sono i possibili scenari dopo l’uccisione del Generale Soleimani da parte degli Stati Uniti? Quali saranno le reazioni iraniane? Lo Stato d’Israele è in pericolo? 

L’intenzione del Presidente americano è di ridurre il potere militare iraniano in Medio Oriente. Per questo ha eliminato Qasem Soleimani, generale dei Pasdaran e responsabile della creazione, del sostegno, dell’addestramento e dell’armamento delle milizie sciite in Libano, in Siria, in Iraq, in Yemen e altrove. Questo è il colpo che l’Iran ha subito. E’ legittimo supporre che l’Iran cerchi una risposta, se non altro perché Soleimani era il numero due del grande Ayatollah alla guida della Rivoluzione Ali Khamenei, e quindi in ballo c’è l’onore stesso di Khamenei, che è uscito molto indebolito da questo attacco e deve guidare una risposta contro gli Stati Uniti per non perdere credibilità a Teheran. L’interrogativo è: quale tipo di operazione gli iraniani possono condurre? Quando i leader dei Pasdaran affermano che hanno 35 obiettivi a disposizione americani (oltre alla città di Tel Aviv), lasciano intendere la possibilità di poter colpire con i loro missili le basi americane in Iraq e nel Golfo o lo Stato d’Israele. E’ chiaro che se l’Iran colpisse con dei missili delle basi americane, si creerebbe un’escalation: gli americani risponderebbero a loro volta, in maniera anche probabilmente più pesante. Io credo che lo scenario che abbiamo davanti sia quello a cui molto spesso abbiamo assistito fra Israele e gli Hezbollah: quando questi ultimi subiscono un colpo pesante, reagiscono e tentano di salvare il proprio onore con attacchi sul terreno, ma non si spingono mai fino ad una guerra aperta. Detto questo, ciò che conta è che la volontà di Trump di ridurre il potere militare iraniano in Medio-Oriente può portare a nuovi episodi militari di scontro tra USA ed Iran. Io non credo che si arriverà ad una guerra, perché, come dice Trump, l’eliminazione di Soleimani punta a prevenire ulteriori conflitti, non ad incentivarli. Detto questo, chi conosce il Medio-Oriente sa che le previsioni sono fatte per essere smentite. Per gli iraniani, lo Stato d’Israele è parte integrante del sistema americano in Medio-Oriente, quindi ogni minaccia proferita contro gli Stati Uniti investe anche Israele. Soleimani guidava le milizie sciite, e in più occasioni hanno attaccato lo Stato ebraico. Dunque è legittimo supporre che nella fase calda di confronto tra USA e Iran ci siano delle minacce molto concrete per la sicurezza di Israele. Per questo il Segretario di Stato americano Pompeo ha avuto un colloquio con Netanyahu, e io credo che sia stata una conversazione simile a quelle che lui ha avuto con il leader dell’Arabia Saudita, dell’Egitto, delle monarchie del Golfo, degli Emirati. Tutti i paesi dove gli americani hanno rapporti di alleanza importanti sono oggi possibili obiettivi degli attacchi iraniani.

 L’avvicinarsi della Giornata della Memoria e la recente dipartita di alcuni Sopravvissuti ci obbligano a fare una riflessione: in che modo si potrà tramandare il messaggio della Memoria alle nuove generazioni? 

Io credo che una ricetta ebraica sia quella che ci ha lasciato Elie Wiesel, Premio Nobel per la Pace, autore del libro ‘’La notte’’ e anch’egli Sopravvissuto: la chiave per ricordare la Shoah è l’Haggadah. Bisogna utilizzare lo stesso metodo degli Ebrei quando ricordano l’Uscita dall’Egitto. Ogni anno gli Ebrei leggono un testo per due sere e dicono: ‘’Io leggo come se fossi uscito dall’Egitto.’’ Quindi, per far fronte alla futura dipartita dei Sopravvissuti, le nuove generazioni devono riuscire a ricordare la Shoah come se fossero loro stessi dei Sopravvissuti. L’interrogativo è: come si fa? Nel caso dell’Haggadah c’è un testo, mentre qui non c’è. Un metodo fattibile potrebbe consistere nella scelta da parte di ogni giovane della storia di un Sopravvissuto: studiandola, imparandola e facendola propria, potrebbero divenire loro stessi gli eredi. In ogni casa ebraica ci sono dei Sopravvissuti, soprattutto in Europa. Se ogni ebreo europeo studiasse la storia di un parente o di un conoscente e diventasse personalmente il testimone di quella storia, potremmo conservare compiutamente la memoria della Shoah. Ogni giovane deve sentirsi personalmente responsabile della scelta, dell’approfondimento e della trasmissione di queste storie. Questa mi sembra una maniera molto ebraica di affrontare la questione.

