lia levi

Consiglio UGEIUGEI27 Gennaio 2021
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di David Zebuloni 

 

Il primo vero libro che io abbia mai letto, fu un libricino dalla copertina rosa. Centoquindici pagine che mi fecero scoprire il magico mondo della parola. Tredici capitoli che mi aprirono una finestra su quel periodo storico chiamato Seconda Guerra Mondiale. Ricordo il momento esatto in cui scoprii il libricino dalla copertina rosa su una mensola di legno in camera di mio fratello. Rimasi come ipnotizzato dal titolo. Una bambina e basta. Quell’ingenua impazienza di crescere che tanto caratterizzò la prima fase della mia vita, venne d’un tratto scossa come da un terremoto. Quelle parole funsero immediatamente da richiamo. Da invito. Da imperativo. L’imperativo di essere di essere un bambino. Un bambino e basta. “La scrittura è un pozzo di emozioni sempre in fermento”, mi spiega Lia Levi, l’autrice del libricino dalla copertina rosa. Indossa un elegante maglione viola e sorride spesso quando parla. “Mi trovo molto bene con voi giovani, mi aiutate a ricaricarmi”, mi confessa durante il nostro incontro. All’anagrafe risulta avere ottantanove anni, ma sentendola parlare pare ancora una giovane donna amante della vita. Una giovane scrittrice entusiasta del suo mestiere. Dopo aver pubblicato decine di libri e vinto altrettanti premi, infatti, Lia Levi non è ancora sazia di storie e di racconti. Scrive per fedeltà. Scrive perché deve mantenere una promessa fatta a quella bambina che è stata durante la guerra. A quella Lia bambina che scrisse una lettera alla Lia adulta chiedendole di non dimenticarsi di diventare una scrittrice. Scrive nel tentativo di semplificare la complessità della vita. Per risolvere il mistero di quella storia di cui è stata protagonista. Scrive per passione, per vocazione, per necessità. Scrive per se stessa, bambina e basta di allora, e per noi, bambini e basta di oggi.


Consiglio UGEIUGEI24 Novembre 2020
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di Michelle Zarfati 

 

Esistono scrittori in grado di raccontare la storia con estrema delicatezza. Lia Levi è una di queste, e il suo ultimo romanzo Ognuno accanto alla sua notte, pubblicato dalle Edizioni E/O, ne è la prova lampante. Un altro tassello che va ad aggiungersi alla sua produzione letteraria, che da anni ormai fa divulgazione storica, soprattutto tra i ragazzi, attraverso una scrittura profondamente evocativa, capace di insegnare le atrocità che hanno segnato gli ebrei durante il secondo conflitto mondiale con estremo candore.


Consiglio UGEIUGEI11 Febbraio 2018
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In numerosi libri Lia Levi ha raccontato la normalità, l’esperienza quotidiana sull’orlo di essere rovesciata e di tramutarsi in tragedia. E’ così fin dall’opera prima “Una bambina e basta”, in cui ha narrato la propria storia di salvezza nella Roma controllata dalle forze nazifasciste, e di nuovo nel più recente romanzo “Questa sera è già domani”, pubblicato ancora con le edizioni e/o e da poche settimane disponibile in libreria. In questi libri, come nell’attività che la vede impegnata da anni nelle scuole, Lia Levi elabora i ricordi per trasformarli in memoria: un processo in cui si perde qualcosa e si conserva altro, essenziale in ogni caso per mantenere vivi accadimenti del passato in un contesto mutato.

In “Questa sera è già domani” la scrittrice di famiglia piemontese recupera i ricordi del marito Luciano Tas, giornalista e saggista noto nell’ambiente ebraico italiano scomparso nel 2014. Lia Levi racconta la sua storia, quella di un ragazzo prodigio in grado di stupire tutti e di iscriversi a classi con compagni più grandi, che a un certo punto però rientra nella normalità dei propri coetanei. Siamo a Genova negli anni trenta, anni di regime ormai consolidato. Al centro della vicenda la figura della madre del ragazzo, che quando si rende conto che il figlio non è un genio matura nei suoi confronti un atteggiamento di opposizione e autentico rancore.

Lia Levi con il marito Luciano Tas (1927-2014), la cui storia è raccontata nel romanzo “Questa sera è già domani”

Non mancano gli spunti di riflessione sull’ebraismo. “Tu credi in Dio solo qualche volta. Sappi che invece Dio crede in te sempre”, dice il rabbino Bonfiglioli al ragazzo. E molte pagine più avanti: “La tradizione, sai, è l’albero. La foglia, se non è attaccata all’albero, diventa secca, vola via e dopo poco non è più neanche una foglia”. A ricordare agli ebrei, senza eccezioni, una appartenenza più o meno sbiadita interviene la campagna antisemita del regime fascista e la legislazione razzista del 1938, che trasforma gli stranieri in apolidi e priva dei diritti tutti. Si sviluppa allora a più riprese, durante riunioni affollate di parenti, il dibattito tra chi consiglia di andare via, finché è possibile, e chi vuole rimanere.

Nell’ultima parte del romanzo la famiglia del protagonista cerca di riparare in Svizzera dopo l’occupazione tedesca del Paese in seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943, con cui ha inizio per gli ebrei italiani la persecuzione delle vite. Sulle ultime avventurose pagine aleggia l’incubo del respingimento alla frontiera elvetica per persone ormai prive di risorse economiche e spossate dalla paura e dalla fuga. Sono pagine commoventi che richiamano alla mente i fatti di oggi, a noi così vicini eppure percepiti di solito come tanto lontani, di fronte ai quali solo a parole, e neanche sempre, Paesi democratici sono disposti ad accogliere chi giunge dopo percorsi spesso rocamboleschi da contesti di stenti e di conflitto. Mentre “si sente ribollire la terra, con questa nuova vena di stampo fascista”, come ha dichiarato Lia Levi in una recente intervista. E’ un’analogia però e non un paragone, perché i contesti sono molto differenti e il Mediterraneo del 2018 non è l’Europa sotto il dominio nazifascista. Ma la vita, la vita delle persone è la medesima. Ed è quello che più conta: la vita delle persone e basta.

Giorgio Berruto

Da Moked.it