 Per chiudere, un consiglio per la nostra Redazione, nata da pochi giorni. Come far sentire la nostra voce in temi di attualità che ci riguardano strettamente? Qual è il miglior modo di fare giornalismo oggi? Ci sono dei punti fermi da non tralasciare mai? 

Ci sono due aspetti: il primo riguarda i contenuti, il secondo riguarda il loro metodo di distribuzione. Per quanto riguarda i contenuti, la chiave è la qualità. Quando si scrive qualcosa, è necessario fare duro lavoro. Di qualunque argomento si tratti, se l’articolo è frutto di studio, approfondimento, consultazione di fonti, allora si tratta di un lavoro di qualità, che dà credibilità a chi lo scrive e a chi lo pubblica. Se invece l’articolo è scritto in fretta e in modo superficiale, allora scredita chi lo scrive e chi lo pubblica. Questa è una regola vera sempre, a prescindere del mutare dei tempi. La vera novità sta nel metodo per raggiungere più persone oggi: il prodotto in carta è importante, ma non prioritario. La cosa importante è raggiungere più persone possibili con l’utilizzo delle nuove tecnologie: il digitale, il video, le foto, i social network. Le nuove tecnologie cambiano a grande velocità, la difficoltà si trova nello stare al passo con i tempi: anche domani potrebbe uscire un nuovo metodo di diffusione, e in quel momento sarà necessario declinarlo su ogni piattaforma, per arrivare ad un pubblico sempre più ampio.


Consiglio UGEIConsiglio UGEI1 Gennaio 2020
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Il significato della parola HaTikwa in ebraico, è la speranza. Proprio come l’inno d’Israele, anche la nostra testata sceglie di distinguersi per la sua costante ricerca di luce. Scopriamo dunque che la ricerca di per sé diventa sintomo di speranza: inseguire un futuro migliore significa infatti accettare che il proprio presente non lo sia abbastanza. La ricerca di luce tuttavia dovrebbe trovare coniugazione al presente, non proiettarsi in un futuro ideale privo di odio e di indifferenza, ma occuparsi piuttosto dell’epoca storica che stiamo vivendo.

Nella storia del popolo ebraico e dell’umanità intera, i giovani hanno sempre avuto il compito di sognare, di vedere il bene lì dove il male sembrava assoluto. Questo continua ad essere il ruolo di noi giovani nella complessa realtà che ci circonda. Anche oggi. Un ruolo che comporta una grande responsabilità; quella di non perdere la fiducia nel bene, di non smettere di credere nell’unione che fa la forza, di non vedere nel dialogo una minaccia bensì un’opportunità.

Questa è la missione di HaTikwa, questa è la missione di noi redattori e di voi lettori: lasciare da parte l’ostilità, le diversità, il cinismo, per dar spazio alla tolleranza, alla comprensione, all’empatia. In una parola: alla speranza. La nostra missione comune è quella di guardare il presente con lo stesso ottimismo con il quale guardiamo il futuro, di guardare il prossimo con la stessa fiducia con la quale guardiamo noi stessi. Riconoscere quei rari punti di luce nel buio della quotidianità.

 

David Zebuloni, direttore HaTikwa

Luca Clementi, caporedattore HaTikwa

Luca Spizzichino, caporedattore HaTikwa

Nathan Greppi, caporedattore HaTikwa


Consiglio UGEIConsiglio UGEI2 Dicembre 2019
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HaTikwa (L. Clementi) – Tutto in un mese. Approvata la Commissione Segre per la lotta all’Antisemitismo, gran parte delle forze politiche si alzano in piedi ad applaudire. Rimangono seduti i Parlamentari di Lega, Forza Italia e Fratelli D’Italia. Poco dopo, la Senatrice Segre viene messa sotto scorta per le continue minacce (200 al giorno!) ricevute sul web, dopo il Report dell’Osservatorio Antisemitismo. Poi Canali, il Sindaco di Predappio (luogo di nascita di Mussolini) che si rifiuta di sovvenzionare il Viaggio della Memoria di alcune scuole perché ‘’fazioso’’. Poi il Comune di Schio che dice ‘’no’’ alle Pietre d’Inciampo per gli scledensi che morirono nei lager perché ‘’divisive’’. Poi il Consigliere comunale triestino di Forza Nuova Fabio Tuiach che si indigna perché la Segre ha detto che Gesù era ebreo. Nel mezzo, tanto odio e tanti altri episodi di odio antisemita, noti e meno noti.

Ma che cosa sta succedendo all’Italia?

E’ da ingenui ritenere che improvvisamente l’Antisemitismo sia ricomparso dopo 80 anni nella società civile: un fenomeno a così ampio raggio che improvvisamente riprende piede con così tanta veemenza non può che essere frutto dello sdoganamento di qualcosa che già c’era e che ora ci si sente autorizzati a manifestare liberamente, ancora una volta.

A questo punto lo step successivo è: di chi è la colpa? Si, perché una colpa deve esserci, altrimenti non si spiega il motivo per il quale la Senatrice Liliana Segre debba esser messa sotto scorta per la stessa ragione per la quale fu deportata 80 anni fa, cioè per il solo fatto di essere ebrea. Non cercare un colpevole equivale a non cercare di capire quale sia il problema, e quindi come possa essere risolto. Perché anche la politica, che per un lungo lasso di tempo ha tentato di contenere determinati messaggi, improvvisamente è diventata la loro cassa di risonanza?

A mio avviso, la risposta deve essere cercata andando indietro nel tempo. La crisi economica ha portato ad una svalutazione generale della classe politica. ‘’Tanto rubano tutti’’ è la frase che si sente ormai in ogni casa d’Italia dopo il primo servizio di qualunque TG.

Nel tentativo di recuperare credibilità, i partiti si sono essenzialmente personalizzati, andando ad identificarsi con la figura del proprio leader. E’ la stessa leadership a diventare protagonista assoluta della politica, trovando come terreno di scontro quello dei social network e guadagnando consensi grazie alle équipe di esperti nel settore, che studiano campagne a tavolino nel tentativo di manipolare l’opinione pubblica.

Questo conduce inevitabilmente ad una democrazia del pubblico, con alla base slogan, qualunquismo e semplificazioni estreme. Tra i leader ed i cittadini non deve apparentemente esistere alcun filtro: l’elettore deve avere la percezione che il politico di riferimento sia quanto a lui più vicino, e sia in grado, proprio perché così ‘’simile a noi’’, di capire e tutelare le esigenze del popolo. Il tutto, sommato ad una situazione del Paese non proprio rosea, conduce allo sdoganamento di linguaggi di odio anche all’interno della classe politica stessa e, conseguentemente, all’accrescimento di rabbia e frustrazione dei cittadini.

Ponendo il dato di un Antisemitismo diffuso e rimasto incubato, nonostante la morte di migliaia di Ebrei e la creazione di una Costituzione che sancisce diritti inviolabili, ora non c’è neanche più la percezione di una classe politica con valori saldi e programmi volti ad estirpare sul nascere qualunque forma di disuguaglianza sostanziale nei diritti del singolo, proprio perché l’agenda detta che è necessario mostrarsi ‘’dalla parte degli italiani’’, sempre e comunque. Ma chi sono i veri italiani, quelli che l’italiano medio considererebbe ‘’come lui’’? E’ importante saperlo, perché questa definizione potrebbe essere la definizione di certe agende politiche negli anni a venire.

Quale sarà, poi, il destino per gli ‘’altri’’?



UGEI

L’Unione Giovani Ebrei d’Italia coordina ed unisce le associazioni giovanili ebraiche ed i giovani ebrei che ad essa aderiscono.


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